Che casa allegra quella del dottor Parenti! Di giorno la luce vi fa
galleria; il sole ci si tuffa entro dal primo mattino e non se ne va
se non poche ore innanzi il tramonto, quasi a malincuore, e quando
scompare dietro i tetti della casa dirimpetto, sembra che, rizzandosi
sulle punte dei piedi, si tenga un istante appeso ai comignoli per
darle un'ultima occhiata. Che casa allegra quella del dottor Parenti!
Domandate a quei canarini perchè cinguettino con tanto gusto e perchè
scuotano le testine con tanta spensieratezza entro i fili di ferro
della gabbia. Ed a quel micio bianco che russa saporitamente sopra
una seggiola, perchè ogni tanto socchiuda gli occhi ed ammicchi tra
il furbesco e l'indolente ai suoi compagni ciarlieri. Osservate come
tutto è in ordine, come ogni oggetto sa la sua parte a memoria, e che
disciplina e che nettezza! A chi obbedisce tutto ciò? Qual è la fata
che prepara l'incantesimo?
Il dottor Parenti no certo; egli fa le sue faccende, cura i suoi
ammalati, e tutta la malìa si compie durante la sua assenza. Quando
è di ritorno batte le mani e si stringe al seno la fata della sua
casa, la qual fata è una faterella di quindici anni, bionda, con
due grand'occhi color della pervinca, con un corpicino snello ed
irrequieto, ed un visino incarnato e sorridente — un bocciuolo di rosa
che si chiama Olimpia, amica dei pazzerelli, fedele all'amore della sua
bambola.
Che casa allegra quella del dottor Parenti! Quand'è la notte, non
importa che sia la notte; d'estate ci è la terrazzina, in cui si
annodano le ciance guardando le stelle; d'inverno il focolare, innanzi
al quale si sta così bene in due. Le ombre che si allungano nella
stanza, sono ombre note e non danno la melanconia, i canarini dormono,
il micio si aggomitola accanto al fuoco, ed una bella lampada con un
globo disegnato di figurine chinesi manda una certa luce gioconda che
fa allegria. La neve che scende di fuori guarda curiosamente attraverso
i vetri quella scena di pace e vuol la sua parte dei riflessi rossigni
del focolare allegro.
A questo punto il signor Fulgenzio si guarda intorno, come timoroso che
si abbia potuto leggergli nella mente, e rassicurato dalle apparenze,
conchiude le sue fantasie con un lungo sospiro, che ha tutta l'aria di
ripetere:
«Che casa allegra quella del dottor Parenti!»
Ma non per nulla il dottor Parenti porta in fronte due occhietti
scintillanti; ci si vede chiaro con quei lampioncini; e se ti fidi al
risolino da spensierato che gli socchiude le labbra o credi la felicità
mal'accorta, metti il tuo cuore allo scoperto.
Il signor Fulgenzio immagina di aver sospirato al sicuro, e che i due
compagni, durante il breve monologo del suo pensiero, fossero così
intenti ad amarsi da non badare più al prossimo; ma egli non ha ancora
ripreso fiato coll'intenzione di ricominciare, quando sente due manine
intorno al collo, e si vede un volto d'una bellezza quasi infantile
dinanzi, così vicino, così vicino, che è impossibile resistere alla
tentazione.... Un bacio, un bel bacio, uno di quelli che ricacciano
indietro un reggimento di sospiri; il dottor Parenti accosta la sedia
al focolare, Olimpia si curva dinanzi ai tizzoni e li ricompone, e ci
soffia entro perchè mandino una bella fiammata, ed eccoli tutti e tre
serrati l'un contro l'altro.
Ma non si dice verbo; chi sarà primo a rompere un silenzio, in cui
hanno parte il cuore ed il cervello, con una frase vuota e menzognera?
Olimpia non ha siffatti scrupoli.
— Babbo, dice ella con una vocetta che pare il tintinnio d'un
campanello, il Natale sta per passare, e per poco non ce ne avvediamo,
manca un'ora alla mezzanotte; chi sa che cosa fanno in questo momento i
miei pazzerelli?
— I tuoi pazzerelli fanno come la tua bambola, dormono, risponde il
dottor Parenti, e tu da un pezzo dovresti fare come i tuoi pazzerelli e
come la tua bambola.
Ma Olimpia crolla la testa con molta gravità e ripete che il Natale
bisogna finirlo come si è incominciato, allegramente, e per aggiungere
in qualche modo il fatto alle parole dà un balzo e tira il cordone del
campanello, che fa udire da lontano la sua voce festosa. Subito dopo si
sente un passo strascicato, ed apparisce nel vano della porta una donna
enorme portando un enorme vassoio con sopra quattro chicchere ed un
enorme bricco di tè.
Quel donnone si chiamava Simplicia, ma fa ribattezzato Semplicetta, e
non si sa proprio perchè, essendo che di semplice non ha che il nome,
ed incominciando dal suo corpo, in cui è la materia prima per due
Semplicette, anche non semplicissime, fino alle rotondità carnose che
le incorniciano il mento, essa ha tutto doppio.
La maniera grave e composta con cui porta il vassoio e lo posa sulla
tavola, fa uscire Olimpia in una risata, a cui fa eco il dottor Parenti
e di rimbalzo la stessa Semplicetta, la quale non ha la debolezza di
lasciarsi sgominare da checchessia.
Ma perchè quattro chicchere invece di tre?
Per la bambola?
Chi avesse fatto questa domanda ad Olimpia l'avrebbe posta
evidentemente in imbarazzo: infatti ella scosta una chicchera, e
cerca di nasconderla, senza riuscirvi così presto che il signor
Fulgenzio non se ne avveda. Si capisce: in quattro si doveva tentare il
prosciugamento di quell'oceano di tè. Ma che cosa trattiene l'assente?
Nessuno ne fiata parola, ed il signor Fulgenzio, che ha nascosto un
istante la fronte fra le mani, la rialza colle rughe non del tutto
spianate per ricevere dall'amabile padrona di casa la sua chicchera.
Niente di meglio d'una tazza di tè molto caldo per nascondere i moti
dell'animo; il signor Fulgenzio ci soffia entro a pieni polmoni la
sua commozione, ed il dottor Parenti fa altrettanto per non mostrare
di avvedersene. La sola Olimpia nel mescere il latte caldo non sa
trattenere un tremito delle mani, e Semplicetta, che in fondo capisce
le cose a volo, guarda la quarta chicchera rimasta vuota, come
minacciando di schiacciarla con tutto il proprio peso.
La cerimonia del tè, che doveva essere lietissima, riesce invece
freddina; checchè facciano i tre amici non riescono a riattaccare
il filo del buon umore, a dopo una mezz'ora misurata a monosillabi,
Olimpia dà la buona notte all'amico, si butta nelle braccia del babbo e
se ne va a letto.
Non appena la bionda creatura ha passato l'uscio, il signor Fulgenzio
balza dalla sedia e si dà a camminare a gran passi.
Il dottor Parenti sa il fatto suo e lascia che si ammorzi il primo
impeto; si china intanto a frugare attentamente nella cenere senza
sperare di trovarvi nulla di buono. Dopo aver fatto una mezza dozzina
di giri per la stanza, l'altro infatti ricade sulla seggiola lasciata
vuota poc'anzi, proprio nel momento in cui il dottore rialza il capo
non cessando di brandire la paletta.
— Non mi dirai più che quello scapestrato in fondo ha del cuore!
Il dottor Parenti veramente non aveva mai detto nulla, ma siccome
egli sa che tutti sono eguali in faccia alla fisiologia, scapestrati e
timorati di Dio, non esita a fare una crollatina di capo, come a dire
che avrebbe intenzione di sostenerlo ancora.
Ma il vecchio direttore non bada al gesto o non lo capisce, e fissa gli
occhi tristamente nei carboni; il dottore tira più vicino la sua sedia,
si gratta il rovescio della mano in forma di esordio, poi domanda, col
tono di chi entra addirittura in materia:
— Che cosa ne è di tuo figlio?
Questa parola sembra risonare duramente nel seno del vecchio, il quale
tentenna il capo in atto di profonda amarezza e non risponde.
— Che cosa ne è di Mario? ripete dolcemente l'altro.
— E lo so io? Non sono forse l'ultimo a saperle io lo cose di _mio
figlio_?
Il dottore concede un minuto di silenzio al risentimento dell'amico,
poi soggiunge lentamente e dando alla sua voce un'espressione quasi
carezzevole:
— Forse tu sei troppo severo con lui!
— Severo! Non ha sempre fatto quello che ha voluto? ho io mai cercato
di sostituire il mio volere al suo? e non si serve appunto della
sconfinata libertà che gli ho dato per affannare la mia vecchiaia?
E siccome il dottore non lo interrompe subito, egli aggiunge con
accento più sereno:
— Sai tu dirmi perchè, invece di passare la notte di Natale con noi, se
n'è andato fuori di casa subito dopo il desinare e non si è più visto?
È cuore questo? È affetto? È gratitudine, domando io, è gratitudine?
E il povero padre tormenta colle molle i tizzoni che levano miriadi di
scintille.
— Mario non ha che ventidue anni...
— Gli ho avuti anch'io ventidue anni e so come si ama a quell'età! Ma
stolto chi ne ha sessanta sonati e non ha ancora imparato a conoscere
gli uomini, o quando gli ha conosciuti una volta, non ha saputo
odiarli, ed ha preferito starsene solo per continuare ad amarli. Che
bisogno avevo io di conchiudere la mia vita da scapolo con qualche
opera meritoria, come se il vivere in questo mondo di egoisti non fosse
già un'opera meritoria? Mi sono dato una famiglia di disgraziati;
doveva bastarmi.... Ma mi venne lo sciocco appetito di far qualcuno
felice, e pensai a darmi un figlio... Ho creduto che un estraneo non
dovesse più rimanere tale in faccia al beneficio e che la riconoscenza
potesse mutarsi in amore. Dovevo aspettarmelo: ho voluto domare
l'egoismo d'un mio simile, e la belva mansuefatta, invece di pigliare
le sembianze dell'ipocrisia, ha preso quelle dell'ingratitudine. Ciò fa
più male, ma è più schietto; non è vero che è più schietto?
L'insistenza della domanda è di quelle che non vogliono risposta; il
dottore infatti se la cava cacciando tre o quattro volte la paletta
nella cenere in modo da lasciarvi l'impronta. Il vecchio intende quel
linguaggio a modo suo, ed aggiunge:
— So che cosa mi vuoi dire, non proseguire.
Nulla di più facile per il dottor Parenti, il quale presta l'orecchio
attento e curioso.
— So che la mia vita manca di logica; che dopo aver dubitato di
tutto ero in obbligo di tirar dritto fino all'ultimo, e che, avendo
rinunziato alla famiglia, dovevo andare incontro senza paure alla
solitudine della vecchiaia; ho sbagliato; un barbone od un bracco, che
avrei battezzato Melampo od Azor, era il fatto mio meglio di un animale
della umana specie a cui ho dato il mio nome. Non è così?
— È così. E se a quel tempo io fossi stato in età di dare consigli e
tu me n'avessi chiesto uno, avrei dato il mio voto a Melampo, come alla
sola creatura riconoscente che respiri sulla crosta del globo.
L'enfasi che il dottore pone in queste parole, lascia evidentemente
incredulo il suo compagno, il quale, dopo breve titubanza, fa una
professione di fede, che in fondo non è se non una domanda.
— Il cielo mi guardi dallo sfrondare le illusioni di chicchessia; beato
te se potessi credere alla riconoscenza degli uomini come vi ho creduto
io alla tua età!
— Io non vi ho mai creduto, risponde l'altro senza batter ciglio.
E siccome il vecchio insiste collo sguardo, egli aggiunge collo stesso
accento pacato: «La colpa non è però dei beneficati.»
— No, ma del benefizio.
— O dei benefattori...
Il signor Fulgenzio non pare comprendere, e lascia dire.
— Il beneficio, com'è inteso dai più, è il capitale che si vuole
impiegare ad usura; nella massima parte dei casi il meccanismo di
un'opera buona si spiega così: uno che spende parte del suo superfluo a
comprare l'indipendenza d'uno che non ha il necessario. Tutti i quesiti
possono ridursi a quest'unica formula.
— E chi facesse il bene per la sola soddisfazione di farlo?
— A costui basterebbe la sola soddisfazione d'averlo fatto; ma è
un'eccezione. La regola è l'usura. Ora il beneficio strozzino fa la
riconoscenza bancarottiera.
— Spiegati meglio.
— Mi spiego meglio. A rigor di logica la riconoscenza comprende averi,
vita, pensieri, opere, parole, libertà e coscienza. Con pochi spiccioli
in moneta di beneficio si vorrebbe assicurarsi un canone perpetuo in
moneta di gratitudine. Il balzello è così grave ed uggioso, che la più
spiccia è non pagarlo. E si fa bancarotta.
Il vecchio non dice parola. Quel silenzio sembra pesare sull'animo del
dottore, il quale prosegue a dire, come pentito della sua franchezza:
— Parlo della maggior parte dei benefattori, ma vi possono essere
eccezioni.
— Lascia le eccezioni, interrompe bruscamente il vecchio direttore,
e conchiudi la tua regola, e di' pure, poi che lo pensi, che
l'ingratitudine è l'assenza d'un vizio, anzi una virtù; che per aver
cuore aperto alla riconoscenza conviene essere nati a servire, deboli
e pieghevoli come il giunco; che le umane querce debbono ribellarsi
alla schiavitù del benefizio e trovar la forza di mostrarsi liberamente
ingrate. Via, di' tutto questo, poi che lo pensi.
Il dottore prosegue pacato:
— Io penso che la riconoscenza non esiste, e non dico che sia bene
o male: esistono solo i benefattori ed i beneficati; uomini che col
benefizio credono di aver comprato un loro simile, ed uomini che
hanno in conto di prestito il benefizio ricevuto. I cattivi debitori
ti vedrebbero agonizzare e ti lascerebbero morire professandotisi
eternamente _grati_; i buoni smaniano aspettando un'occasione che non
viene, molto più beneficati se tu porgi loro maniera di saldare il
primo debito, capitale ed interessi.
— Costoro non sono riconoscenti meglio degli altri.
— I poveretti credono d'esserlo.... e bisogna compatirli perchè sono in
buona fede...
— Io non vorrei altro che un po' d'affetto!
— Una bagattella! Lo comprendo, ma la cosa è impossibile. Il beneficio
si misura a soldi ed a centesimi e la riconoscenza pure: ma la
moneta del cuore non ha prezzo. Di gente oppressa sotto il peso della
gratitudine, pronta a buttarsi nel fuoco per il benefattore pur di
sottrarsi a quel fardello, ne ho conosciuta....
Che sta per aggiungere il dottor Parenti?
Fortunatamente il suo vecchio amico lo interrompe.
— Mario forse?
— Non parlo di Mario, io non lo conosco abbastanza.
Perchè il signor Fulgenzio non risponde? E perchè abbandona ancora
il capo fra le mani, e guarda attraverso le dita, attonito, i tizzoni
fumiganti nel caminetto?
Per un momento il silenzio non è rotto che dal respiro sommesso dei due
amici. Alla fine il vecchio solleva il capo, fissa gli occhi in volto
al compagno e dice con un filo di voce:
— Lo conosco io meglio di te? Mi chiama suo padre, ma io sono rimasto
per lui un estraneo. So io come pensa, come sente?
— Forse non ti sei preso la briga d'indovinarlo, arrischia a dire il
dottore.
— L'ho creduto dieci volte, e mi sono ingannato sempre; sapendo che
egli non mi avrebbe aperto l'animo suo, ho cercato d'imparare a leggere
in quel libro chiuso. Quante vie non ho tentato per arrivargli al
cuore, senza che egli se ne avvedesse? Tutto inutile. Le sue abitudini
all'Università di Pavia mi sono note. Non ci ho nulla a ridire. Ha
studiato, studia, avrà presto finito il suo corso con onore; non ne
so altro. L'ho visto dalla spensieratezza arrendevole dell'adolescenza
passare un po' per volta alla calma, alla riflessione, alla melanconia,
ed irrigidirsi, e farsi contegnoso e severo; da qualche tempo quella
melanconia è divenuta tetraggine, e i suoi modi hanno preso una
dolcezza di gelo che mi fa male al cuore. Il disgraziato è quasi
riuscito a convincermi ch'io ho commesso una cattiva azione e ch'egli è
la mia vittima.
L'affanno del vecchio è cresciuto man mano, e le ultime sue parole sono
rotte dal singhiozzo.
Il dottor Parenti non sa più come tenersi, quando l'orologio batte le
dodici ore.
A quel suono il povero padre si pianta un istante ritto ed immobile,
come a far prova della sua saldezza, porge la mano all'amico e se ne va
augurando la buona notte.
— Buona notte, dice il dottore accompagnandolo fin sull'uscio; e finchè
si ode il rumore dei passi che scendono la scalinata, egli non si muove
dal pianerottolo, e ripete ancora una volta: «Buona notte.»
Oh! i tristi pensieri che accompagnano il vecchio fra le vuote pareti
della sua casa! giunto sulla soglia si guarda intorno stando in
ascolto; un lumicino col lucignolo carbonizzato arde in un canto, il
servitore russa sopra una seggiola! Oimè! a qual notte fitta fa pensare
quella agonia di luce, di qual silenzio profondo è l'immagine quel
sonno!
Al rumore dei passi il servo si rizza ancora dormente sulla sedia.
— Sono io, Tomaso.
— Scusi, credevo che fosse il signor Mario.
— Non è ancora rientrato mio figlio?
— Nossignore... almeno... mi pare...
Il signor Fulgenzio non dice parola, attraversa le stanze silenziose e
deserte e muove dritto alla camera di suo figlio. Non vi è nessuno...
Il vecchio sta un momento immobile a guardare le pareti, il tavolino,
il letticciuolo, come se vegga tutto ciò per la prima volta, mentre
Tomaso tiene alti i lumi lottando vigorosamente col sonno.
— Quando mio figlio ritornerà, gli dirai che dormo.
— Non vuole che l'aiuti a spogliarsi?
— Farò da me.
Senza aggiungere parola, il povero padre prende un lume dalle mani del
servo e se ne va nelle sue camere.
Proprio in quel momento il dottor Parenti, dopo aver dato di catenaccio
alle porte ed origliato all'uscio della camera della figliuola per
udirne la respirazione tranquilla, passa col lume in mano dinanzi alla
gabbia dei canarini; uno dei quali si sveglia, batte le alucce e dà un
moto di altalena al cerchio in cui è accoccolato.
— È Piccolino, pensa il dottore, e dice forte: «Addio, Piccolino.»
Che casa allegra quella del dottor Parenti!