IL SECONDO CORTIGIANO.

Il banchiere Redi mette il capo alla portiera del salotto, e sta un

momento immobile sul limitare, intanto che l'incantatrice del luogo si

è lasciata andare sopra una seggiola ed accarezza fra le mani un riccio

dei propri capelli.

— Se non disturbassi, dice alla fine il banchiere arrischiandosi a

mettere tutto il corpo nel tempio, se non disturbassi dovrei dire alla

signora Serena...

Il sorriso grazioso con cui il banchiere accompagna le proprie parole,

spalanca la più larga bocca del regno d'Italia, e mette in mostra due

file di denti bianchissimi.

— Dite, interrompe la signora Serena senza voltarsi.

Il banchiere si fa innanzi, guardando con la coda dell'occhio la bella

indolente, trae dal portafogli alcune carte, e dopo averle osservate

attentamente, ne fa un piccolo fascio che depone sul tavolino.

— Sono le scadenze che lei sa... sol che volesse guardare se tutto è in

regola...

— Tutto è in regola, risponde fieramente la bella.

— Mi lusingo anch'io...

— Sono quindicimila lire, credo.

— Diciasette.

— Tutto è pagato?

— Tutto. Se lei volesse degnarsi di sottoscrivere questa carta...

La vedova rizza il capo e guarda in faccia il banchiere, i cui occhi,

attoniti, non sanno staccarsi dal viso leggiadro.

— Una nuova obbligazione, una nuova ipocrisia. Quanto vi debbo a

quest'ora?

— Una bazzecola.

— Che non potrò pagarvi mai.

— La signora scherza...

— Non ischerzo e lo sapete meglio di me; vi ringrazio della

delicatezza, ma è inutile.

— Lei sa...

— Io so quel che mi volete dire; ci penso.

— I miei voti...

— Portate via quelle carte, non ho testa a badare a nulla... Lasciatemi.

— E devo sperare?

— Ritornate fra otto giorni.

— È l'ultima dilazione?...

— Non lo so.

— La signora mi permette che le baci la mano?

La vedova risponde stringendosi nelle spalle, e volta la faccia da un

altro lato; in un attimo il banchiere ha preso la morbida manina e se

la porta avidamente alla bocca. No, signori, non si è mai vista una

manina più appetitosa ed una bocca meglio capace di farne un boccone

solo.

Poi il Creso galante esce a ritroso, continuando a saettare con uno

sguardo assassino la donna insensibile e leggiadra.

Rimasta sola, la vaga creatura si leva in piedi repentinamente

coll'atto di chi voglia divincolarsi dalle strette della noia e si

invola nella stanza da letto, un vero tabernacolo color di rosa. Una

bella donna che corre tanto ratta allo specchio e si siede innanzi al

segreto complice dei propri trionfi con tanta impazienza, deve avere

una gran paura che le caschi una treccia o se le sia scomposto un

riccio. La signora Serena ha preso un foglio di carta aperto, ma non ne

dubitate, non ne fa un cartoccio, non si guarda nemmeno nello specchio

e legge colla curiosità d'un'annoiata:

«_Signora_,

»Per la quarta volta mi presento alla porta di vostra casa, e mi

si risponde che non ricevete. Che v'ho fatto io? Sono sceso dentro

di me ed ho interrogato il mio cuore — non so d'aver meritato

la vostra collera. Solo se l'amarvi vi offende, avete diritto di

castigarmi così, perchè io vi ho offesa molto.

»Lasciate che lontano da voi io ponga su questa carta ciò che

innanzi al vostro sguardo affascinante si rannicchia paurosamente

nel cuore — io vi amo; sorridete pure, non può il vostro glaciale

sorriso fare che io non vi ami... È un sentimento più forte della

mia volontà, più forte del mio stesso orgoglio che io depongo

ai vostri piedi. Altri avrà per voi più lusinghevoli omaggi, ma

nessuno potrà dirvi parola più sincera di questa: vi amo. Avvezza a

vedere, nell'ammirazione di quanti vi circondano, lo specchio della

vostra suprema bellezza, vi farà meraviglia che io non vi abbia

detto mai che siete bella. A me non importa della vostra bellezza;

v'hanno forse nel mondo altre creature più belle di voi a cui non

darei il mio cuore. A voi l'ho dato. Non so perchè, non so quando,

nè come incominciai ad amarvi, so che mi trovai incatenato senza

avvedermi. Volli rompere il laccio, sdegnoso non di voi, ma della

mia debolezza, e sfibrai invano i miei muscoli; divenni debole

come un fanciullo per amarvi, ma non voglio rimanermi eternamente

fanciullo. Ho bisogno di amarvi altrimenti.

»Non so se parlandovi questo linguaggio sincero mi esporrò alle

vostre beffe; so ch'esso merita altra fortuna. Nell'infinita turba

dei vostri adoratori non ne troverete un solo, il quale vi dica

tutto ciò che gli sta in cuore. Io lo dirò. Lasciate che venga a

voi e vi sveli un sogno che ho fatto. Quanto ho da dirvi merita

che mi ascoltiate; accordatemi un quarto d'ora, non lo spenderò

a ripetervi il vacuo frasario che dovete sapere a memoria. A me

abbisogna la suprema felicità o l'abbandono; deciderete voi la mia

sorte; qualunque essa sia, mi sarà cara se mi toglierà dal viso la

maschera volgare d'un insipido adoratore. Attribuite l'arditezza di

questo linguaggio all'amore, e la sincerità alla mia stima grande

quanto l'amore.

»MAURIZIO.»

La signora Serena si lascia cadere la lettera di mano e segue

sbadatamente un raggio di sole che è penetrato attraverso le tendine

calate, ad illuminare un mondo di atomi color di rosa. All'improvviso

si alza in piedi e sorride. Io non vorrei che il signor Maurizio

vedesse il sorriso di trionfo di cui s'illumina quel volto; il

raggio di sole si vergogna al confronto e si nasconde, e la leggiadra

incantatrice va in giro per la camera a gran passi. Ma a poco a poco

quella foga si allenta, il bel viso si oscura, e le due candide manine

arrivano appena in tempo a soffocare un singhiozzo.

Un vero singhiozzo? una bizzarria? un capriccio nuovo?...

Quel raggio curioso di sole che si affaccia un'altra volta alla

finestra, è pratico del luogo, e deve saperlo. Ve' come rianima

allegramente la fantastica danza degli atomi color di rosa!

Il tesoro di Donnina · 第 21 / 103 题