Il cuore dei poveretti ha risposto «grazie.»

Sono scomparsi tutti... anche gli occhi della curiosa personcina... Si

dà in tavola.

Il refettorio è trasformato; sono sparite le note mense, piccole e

solitarie, disposte in giro per l'ampia sala, ed in loro vece pompeggia

nel mezzo — proprio in quello spazio vuoto che tanti occhi sogliono

guardare melanconicamente durante i pasti d'ogni giorno — una lunga

tavola imbandita con una certa pompa appetitosa. Una mensa sola, una

sola famiglia! Qual gioia! ciascuno prende posto con un impaccio non

dissimulato, ma senza disordine; chi ha un amico con cui divide più

intimamente le sue idee se gli fa accosto senza complimenti; ma in

fondo non vi ha vero contrasto d'idee fra nessuno, e poi la gioia

d'essere uniti e di sedere ad un banchetto, avvicina ogni antagonismo —

l'appetito fa il resto.

Paoluccio è in preda ad una giocondità nervosa, perchè ha notato

alla prima che la sua posata si è, per l'occasione straordinaria,

accresciuta di un coltello, un vero coltello a punta rotonda,

pochissimo tagliente, ma col manico d'ebano e colla sua lama di ferro

genuino lucente come specchio. Pensate che beatitudine per quella

povera creatura, e che sorriso infantile fra le sue rughe!

Egli non è però il solo a rallegrarsi, perchè ciascuno dei suoi

colleghi ha il proprio coltello a punta arrotondata e col manico

d'ebano, e tutti se ne sono accorti alla prima e ne fanno festa! E come

non far festa ad una _infrazione del regolamento_?

Però la vigilanza dei guardiani è raddoppiata: è avvenuto molte volte

che qualcuno degli ospiti del luogo si ostinasse a non trovare di

suo genio questo mondo e a volersene andare all'altro — e provatevi a

persuadere del contrario un matto che si ostina!... il minor rischio

è di buscarvi del matto. I bravi guardiani hanno pensato che, con un

po' di buona volontà, adoperando molto ingegnosamente, è possibile

tagliarsi la gola anche con quei coltelli simbolici, ed hanno l'occhio

a tutto, fuorchè al cuore dei poveretti, dove è scritto a caratteri

maiuscoli che quest'ora è una delle più belle della loro vita.

Oh! gli eloquenti silenzi delle prime mense! Oh! i sereni preludi

d'ogni allegro concerto di piatti e di bicchieri!

Quel raccoglimento solenne dura più che non sia costume fra gente

che ha la testa sana; vi è chi figge gli occhi nel desco e non sa

distaccarneli; i servitori attendono a mutare le stoviglie e le

vivande con una specie di premura compassionevole; ogni tanto uno

dei commensali china il capo sul petto, o muove gli occhi in giro

lentamente, e dimentica la sua occupazione, e si oscura in volto —

ma un servitore gli offre del burro fresco o dei sedani... eccolo che

riattacca il filo e sorride.

Tutta la buona volontà dei guardiani non può fare per altro che,

cessato il primo impeto di gioia, il banchetto pigli un aspetto grave e

taciturno.

È permesso a Paoluccio di avere un'opinione sua e d'esporla?

«Ecco... egli pensa che il fritto era eccellente, e che il brodo non

teme confronti nella cronaca dei brodi dello stabilimento.»

Bravissimo! tutti sono dello stesso parere; il professore Rigoli

aggiunge anzi con enfasi che la zuppa fu scodellata con soverchia

parsimonia, e domanda scherzosamente il permesso di far replica; e

l'ottimo reverendo, che gli sta al fianco, dopo essere stato il primo a

trovare quell'idea piena di giudizio, si risolve a fare altrettanto.

La conversazione è così posta sopra un terreno che non offre pericoli

di male intelligenze; l'istintiva diffidenza dei commensali più

ritrosi scompare, ed un bagliore d'entusiasmo brilla sulla fronte di

ciascuno. Si esce dal silenzio ad un tratto per cadere nella verbosità;

si ciancia molto, si scherza spesso e si balbetta qualche volta,

intendendosi meno che è possibile. — I savi non sanno far meglio.

Un vinello color di rosa circola con una dotta parsimonia, il tanto che

basti a snodare la lingua ai melanconici, ad imbrogliarla ai parolai.

Vi è uno che ha fatto allusione all'equilibrio europeo, un altro che

ha rievocato le fasi contrastate della partita di carambola, un terzo

il quale confida ad alta voce a chi vuol sentirlo il suo occulto

disegno di bandire una riforma sociale, ed il professore, ghignando

in disparte, con un fare tra l'olimpico e lo sdegnoso, resiste alla

superba tentazione di confondere i suoi colleghi coll'esposizione

particolareggiata del sistema di seminare i raggi di sole.

Ma improvvisamente l'Europa, dimentica della statica, ripiglia col

rimanente del globo le sue evoluzioni intorno al sole, la partita di

carambola rientra nel passato, la riforma sociale nell'avvenire, ed il

professore, tolto alla contemplazione del suo sistema, è il primo ad

annunziare lo arrosto.

Così, o all'incirca, è del resto degli uomini: mille che disegnano,

mille che fantasticano, mille che rammentano, mille che sognano, poco

d'accordo le unità, pochissimo le decine e le centinaia, quasi mai le

migliaia, ma un pensiero in cima agli altri, ed un sublime accordo in

quell'immensa discordanza — l'arrosto!

Il desinare volge al termine; il professore trova bella la vita

e ne fa la confidenza al reverendo, il quale dà prova d'una rara

perspicacia, aggiungendo che il pranzo era eccellente; Paoluccio si

è empito le tasche di zuccherini, e babbo Jacopo ha smesso la sua

aria melanconica, quando improvvisamente apparisce, senza che alcuno

l'abbia visto venire, un uomo sulla sessantina, di statura alta e

maestosa, ma benevolo e sorridente, seguito da un ometto rotondo,

paffutello, biondo, specie di amorino a quarant'anni sonati, non buono,

a giudicarne dall'aspetto, se non a sorridere perennemente. L'atto

con cui ciascuno dei commensali risponde alla famigliarità di quei

due, dice chiaro che essi hanno sopra i disgraziati una dolce autorità

che ispira gratitudine. In fatti il più vecchio è il direttore, ed il

più giovane il medico dello stabilimento. Voi non avete visto mai un

direttore più alla mano, un medico più di buon umore.

Il signor Fulgenzio, sebbene non abbia ancor toccato la sessantina,

usa chiamare _figliuoli_ i suoi ospiti; i poveretti gliene sono grati,

e Paoluccio più di tutti. Quanto al rubicondo dottore, è opinione

incrollabile nel luogo che non vi sia un compagnone ed un amico più

piacevole di lui. E bisogna vedere com'egli stringe la mano a tutti, e

come dà del tu, e come ammica furbescamente ai più furbi, quasi a dire:

«ne abbiamo fatte di belle, noi, eh! chi sa? ne faremo ancora!» Bisogna

vederlo!

Certo è che la sua dimestichezza gli ha guadagnato la fiducia d'ognuno.

«Per il dottor Parenti non si hanno segreti; innanzi al dottor Parenti

non vi devono essere melanconie; questo bisogna farlo per il dottor

Parenti, e quest'altro per il dottor Parenti.»

Era stato naturalmente il dottor Parenti a mettere in corso questa

specie di moneta spicciola di aforismi; e siccome egli stesso mostrava

d'averli in conto di verità di fede, tutti li pigliavano per tali, ed

il reverendo avrebbe giurato senza scrupoli sul nuovo evangelio.

Il signor Fulgenzio aveva accostato una sedia presso a babbo Jacopo,

e gli parlava amorosamente; e gli altri lo guardavano colla coda

dell'occhio, ma senza invidia, perchè babbo Jacopo, avendo intervalli

di buon umore assai radi o melanconie assai lunghe, sebbene non si

sapesse null'altro dei fatti suoi, passava per il più sventurato del

luogo, e la preferenza del direttore era considerata saviamente quello

che era — un triste privilegio della sventura.

Da qualche tempo il professore Rigoli guarda il soffitto di nascosto;

lasciatelo fare, non gli manca più che una rima. Eccolo che si alza con

impeto, solleva il bicchiere come uno che non possa più resistere, e

getta un altro sguardo al soffitto, dove si deve supporre che abiti la

musa prepotente e tentatrice.

Ma la maggior parte dei commensali hanno il bicchiere vuoto...

incomincia... non incomincia... perde il rimario, perde il metro, gli

si oscura la fronte... occorre un rimedio eroico, parlerà in prosa.

«Io bevo, dice egli, alla salute del nostro eccellente ed amoroso

padre, del nostro amico dilettissimo, ed auguro che per molti anni

ancora, questo giorno ci trovi...»

Al professore viene il sospetto che stia per dire una castroneria, ma

la frase è incominciata, e perciò egli conchiude con un paralogismo

appena perdonabile ad uno scolaro:

«Questo giorno ci trovi... col cuore pieno degli stessi sentimenti di

affetto e di riconoscenza verso il nostro eccellente ed amoroso padre

ed il nostro amico dilettissimo.»

— Evviva! gridano i commensali — e l'altro prosegue:

«Possa la memoria di questo giorno non cancellarsi mai, come non si

cancellano i raggi del sole che tramonteranno nell'altro emisfero per

ritornare domani splendidi come prima.»

Il professore sorride non solo in qualità di poeta contento della

similitudine, ma come scienziato, che con due paroline ha messo il

suo prossimo alle porte di un edifizio scientifico, in cui egli fa da

padrone.

Il dottor Parenti se ne accorge, indovina pure che il brindisi ha

bisogno di essere interrotto, e corre a stringere la mano all'oratore

colla sua maggior serietà.

Il primo a ridere è il professore; non per nulla si ha dello spirito!

. . . . . . .

Quando siamo felici, la terra ci fugge sotto i piedi; ecco, è il

meriggio.... ecco, è il tramonto, è la notte.

Svaniscono i giocondi fantasmi, il pensiero si abbruna, i commensali si

guardano l'un l'altro freddamente... «È finito!»

Non è finito — si apparecchia il focolare; entro un enorme camino che

non si accende mai, si butta una gran catasta di legna secca, e tosto

cento lingue di fuoco si fanno beffa della stufa enorme. Che splendida

rivincita!

Quanto dura il bagliore della prima fiammata, il cuore dei poveretti

batte più forte, ma la seconda non ha la stessa virtù; l'abitudine è

nemica d'ogni nuova gioia.

Alle ciance un istante riprese con ardore, succede un silenzio

profondo; i più felici si addormentano, gli altri si rincantucciano o

leggono i caratteri che si disegnano nelle brage, o tendono l'orecchio

alle parole misteriose mormorate dalla fiamma.

Quanta vita in quel silenzio, quanta melanconia in quei quattro tizzoni

che si consumano splendidamente!

A poco a poco il silenzio e la melanconia si abbarbicano, diventano

i padroni del luogo, la fiamma si ripiega sopra sè stessa, i tizzi

rotolano, e la bragia si scolorisce sotto la cenere — ma chi vi pone

mente? Ognuno ha l'occhio ad un proprio focolare, ne vede la fiamma

viva, ricerca sotto le ceneri la bragia ardente, e interroga volti

assenti che gli sorridono.

È tardi... invano l'orologio ha fatto l'appello molte volte; non

gli si dà ascolto; Paoluccio si è addormentato appoggiando la testa

all'omero di babbo Jacopo, il quale guarda tristamente nel vuoto, ed il

professore singhiozza in un canto.

Tutta la vacua dimenticanza di quei cervelli è scomparsa, quella

melanconia ha un significato: è un dolore, è una gioia, è una casa, è

una famiglia che riappare nell'ombra; quel giorno di Natale ne ha fatto

rivivere un altro, un altro, un altro...

Il tesoro di Donnina · 第 5 / 103 题