Donnina si fa leggiera come una piuma nel risalire le scale, e rivede
la propria cameretta che non le è mai parsa così piccina come ora. Come
farà a contenere la sua immensa felicità?
Si guarda intorno; la finestra è ancora aperta, e fa un gran freddo;
bisogna chiuderla; si accosta, si appoggia senza avvedersene al
davanzale come poc'anzi, e spinge lo sguardo nel buio, poi chiude a
malincuore e si guarda un'altra volta intorno. Com'è piccina la sua
cameretta!... Ma perchè il lume si trova sul cassettone e non sul
tavolino di mezzo? Ella si ricorda benissimo di averlo lasciato sul
tavolino di mezzo! Si ricorda proprio benissimo?... Potrebbe averlo
posto sul cassettone prima di scendere le scale, anzi le pare....
no.... l'ha lasciato sul tavolino di mezzo.... no.... l'ha posto sul
cassettone... Ha perduto la testa, la poverina! Bisogna andare a letto,
dormire, acquetare nel sonno quella ridda di fantasmi che le passa in
mente! Ma che leggiadri fantasmi! Che piacere nell'abbandonarsi tutta
alle memorie e risalire la facile corrente della vita! No, è tardi;
ecco, battono le nove; e a quest'ora di solito ella sogna.... Ma i cari
sogni che si fanno ad occhi aperti!
Non ci è verso; finchè non chiude l'usciolo, finchè non si caccia nel
lettuccio, e non spegne il lume, non le riuscirà di serenarsi.
Ecco fatto; il silenzio è profondo, la tenebra fitta — bisogna dormire.
Per un momento tutte le belle fantasime si confondono, come ad un
soffio gli atomi dell'aria; è il caos, ma a poco a poco apparisce
un'immagine distinta, chiara e bella innanzi agli occhi, nè vale il
chiuderli ed il tenerli stretti, chè tanto tanto la vede. Bisogna
voltarsi sull'altro fianco; ma la bella immagine fa il giro del
lettuccio ed apparisce tal quale.
È l'immagine d'Ognissanti, è il suo pallido volto, è il suo dolce
sorriso, la sua melanconica estasi, il suo sguardo innamorato. Come è
bello!
Per un istante Donnina dimentica la lotta, guarda quel fantasma e cerca
di ricomporlo intero alla mente e di dargli la vita che gli manca; poi
si avvede, e si volta ancora sul lettuccio — bisogna dormire.
È inutile; ora non c'è più un solo Ognissanti; ne vede due, uno
pazzerello e scherzoso che ha quindici anni, l'altro che ha il volto
serio, la parola melanconica, lo sguardo profondo.
Il confronto le sfoglia innanzi il picciol libro delle sue memorie
che ella ha letto tante volte. Quel picciol libro è assai voluminoso;
perchè ogni parola ha cento significati; ci è un sasso su cui si è
seduta ad aspettar _lui_, un rigagnolo in cui, un giorno d'estate,
ella ha tuffato i piedi ridendo innanzi a _lui_, una svolta di via da
cui _egli_ soleva apparirle, e tutto un mondo di vecchi amici che la
chiamano per nome: «Donnina!»
Che giova il dormire? Ora il cuore non le batte più così celere, può
pensare, può fissare lo sguardo su tante care fisionomie e riconoscerle
— ecco: quest'è il paese di S..., quest'è la casicciuola del maestro,
quest'è la scuola, ora giunge la scolaresca chiassosa; vedi il
campanile del villaggio, ed il praticello dietro la chiesa, in cui per
la prima volta udì ripetere da Ognissanti il giuramento di non vivere
se non per essa!
Ed ecco l'ora melanconica di lasciarsi e l'ultimo addio... e poi più
nulla, fuorchè il ritorno, il fantasma visto attraverso i vetri, la
voce udita dietro la siepe, il volto sfavillante guardato innanzi al
lume! Come è bello Ognissanti!
Le vengono in mente molte cose a cui non aveva pensato prima — il modo
di vestire di Ognissanti, la sua baldanza di fanciullo, il suo timido
mistero d'uomo. Ha un segreto, ma non bisogna pensarci; ritornerà, dirà
tutto, lo ha promesso!
E chi sa come egli l'avrà trovata diversa da quello che era!
Prima d'ora ella non aveva pensato mai a farsi una domanda — ora se la
fa: «sono bella?» Ognissanti, ha già risposto per lei. Ha detto che è
bella!
E quanto è bello Ognissanti!
A poco a poco le immagini si oscurano, si confondono — scende il sonno
lungamente aspettato, il sonno che non è se non una nuova maniera di
fantasticare.
L'orologio della chiesa batte le due del mattino, per Donnina è corso
veloce il tempo.
Quando l'alba si affaccia alla finestra della cameretta non trova la
fanciulla desta secondo l'usato — ed allora soltanto che il sole getta
attraverso i vetri la sua festa di raggi, essa si rizza sul lettuccio,
sbigottita della propria negligenza.
Ai piedi del letto vi è una larga cuffia, candida come neve, che
incornicia un volto pieno di rughe e di amore, due occhi che guardano
maliziosi ed indulgenti, un corpo osseo e mingherlino che si curva
sopra di lei, e vi è in aria una mano tremante che minaccia con vezzo
bizzarro — vi è insomma la terribile mamma Teresa!
Donnina si copre un istante la faccia colle mani, e guarda attraverso
le dita allargate.
— L'ho fatta grossa! dice furbamente, l'ho fatta grossa! il sole è
alto, deve essere tardi...
— Sono le nove, dice dal pianerottolo la voce del maestro Ciro; hai
dormito bene?
— Taci tu, ribatte la vecchia voltandosi a minacciare col pugno la
porta chiusa; se ha dormito è segno che aveva sonno, mi pare!
— Così pare anche a me, risponde maestro Ciro; temevo solo che non
istesse bene e volevo assicurarmi prima d'andare a far scuola.
— Grazie, babbo, risponde Donnina, sto benissimo, non sono mai stata
così bene.
— Vedi un po' se ti riesce di far che quei monelli tacciano! aggiunge
mamma Teresa.
In fatti gli scolari radunati da basso pongono a profitto l'assenza del
maestro per lanciarsi reciprocamente delle pallottole sul naso, e ciò
con molto maggior rumore che non richieda questo esercizio clandestino.
Si ode maestro Ciro che scende le scale, ed un istante dopo il silenzio
è profondo. Frattanto Donnina si è vestita in furia, si ha tirato
indietro i capelli, ha aperto la finestra perchè i raggi del sole
possano entrare liberamente, e tutto ciò evitando di guardare in viso
la terribile mamma Teresa, la quale continua a starsene immobile, collo
stesso sorriso furbesco, colla medesima malizia negli occhi.
Donnina non sa dire perchè quello sguardo e quel riso le diano
soggezione più del consueto.
Non ci è verso; dopo di aver assestato tutto ciò che è possibile
assestare voltando le spalle alla vecchia, bisogna pure che ella si
determini a guardarla in faccia.
— Alla buon'ora, borbotta l'altra, alla buon'ora, credevo già che non
ti voltassi più.
— Tu hai qualche cosa meco, dice la fanciulla uscendo all'improvviso in
lagrime senza saper perchè.
Mamma Teresa è una creatura terribile, non vi è dubbio, ma ha il suo
debole, ed alle lagrime di Donnina non ha mai saputo resistere. Bisogna
vedere come lascia d'un balzo il suo atteggiamento da sfinge per farsi
presso alla figliuola, e scostarle le mani dal viso, e premersi contro
il petto la soave testina.
— Che vuoi che abbia? Non ho nulla!
— Mi hai fatto una paura...
— Già, ti faccio paura, io! E ci è subito da piangere! Sicuro, la mamma
Teresa è una tristaccia che fa paura e fa piangere!
— Non hai proprio nulla con me?
— Non ho proprio nulla, cioè, sì, ho qualche cosa; ho che la signorina
non ha confidenza nella sua vecchia mamma, ho che...
La vecchia mamma è arrestata un'altra volta dall'espressione attonita
del volto di Donnina...
— Ma non starmi a piangere ancora, veh! Non ti si può dunque più
parlare, a te? Ma già nessuno me la ricaccia in gola, quando l'ho da
dire, la verità... tu non hai più confidenza in noi...
— Che dici?
Prima di rispondere, la vecchia piglia le sue precauzioni: accarezza
colle mani scarne il volto della fanciulla, col pretesto di cacciarle
sotto la reticella un ricciolino che sfugge, e la guarda bene in viso,
evidentemente per farle paura, poi dice:
— So tutto!
Pronunziata con un po' di mistero, questa frase ha un effetto
irresistibile, anche quando quegli a cui è diretta non sappia nulla.
Pensate come ne rimanesse sbigottita la povera fanciulla, la quale
correva col pensiero dietro al suo fantasma notturno.
— E che cosa sai? chiese titubando.
— So tutto, ti dico, so tutto; alla vecchia Teresa non la si dà ad
intendere così facilmente; ti dico che so tutto... voglio dire quello
che ho visto con questi occhi ed udito con queste orecchie, non ciò che
la signorina ha nel cuore... perchè io non ho l'abitudine di origliare
agli usci chiusi.
Per Donnina fu un raggio di luce. Si ricordò benissimo che ella aveva
lasciato dietro di sè tutti gli usci aperti, ma non parve trovare la
cosa molto differente, e mostrò nel viso il proprio pensiero.
— Dilla pur forte la parolaccia che pensi; ti ho spiato, certo ti ho
_spiato_; è la prima volta che l'insonnia mi serve a qualche cosa,
perchè almeno ho potuto esserle vicina, e proteggerla senza che la
signorina si avvedesse, mentre dava ascolto alle frasi di zucchero di
quei bellimbusto.
Questa volta Donnina non sa più contenersi e si butta singhiozzando
nelle braccia della mamma.
— L'hai fatta grossa! l'hai detto tu stessa, prosegue la vecchia
cercando di dissimulare il tremolio della voce commossa, l'hai fatta
grossa; ma almeno sei ancora in tempo a riparare, a dimenticare, ed
apprezzare per quello che valgono le scipitezze dei damerini della
città.
— Ognissanti non è un damerino, non è un bellimbusto, dice Donnina,
sollevando il capo ed asciugando le lagrime per dare maggior valore
alla sua protesta.
— Non è, non sarà... che ne so io del tuo Ognissanti? Ma i suoi panni
non m'ispirano fiducia; come fa egli, che non aveva la croce di un
quattrinello in tasca, ora che gli è morto il babbo, come dice... vedi
bene ch'io so tutto! come fa a vestire gli abiti smorfiosi della città?
Già tu non ti sarai nemmeno accorta, tu!
— Al contrario mi sono accorta benissimo.
— E dici?
— E dico che non ne so nulla, ma che Ognissanti mi vuol bene, che
se è venuto a ripetermelo dopo sei anni, non può avere che buone
intenzioni...
— Ti ha forse detto qualche cosa di ciò che fa, di ciò che pensa di
fare?
— Nulla, ma mi ha detto che sarà mio.
— E tu gli hai detto che sarai sua; vi ho sentiti!
— E che male c'è? chiese Donnina; non poteva fare altrimenti; non era
io la sua fidanzata?
— La sua fidanzata! esclama la vecchia tirandosi indietro d'un passo,
come per lasciar posto all'enormità del suo stupore.
— Non lo sapevi?
— No... cioè sì, ti dico che so tutto; ma questa poi non me
l'aspettavo, e da quando in qua?
— Da sei anni.
Mamma Teresa leva gli occhi al soffitto e congiunge le mani invocando
la misericordia del cielo.
Poi si lascia cadere sopra una vecchia seggiola a braccioli; Donnina
accosta uno sgabello e si accoccola ai suoi piedi. Il sole sembra
raccogliere tutti i suoi raggi sul fantastico quadro.
— Mi prometti di non andare in collera? chiede la giovinetta, lisciando
le mani nodose della vecchia.
Poi, pigliando il silenzio per consenso, soggiunge:
— E di lasciarmi dire fine alla fine? Sì?... Ebbene, ascoltami e ti
dirò tutto.
La fanciulla appoggia un istante la fronte alle ginocchia della mamma
per scegliere il punto di partenza del suo racconto, e la signora
Teresa la guarda di nascosto con un'espressione di amorevolezza
indulgente, che è il massimo segreto della sua formidabile esistenza.
In quel momento di silenzio profondo si ode dal basso la voce grave di
maestro Ciro che dice:
«Lei, signor Pastori, quante sono le operazioni fondamentali
dell'aritmetica?...»
Ed il signor Pastori che risponde in falsetto:
«Le operazioni fondamentali dell'aritmetica sono...»
Donnina solleva il capo sorridendo e domanda:
— Incomincio?...