LA FAMIGLIA DEL MAESTRO DI SCUOLA.

Mi si permetta di nascondere dietro la prima lettera dell'alfabeto il

nome del paese in cui stiamo per recarci — si sa che un narratore può

avere cento ottime ragioni per celare il _teatro_ degli avvenimenti

che narra. Per arrivarvi la via non è lunga; si esce da una porta,

si infila una strada fiancheggiata di olmi, si fanno tre chilometri

in linea retta, si volta a mancina, e poi a diritta, e poi di nuovo a

mancina, altri due chilometri in tutto, e si è nel bel mezzo di A...,

frazione di B..., mandamento di C..., provincia di Milano.

La chiesuola e la casa comunale si guardano faccia a faccia, alle due

estremità d'una larga piazza, tagliata in due dalla strada _maestra_ ed

unica, che incomincia con un filare di gelsi e finisce con un filare

di gelsi. A cinquanta passi fuor dell'abitato dei vivi è l'abitato

dei morti: un campicello quadrato, con un muricciuolo di cinta assai

meglio intonacato degli edifizi del paese; con una cancellata di ferro

all'ingresso ed il suo _Memento_ che i latinisti del luogo traducono

in volgare di generazione in generazione. All'estremo punto del paese,

in una casetta color di rosa, che pare voglia prendere la via dei

campi, penzola un'insegna con un'altra scritta che non ha bisogno

d'interpreti: _Vino buono_, e in faccia, sopra una porticina stretta,

come ha fama d'esservene una in paradiso, un'altra scritta: _Scuola

comunale_. Tutti gli edifizi si rassomigliano, e paiono rachitici

e sciancati, posti in fila per una rassegna burlesca; sporgono il

ventre, barcollano sulle gambe e si tengono in piedi raccomandandosi

all'intercessione dei Santi del territorio. In sostanza il paese di

A.... non ha aspetto molto leggiadro. Quando il sole entra nella via

maestra vi passa solo un paio d'ore melanconiche, non vi trovando

nulla che faccia festa ai suoi raggi. Le finestre non hanno vetri, e

sono invece coperte di fogli di carta, che il più delle volte hanno

già servito agli esercizi calligrafici dei _letterati_ del paese. È

impossibile trovare un metodo più economico per impedire alla luce di

entrare; l'ospitalità è meglio intesa per gli altri elementi: il vento

e la pioggia vi fanno da padroni; anzi, quando piove accompagnato da

vento, i più accorti spalancano addirittura le finestre.

La campagna circostante non è molto più allegra; sempre filari di

gelsi, che nella bella stagione incorniciano campi di grano turco;

qua e là un olmo che deve aver côlto un momento di distrazione del

proprietario per nascere, e si è poi ingegnato di campare la vita

contorcendosi e piegandosi per non levar troppo alto il capo ed avere

il meglio possibile l'aria d'un gelso.

Tutto ciò non toglie che, quando alla domenica un merciaiuolo della

città giunge ad A.... colla sua famiglia, per domandare all'_Osteria

della Salute_ un po' di oblio delle noie della _capitale_, non trovi

nel paese la beata semplicità rusticana che innamora, ed un certo

aspetto di benessere bonario che fa bene al sangue. Per la semplicità

rusticana ci sto anch'io, ma per il benessere dico che l'ottimo padre

di famiglia confonde il paese di A... coll'_Osteria della Salute_, in

cui veramente si trova del _vino buono_ che fa bene al sangue.

Nel momento in cui abbiamo posto il piede nel paesello il sole se

n'è andato, e qualche finestra comincia ad illuminarsi. Non vi è

persona sulla via, e la neve che imbianca i tetti, ricama gli alberi,

si appende ai muri screpolati, e si ammucchia nel mezzo della via,

lasciando solo ai due lati un picciol passo fangoso, cresce la

tristezza di quest'ora melanconica.

Pure anche qui è gente felice, vecchi che tentennano il capo e

sorridono alle baldanze giovanili, fanciulli che schiamazzano, madri

che fanno peggio per correggerli; e stamane dopo la messa avresti

potuto vedere una dozzina di giovinette colle guance vermiglie farsi

più vermiglie vedendosi adocchiate, e raccogliersi ridendo forte, e

sparpagliarsi ridendo più forte; ed il sindaco far gli augurii al

curato, ed il curato raccomandare a Dio il sindaco, ed il vecchio

maestro di scuola salutato dai suoi piccoli allievi irriconoscibili

colla vesticciuola delle feste, e l'oste della _Salute_, roseo come

la sua osteria, con un sorriso cordiale appeso sulle labbra come

un'insegna, su cui anche i più mal pratici leggevano: _Vino buono_.

Tutti avevano un'allegria inconsueta sul volto, una patriarcale

arrendevolezza di modi, e si separavano stringendosi la mano, e si

salutavano per nome incontrandosi, e gli augurî s'incrociavano: «Buon

Natale!»

Ora tutto tace, poichè la gioia, in campagna come in città, quanto è

più schietta e meno schiamazza e più si nasconde; la via è deserta,

l'orizzonte s'oscura, e ad una ad una le finestre aprono gli occhi

a guardare nelle tenebre. Oh! chi sapesse leggere ora gli sgorbii

calligrafici degli antenati che dormono nel cimitero!

Ingegniamoci di passare attraverso la fessura, che serve d'ingresso

alla _scuola comunale_.

È un ampio rettangolo a terreno, con tre finestroni che mettono nella

via, colle pareti tappezzate di lavagne e di carte geografiche, col

soffitto a travicelli ed il pavimento di mattoni.

In un capo del rettangolo è qualche cosa che, dovendo raffigurare una

cattedra, ha il diritto di non assomigliare punto ad un tavolino, ma

ne approfitta male, e dietro di essa una vecchia sedia a bracciuoli

coperta di cuoio che fu verde in una età molto remota, ma che ora tira

al nero. In faccia a quel simulacro di cattedra tre file di panche.

Queste panche hanno una leggenda. Da tempo immemorabile i naturali

di A.... vanno alla scuola per imparare a leggere, scrivere e far di

conto; quando credono di essere abbastanza approfonditi nei tre rami

dello scibile, incidono il loro nome sul _posto_ che hanno occupato

e non ci tornano più. A forza di incisioni di tal natura le tre file

di panche hanno l'aria di reliquie, le quali non stiano al mondo se

non per dichiarare quanto si può togliere di panca ad una panca, senza

farle smarrire la sua natura. A lato delle panche l'ammattonato è roso

per lo lungo dai passi del maestro, ed in fondo al rettangolo, di

rimpetto al seggio magistrale, sorge un ampio camino, la cui foggia

patriarcale rammenta il primitivo ufficio del luogo. Non è raro che

nell'inverno vi si veda al fuoco una pentola, ma è rarissimo vedervene

due. Per compiere la descrizione della scuola comunale di A... conviene

dire che le vetrate dei finestroni sono fatte di piccoli vetri genuini,

limpidissimi, quasi tutti intatti, e che solo ogni tanto, per non

dare agli studiosi una cattiva idea dell'amministrazione della cosa

pubblica, quel lusso è opportunamente temperato a spese del Comune, da

fogli di carta oleata che sostituiscono mano mano i vetri che vengono a

mancare. Il signor maestro ha fatto il calcolo aritmetico che, durando

la proporzione, occorrono ancora dieci anni perchè tutti i vetri

di vetro diventino vetri di carta, e siccome egli ha già passato la

settantina, si conforta e dice sospirando che non vedrà quel giorno.

Il signor maestro si chiama propriamente Ciro Neri, ma non è chiamato

in paese altrimenti che _signor maestro_. Eccolo là, nella sua scranna

di cuoio, accanto al focolare, in cui scoppiettano alcuni tizzoni che

non vogliono ardere, colla fronte serena, cogli occhietti scintillanti,

coi pomelli delle gote arrossati dal calore — una bella testa

espressiva lieta della sua bella cornice di capelli bianchi.

— Maestro, dice una voce di donna che viene dall'ombra, ti sei accorto?

L'interrogato esce con un sussulto dalla sua beata fantasticheria, e

non sapendo che rispondere, si frega le mani.

— Nessuno mi toglie dal capo, prosegue la voce, che essa ci nasconde

qualche affanno. Non pare anche a te?

— Qualche affanno! E quale affanno, Teresa mia?

— Teresa mia! L'ho da saper io! L'ho da saper io che non so nulla! Lo

domando a te, a te che leggi nei libri, che da quella pancaccia parli

come fa il curato dal pulpito. Via, dimmelo tu che cosa ha la nostra

Donnina.

— La nostra creatura ha qualche cosa, ed io non me ne sono accorto!

esclama il povero vecchio sbigottito.

— Se non te ne sei accorto, è perchè te ne vivi nelle nuvolo, coi tuoi

_a_, e coi tuoi _b_ e coi tuoi numeri. Tu pensi solo a quella frotta

di biricchini che ti mettono a soqquadro la casa; e lasci che la tua

vecchia compagna, finchè le rimane un occhio, lo consumi a vederci per

due. La non può durare.

La donna che così parla a poco a poco è uscita dall'ombra, ed a queste

ultime parole si è rizzata in tutta la sua lunghezza, che non è gran

cosa, ed è venuta dinanzi al focolare.

— E che vuoi ch'io faccia! osserva dolcemente maestro Ciro.

— Nulla... nulla, balbetta la vecchierella sconcertata da tanta

arrendevolezza, non dico che tu debba occuparti della cucina e della

dispensa... sono cose che non danno molto da fare neppure a me... e tu

hai altro... hai di meglio, lo so, ti dico che lo so; ma mi stupisco

che non ti sia accorto che Donnina tutto ieri e tutt'oggi è più mesta

del solito.

— Oggi non mi pare; mi è venuta incontro sorridendo, mi ha dato un

bacio; piuttosto, mi ci fai pensare, ieri non volle che io facessi

scuola ai piccoli, volle fare essa la mia parte e finì col dare _brevis

letio_.

— E gli ho sentiti, quei piccoli rompicolli, a dir «grazie!...» ma non

diranno così i parenti, nè il sindaco...

— L'ho pensato anch'io... noi siamo pagati per fare la scuola...

— Siamo pagati! Bella paga davvero! Seicento lire ogni anno per

insegnare tutti i tuoi _a_ e b, e le aste, ed i numeri, e cento altre

cose ad un paio di dozzine di mariuoli...

Il signor maestro non può udire gli epiteti che la degna consorte

regala ai suoi allievi senza sentirsi ferito nel vivo; la signora

Teresa se ne avvede, e leva gli occhi al cielo.

— Che cuore ha questo sant'uomo! Per me già non gli amo niente affatto

quei... disgraziati che ti fan perdere il capo...

— È il mio mestiere...

— Mestiere! non posso sentirti a dire così. Si provino a trovarne un

altro che sappia quello che sai tu, ed insegni ai loro figli tutto ciò

che tu insegni; si provino se sono buoni!

Maestro Ciro pensa modestamente che _essi_ ne troverebbero cento, ma si

accontenta di dire:

— Io sono vecchio; vi è chi crede che un giovine farebbe meglio la

scuola.

— E lo dica costui! Lo venga a dire a me! Un giovine! vuoi dire un

fanciullone; non sei forse giovine tu? Non hai quattro buoni anni meno

di me, e ti pare che sia tanto vecchia, io?

Così dicendo l'impetuosa signora Teresa drizza tutto il suo sistema

osseo con un moto risoluto ed imprime ai muscoli delle braccia un

movimento ondulatorio che le dà una bizzarra energia.

— Tu dicevi che Donnina... interrompe il marito.

— Donnina ha qualche cosa per la testa; ci scommetto; ma appena torna

la piglio io in disparte e mi ha da confessare tutto; così non la può

durare...

— Non è che da ieri, tu dici...

— Ha già durato troppo... Mi deve sentire!... Eccola.

Il signor maestro si frega le mani con nuovo ardore e sorride, o la

irascibile signora Teresa sparisce nell'ombra senza aggiunger verbo.

Eccola! Al passo leggiero, al fruscio dell'abito, a quel misterioso

fascino che la precede, non si può ingannarsi; è dessa — l'angiolo

della casa.

È una giovinetta di diciotto anni, alta di statura, con un visino

pallido e due grandi occhi profondi, serena la fronte, lo sguardo, il

sorriso, il portamento — serena, ma mesta. Da tutta la sua persona

spira qualche cosa di misteriosamente leggiadro; i lineamenti del

suo volto sono pur belli, più bella è l'anima che vi si riflette

limpidamente. Un'anima mite, ingenua, soave, pieghevole, ma non

debole nè timida — serena. La stessa mestizia non pare conturbarla;

approfondisce vieppiù il suo sguardo, cancella il suo sorriso, non le

oscura la fronte. Quand'era bambina ed abitava il paese di S... vi fu

chi le trovò una certa somiglianza con la madonna della parrocchia;

non ci volle altro perchè il vicinato, accertata la cosa, desse alla

fanciulla il nome di Madonnina; ma il curato lo seppe, parlò dal

pulpito contro i sacrilegi, ed ottenne che Madonnina fosse troncato in

Donnina. Siccome quest'ultimo battesimo aveva la tacita approvazione

della persona incaricata di rappresentare ad S... il paradiso, non ci

fu chi chiamasse altrimenti la fanciulla.

Donnina del resto giustificava pienamente il nuovo nome. A soli sette

anni, quando ritornava dalla messa con molta serietà, o quando, rimasta

sola in casa a vigilare, non si arrendeva all'invito delle compagne che

la volevano a giocare nel prato, quanti la incontravano le dicevano:

«addio, Donnina», e ripetevano fra sè e sè: «la par proprio una

donnina!»

Essa entra recando in mano un lume acceso che depone sopra la vecchia

cattedra: le ombre fuggono in rotta dinanzi a lei, le lavagne appese

alle pareti si accendono di un allegro riflesso, le reliquie di

panche zoppicanti par che danzino allegramente, come quando arriva

la scolaresca, il signor maestro si frega fervorosamente le mani

e si china vie più sul focolare, guardando sottecchi la sua ossea

compagna, la quale, ora che le vien tolta l'ombra dattorno, non sa come

contenersi.

— Mamma Teresa, dice la giovinetta, andando direttamente a lei, il

letto è pronto.

— Il letto è pronto! E chi ti ha detto di andare a prepararlo? Siamo

alle solite! Ti paiono fatiche da far tu? Non ci sono io in questa

casa? Non sono più buona da nulla io?

Mamma Teresa nel dire queste parole di rimprovero si ingegna di non

guardare in viso la colpevole, ma tanto tanto non riesce ad afferrare

il tono giusto. E il signor maestro continua a fregarsi le mani ed a

chinarsi sul focolare.

— Cascherai nel fuoco, dice la vecchia, rivolgendo la sua collera

formidabile al marito; o che hai tanto freddo tu!...

Ma Donnina le si è accostata, le ha sorriso, ha posto il visino soave

così presso alle sue rughe, che non ci è più verso di tenere il broncio

— e la pace è fatta, con un bacio.

— Oh! sospira allegramente il signor maestro rizzandosi sulla seggiola;

ma uno sguardo severo della sua compagna lo ricompone.

— Volevo andare in collera; non è possibile; hai una certa maniera di

guardarmi, di sorridermi! Chi ti ha insegnato a guardare ed a sorridere

a questo modo? Ma non credere d'averla passata liscia... oggi è Natale,

ma domani mi sentirai.

— E perchè non oggi? Che cosa ho fatto?

— Hai fatto... nulla, hai fatto! Hai fatto che da ieri sei più mesta

del solito... Ecco, perchè vuoi che lo dica, l'ho detto...

— Teresa, osserva con accento dolcissimo il signor Ciro, temendo che le

parole della moglie abbiano turbato la sua creatura, Teresa teme...

— Non temo, sono sicura. Ma già la signorina dirà che non è vero, e lo

dirà con una maniera così schietta, che me lo farà credere...

— Ebbene, sì, risponde Donnina dopo di aver meditato un momento, ieri

ed oggi ho avuto ragione di essere più mesta, ma credevo di non essermi

fatta scorgere.

Il signor maestro non si frega più le mani, non si piega sul focolare,

ma si drizza sulla seggiola di cuoio, la spinge dietro di sè con

una mano e muove un passo verso la giovinetta senza più badare alla

consorte, la quale, più lesta, ha preso le mani di Donnina nelle sue,

se l'è tirata vicino e l'interroga con uno sguardo che non ha proprio

nulla di severo.

— Una fantasia, sapete, una sciocchezza, dice Donnina cercando di

sorridere, mi è parso di vedere una persona che non ho più vista da

molti anni...

— In sogno?

— No, ero desta, l'altro ieri notte, qui in questo stesso luogo.

— Qualcuno è entrato in casa? chiese trepidando la vecchia.

— No, ma un volto si è affacciato ai vetri, là nella finestra di

mezzo... un momento solo... ho gettato un grido ed è sparito.

— Ed era?

— Non so chi fosse, ma aveva una somiglianza singolare con Ognissanti;

vi ricordate di Ognissanti?

— Io me ne ricordo, dice il vecchio, era il mio miglior scolaro della

scuola di S... un po' bisbetico, un po' caparbio...

— Ma molto buono, osservò Donnina, a saperlo pigliare pel suo verso.

— Per te che sapresti pigliare pel suo verso anche lo spirito

maligno!... interrompe la vecchia; era un arnesaccio superbo e

fantastico quel tuo Ognissanti; me ne ricordo anch'io; partì cinque

anni sono...

— Sei...

— Saranno sei, già io non gli ho contati, partì sei anni sono da S...

col babbo e non se n'ebbero più novelle; suppongo che sarà finito male.

Ma come vuoi che egli sia venuto qua?...

— Non lo so, non lo immagino. Ma mi è venuto in mente che fosse morto e

che il suo fantasma...

— Sciocchezze! Hai tu visto mai che i morti del nostro cimitero si

piglino il gusto di andare a zonzo pel paese! E ti pare che dovrebbe

apparire a te un fantasma, e non piuttosto a me che sono, si può dire,

della loro famiglia... o almeno poco ci manca...?

— Non dire questo, mamma.

— Teresa! balbetta il signor maestro.

— Eh! lo so che non sono cose da dire, ma se le penso, mi pare!... La

più vecchia di tutti... sono io! ed è naturale...

— Teresa! ripetè il marito, cacciando una mano tremante nei capelli

bianchi.

— Via, non se ne parli, ma nemmeno tu hai da star mesta per simili

cose. Ti pare, un fantasma! E qual fantasma! Il fantasma di un

birichino che rideva sempre, ma a cui non si potevano dire due parole

serie senza vederlo piangere.

— Per troppo cuore...

— No, per dispetto...

A questo punto Donnina, che teneva gli occhi rivolti alla finestra,

mandò un piccolo grido.

— Che è stato?

— Là... in quella finestra.

La signora Teresa non sta ad udire, altro, corre alla porta, leva la

stanghetta e guarda nella via... non vi è nessuno... Rientra, richiude

e dice a Donnina:

— Sei proprio sicura che fosse il fantasma di Ognissanti quello che hai

visto?

— Sicura, veramente no, anzi... ora non mi è sembrato più che gli

somigliasse tanto...

— Di' che non gli somiglia niente, e che è fantasma come te e me; lo

so io chi è, è il nipote dell'oste della Salute qui rimpetto, quello

scioccherello che non sa distaccare gli occhi da te, quando vai a

messa... Ma è tardi, mi pare...

— Sono le otto, dice il vecchio maestro, cavando dal taschino del

panciotto un'enorme scodella che gli fa ufficio d'orologio.

— A quest'ora le altre notti russi saporitamente, risponde mamma Teresa.

— Russo io!... non me ne sono mai accorto...

— Lo credo... me ne accorgo ben io...

— E tu svegliami.

— Già, perchè poi tu mi venga ammalato! Credi che sia divenuta così

delicata, che non ti possa più udire a russare dopo quarantacinque anni

di matrimonio?

— Quarantacinque anni! ripete il signor maestro; quarantacinque anni!

— Già, quarantacinque anni! ripiglia a dire la vecchia, e per resistere

al sentimento di tenerezza che la vince a questa riflessione, si butta

al collo di Donnina.

Il signor maestro si volta da una parte per asciugare una lagrima.

— Sei pure il gran fanciullone! dice la vecchia.... il gran

fanciullone, dotto come non so chi, ma sempre un gran fanciullone!

E in così dire si è fatto passare innanzi il marito e lo spinge

dolcemente su per le scale, proteggendolo come si fa ad un bambino.

Donnina li precede facendo lume, e si volta indietro sorridendo.

Il tesoro di Donnina · 第 9 / 103 题