Cuginetta, disse l'azzurro cavaliere, sono stato più volte al punto
di credermi meno fortunato; dentro di me qualche cosa scommetteva che
non mi avreste ricevuto. Il cuore ha vinto la posta; lasciate che vi
ringrazi.
— Di che? rispose Serena, volgendo appena il capo dalla parte del nuovo
venuto, senza però staccare gli occhi da un punto fisso che non era
nella sala.
— Di aver aderito alla mia preghiera.
— Quale preghiera?
Il luogotenente parve sbigottito da quella ostinata distrazione.
— Non avete ricevuta la mia lettera?
— Mi pare di sì, ma non ho avuto tempo di leggerla.
E si volse senza affettazione; in aria di sincero pentimento, ricercò
e mostrò sulla tavola, ancora intatta, l'odorosa missiva del galante
guerriero; l'aspetto del quale è intraducibile colla penna; quello
stentato sorriso, quella violenta contrazione dei muscoli della faccia
per non fare il broncio, e quel dimenarsi per non parere sgominato, gli
davano un'aria burlesca di vittima niente affatto rassegnata.
— Vi domando scusa, disse Serena ridendo forte, come se non potesse
resistere all'impeto del suo umore giocondo; mi direte voi stesso che
cosa contiene questa lettera, caro cugino.
Il cugino Ferdinando aveva perduta la testa, ed infilò due spropositi
uno in coda all'altro. Il primo sproposito fu di non far eco alla
gaia risata della bella, il secondo di rispondere pregando la bella di
leggere ora il suo biglietto.
Il lettore avveduto non ha bisogno che gli si dica quanto magra figura
faccia un innamorato, il quale assiste alla lettura della propria
_dichiarazione d'amore_. Ma era proprio un innamorato, il luogotenente
delle Guide? Questo non è certo, quanto è certo è che la sua lettera
era una dichiarazione profumata, a bruciapelo.
Serena si arrese all'invito con molta grazia, spiegò la lettera, ne
fiutò il profumo con un atto di lieve beffa, e lesse a voce alta,
facendo scherzosamente tutte le fermate delle virgole e dei punti.
Quell'omaggio all'ortografia del luogotenente fu ricevuto male, perchè,
invece di esserne lusingato, il guerriero continuò a dimenarsi sulla
seggiola non sapendo come tenersi.
Finita la lettura, la bella depose sbadatamente la missiva dove l'aveva
presa e si rivolse al cugino:
— Dunque voi mi amate? Ne siete sicuro?
Il luogotenente, a sentire enunciato il suo tema, fece uno sforzo
coraggioso per non darsi l'aria d'uno scolaretto, ed incominciò
l'amplificazione così:
— Credetelo, cugina, ve ne prego. So tutte le idee che possono venirvi
in mente, so che il passato sta contro di me per quella volgare
opinione che non si ama due volte la stessa persona; potrei dirvi che
non ho mai cessato di amarvi, ma sarò schietto; è vero, io ho potuto
cessare d'amarvi; non so come, non so perchè; ed ora vi amo più della
prima volta. Ho ritrovato in voi tutta la vostra bellezza che mi
accese, e per giunta un fascino nuovo che m'incatena.
Il linguaggio del luogotenente era divenuto a poco a poco sicuro e
determinato.
Serena lo lasciò dire senza interromperlo.
— Siete bella come non foste mai, tutti vi adorano, ed io sono geloso.
Non voglio mascherare i miei sentimenti, attribuiteli voi a voi stessa,
non a merito mio; ma se la schiettezza merita un premio, siate schietta
anche voi con me, ditemi se vi pare proprio che non possiate amarmi
mai.
— Mi pare proprio, rispose Serena.
Il cugino insisteva collo sguardo.
— Vi comprendo, disse la bella, con un leggiadro sorriso; voi stesso
vi fate illusione sui vostri sentimenti; non volete ingannarmi perchè
siete schietto e generoso, ma vi ingannate, perchè nessun uomo è
padrone d'essere schietto e generoso con sè stesso. Credete di amarmi
per le mie nuove bellezze, per un mio fascino nuovo; se poteste leggere
dentro di voi come io vi leggo, vedreste che in me non amate più la
donna, ma la cortigiana in voga.
— Cugina... disse l'uffiziale accostandosi.
— Cugino... ribattè la bella, fredda, ma senza collera, il vostro amore
è un'impertinenza.
Il disgraziato amatore ammutolì.
— Domani lascio Milano, proseguì Serena, ridiventando la creatura
indolente di prima.
— È dunque vero?
— Lo sapete?
— Si diceva al caffè; non ho voluto credere, e per questo vi ho scritto
e sono venuto.
— E si diceva dove mi recherò?
— A Parigi.
— Sono meglio informati di me, perchè io stessa non lo so ancora. Non
si diceva altro?
— Null'altro. Ebbene, vi scongiuro...
— Cugino, ci rimettete uno scongiuro; è deciso che io parta.
— Sola?
— No.
— E l'uomo che vi accompagna, lo amate?
Serena si strinse nelle spalle e non rispose.
— Sentite, riprese a dire il luogotenente dopo un breve ed affannoso
silenzio; se una cosa vera è mai uscita dalle mie labbra, ve lo giuro
sul mio onore, è questa, ch'io vi amo. Non vogliate vendicarvi di
me, oppure vendicatevi meglio, ridatemi avaramente una bricciola del
passato, ridatemi...
— Io non mi do, interruppe Serena con tono indifferente, mi vendo.
— E il vostro compratore? rispose incollerito il cugino.
— Mi paga cara, e potrebbe comprare dieci mie pari; non vi fu detto il
suo nome al caffè?
— Non mi fu detto, ma ora l'indovino; il banchiere Redi.
Serena non rispose.
— Lo ucciderò, disse il guerriero, mettendo il pugno sull'elsa della
sciabola.
— Un milionario non si lascia uccidere; e poi, ucciso uno se ne trova
un altro; non vorrete uccidere tutti i milionari, immagino. Cugino
Ferdinando, ridiventate uomo di spirito, come siete sempre stato fino a
questo momento.
E la bella, senza muoversi dall'indolente positura, fece un cenno di
commiato al galante guerriero e sonò un campanello.
Un pezzo di servitore alto sei piedi apparve nel vano dell'uscio. Di
mala voglia il luogotenente si rizzò, fece un lieve inchino, uscì.
E la bella continuò a fissare lungamente un punto immobile, che non era
nel suo salotto.
Il domani Serena era partita. Appena la novella si sparse per la città,
i frequentatori del caffè e del circolo tennero adunanza e discussero
_a posteriori_ tutti i segni infallibili che avevano annunziato
la catastrofe. E che fosse una catastrofe non fu posto menomamente
in dubbio dagli adoratori, i quali spiegavano così la fortuna del
banchiere a danno delle loro legittime speranze. Del resto tutti si
consolavano e ricevevano consolazioni a vicenda, col riso e l'arguzia
sulle labbra. Rimaneva un paio d'inconsolabili, i quali, ciascuno per
proprio conto, si erano vantati che la bella ritrosa non avesse saputo
resistere alle loro seduzioni; ma costoro non furono visti al circolo
nè al caffè.
In fondo la fuga (s'era finito coll'accettare questa espressione),
la fuga di Serena col banchiere Redi fu una vera fortuna. Gli echi
del caffè e del circolo non udirono mai tanti motteggi, e gli specchi
dovettero credersi disoccupati, non avendo più a riflettere alcuno
sbadiglio.
Quanto a Maurizio la notizia gli venne solo a tardo mattino. Nella
notte il disgraziato aveva fatto pazzi sogni ad occhi aperti. Per
la prima volta, dacchè il cuore aveva preso la mano alla fantasia
ambiziosa, il senso prese la mano al cuore. «Quella donna, quel
miracolo di forme, poteva esser sua!»
Quando spuntava l'alba egli diceva a sè stesso che gli bisognava
ritornare da Serena prima che partisse, trattenerla o seguirla,
stringersela al cuore, e dimenticare in quello spasimo dolce ogni altro
spasimo.