I milioni di Maurizio divennero proverbiali.

Ma la fama di milionario costa cara, specie se non si hanno i milioni.

Maurizio, sprezzante della sua nuova fortuna, non volle però

lasciarsela ghermire dallo scialacquo. Egli non diceva più a sè stesso

l'ingegno esser tutto nel mondo, nè tutto essere il denaro, ma che il

meglio è il piacere, e che a prolungarlo gli bisognava porre un argine

alle spese. Lo fece senza curarsi di quanto il mondo avesse a dire

e con maggior fortuna che non pensasse; nessuno ne malignò; la sua

riputazione di milionario si trovò essere così solidamente fabbricata,

che i cenci stessi non l'avrebbero demolita; i suoi nuovi modi

parvero frutto di balzano umore; la sua parsimonia sazietà. Vero è che

questa parsimonia era ancora la lauta vita colle sue orgie e coi suoi

bagliori, e che in fondo aveva solo mutato l'andatura, ma la meta era

la stessa, la rovina. Di questo però non si dava pensiero; si proponeva

d'arrestarsi in tempo; dove? quando? non sapeva. Era avido di piaceri;

pareva volersi stordire da qualche secreto tarlo; anelava ad ebbrezze

ogni volta nuove; sentiva, soddisfatti, riardere con altro fuoco gli

stessi desiderii; in fondo era il vuoto ed un indefinito sgomento di

sè. Lo sbigottiva la vacuità della sua vita, l'avvenire diverso tanto

da quello che aveva sognato. In tutto il suo stato d'oggi, qual parte

aveva la propria volontà, qual parte il proprio ingegno, a cui aveva

tutto immolato? La sua stessa agiatezza gli era uggiosa; portava sulla

fronte il marchio del sacerdozio fallito; era un disertore che la

fortuna aveva comprato co' suoi favori.

Un giorno si avvide che invecchiava, e che nel suo cuore era un posto

vacante per un amor di donna. Qual donna amare? Non importa quale;

gli bisognava una donna che non si potesse comprare, un affetto che

non avesse origine dal suo denaro; qualche cosa di veramente suo, ad

accarezzare il proprio egoismo e la propria superbia. Lasciò le orgie,

dicendo agli amici essere stanco dei vezzi noleggiati dalle belle, ed

alle belle esser sazio degli affetti imprestati dagli amici; — le belle

e gli amici sentenziarono: «Maurizio è colpevole d'innamoramento.»

Non era ancora vero. Alcuni mesi dopo, Serena fece la sua apparizione

in Milano. Fu un avvenimento. Non parlò più se non della sua bellezza

sovrumana, del suo lusso, del suo passato, delle sue ricchezze; le si

diedero in prestito altri milioni, come a Maurizio; le si compose un

romanzo molto intricato.

Maurizio cercò ed ottenne _la fortuna d'esserle presentato_, e tanto

s'accostò alla fiamma di quei due occhioni, che vi ritrovò — miracolo

nuovo — le proprie alucce di poeta, ed uscì in un madrigale che fece il

giro del mondo elegante in ventiquatt'ore. Allora chi aveva accusato

Maurizio di innamoramento, lo rimandò assolto, non so con quanta

logica.

I mille adoratori della nuova divinità, apparsa nell'Olimpo molto

pagano della ricca borghesia, non badarono nemmeno all'autore del

madrigale, il quale non dava ombra a chicchessia coll'insistenza

simmetrica del suo culto e colle quotidiane intercessioni. Il segreto

di Maurizio stette nell'ombra, immolato sull'altare del segreto di

Serena.

Costei non rimase lungamente come era apparsa; era vedova, sola, senza

amanti conosciuti, circondata da vecchi e nuovi tentatori; chi era

penetrato nel suo tempio, vi aveva visto gli arredi del culto proprio

d'una divinità ricca e superba; tutto ciò è qualche cosa, poniamo anche

sia molto; ma non è una _posizione_ chiara e definita. Si discuteva,

si almanaccava, ma in questo almeno si era d'accordo, che il mistero

avviluppava tutta la bella figura di Serena, come il fondo nero d'un

quadro, da cui esce più fascinatrice la superba bellezza d'una venere

fiamminga. Con questa sola differenza, che la bella incognita aveva

tutto delle veneri e nulla di fiammingo.

Non si andò fino a darle il carattere di avventuriera, ma si aggiunsero

colla fantasia i casi più bizzarri al suo romanzo ipotetico; taluno

più accorto ritirò nello scrigno i milioni concessi al primo apparire

di lei. Si sa che nel mondo vi ha della brava gente, avara fino allo

scrupolo dei proprii milioni.

A Maurizio non si pose mente gran fatto. Era suo desiderio vivere

ignorato da tutti, noto a lei sola, ed alimentare nel proprio segreto

la nuova fiamma, scaldarsi a quel fuoco insolito, rinascere alla nuova

vita. Ambizione, gloria, ricchezze, piaceri — vecchio mondo in rovina,

l'amore — ecco la vera vita, ecco l'avvenire, e gli sorrideva sulle

labbra di Serena.

Quest'ultima frase non vuol essere presa se non come una figura della

rettorica innamorata di Maurizio; il vero è che Serena non fu con

altri tanto severa quanto fu con Maurizio, il quale fra tutti era il

solo devoto e sincero. Arti di bella capricciosa? Bisognò che Maurizio

se lo dicesse almeno dieci volte il giorno per non impazzire. Per

lui non esisteva se non Serena, quel volto candido come l'alabastro,

quegli occhioni di fuoco, quei capelli nerissimi; scopo della sua vita

fu giungere al tesoro chiuso in quel magnifico scrigno di donna — al

cuore.

Quando ebbe la certezza che il magnifico scrigno era vuoto, ch'egli

aveva affidato ad una vana sembianza tutti i suoi affetti, che quella

suprema bellezza era da vendere al miglior offerente, che tutto quel

lusso di forme apparteneva di diritto a chi lo avesse coperto con lusso

maggiore di vesti e di gioielli, che il proprio amore era sprezzato, la

nobiltà delle sue intenzioni quasi derisa, fu la fierezza dell'anima il

medico della profonda ferita del cuore; si armò di disprezzo disposto

ad entrare coraggiosamente in convalescenza.

Ma il disprezzo, che talvolta è forza, si ritorce di frequente contro

chi l'adopera; uno che disprezzasse sinceramente tutto quanto lo

circonda, finirebbe, di necessità, col disprezzare sè stesso.

Uscito dal primo impeto, Maurizio non potè tanto disprezzare Serena che

non disprezzasse il mondo, nè tanto il mondo, da dimenticare come egli

ne facesse parte.

Per la prima volta vide nelle veglie tormentose delle sue ultime febbri

tutto sè stesso, la povertà dei desiderii seminati e la miseria del

raccolto. Amore, piaceri, ambizioni, ogni cosa fa fatta spregevole

o vana, e disistimabile tutto e sè stesso nell'immensa disistima del

mondo.

Ad una di queste lunghe notti nevose era succeduta un'alba povera di

luce, ed all'alba un mezzodì che pareva un tramonto, quando Maurizio,

rizzandosi sui gomiti nel tormentoso letto, gettò alle proprie

sembianze, riflesse da uno specchio, queste parole che gli venivano in

mente per la prima volta: «stupido! il denaro fa tutto; puoi tu darmi

un milioncino?»

L'altro non rispose, ed il servitore bussò colla nocca del dito alla

porta.

Recava una lettera.

Quella lettera diceva così:

«_Signore_,

«Sul punto di lasciare Milano, per non tornarvi forse mai più,

sento il dovere di rivolgervi una parola di ringraziamento e

di addio. Non mi importa di ciò che dirà il mondo, ma di quanto

potrete pensare voi sono gelosa. La proposta sincera che mi avete

fatto vi dà il diritto di giudicarmi severamente. Fatelo; la mia

colpa non trovi pietà nel vostro cuore, io lo merito. Ma sappiate

almeno che sotto la maschera del cinismo e dell'indifferenza era il

rossore della vergogna, e che il cumulo di menzogne, di cui feci

pompa con voi, nascondeva un cuore. Non oso stringere la mano che

mi avete offerto. Siate felice.

«SERENA».

Il tesoro di Donnina · 第 46 / 103 题