Al signor Fulgenzio l'insistenza del dottor Parenti fece in fondo un
gran bene; a forza di sentirsi dire che Mario aveva un cuore buono,
egli che non vi era arrivato mai, incominciò a temere d'aver sbagliato
la via. La sua natura sdegnosa si ribellava non tanto all'idea di
aver errato, quanto alla necessità che per farsi amare gli bisognasse
adoperare le arti dell'innamorato.
Infine chi era Mario? Un disgraziato a cui egli aveva dato nome,
famiglia, casa, educazione, avvenire, chiedendogli solo in cambio un
po' di affetto e di gratitudine.
Vero è che l'affetto che egli domandava doveva essere palese,
testimoniato a tutte le ore in mille modi con un continuo rendimento di
grazie, e che se Mario si fosse acconciato a questa parte, egli forse
avrebbe dato un altro nome a quegli atti, a quell'affetto; ma questo
non se l'era detto mai.
Il signor Fulgenzio era una di quelle nature tutte fuoco, che sono
diventate fredde alla superficie a forza di riflessione, incapaci di
male e desiderose di bene, ma fatalmente portate a credere tutti gli
uomini incapaci di bene.
Di queste anime deboli, che girano attorno al cinismo senza
adagiarvisi, ghignando beffardamente, ce n'ha più che non si creda;
l'educazione ed il contatto dei primi anni le fanno tali per tutta la
vita. Osservate chi nei crocchi giovanili porta un po' di fede e di
entusiasmo ed una natura pensierosa più che non si convenga all'età,
costui, se pure non si imbatte in un ostacolo, ha la sua mala via
tracciata: il disprezzo degli uomini.
Così era stato di Fulgenzio; rimasto ricco e solo al mondo di buon'ora,
col cuore pieno di sentimenti miti, colla mente invasa dalle indefinite
aspirazioni dei suoi vent'anni, timido nelle maniere perchè fiero nel
cuore, gentile cogli altri per istinto della sua stessa timidezza,
trovò ai suoi passi la spensierata e sistematica beffa d'ogni
sentimento, ed il precoce cinismo filosofico con cui si maschera il
libertinaggio.
Disprezzò i suoi compagni, ma gli imitò; non volendone accettare i
modi e le scioperatezze, ne chiese ed ottenne scusa accettandone la
filosofia. Ciò che per gli altri era verbiloquio a fior di labbro,
balbettato come un pretesto ad orgie oscene, nella sua mente si
aguzzò come una freccia e gli si piantò in cuore per sempre; quando
la riflessione gli ebbe fatto vedere sè stesso e gli altri da tutti i
lati, comprese il disprezzo, e fu la sua forza per non corrompere il
cuore.
Triste forza! Nelle massime della sua fede filosofica vi era che
l'amicizia è una chimera, che l'amore è un inganno del senso,
e la fedeltà un rilassamento della fibra; non ebbe amici, passò
tenebrosamente la gioventù senza amore, gli anni volsero per lui in
arida solitudine. Una donna, una casa, una famiglia, la gioia d'esser
padre gli avrebbero serenato il cuore e volto la mente ad altra e più
profonda filosofia, quella dell'amore; non ebbe moglie, nè casa, nè
famiglia.
Un giorno, guardandosi nello specchio, vide un capello bianco e se lo
strappò sorridendo. Ma non sorrise gran tempo.
Quel disprezzo infinito degli uomini non gli bastò più; sentì un gran
vuoto, comprese come non si potesse vivere senza più serene idee, senza
un affetto, e quanto dissimile avrebbe potuto essere la sua esistenza
senza la sfiducia dei primi anni.
Troppo tardi; lo specchio accusatore aveva ogni giorno nuove
rivelazioni. La via della solitudine e dell'apatia che aveva percorso
fino a quel punto gli si allungava innanzi agli occhi, inesorabile. Ma
il bisogno di affetti, avvertito una volta, non gli lasciò più pace.
Egli aveva svegliato un gigante che sonnecchiava nel suo cuore; la
lotta incominciava allora, tremenda, continua, inutile.
Quel disprezzo dell'umanità, che aveva bastato a tutta la sua vita,
non si arrendeva alle strette del nuovo atleta — ma la sua forza d'un
tempo divenne la sua debolezza. Il suo pensiero, vestito fino allora di
cinismo, cedeva un'altra volta alle aspirazioni incomprese della prima
giovinezza; l'indefinito di vent'anni prese contorni netti, le fantasie
sognate divennero tesori perduti.
Quella lotta gli tolse a poco a poco la sicurezza, gli sfibrò la
volontà, fece tentennare le sue convinzioni. Fu preso da una indomabile
smania di riguadagnare il tempo perduto, di amare per quanto non aveva
mai amato, di spendere la vita a far del bene, di farsi una casa, una
famiglia, un amico. Avrebbe forse potuto trovare ancora ogni cosa — ma
non ci credeva, diffidava di sè, degli altri, delle altrui miserie e
delle proprie ricchezze, e nei suoi affetti temette si nascondessero
tante male passioni tardive.
Fare il bene! Non è facile per tutti; per lui, vissuto fra gli uomini
solo quanto basta a disprezzarli, fu cosa difficilissima. Vi sono
nel mondo poche nature ribelli, le quali confondono superbamente il
beneficio coll'elemosina e lo sdegnano, ma i molti non arrossiscono di
tendere le mani all'elemosina purchè non siano visti da chi passa.
Ai benefici istinti di Fulgenzio si offersero solo di questi ultimi;
egli volle fare il bene e non potè fare se non la carità; la sua casa
fu assediata da tapini, i quali non possedevano al mondo altro che la
loro umiliazione e la sfruttavano perennemente.
Cercò amici ed ebbe parassiti adulatori, e come si seppe aver egli
danaro, e volerne spendere, gli fu offerto in vendita amore, amicizia,
onore. Ogni giorno più egli ebbe ragione di vedere il mondo sotto
l'aspetto d'un osceno mercato, e di ripetere a sè stesso: «io ho il mio
denaro, essi hanno la loro codardia — siamo pari.»
Il disprezzo dei suoi simili crebbe più forte, gli si fece maggiore il
vuoto nel seno, e la solitudine più grave, ed il bisogno di affetti più
irresistibile.
Un giorno conobbe il dottor Parenti, il quale, giovanissimo, godeva
riputazione di valente alienista; fu vinto dalla schietta natura di
lui e più dalla giovialità del suo umore, che era in così bizzarro
contrasto col proprio. Ritroso da prima, finì col sentire un bisogno
irresistibile di quell'uomo; senza avvedersene, e senza saper dire
perchè, gli volle bene.
La vista d'un manicomio lo impressionò vivamente; quivi nessun calcolo
di codardia nei beneficati, nè alcuna arte di adulazione: «Nel vostro
ospizio, disse un giorno al dottore, tace l'egoismo!»
— O se non tace del tutto, rispose scherzosamente il dottore,
sproposita, che torna quasi lo stesso.
— E non è pericoloso?
— Coll'aiuto dei guardiani, no.
Pensandoci, un'idea balenatagli in mente, divenne intenzione,
l'intenzione proposito, ed il proposito fu messo in atto coll'istituire
una casa di ricovero pei pazzerelli, di cui egli stesso diveniva
direttore, medico il dottore Parenti.
Credette di aver trovato una famiglia, ed ebbe un amico; così Fulgenzio
si riconciliò alquanto col mondo e con sè stesso.
Ma il dottor Parenti aveva una creatura sua, un piccolo amorino biondo
che gli balzava sulle ginocchia e gli diceva di volergli bene tanto
col suo miglior senno, e lo baciava in volto e lo accarezzava colle
sue manine, senza bisogno che il babbo aspettasse un momento di lucido
intervallo. Il dottore confessava candidamente come in quell'angioletto
fosse tutta la sua felicità, e diceva quello essere il segreto del
suo cuore gioviale, ma lasciava capire che per guadagnarselo aveva
dovuto amar molto profondamente una donna e piangerla molto amaramente,
perduta, essere felicissimo prima ed infelicissimo poi, fino a tanto
che il tempo non lo avesse guarito.
Fulgenzio ad ogni passo si accorgeva d'aver sbagliato cammino, ma non
era più tempo di dare indietro. Per avere chi lo amasse e portasse il
suo nome, una sola via gli era aperta.
Il caso lo favorì mettendogli innanzi uno che rimaneva solo nel mondo,
senza amore e senza nome — e così Ognissanti divenne Mario.
Il resto è noto. Gli errori di cui aveva sparso la propria vita erano
entrati a far parte della sua natura. Diffidente per vecchio abito,
lo fu anche col figlio; sdegnoso dei suoi simili, non seppe arrendersi
neppure con Mario; venne a poco a poco all'amore, ma ne vergognò quasi
e non volle mai passare per l'amorevolezza.
Parevagli d'aver fatto tutto, e che, seminato il beneficio, non gli
rimanesse se non raccogliere la gratitudine e l'affetto. Gli toccò una
più terribile disillusione: aveva sempre trovato la bassezza e s'era
nauseato di adulazioni e di vergognose condiscendenze; trovò presto
nel cuore del giovinetto l'ingratitudine, la ribellione muta, la fredda
sterilità del cuore.
Prima che il dottor Parenti gli parlasse aperto, non aveva pensato mai
che potesse quella freddezza essere orgoglio, e quella ingratitudine
fierezza d'animo, e quella muta ribellione, opera dell'affetto
disprezzato.
Ora una luce si faceva nel suo spirito, un balsamo nuovo gli scendeva
in cuore.
Bisognava rompere al più presto l'impaccio dell'orgoglio, vincere la
ritrosia, spogliare il vecchio abito della fierezza e riguadagnare la
confidenza perduta. Non era difficile, bastava lasciar fare al cuore,
tirarsi sul seno il figlio, cingere il giovinetto colle braccia,
baciarlo in volto e piangere con esso. Un istante di abbandono poteva
pagare tutte le lotte lungamente tormentose; spesso una lagrima
cancella il passato; bisognava piangere, bisognava amare, bisognava
lasciarsi amare.
Gran parte della notte che succedette alla rivelazione del dottore,
passò per il vecchio nell'insonnia; i propositi buoni gli si
affollavano al pensiero, il cuore gli batteva come a venti anni, gli
ardeva le vene una febbre impaziente. Si rimproverava di non aver
fatto prima tutto ciò, pensava che avrebbe potuto trascorrere felice,
amato e benedetto, tanti lunghi anni passati invece a rodersi l'anima
in una sterile sfiducia. Provava un benessere insolito, una novissima
gioia; gli pareva d'uscire da una lunga malattia, e che le forze gli
ritornassero d'un subito più gagliarde di prima. Non era illusione; il
pentimento è la forza dei deboli.
La notte era lenta a passare; Mario doveva partire al mattino.
Egli se lo immaginava nella sua cameretta, addormentato, e pensava
che due sole stanze ne lo separavano, e che poteva uscire sulla punta
dei piedi, e picchiare all'uscio, e dire: «figlio, apri a tuo padre.»
Avrebbe bastato questo; non ne dubitava, avrebbe bastato, poichè,
pensandoci, si ricordava di non averlo più da gran tempo chiamato
con quel nome. E che gioia, nel vederselo balzare incontro, e nel
confondere palpito a palpito, lagrima con lagrima, e non dir parola,
nemmeno una, ma baciarsi in volto e piangere, perdonati entrambi,
rinati entrambi agli affetti, e quindi innanzi confidenti, l'uno
coll'altro, proprio come i migliori amici che Dio ha posto sulla terra
— il padre ed il figlio.
Per poco il signor Fulgenzio non pose in atto quella dolce fantasia; ma
era notte calata, che avrebbe detto Mario?
Cedendo finalmente al sonno, il vecchio continuò a veder suo figlio,
a stringerlo nelle proprie braccia, a guardarlo fisso negli occhi ed a
dirgli con fremito d'amore: «Guardami, sono proprio tuo padre.»
L'alba lo trovò intento a dibattere il quesito se fosse meglio recarsi
egli stesso nella camera del figlio e spiarne ai piedi del letto il
ridestarsi, oppure aspettare ch'egli fosse levato e fargli dire che
venisse.
La paternità e la vecchiezza hanno i loro diritti e non era biasimevole
orgoglio mantenerli.
E, in sostanza, più giovava forse parlare aperto, senza lagrime, da
uomo, da padre; dire: «noi ci siamo ingannati a vicenda, io so che tu
mi ami e so d'amarti; smetti la tua fierezza, io butterò in un canto la
mia; tu sei alla vigilia d'essere uomo, ed io alla vigilia d'essere più
nulla; è tuo dovere farmi lieta la vecchiezza, perchè sei mio figlio;
di amarmi perchè ti amo.» Oppure: «tu hai un segreto, ed io so qual è;
non ti accuso di nulla, solo di avermelo celato; dovevi risparmiarmi la
pena d'indovinarlo... ora che so tutto...»
Ed ora che sapeva tutto... Chi era questa Donnina? doveva egli
acconsentire ciecamente a tutte le fanciullesche pazzie di suo figlio,
solo per ottenere che non gli facesse il broncio? Bisognava prima
pensarci, interrogare, vedere. Infine Mario era suo figlio innanzi alla
legge: egli lo aveva educato, gli aveva dato un nome, una famiglia, una
professione...
Tutte le argomentazioni del vecchio incominciavano e finivano collo
stesso ritornello.
«Non bisogna pensare a questo, non bisogna pensare a questo.»
Verissimo; ma e se la ritrosia di Mario era indomabile? e se il
dottor Parenti si era ingannato? Il primo passo incontro a Mario
non era difficile, pur di essere sicuro che il figlio avrebbe fatto
il secondo. Che dico il secondo? Ed il terzo, e superare d'un balzo
tutta la distanza, e domandare perdono di non essere stato il primo ad
arrendersi. Questo doveva fare, se vero è che aveva cuore di figlio! Ma
se non era vero?
La tortura incominciò più forte; poche ore ancora e Mario sarebbe
partito... Che fare?
Il mattino era alto quando il vecchio si lasciò andare scorato sopra un
seggiolone.
Proprio in quel punto il servitore picchiò all'uscio, e gli annunziò
che Mario chiedeva di parlargli.
Perchè non balza in piedi, e non corre incontro a suo figlio, e non
pone in atto il bel sogno di quella notte insonne?
«Desidera parlarmi e manda ad avvertire!» ripete amaramente in cuore,
ma, aggiunge coll'accento rigido d'una abitudine implacabile: «venga.»
Un istante dopo padre e figlio sono in faccia l'uno dell'altro. Il
vecchio non si è mosso dal seggiolone, non volge la testa e non ha nè
un gesto nè uno sguardo più benevolo del consueto.
Mario, in piedi sul limitare, colla fronte levata, guarda superbamente
e fisso innanzi a sè, ma non suo padre.
— Sono venuto a prendere i tuoi ordini, dice freddo freddo il giovane;
fra due ore parto.
Il vecchio sembra lottare un istante dentro di sè.
Poi, facendosi forte, leva gli occhi a guardare il figlio, che sostiene
quello sguardo senza batter palpebra.
— Fa il dover tuo, dice allora Fulgenzio con voce lenta, e levandosi
in piedi, aggiunge: come hai sempre fatto. Non ho null'altro a dirti,
addio.
Mario tocca alla sfuggita la mano che gli viene porta con riluttanza,
volge le spalle mormorando un addio, ed esce col cuore gonfio.
Ed il povero padre ricade sulla seggiola.