Mario, prima di partire, scende da basso e si fa aprire la porta
ferrata che conduce al manicomio. Il mattino è freddo, ma limpido, ed
il sole scintilla allegro sulle ultime reliquie di neve.
Babbo Jacopo passeggia in silenzio; un altro, postosi nel mezzo del
cortile, declama le proprie glorie e fa pompa di bizzarre decorazioni
che si è messo sul petto; un altro se ne sta seduto sopra una panca di
granito e la guarda fisso, pensando forse che il granito è molto duro,
mentre un guardiano non lo abbandona dell'occhio per paura che gli
venga in mente di assicurarsene col proprio cranio.
Tutti costoro, coll'apparire di Mario, si fermano o levano gli occhi
curiosi sopra di lui; solo il declamatore continua a gridar più forte
ed a sfoggiare la propria vanagloria.
Mario fa un cenno amichevole ad uno, un sorriso stentato ad un altro
che gli si fa accosto colle braccia legate a guardarlo con puerile
curiosità, ed entra nella sala comune. Quivi si fa un chiasso
assordante: i soliti atleti del biliardo si contendono gli onori
della carambola e l'ammirazione della _galleria_; qualcuno legge i
giornali della vigilia accanto al reverendo che medita il breviario;
il professore Rigoli concentra tutta la sua scienza sopra una partita
agli scacchi giocata con un suo nuovo allievo, ed il filarmonico della
comitiva picchia sulla tastiera il suo Strauss. Quanto a Paoluccio,
egli passeggia su e giù per l'ampia sala, col passo strascicato, come
fanno i bambolucci dell'età sua quando non hanno forza di levar le
gambe, guarda curiosamente di qua e di là, e parla fra sè e sè, colla
bocca piena di zuccherini.
Mario si è tirato in disparte e segue coll'occhio commosso i passi
vacillanti di quell'uomo, il quale pare avvedersi di lui, perchè
quando gli viene vicino si ferma un istante a guardarlo meravigliato,
coll'indiscreta insistenza propria della prima età, poi tentenna il
capo canuto e prosegue la singolare passeggiata.
E si ode il rumore delle palle urtantisi sul biliardo, il bisbiglio
del curato che legge il breviario, la cadenza ritmica dei suoni del
pianoforte. Mario non ha occhi che per Paoluccio.
L'armeggìo di costui dura alcuni minuti; ad ogni volta che
viene innanzi al giovine egli si arresta più a lungo, e se ne va
tentennando il capo più forte; finalmente gli si fa vicino e gli
dice melanconicamente: «è inutile, sai? è inutile; datti pace, non ci
sono più figli; vedi, il mondo è pieno di padri che cercano le loro
creature; l'infanzia è spenta, rimango io solo...»
Mario piglia la mano tremante del vecchio e la stringe fra le sue.
«Non mi danno retta, prosegue il vecchio abbassando la voce, tutti
piangono, piangono, non sanno far altro. E _lui_ ride, _lui_!
— Chi? balbetta Mario, vedendo che il vecchio s'interrompe.
«_Lui!_» E per spiegare il proprio concetto leva gli occhi al
soffitto; poi soggiunge: «sono stanco, mi annoio.... Lo crederesti? mi
annoio!.... Sono solo, non ho con chi giocare al cerchio, al cavallo;
se mi nascondo non vi è un cane che venga a cercarmi; e se getto la
palla, nessuno me la rimbalza... Non ne vogliono sapere... piangono, ed
io solo rido per far la smorfia a _lui_!»
Paoluccio si scioglie dalla stretta del giovine e ricomincia la
passeggiata, Mario abbandona il suo posto colle lagrime agli occhi. Ed
ecco il professore Rigoli si alza a mezzo il corpo sulla sedia, appunta
il dito sullo scacchiere e dice trionfante all'avversario: _scacco
matto!_ Scacco matto! Il suono di queste parole sembra impressionarlo e
fargli venire un'idea curiosa, perchè si lascia cadere sulla seggiola e
ride.
Un istante dopo giungono all'orecchio di Mario, già fuor dell'uscio, i
battimani della _galleria_ plaudente al vincitore della carambola.
Il giovine non ha ancora attraversato il cortile, quando sente dietro
di sè alcuni passi affrettati, una voce che lo chiama a nome ed una
mano robusta che lo raggiunge e gli scende sull'omero — tutto ciò quasi
prima di aver avuto il tempo di voltarsi; voltandosi, incontra gli
occhietti scintillanti e la bocca ridente del dottore, e gli pare che
i raggi visuali, aguzzi più del consueto, si appuntino coll'intenzione
di passar meglio attraverso, e che la bocca sorrida tra furbesca e
benevola.
— Te ne vai, lo so io che te ne vai; me l'ha detto il dito mignolo; di'
un po' che te ne vai?
— Fra un'ora, risponde Mario freddamente.
— E di' un po' che te ne andavi senza nemmeno venirmi a salutare. Non è
così?
— Non è così; venivo diritto da voi.
— Tanto meglio, giovinotto, tanto meglio; io so che tu hai un cuore, un
cuore...
E, come a sincerar la cosa, fissa lo sguardo sul panciotto di Mario, il
quale, senza sapere bene perchè, si sente imbarazzato.
— Hai visto tuo padre? gli domanda il dottore, passando amichevolmente
il braccio in quello del giovine.
— L'ho visto.
— E...?
Un breve silenzio ed un sospirone lungo del dottore, il quale prosegue
a dire: — Ho capito, ho capito; si fa il ritroso, ma tanto tanto dovete
amarvi e vi amerete. Scommetto che vi amerete... fra otto giorni, o fra
quindici, o fra un mese... non più tardi... Scommetti che fra un mese
vi amerete...?
La scommessa non è accettata, ma per il dottore è tutt'uno.
— Benissimo... benissimo, siamo perfettamente intesi... ed il
signorino, appena sia medico laureato, ci mostrerà che anche i medici
vanno soggetti a malattie di cuore e ci farà la diagnosi d'un vecchio
vizio cardiaco che a me pare di indovinare, solo guardando il suo
panciotto a scacchi color caffè.
Se Mario non avesse avuto una forza d'animo singolare, avrebbe ceduto
al suo istinto, ed il suo istinto era di abbottonare il soprabito,
tanto per nascondere il panciotto a scacchi color caffè.
. . . . . . .
Nessuno immagina il garbo bizzarro di Semplicetta nell'aiutare a
vestire la bambola della padroncina. Veramente, ella dice, che non ci
ha garbo di sorta, che non ci è nata, ma non bisogna crederle, è tanto
modesta! Olimpia ride, a volte, di gran gusto, ma ciò non vuol dire
che non creda Semplicetta eccellente in quelle funzioni; anzi essa
riconosce volentieri che la bambola non ha mai avuto da lamentarsi, e
ride più forte.
Bisogna sapere che la bambola di Olimpia è una bambola viziata, piena
di capricci, di dispettuzzi, di collere, ma in fondo una gran buona
pasta di bambola. E sì che ne potrebbe pretendere di attenzioni e di
cure, perchè di pari sue non se ne incontrano da per tutto, neppure
a Norimberga, sua patria. Venuta in Milano, aveva da prima voluto un
amore sconfinato ed un'obbedienza senza condizioni; ma a poco a poco
si era abituata a vedersi posta in un canto nell'ora delle faccende
domestiche, ed oggi si accontenta di uscire una volta la settimana
dall'armadio, di abbigliarsi sulla tavola e rientrare in casa col suo
più bell'abito; è diventata taciturna e melanconica e si lascia ridere
sotto il naso senza dolersene, contentandosi di essere amata un poco
quando non ci è più nulla a fare. Le cose sono in questi termini tra
Olimpia e la sua bambola, e benchè il dottor Parenti non sospetti di
nulla, qualche volta si va fino a freddezze.
Olimpia guardava attraverso i vetri nel cortile dei pazzerelli, in
quella appunto che il babbo correva dietro a Mario, e quando entrambi
sono scomparsi, ella si è tolta alla finestra e si è accostata alla
bambola con una certa intenzione di piangere. Ma la bella norimberghese
è in gran gala e vedrebbe mal volontieri che le si gualcissero gli
abiti, e Semplicetta, la quale non aspetta altro, affida alla padrona
la piccola dama e se ne va alla finestra opposta borbottando.
— Il signor Mario, dice ella alcuni momenti dopo, ha in mano la valigia
e si separa dal dottore...
— Buon viaggio, buon viaggio, ripetè due volte Olimpia, una volta
probabilmente per conto della bambola.
— Non viene a vederlo partire?
— Che ne importa a me di vederlo partire? Che ne importa a me di
vederlo partire?
Semplicetta sta zitta e continua a guardare dai vetri. Olimpia aggiusta
il cappellino sulla testa pettinata della bambola.
— È partito! dice finalmente Semplicetta lasciando la finestra.
Ed Olimpia si stringe al petto la bella norimberghese, e le mormora
sotto voce: «è partito! è partito!»