All'apparire d'un uomo vestito meglio dell'oste, del sindaco e del
farmacista, la scolaresca si è rizzata in piedi con un movimento
concorde, che di solito riesce di molto effetto e solletica l'amor
proprio del maestro. Questa volta però Donnina soltanto ne rimane
impressionata; vedendosi dinanzi quella triplice schiera di monelli,
a cui non aveva pensato nel discendere, non osa inoltrarsi, domanda
scusa con un angelico sorriso, e ritorna indietro. Quanto a maestro
Ciro, egli non capisce nulla, o piuttosto gli par di capire troppe cose
in un punto — che è tutt'uno; ritto sulla cattedra, guarda verso il
giovinotto come sbigottito.
Il giovinotto, appena vede sparire la fanciulla, si accosta al vecchio
con franchezza e gli dice: «Io sono Ognissanti!»
Il maestro di scuola gli prende le mani, lo scosta da sè, ed allontana
il capo per vederlo meglio, fino a tanto che non lo vede più perchè
le lagrime gli fanno velo agli occhi, ed esclama: «È proprio lui! è
proprio lui!»
Eccoli nelle braccia l'uno dell'altro. Per la scolaresca rimasta in
piedi corrono occhiate che hanno un gran significato; i più ardimentosi
nascondono il capo dietro le spalle del vicino e pronunziano la parola
d'ordine: _brevis letio_, sperando di farne venire la buona idea al
maestro; ma siccome costui non pare udirli, ed esce dalla cattedra, un
altro la ripete più forte coll'accento di chi dà un buon consiglio del
tutto disinteressato.
Maestro Ciro sa però il fatto suo, e non vuole che gli scolari siano
visti per le strade nell'ora della scuola. «Raccomando a lor signori
di star buoni, io sono di là ed odo tutto» — ed esce tirandosi dietro
Ognissanti.
Non era andata molto lontano Donnina, perchè appena Ognissanti
passa l'uscio, egli se la vede innanzi colla testa alta, cogli occhi
illuminati da una espressione di profonda felicità. La fanciulla gli
porge la mano con un atto schietta ed affettuoso, ed Ognissanti la
prende timidamente fra le sue.
Maestro Ciro li guarda entrambi, confronta la serenità robusta del
corpicino di fata della sua creatura e l'atto quasi pauroso di quel
magnifico pezzo di giovinotto vestito alla cittadinesca, e riesce, non
so per qual labirinto di logica, a conchiudere che sono fatti l'uno per
l'altra.
La timidezza di Ognissanti svanisce presto; rialza il capo, e guardando
il vecchio maestro, gli dice:
— Vi ricordate di me?
— Se me ne ricordo! tu eri, lascia che io ti parli così, tu eri il mio
orgoglio, la mia consolazione, il mio amico; quando ti insegnavo il
poco che sapevo, dicevo a me stesso: «Ognissanti diventerà qualche cosa
di grosso, perchè ha una testa...» non ho sbagliato, mi pare!
Così dicendo, guarda superbamente il giovine da capo a piedi, come per
misurare la grandezza dell'opera sua. «Sei proprio il mio capolavoro,
tu, sei proprio il mio capolavoro!»
Ognissanti pare turbato da quelle parole, e soggiunge melanconicamente:
— Io chieggo solo di non parere indegno del vostro affetto.
— Indegno!
— E perciò vi domando se vi ricordate di me, e se mi credete capace
d'una bassezza o d'una menzogna.
— D'una bassezza tu! Il cielo mi danni se me lo faranno credere mai.
— E tu, Donnina?
Donnina non trova parole; ma quali parole possono valere quel sorriso,
quello sguardo sereno, quella stretta di mano tenace?
— Ebbene, soggiunge Ognissanti, maestro Ciro, se me ne credete degno,
io vi chiedo la mano di Donnina.
— Ed io te l'accordo, la mia Teresa te l'accorda, tutti te l'accordano.
Ma ci devi dire...
— Che io amo Donnina, che farò la sua felicità, che essa farà la mia,
che da quando l'ho lasciata non ho nemmeno con un pensiero fatto cosa
che possa rendermi immeritevole del suo amore... tutto ciò lo giuro.
— Non bisogna giurarlo, e nemmeno dirlo; ti si legge in volto... ma
la mia Teresa... la miglior creatura della terra in fondo... ed una
testa!... peccato che non sappia leggere!... la mia Teresa per esempio
vorrà sapere che ne è di tuo padre.
— È morto.
Il maestro di scuola ammutolisce un momento e si sente il cuore
gonfio non così per la notizia, come per racconto lagrimevole con cui
Ognissanti ha pronunziato la triste parola.
— Perdona, se ti ho rammentato un dolore!... e poi vedi, la mia Teresa,
ne sono sicuro, vorrà sapere che fu di te in questo tempo, e come e
perchè non ci desti mai tue novelle, e poi...
Lo sguardo del vecchio dice chiaro il suo pensiero. Ognissanti lo
interrompe.
— Non badate alle apparenze, io sono povero.
— Povero!... proprio?... cioè, poichè lo dici, lo credo.
Donnina non fa un atto, non dice parola a dimostrare che approvi o
disapprovi le domande del vecchio padre. Per essa tutto è indifferente,
fuorchè l'amore del suo Ognissanti, e l'amore è prima di tutto fede
sterminata e senza condizioni.
— Io sono povero, ripete Ognissanti, non ho null'altro che un avvenire,
e l'offro a Donnina; essa è povera come me.
— Sicuro, Donnina è povera, dice maestro Ciro con un risolino
impercettibile — e chiude gli occhi per vedere lo scrigno della Cassa
di Risparmio di Milano, e si frega le mani per contenersi.
— Non mi chiedete altro, soggiunge Ognissanti; non è ancora il momento
di dirvi tutto; è un povero segreto e ve lo nasconderò ancora per
poco; se m'interrogate, per non mentire, vi dirò tutto, ma non mi
comprenderete e vi sembrerò diverso da quello che sono.
— Io ho fede, dice Donnina, e non voglio saper altro.
— Ed anch'io ho fede e non voglio saper altro; cioè, voglio sapere una
sola cosa; tu sei povero, non ne dubito, ma ci è povero e povero...
quanto sei povero tu?
— Più che non crediate; questi abiti che porto in dosso non mi
appartengono; io stesso non mi appartengo...
— Che dici?
— No, io mi appartengo, l'avvenire mi appartiene, soggiunge Ognissanti
con forza, è la mia sola ricchezza, dopo Donnina.
A questo punto il sordo mormorio della scolaresca ha preso le
proporzioni d'un vero tumulto. A star bene attenti, si può udire la
voce ingrossata d'un monello, il quale si studia d'imitare il signor
maestro, per imporre silenzio, ottenendo, perchè la satira sia più
piacevole, che si gridi più forte.
Maestro Ciro non può lasciar malmenare di tal guisa la sua dignità
magistrale, e lascia un istante i due innamorati per portare il suo
formidabile aspetto nelle file dei piccoli rivoltosi.
Rimasti soli, Ognissanti guarda fissamente in volto Donnina, e dice:
— Domani dovrò partire, andar lontano da te, e non più vederti per
qualche mese; e forse quando sarò di ritorno non potrò ancora farti
mia... non ti stancherai di aspettare, non è vero?
— Ho aspettato sei anni, posso aspettare ancora.
— Addio, dunque, per ora.
La mano del giovine afferra tremante quella di Donnina.
— Addio, risponde la fanciulla con accento fermo e tranquillo, ed
avvicina ella stessa la fronte alle labbra di Ognissanti, che vi
imprimono un bacio fuggitivo.
Maestro Ciro, che rientrava in quella, si volge indietro e mette il
capo fuor dell'uscio a raccomandare un'ultima volta il silenzio a suoi
scolari.
Quand'egli si determina finalmente ad entrare, Ognissanti ha il volto
imporporato dal rossore, e Donnina gli sorride senza sgominarsi.
«Essa è innocente ed egli è timido» pensa il maestro di scuola, e
conchiude alla sua maniera, fregandosi fervorosamente le mani.
Un quarto d'ora dopo il giovine dà un'ultima volta l'ultimo addio,
bacia le rughe del vecchio, stringe la mano della sua fidanzata, e
s'allontana, comprimendosi il cuore che vuole uscirgli dal petto,
finchè, giunto alla svolta dello stradale, balza dentro una carrozza
che l'aspetta, e via di corsa. Press'a poco nell'istesso momento,
il signore dal largo cappello di feltro, attraversata l'unica via di
A..., raggiunge la sua carrozza che l'aspetta, vi balza dentro, e via
anch'egli di corsa.
. . . . . . .
— Mio caro Fulgenzio, guardami bene, perchè tu hai dinanzi un uomo
soddisfatto di sè medesimo.
Al direttore del manicomio, per una vecchia abitudine, passa per un
istante in mente che gli stia invece innanzi un pazzo; ma il volto del
dottor Parenti spira una giocondità così schietta, che non è possibile
nemmeno l'ombra d'un dubbio.
— Che cappello è questo che porti?
— Il mio travestimento; non si può andare ad A..., immagino, col nostro
solito cappello a staio, che fra i selvaggi della campagna ci dà l'aria
di spauracchi da passeri...
— Tu sei andato ad A...?
— Sono andato ad A...
— Per che fare?
— Colazione prima di tutto, poi la conoscenza dell'oste della _Salute_,
uomo piacevole e copioso parlatore.
— Null'altro?...
— Ti par poco? Per via ho anche sciolto un indovinello, il segreto di
Mario!
— Che!
— Una bagatella! Vuoi saperlo? Mario è innamorato!
— Di tua figlia?
— No, di una signorina molto bella, molto virtuosa e molto povera,
che si chiama Donnina! Ed ora, se vuoi, Mario è in tue mani, ed in una
settimana può divenire il figlio più affettuoso della terra...
Il signor Fulgenzio è balzato in piedi ed ascolta sbigottito figgendo
gli occhi negli occhi dell'amico.
. . . . . . .
Maestro Ciro è risalito sulla cattedra per far sentire tutti i rigori
della disciplina al piccolo drappello irrequieto, e Donnina esamina i
saggi calligrafici dei suoi cinque allievi. È impossibile, se non si è
forniti di molta immaginazione, farsi un'idea di ciò che quei cinque
hanno posto sui loro cartolari col pretesto di fare delle aste. Ma
Donnina ha il cuore pieno d'indulgenza.
Passano le ore lente; alla fine battono le undici. Che gioia immensa
per tutti! In un baleno la strada risuona di voci squillanti;
nella scuola non rimangono più che Donnina e maestro Ciro, i quali
irresistibilmente si sentono attratti nelle braccia l'un dell'altra.
— Quanto tarda mamma Teresa! Dice Donnina, e si affaccia all'uscio di
strada.
Ed ecco, spunta dalla cantonata il formidabile mortaio in forma di
cappellino, in fondo al quale, pronto a partire come una bomba, è il
volto irrequieto e vivace della vecchierella.
— Gran novelle! le dice Donnina movendole incontro.
— Gran novelle! ripete maestro Ciro, dando un'occhiata d'intelligenza
alla moglie.
— Indovina chi è stato qui.
— Chi è stato?
— Ognissanti!
La vecchia non pare molto allegrata dalla gran novella, e passa oltre
senza chieder altro.
— E sai che cosa è venuto a fare?
— Me l'immagino...
— Non te l'immagini... a chiedermi in isposa.
— Già, ripete il vecchio, a chieder Donnina in isposa...
— E ti ha detto che fa, come vive, se è un pitocco o se ha denari?
— Sicuro, interrompe Donnina, ha detto che è povero e che mi vuol
bene...
— I poveri non dovrebbero pensare a prender moglie... sentenzia la
vecchia, stringendo nelle tasche il biglietto da mille.
— Che dici mamma?
— Dico... dico...
— Dice... dice... dice così per dire, interrompe il maestro Ciro.
— Tu taci; dico che dovrebbero prima di tutto pensare a far denari, che
sono la prima arte della vita.... con piccoli cenci di carta i signori
fanno le cose grandi e le gran novelle... la povera gente invece...
Mamma Teresa ne dirà di grosse, se non si tappa prudentemente la bocca.
— La conclusione è?
— È ch'io sono la fidanzata d'Ognissanti.
— E tu hai permesso? dice la vecchia, scagliando un piccolo fulmine sul
volto rubizzo del marito.
— Ho permesso... gli avrei sposati subito io...
Tenuto conto di tutto, la gran notizia non sembra impressionare gran
fatto mamma Teresa.
Ella si leva il cappellino e lo sciallo e consegna a Donnina le
preziose reliquie perchè le riponga nella guardaroba. È un pretesto par
rimaner sola col marito.
— Ci sono! dice tirando fuori da un abisso che le sta appeso al fianco
in forma di tasca, un mucchio di biglietti... eccole... mille lire,
proprio mille, le ho contate quattro volte...
— Le conterò anch'io!
— Domani si hanno a portare a Milano, alla Cassa di Risparmio...
— Sicuro... si potrebbe sapere che siamo ricchi e venircele a rubare...
Mamma Teresa abbassa la voce e soggiunge:
— Il _vaglia_ era arrivato da otto giorni, ma all'uffizio postale di
B... non c'era abbastanza in cassa... capisci... non c'era abbastanza
in cassa! e si dovette aspettare che il danaro venisse da Milano...
Comprendi tu che cosa ciò significa?
— Che cosa?
— Che quel danaro è arrivato prima che Ognissanti riapparisse; non vi è
più dunque ragione di credere che sia stato Ognissanti a mandarceli..
— Io sono sicuro che non è lui.
— Ne sei sicuro?
— Si perchè Ognissanti ha detto di essere povero.
— Ah! Ha detto di essere povero! Ed ha osato chiedere in isposa la
nostra Donnina che è ricca?... E tu hai lasciato che facessero il
piacer loro? Ed io non ci ho da entrare per nulla, io!...
Mamma Teresa si arresta, guarda il mucchio di biglietti che maestro
Ciro conta senza badarle, e ripiglia con impeto nuovo:
— Non finirai mai di contarli quei quattro cenci? La bella cosa! per
poco non abbiamo calunniato i nostri vicini; è la prima volta che
temiamo dei ladri... Bel guadagno ad aver i quattrini! si diffida
del prossimo, si disprezzano i poveretti... io dico che non sta bene
diffidare del prossimo e disprezzare i poveretti; quell'Ognissanti
potrà essere un soggettaccio, io non lo so e non ti voglio sostenere il
contrario, ma se è poveretto... non ce n'ha colpa, e in fin dei conti è
meglio così! Vorresti dirmi il contrario tu?
— Novecento... mille! dice maestro Ciro, proprio mille, e colle tremila
e seicento che sono là (ed indica col dito il luogo preciso) fanno
quattromila e seicento! E tutte per Donnina!