Idee picciolette, affetti mingherlini, volgari cure — i vostri
personaggi sono tutti pazzi ad un modo; chi fa festa come Donnina ad un
raggio di sole è molto vicino a volerlo seminare secondo il sistema del
professore Rigoli: parlateci d'altro.
Domandiamo scusa al savio che c'interrompe.
Intorno a quel tempo i savi della città erano tutti alle loro grandi
imprese; formicolavano per le vie molto affaccendati quando non avevano
ancora raggiunto il supremo intento della vita, o camminavano pettoruti
sfoggiando il lusso della loro vanagloria. I primi si sberrettavano
incontrando i secondi, ed i secondi concedevano qualche volta un cenno
di protezione e d'incoraggiamento ai primi. Un eccellente negozio da
ambo le parti, però che l'umile credesse di comperare il superbo ed il
superbo l'umile.
Si usa ripetere volentieri essere il mondo passato per varie età; ci
furono età patriarcali, età religiose, età artistiche, età mercantili,
ed ora, si dice, è l'età bancaria. Ma dappoi che le banche hanno
svelato il loro organismo, ai più increduli è chiarito come non ci
fosse se non un'età, in ogni tempo, in ogni luogo — l'età bancaria
appunto. Eterna come l'uomo è la banca. Le passioni avevano la
loro borsa; gli affetti, i sentimenti, le opinioni e le opere si
presentavano allo sconto al tempo dei patriarchi come nel tempo degli
strozzini, allora ed oggi, domani e sempre.
Milano conta molti pazzi, ma i savi sono in maggioranza, e di
questi ve n'ha che sarebbero terribili ragionatori sol che volessero
darsi la pena di ragionare. Costoro sanno benissimo il valore delle
derrate umane; ci è l'uomo che costa dieci e quello che costa cento.
L'adulazione ha la sua tariffa ed è pagata per parlare; la maldicenza e
l'invidia hanno la loro tariffa e si fanno pagare per tacere; la vanità
compra e l'egoismo vende. A Milano come altrove ci sono donne che fanno
pagare a mille il desiderio d'un solo e passano per cortigiane... e
son riverite. Allora è la vanità che vende e la lussuria che compra.
Al sole, alle stelle e alla luna i suoi di Milano non pensano mai, ed
hanno ragione; alla miseria che geme, al dolore che tace nemmeno, e non
hanno torto.
Hanno una classe di gente pagata per guardare il sole e le stelle, ed
un'altra per nascondere la miseria ed il dolore a buon mercato.
Hanno uomini, e li pagano (poco) per pensare, per scrivere la prosa od
il verso; uomini e donne per tenerli allegri e non lasciarli pensare,
e li pagano molto. Hanno servitori per tutto, per aprire lo sportello
delle loro carrozze, per augurar loro il buon giorno ogni mattina, per
ricevere un buon desinare, per far la giustizia e per non lasciarla
fare, per allestire la casa di città, la casa di campagna e la loro
porzione di paradiso. L'appetito lavora, l'ozio e la sazietà vanno
svogliamente al mercato — così a Milano, come altrove, ieri, oggi,
sempre, da per tutto dove sono pazzi e savi.
Di codesti savi ve n'ha che non fanno se non tre cose: la digestione,
non potendo pagare chi la faccia per loro, la maldicenza per aiutare
la digestione... e nulla. Quest'ultima è la più difficile e la più
costosa; quante veglie, quante febbri, quante fatiche per riuscire!
E non tutti riescono; vi è sempre qualche inetto che abbandona la
partita.
Intorno a quel tempo una comitiva delle teste meglio pettinate di
Milano soleva radunarsi nelle sale di un caffè molto riputato per
attendere alle sue occupazioni favorite. Colà, fra uno sbadiglio ed
una boccata di fumo, si dicevano le migliori arguzie della giornata
e si beveva l'assenzio sopraffino; si parlava di lettere, di arti,
di scienze, di donne, di avventure avvenute e di avventure avvenire;
chi non aveva nulla da raccontare e non era forte nell'invenzione,
ascoltava e rideva o negava l'autenticità delle narrazioni degli altri
— ma tutto ciò con un garbo squisito, con un'eleganza di maniere di
cui nulla può dare l'immagine, colla scioltezza del _buon genere_, e
coi polsini inamidati sporgenti quattro buone dita dalle maniche del
farsetto.
E siccome ogni testa ha i suoi argomenti favoriti e gli idoli suoi,
anche le teste pettinate della nostra comitiva avevano idoli ed
argomenti favoriti.
Erano quattro o cinque in tutto negli ultimi tempi: la bionda Fanny,
prima ballerina assoluta d'un teatro dell'opera, e la bruna Fanny,
cavalla inglese di proprietà del banchiere Redi; poi un capitolo
inedito tolto al romanzo di una bella donna apparsa da poco tempo nel
mondo colla fama di esser vedova e ricca, col nome di Serena e colle
sembianze di una pallida sirena (il bisticcio è degli adoratori); e
poi un paio di madrigaletti scritti dal signor Maurizio, un letterato
d'ingegno, il quale faceva parlare molto dei fatti suoi, dacchè avendo
avuto l'eredità d'uno zio supposto milionario, non aveva più scritto
nulla e si era dato alla vita del _buon genere_.
Fanny, la bruna ed inglese, e la vedova sirena portavano ogni tanto il
discorso sul banchiere Redi, il quale possedeva la prima e mostrava un
vivo desiderio di possedere la seconda.
Si diceva di costui che era ricco come un Creso e splendido come
un Cesare, che tutti i negozii gli andavano a meraviglia, che le
operazioni _a fine mese_ le imbroccava giuste lui solo: che quando
il banchiere Redi comprava, i venditori facevano bancarotta, e quando
vendeva, tristo il compratore!
Chi era il banchiere Redi?
Un bel giorno era apparso alla Borsa e vi si era segnalato con uno di
quei colpi di fortuna che fanno vantaggiosamente le veci dei voli del
genio; poco dopo il banchiere Redi aprì la banca Redi, rimasta un mito
prima di quel tempo. La banca Redi fece lo sconto delle cambiali con
tre firme, ricevette valori in deposito, aprì crediti in conto corrente
con garanzia, fece anticipazioni e prestiti sopra depositi — in una
parola tutto quanto fanno le altre banche per il bene dell'industria e
dell'umanità. Il suo credito era saldo come la sua cassa forte, la sua
fortuna era considerata alla Borsa siccome un valore effettivo, e molte
volte più.
Chi era il banchiere Redi?
Alla Borsa una potenza, fuori un'incognita. Al caffè si parlava meno
di lui che dei suoi cavalli e delle sue cene; chi aveva visto la sua
enorme bocca ridere stupidamente entro la cornice dei favoriti biondi,
od aveva scandagliato i suoi due occhioni attoniti che gli uscivano dal
capo, lucenti come due scudi di zecca, ma senza maggior espressione,
costui aveva, a dispetto dei quattrini e della fortuna, un lontano
sospetto ch'egli fosse uno scimunito; ma i più, partendo dalla massima
sacrosanta non poter essere scimunito chi abbia l'arte di ammucchiare
i napoleoni d'oro o di spenderli, asserivano che quella sua aria
inebetita era un sublime artifizio della natura, ed il riso fatuo e
lo sguardo bonario, la quintessenza della furberia e dell'accortezza.
«Il suo segreto, il segreto dei grandi della sua fatta, si diceva,
è appunto questo: che tutti si fidano, ed a tutti vien voglia di
gabbarlo, e tutti restano gabbati.»
Una sola cosa non gli si perdonava nemmanco da chi divorava le sue
cene, ed era l'aver pensato a fissare i due lucernarii che portava in
fronte sopra il volto angelico della vedova ricca e bella, la quale
faceva girare il cervello perfino a quanti godevano riputazione di
non averne punto. Pensate un volto candido come l'alabastro, due occhi
profondi e neri, una capigliatura copiosa e bruna che scendeva a ricci
inanellati, con un vezzo infantile, ed una bocca tutta sorrisi, con
un picciol neo sull'orlo del labbro superiore. Pensate un collo fatto
al torno, un corpo modellato come quello d'una Venere, forse un po'
piccino, ma svelto, agile, pieno di eleganza e di fascino, due manucce
da fata, due piedini da adorare in ginocchio! Tutte queste leggiadre
cose, ed altre più leggiadre, gliele avevano dette cento volte i suoi
adoratori, i quali, per quanto s'ingegnassero di variare il frasario,
non vi riuscivano così che la furba non se ne avvedesse e non beffasse
colla miglior grazia di questo mondo i diplomatici della sua corte.
Gli aveva ridotti a tale, i disgraziati, che i più abbandonavano
l'assedio per mancanza di munizioni da guerra. E dite voi quanto
dovesse parer burlesca la fiamma d'un banchiere Redi, con due occhioni
tondi, da spiritato, ed una bocca che si apriva come una voragine e
si chiudeva non lasciando sulla faccia carnosa altro che una lunga
cicatrice trasversale, con due favoriti di stoppa, e coi capelli
spartiti sulla nuca ed appiccicati dietro le orecchie e sulle ossa
parietali, come due larghi cerotti.
Immaginate questa testa sopra due spalle tozze, sorrette da due gambe
esili, e le gambe terminate da due piedi enormi... e dite se la signora
Serena dovesse ridere di quell'ultimo trofeo delle proprie vittorie.
Dapprima non si era voluto credere, ma bisognò poi arrendersi
all'evidenza: il banchiere Redi metteva in opera tutte le seduzioni
del suo sesso per arrivare al cuore della bella creatura dell'altro.
Non fu mai visto un banchiere caracollare con tanta grazia, nè un
uomo rotolare giù dalla cinquantina più a malincuore. I polsini
della sua camicia presero proporzioni inusate, il taglio dei suoi
abiti sfidò l'eleganza del figurino, ed i cerotti che portava in capo
divennero il ritrovo di tutte le essenze più irresistibili. La sua
vita divenne una continua cavalcata, e per farne il prossimo convinto
non si lasciò più cogliere fuori di casa senza gli speroni, e non si
permise più di gesticolare se non collo scudiscio. Alla Borsa quanti
si erano attaccati al carro della sua fortuna, veneravano anche questo
capriccio; quelli che erano stati rovesciati dalla sua corsa trionfale,
nella foga del maledirlo, non si avvedevano di nulla. Ma al caffè era
ben altro; le teste fine del luogo, gli occhi non ce li hanno solo
per portare l'occhialetto, e ci vedono chiaro, ed alla fregola del
banchiere avevano dato il nome che si conveniva...
Ma un dì si seppe che la sirena vedova sembrava accogliere, senza
ridere, l'incenso del banchiere; fu argomento inesauribile. Il vecchio
quesito dell'origine del Creso divenne nuovo; il suo abito silenzioso
trovò interpreti benigni; il sorriso stupido commentatori più accorti,
i quali ci videro di repente una scintilla nascosta. «Perchè, si
diceva, come credere che una donna giovine, bella, ricca e piena di
spirito pigli sul serio il culto d'uno sciocco... se fosse proprio uno
sciocco?»
«Non lo piglia sul serio» rispondeva uno.
«Non è uno sciocco» ribatteva un altro.
«Vedrete che se ne beffa» pronosticava un terzo.
Tutte queste affermazioni e profezie si facevano in un caffè molto
riputato, da un paio di dozzine delle teste meglio pettinate di Milano.