(Pagg. 292-293)
_Alcune osservazioni sulla_ Storia d'Italia _di F.
Guicciardini_.
Noi abbiamo assai spesso incontrato il Guicciardini, e ci siamo
continuamente giovati della sua _Storia d'Italia_; ma non ne abbiamo
potuto fare un'analisi minuta, perchè ci avrebbe portato troppo in
lungo, e perchè l'opera fu scritta assai dopo la morte del Machiavelli.
Crediamo però di dover qui prendere in esame le osservazioni fatte dal
professore Leopoldo Ranke, per l'importanza che viene ad esse dal nome
illustre di chi le fece, e perchè in parte si riferiscono a fatti che
noi narrammo, seguendo l'autorità del Guicciardini.
L'insigne storico di Berlino le pubblicò l'anno 1824, nella sua opera
giovanile: _Zur Kritik neuerer Geschichtschreiber_. Allora non erano
ancora venute alla luce le _Opere inedite_ del Guicciardini. Ma se,
in Italia e fuori, molti credettero di potere da queste cavar nuovo
argomento a dimostrare il gran valore della _Storia d'Italia_, il
professore Ranke invece credette trovarvi nuova conferma alle sue
critiche, le quali perciò ribadiva l'anno 1874, nella seconda edizione
del suo scritto, che egli riproduceva inalterato nella sostanza.
Due sono le principali accuse che in esso si muovono al Guicciardini.
Quanto ai fatti di cui non fu parte o testimone oculare, egli, secondo
il professore Ranke, copia largamente da altri, senza mai citarli,
a segno tale che può non di rado chiamarsi plagiario. Quanto poi ai
fatti di cui fu parte o testimone, spesso li narra con negligenza,
continuando a copiare da altri; spesso invece li altera a disegno,
per attribuire a sè stesso una parte maggiore assai e più onorevole
di quella che vi ebbe veramente. Anzi qui appunto le _Opere inedite_
confermerebbero l'accusa fatta dal professore Ranke, perchè, secondo
lui, il Guicciardini raccontò nelle sue lettere e nelle legazioni
alcuni avvenimenti in un modo assai diverso da ciò che fece poi nella
Storia.
Cominciamo da un fatto che c'importa particolarmente, perchè è fra
quelli che abbiamo narrati anche noi. Discorrendo del primo tumulto
seguìto a Firenze l'anno 1527, il Guicciardini dice nella _Storia_,
che egli fu autore dell'accordo concluso fra i cittadini assediati
in Palazzo e i rappresentanti dei Medici e della Lega. Federigo da
Bozzolo era uscito di là, dopo essere stato assai mal ricevuto dai
cittadini, ed era perciò deciso a consigliare ai cardinali Passerini,
Cibo e Ridolfi di procedere colle armi, essendosi persuaso, che non era
punto difficile sforzare il Palazzo. Ma il Guicciardini lo dissuase,
facendogli considerare come ciò avrebbe portato un grande spargimento
di sangue, cosa che al Papa stesso sarebbe dispiaciuta. Così tornò con
Federigo in Palazzo, e riuscirono a concludere un accordo scritto e
firmato. Di tutto ciò egli fu prima assai lodato; ma venne poi invece
da ambedue le parti accusato. Il popolo disse che il Guicciardini,
dimostrando a coloro che erano chiusi in Palazzo il pericolo maggiore
che non era, gli aveva, in benefizio dei Medici, indotti a cedere senza
necessità. Il cardinal Passerini lo accusò invece di aver pensato
più alla vita dei cittadini colà rinchiusi, e massime al fratello
gonfaloniere, che all'autorità dei Medici, il cui governo poteva quel
giorno essere per sempre assicurato colle armi (_Storia d'Italia_, vol.
IX, lib. XVIII, pagg. 42-44). Ora, osserva qui il professore Ranke,
nulla dicono di tutto ciò gli altri storici contemporanei, i quali
danno al Guicciardini la parte assai più modesta che veramente gli
spetta. I Cardinali e Federigo da Bozzolo furono quelli che vollero
evitare l'uso della forza e lo spargimento di sangue. Il Guicciardini
fu, come uomo di legge, chiamato solo a mettere in carta i termini
dell'accordo. La sua enfatica narrazione è falsa, e viene smentita
dall'_Apologia dei Cappucci_, scritta da Iacopo Pitti (_Archivio
Storico Italiano_, vol. IV, parte II, anno 1843), e dal racconto che,
poche ore dopo l'accaduto, il Guicciardini stesso ne faceva al Datario.
Ma quanto al Pitti, che nel 1527 aveva soli otto anni, esso fu un
fautore dei Medici e del partito democratico, nemico perciò del
Guicciardini, che era degli ottimati, e scrisse quando questi erano
caduti in disgrazia del granduca Cosimo, che favoriva allora i
democratici. L'_Apologia dei Cappucci_ specialmente fu scritta a difesa
dei democratici contro gli ottimati, massime contro il Guicciardini,
che aveva perduto ogni favore, e verso di lui essa scaglia accuse
d'ogni sorta, alcune delle quali sono così esagerate e goffe, che non
mette neppur conto lo smentirle.
Che cosa scrisse poi il Guicciardini al Datario? In una lettera
del 26 aprile 1527 (_Opere inedite_, vol. V, pag. 421), dopo aver
narrato il tumulto, dice che il Governo sarebbe stato spacciato, se i
tumultuanti, invece di chiudersi in Palazzo, avessero posto mano alle
armi. Poi aggiunge, che egli e Federigo da Bozzolo andarono in Palazzo
a trattare coi cittadini, «e si fece tanto che, avuto fede che fussi
perdonato loro, furono contenti uscirsi di Palazzo, il quale in fatto
non potevano difendere; ma _mi parse_ che il posarla con questo modo
dolce fussi beneficio della Città e dello Stato, il quale può stare
più sicuro del popolo che prima, perchè si è mostrato più da poco che
forse non si credeva.» Questa narrazione adunque conferma al Datario
che egli, il Guicciardini, credette preferibile l'accordo, e ne fu
autore; tace solamente che dovette prima persuadere di ciò Federigo da
Bozzolo, a tal fine dicendogli che al Papa stesso sarebbe dispiaciuto
lo spargimento di sangue. Ora se si pensa che al Papa invece dispiacque
assai l'accordo, e si sarebbe, secondo afferma il Nardi, vendicato
aspramente contro i Fiorentini che s'erano sollevati, se non ne fosse
allora stato impedito dal sacco di Roma (_Storia di Firenze_, vol.
II, pag. 139-41), si capirà come il Guicciardini non potesse avere
nessuna ragione di far conoscere a Roma tutta la parte da lui avuta
nel concludere l'accordo, e che il silenzio della sua lettera su questo
punto è spiegabilissimo.
Nè si può dire che gli altri storici lo smentiscano, quando,
riconoscendo la gran parte che egli ebbe nell'indurre all'accordo,
tacciono i particolari di un colloquio che non potevano conoscere,
perchè ebbe luogo fra lui e Federigo solamente, ed egli non poteva
allora aver voglia di propalarlo. Il Nardi dice che i Cardinali
temevano il tumulto, che gli assediati vedevano di non poter resistere,
e quindi prestarono orecchio ai ragionamenti dell'accordo, il quale
fu concluso, quando vennero in Palazzo prima Federigo da Bozzolo,
poi il Guicciardini, che promisero totale oblivione (_Storia_, vol.
II, pagg. 137-39). Il Vettori dice, che il cardinal Ridolfi ed il
Guicciardini, volendo evitar l'uso della forza, mandarono in Palazzo
Federigo da Bozzolo. Non essendo questi riuscito a nulla, vi tornò col
Guicciardini, e conclusero l'accordo. Dopo di che egli, Vettori, fece
la scritta della convenzione, la quale fu firmata dai Cardinali, dal
duca d'Urbino e da messer Federigo. Questo prova che è falsa invece la
narrazione del Pitti, accettata dal Ranke, la quale dice che la scritta
fu fatta dal Guicciardini come uomo di legge. Il Nerli accenna il fatto
assai brevemente; il Varchi scrisse assai più tardi per commissione
dei Medici, e seguì il Pitti. Noi non neghiamo che, nella sua _Storia
d'Italia_, il Guicciardini abbia qualche volta lodato un po' troppo
se stesso, e che anche in questo caso adoperi un linguaggio che non è
molto modesto. Ci sembra chiaro però che la sua narrazione del tumulto
seguito nell'aprile 1527, non è smentita nè dagli altri storici, nè
dalla sua lettera, e che non ha nulla d'inverosimile.
Ma v'ha di più. Il racconto dello storico Francesco Guicciardini è
sicuramente confermato dal fratello Luigi, quegli appunto che era
gonfaloniere di Firenze, e si trovava allora in Palazzo Vecchio, e
poteva perciò sapere con certezza come erano andate le cose. Nel
principio del secondo libro del suo _Sacco di Roma_, a pag. 146
(Firenze, Barbèra, 1867), che per qualche tempo fu creduto scritto da
Francesco Guicciardini, egli ci dà la stessa narrazione del fatto,
il che basterebbe a togliere ogni dubbio, come fu osservato da O.
Waltz (_Historische Zeitschrift_, N. F. Bd. XLII, pagg. 207-16).
E si può aggiungere che il 29 aprile 1527, gli Otto di Pratica
scrivevano all'Oratore fiorentino in Venezia, «perchè ne sappi il
vero appunto», che da principio, quando i fanti si mossero verso il
Palazzo, si temettero gravi disordini, «di qualità che debbono di
gratia che il Sig. Federico de Bozoli et messer Francesco Guicciardini
s'intromettessino di operare che si perdonassi a tutti quelli che erano
in Palazzo». (V. Agostino Rossi, _Francesco Guicciardini e il Governo
fiorentino dal 1527 al 1540._ Vol. I, pagg. 16-17. Bologna, Zanichelli,
1896).
Veniamo ora ad un altro fatto, a proposito del quale il professore
Ranke ripete le stesse accuse. Nel 1521 i Francesi assalirono Reggio
d'Emilia, dove il Guicciardini era governatore. Di ciò egli parla
a lungo nella _Storia_, esaltando la propria condotta. Il generale
Lescut, egli scrive, si presentò una volta alle mura con 400 uomini
d'arme, dicendo di voler parlare col governatore, che fu subito
ad una delle porte. Il generale si dolse che nelle terre del Papa
s'accogliessero i fuorusciti francesi, ed il governatore rispose esser
peggio che i Francesi vi entrassero armati senza permesso. In questo
mezzo alcuni soldati tentarono d'entrare per un'altra porta, che a caso
era aperta, ed i Reggiani si opposero, facendo fuoco. Allargatosi il
tumulto, tirarono anche contro quelli che accompagnavano il generale,
ferendone qualcuno, e avrebbero tirato contro il generale stesso, se
non avessero temuto di colpire il governatore che gli era vicino. I
Francesi si dettero alla fuga, ed il generale ne fu sgomento; ma il
Guicciardini lo ricoverò in luogo sicuro, facendogli animo, e poi lo
rimandò libero. Questo egli fece, perchè aveva dato la sua parola al
Lescut, e perchè aveva allora ordine dal Papa di non offendere in nulla
il re di Francia.
Ora, osserva qui il Ranke nuovamente, poco dopo seguìto il fatto, il
Guicciardini lo narrava in una lettera al cardinal dei Medici in modo
assai diverso (_Opere inedite_, vol. VII, pag. 281). Nella lettera
non parla nè della fuga dei Francesi, nè dello sgomento del generale,
nè della generosità propria nel salvarlo. Perchè mai il Guicciardini,
cui non dispiaceva certo lodare sè stesso, doveva allora tacere quello
che più gli faceva onore? Abbiamo dunque un'altra invenzione dello
storico mal fido, smentita dalle sue stesse parole. — Se non che
anche qui la _Storia_ spiega ampiamente il silenzio della lettera. La
condotta del Guicciardini nel liberare il generale Lescut fu assai
biasimata, perchè si credette allora che se egli lo avesse invece
ritenuto, lo Stato di Milano si sarebbe ribellato contro i Francesi.
Questa speranza, egli dice, era assai mal fondata, giacchè i Francesi
che si dettero alla fuga erano pochi, ed a piccola distanza trovarono
Federigo da Bozzolo con mille fanti, in modo che subito si fermarono e
si riordinarono (_Storia d'Italia_, vol. VII, lib. XIV, pagg. 14-16).
Tutto ciò dimostra chiarissimo che egli aveva avuto una ragione per
non insistere molto presso il cardinale de' Medici, sulla facilità
con cui avrebbe potuto ritenere il generale. Salvo però lo sgomento di
questo nel vedersi abbandonato dai suoi, e l'essere stato prima messo
in salvo e poi liberato dal Guicciardini, tutto il resto del racconto
è nella lettera identico a quello della _Storia_: la resistenza fatta
dai cittadini: i colpi tirati anche contro quelli che accompagnavano
il generale, due dei quali morirono subito, un terzo poco dopo. Abbiamo
dunque nella lettera un'altra omissione d'un particolare narrato nella
_Storia_. Si possono fare supposizioni più o meno giustificate, ma non
si può dire che la narrazione della _Storia_ sia dimostrata falsa dalla
lettera, specialmente se si pensa che il silenzio da questa serbato
sopra un particolare del fatto è assai facilmente spiegato da quella.
Il professore Ranke esamina inoltre quali sono le fonti di cui il
Guicciardini si valse. Questa è una ricerca importantissima, che sola
può condurre ad una vera critica della _Storia d'Italia_. È necessario
però farla compiuta, ritrovare cioè, per quanto è possibile, tutte
queste fonti; giudicarne il valore intrinseco e comparativo; vedere
fino a che punto ed in che modo il Guicciardini se ne valse. Ma per
arrivare a ciò con sicurezza, bisognerebbe esaminare i manoscritti
originali dell'autore. Da questo esame e da un paragone accurato
della _Storia_ con le legazioni e le lettere pubblicate nelle _Opere
inedite_, risultano chiari il valore intrinseco, le molte ricerche, la
grande accuratezza del Guicciardini. Sotto questo aspetto noi crediamo
anzi che egli resterà sempre il primo storico del suo tempo. Ma se
il professore Ranke ebbe qui il merito di avere iniziato lo studio
delle fonti, egli lo cominciò quando le _Opere inedite_ non erano
pubblicate, e quando non era facile, forse non era possibile, vedere
i manoscritti originali. Le sue indagini potevano quindi indicare
una nuova strada, ma non essere condotte al compimento desiderato.
Egli si avvide che una delle fonti del Guicciardini era la storia di
Galeazzo Capra, chiamato Capella (_Commentarii de rebus gestis pro
restitutione Ducis Mediolanensis_). Questi era stato segretario del
Morone e di Francesco II Sforza; aveva visto molti documenti, aveva
avuto pratica di molti uomini; poteva quindi conoscere assai bene i
fatti che narrava: la sua storia, che va dal 1521 al 1530, ebbe dal
1531 al 1542 undici edizioni latine; fu subito tradotta in italiano, in
tedesco e spagnuolo. Il Guicciardini di certo se ne valse assai spesso
dal quattordicesimo libro della sua _Storia_ in poi. Ma il dare troppa
importanza ad un tal fatto, e credere, come fa il professore Ranke,
plagiario il Guicciardini, perchè non cita la fonte di cui si vale, è,
secondo noi, assai ingiusto, non solo perchè così si esagera l'uso che
questi fece del Capella, ma anche perchè così non si tiene alcun conto
del costume generalissimo in quei tempi, di non citare gli autori di
cui si profittava. Che cosa si dovrebbe dire allora del Machiavelli
e di tutti gli storici del Cinquecento, che facevano lo stesso anche
più largamente? Non resterebbe salva la fama di un solo di essi. Il
professore Ranke fa grandi elogi del Nardi; eppure nessuno ha copiato
come lui, che riportò nella sua _Storia di Firenze_ tutto intiero
il _Diario_ del Buonaccorsi, una sola volta citandolo e rendendogli
giustizia, senza però dire che lo aveva addirittura copiato. Allora non
si usava di rifar quello che si giudicava già fatto da altri abbastanza
bene, e le storie di quel tempo non hanno mai una nota, mentre le
nostre ne son piene.
Se si tien giusto conto di un uso così generale, si dovrà riconoscere
che è eccessivamente severo il fermarsi con insistenza a provare
certe somiglianze secondarie, per muoverne accusa al Guicciardini.
Parlando della breccia, che nella notte precedente alla battaglia
di Pavia, gl'imperiali aprirono nel muro del parco in cui erano
alloggiati i Francesi, il Guicciardini dice che essa fu aperta _con
muratori ed eziandio con aiuto di soldati, che gettarono in terra
sessanta braccia di muro_. Questa frase medesima trovasi nel Capella:
_Per fabros lapidarios, militum etiam auxilio, sexaginta muri passus
tanto silentio prostravit_. Ciò pare al professore Ranke una prova
che il Guicciardini copiava e copiava ciecamente, perchè il muro,
egli osserva, fu abbattuto più con arieti che per opera di muratori,
cosa che il Guicciardini doveva certamente sapere. Se dunque copia
anche gli errori, quando si tratta di fatti che a lui dovevano essere
notissimi, che cosa dobbiamo pensare dei fatti che personalmente non
poteva conoscere? — A questo si può rispondere che il Guicciardini
sarebbe stato di certo più esatto, se avesse detto _guastatori_ e
soldati, invece di _muratori_ e soldati. Ma in un tempo in cui la
scrupolosa esattezza moderna era ignota, errori come questi se ne
trovano a migliaia negli storici più autorevoli, sia che raccolgano
da altri le notizie, sia che scrivano per conoscenza propria. Il loro
pregio non stava certo in una minuta esattezza, ma nella intelligenza e
riproduzione vera dei fatti e dei particolari più sostanziali.
Il professore Ranke credette dapprima, che per gli avvenimenti
di Firenze, massime per la venuta di Carlo VIII ed i successivi
mutamenti nella Città, il Guicciardini si fosse valso dell'opera _De
bello italico_ di Bernardo Rucellai, dalla quale avrebbe preso anche
la risposta data da Pier Capponi a Carlo VIII, alterandola però e
rendendola meno verosimile. Nella seconda edizione del suo scritto,
si è però avvisto che le parole: «Voi sonerete le vostre trombe e
noi soneremo le nostre campane», si ritrovavano già nella _Storia
Fiorentina_ del Guicciardini, che fu da lui scritta assai prima, cioè
nel 1509. Quindi riconosce implicitamente, che le sue osservazioni
hanno in questo punto perduto una parte almeno del loro valore. Egli
ripete tuttavia che nella _Storia d'Italia_ il Guicciardini si valse
non poco del Rucellai; ma gli esempi che adduce son tali che provano
invece quanto tenue dovette essere questa pretesa imitazione, se pure
vi fu. Certe espressioni, certi giudizi sulla venuta di Carlo VIII,
sulla politica di Lorenzo dei Medici e simili, si ritrovano in tutti
quanti gli storici fiorentini di quel tempo, sono quasi tradizionali, e
sarebbe molto difficile dire chi fu veramente il primo a pronunziarli.
La verità è che il Guicciardini si valse di molti più autori che
non suppone il professore Ranke. E questo si può adesso provare con
certezza, come con pari certezza si può dimostrare che si valse anche
di un numero infinito di documenti originali, dei quali fece uno studio
accuratissimo, paziente, indefesso, il che è pur negato dall'illustre
critico tedesco.
Nell'archivio di casa Guicciardini si trovano non solo più manoscritti
della _Storia_, copiata, corretta e ricorretta moltissime volte,
con lunghe cancellature e rifacimenti, ma anche quattro volumi di
_Memorie Storiche_. Queste contengono i materiali con cui fu scritta la
_Storia_, e da essi si vede chiaramente il modo tenuto nel comporla.
Il fondamento principale della narrazione, così pel Guicciardini,
come pel Machiavelli e per molti altri degli storici fiorentini più
autorevoli di quel tempo, quando narravano fatti contemporanei,
erano le lettere degli ambasciatori e dei commissarî[669] alla
Signoria ed ai Dieci. Di esse si trovano nelle _Memorie Storiche_
del Guicciardini estratti infiniti, che sono ricopiati e distribuiti
da lui per materie e per ordine di tempo, aggiungendovi in margine
continui appunti cavati dalle narrazioni degli avvenimenti stessi,
fatte da altri storici. Frequentissimi sono i sunti cavati dal
Capella, dal Mocenigo, dal Giovio, dal Bartolini Salimbeni,[670] da
Scipione Vegio,[671] da Girolamo Borgia[672] e da molti altri. Vi
sono poi altrove copiati lunghi brani di cronache; lunghi estratti
dal Giovio, da Pandolfo Collenuccio, da un libro di Alessandro Nasi,
che incomincia dalla battaglia di Fornuovo, e da altri coltissimi: vi
sono copie di trattati, di discorsi, di capitoli d'accordi, ed ancora
qualche documento originale. Per un così lungo e paziente lavoro
il Guicciardini si valse evidentemente di più segretari, lavorando
moltissimo egli stesso. E solo un esame accurato di questi manoscritti
preziosi darà modo di fare una critica definitiva della _Storia
d'Italia_. Un tale esame potrebbe giovare del pari a mettere in chiaro
alcuni fatti storici ancora dubbi, trovandosi nelle _Memorie_ estratti
di molte lettere di ambasciatori, che ora sono perdute.
Il professore Ranke dà giustamente un gran valore ai discorsi che si
leggono nella _Storia_ del Guicciardini; ma anche in essi crede di
poter trovare nuova dimostrazione di poca veracità. C'è un discorso
tenuto dal gonfaloniere Soderini nel Consiglio Maggiore, quando accennò
ai pericoli in cui era la Repubblica, ed al probabile ritorno dei
Medici. Il Nerli, che si trovava presente quando parlò il Gonfaloniere,
dice che il Guicciardini riferì _elegantemente_ il discorso nella sua
_Storia_. Ma il professore Ranke crede che il Nerli si sia espresso
in questo modo, perchè non poteva dire: _fedelmente_. Infatti, egli
osserva, il Nerli, parlando del discorso, dice che in esso il Soderini
rese conto della sua amministrazione, ed aggiunse che allora si moveva
guerra alla sua persona con lo scopo di mutare il governo, e che perciò
egli era pronto a dimettersi solamente quando così volesse il popolo.
Lo stesso dicono il Nardi ed altri. Invece, secondo il discorso che ci
è dato nella _Storia,_ il Soderini non rese conto dell'amministrazione,
ma insistè assai sui pericoli minacciati dal probabile ritorno dei
Medici. Il Guicciardini, così conclude il professore Ranke, voleva
aprirsi la via a parlare di questo ritorno, e lo fece col discorso del
gonfaloniere. Pensò quindi assai meno alla fedeltà storica, che alla
composizione ed alla eleganza letteraria, ed il discorso riuscì infatti
più elegante che veridico. — Ma le cose stanno altrimenti. La verità
è che il Soderini fece allora due discorsi. Nel primo, detto dopo la
congiura di Prinzivalle della Stufa, e riferito dal Nardi (_Storia_,
vol. II, pag. 17), rese conto della sua amministrazione. Nel secondo,
che fu pronunziato più tardi ed è riportato dal Guicciardini, parlò
del minacciato ritorno dei Medici. Alcuni cronisti del tempo ricordano
l'uno e l'altro discorso, e sulla loro scorta il Capponi, nella sua
_Storia della Repubblica fiorentina_ (vol. II, pagg. 306 e 307), li
accenna distintamente; altri riportano solo uno dei due. Il Nerli
ricorda il secondo, ma nel periodo stesso in cui ne parla, accenna
a qualche cosa che fu detta nel primo. Il Guicciardini, che scriveva
allora la storia d'Italia e non di Firenze, non si occupa del primo,
ma riferisce minutamente il secondo discorso, che aveva una importanza
più generale, ed in esso fa dire al Soderini solo quello che veramente
disse in quella occasione. È quindi più esatto e fedele del Nerli, che
però gli tributava la lode meritata.
Nel libro VIII della sua _Storia_ (vol. IV, pag. 45), il Guicciardini
ci dà un altro discorso, fatto dall'ambasciatore veneto Antonio
Giustinian nel 1509, e dice di averlo fedelmente tradotto
dall'originale latino. Il professore Ranke sostiene che questo
discorso non può essere altro che una composizione letteraria di tempi
posteriori, perchè la commissione del Giustinian non ebbe effetto, e la
lettera credenziale della Repubblica veneta, scritta con un linguaggio
assai più dignitoso di quello attribuito al Giustinian, si ritrovò
più tardi presso i discendenti di questo. — È vero che la commissione
non potè essere eseguita, perchè l'ambasciatore non fu ricevuto:
ma il discorso è certamente del tempo, e fu allora creduto da molti
autentico, sebbene sia da ritenerlo, come dice il Ranke, composizione
letteraria di altri e non del Giustinian.[673] Una copia se ne trova
nelle _Carte del Machiavelli_, e da essa si vede che il Guicciardini lo
tradusse davvero fedelmente. Il Ricci lo copiò nel suo _Priorista_ e ne
difese l'autenticità contro gli scrittori veneti che, per patriottismo,
secondo lui, la mettevano in dubbio. L'ambasciatore fiorentino a Roma
ne mandò copia alla Signoria con lettera del 7 luglio 1509. Ad esso
abbastanza chiaramente allude il Machiavelli nei suoi _Discorsi_ (Lib.
III, cap. 3). Fu stampato a Napoli prima ancora che il Guicciardini lo
traducesse.[674] Questi adunque s'ingannò insieme col Machiavelli, col
Ricci e con altri molti del suo tempo.
Il nipote del Guicciardini, che ne pubblicò la _Storia_, disse ciò
che egli poteva saper dai manoscritti dello zio, quando affermò che
questi aveva con molta cura esaminato i documenti. Il professore Ranke
non vuol credergli, ed a convalidare il suo dubbio ricorda quello che
il Guicciardini stesso dice d'un trattato, che avrebbe dovuto assai
ben conoscere, il trattato cioè che fu fatto nel 1512 dai Fiorentini
col Cardona. Esso fu pubblicato dal Fabroni nella _Vita di Leone X_,
e non risponde punto a quanto ne dice il Guicciardini. Secondo lui,
Firenze sarebbe entrata nella Lega, ed in una alleanza offensiva
e difensiva con la Spagna. Ora, prosegue il Ranke, il trattato non
parla della Lega, nè di un'alleanza incondizionata col re di Spagna;
dice solo che i Fiorentini si obbligarono per tre anni e sei mesi a
difendere il Napoletano. Non dice che si obbligarono a pagare al Vicerè
le somme promesse a lui dai Medici, come afferma il Guicciardini.
Ed anche ciò che questi aggiunge delle 200 lance napoletane date in
servizio dei Fiorentini, e della restituzione fatta ai Medici dei
loro beni, è vero solamente in parte. Il Guicciardini ci ha dunque,
secondo il professore Ranke, dato un trattato immaginario, che se
corrisponde a ciò che realmente avvenne, non è però esatto quanto alle
condizioni assai più onorevoli che i Fiorentini avevano stipulate, e
che non furono poi rispettate. Ma nella _Storia d'Italia_ si leggono
due cose ben distinte, che il professore Ranke riunisce in una, dal
che nasce confusione. I Fiorentini, così dice la _Storia_, entrarono
nella Lega e si obbligarono a pagare, secondo le promesse fatte dai
Medici, quarantamila ducati al Re dei Romani, ottantamila al Vicerè per
l'esercito, e ventimila per lui, in tutto centoquarantamila ducati.
Queste somme furon di fatto pagate, e di esse parlano molti altri
scrittori, fra cui anche il Vettori, il quale aggiunge che erano state
promesse e votate dai Fiorentini prima della presa di Prato. _Fecero
oltre a questo_, prosegue il Guicciardini, _lega col re d'Aragona,
con obbligazione reciproca_ (e questo è il trattato riportato dal
Fabroni) di un certo numero di genti d'arme a difesa degli Stati, e
che i Fiorentini conducessero ai loro stipendi 200 uomini d'arme dei
sudditi di quel re, la quale condotta, benchè non si esprimesse, era
disegnata pel marchese delle Palude (_Storia d'Italia_, vol. V, lib.
XI, pag. 63-64). Ora se è certo che i 140,000 ducati furono pagati,
è certo pure che l'entrata di Firenze nella Lega era conseguenza
implicita e necessaria del ritorno dei Medici. E se si distingue, come
fa il Guicciardini, tutto ciò dal trattato fatto poi col Vicerè il 12
settembre, si vedrà che anche qui la _Storia_ è nel vero.
Il professore Ranke adduce ancora altri esempî di quelle che chiama
false narrazioni del Guicciardini. La gelosia nata fra Alessandro VI,
Cesare e Giovanni Borgia, a cagione di Lucrezia figlia del primo e
sorella degli altri due, difficilmente si troverà, esso dice, narrata
prima del Guicciardini: la fonte di questi suoi racconti sono gli
epigrammi del Pontano e del Sannazzaro, alcuni accenni nelle lettere di
Pietro Martire, ed un libello riportato dal Burcardo nel suo _Diario_.
Ma Pietro Martire cadde in molti errori, nè si può dare autorità
di fonti storiche ai libelli ed agli epigrammi. A tutto ciò si può
rispondere che, dopo i lavori del Gregorovius, dopo i molti documenti
pubblicati recentemente sui Borgia, quest'accusa non è più sostenibile.
Il Guicciardini affermava quello che era stato prima di lui detto e
creduto da moltissimi cronisti, da moltissimi ambasciatori italiani, le
cui lettere egli consultava di continuo. Fra gli estratti di lettere e
documenti che sono nelle _Memorie_ ne troviamo sotto l'anno 1497 alcuni
_Ex Archivio_, poi altri _Ex Marcello_, cioè da carte che erano presso
il segretario Marcello Virgilio. Fra questi ultimi leggiamo: _Giugno.
La morte di Candia facta per ordine del fratello, per invidia et per la
sorella_ (_Memorie Istoriche_, vol. I. Le pagine non sono regolarmente
numerate). Abbiamo citato un solo esempio: ma assai grande è il numero
degli appunti relativi ai Borgia, ed essi provano ad esuberanza, che se
si possono ancora aver dubbi sopra molti fatti attribuiti ai Borgia,
non si può certo supporre che il Guicciardini li avesse inventati o
cavati solo da epigrammi e da libelli. Egli, per esempio, s'ingannò di
certo nel credere che il Papa morisse dopo avere in una cena preso per
sbaglio il veleno che aveva apparecchiato per un altro. I _Dispacci_
da noi pubblicati di A. Giustinian dimostrano che il racconto è falso,
e che il Papa morì invece di febbre romana. Ma anche a questo racconto
del veleno credettero allora molti: lo diè per certissimo il Giovio,
e nella sua _Storia dei Papi_ vi crede lo stesso professore Ranke,
il quale si dimostra tanto benevolo al Giovio, quanto è avverso al
Guicciardini, che pure è assai più fedele e credibile narratore.
Il professore Ranke, venendo all'ordine generale della _Storia_ del
Guicciardini, osserva giustamente che essa segue ancora troppo la
vecchia forma degli Annali. Ogni anno l'autore ricomincia da capo,
ed interrompe perciò di continuo il racconto di tutti quei fatti
che, principiati in un anno, finiscono nei successivi. Un tal difetto
diviene assai grave, abbracciando egli una vasta serie di avvenimenti,
i quali spesso rimangono tutti troncati a mezzo, per essere poi tutti
ripigliati da capo. Ben è vero che il Guicciardini suole respingere
alla fine di ogni anno i fatti secondari, occupandosi innanzi tutto
dei principali, il che dà un certo ordine alla narrazione. E i discorsi
che spesso introduce, aiutano anch'essi non poco a spiegare, ordinare
e collegare fra loro gli avvenimenti. A queste giuste osservazioni
del Ranke si potrebbe anche aggiungere, che la divisione in libri
e capitoli non è fatta per anni o per mesi, ma assai più secondo la
natura degli avvenimenti, il che aiuta non poco la connessione logica
e la chiarezza. È necessario inoltre ricordare che, ad eccezione
del Machiavelli, nessuno s'era allora liberato affatto dalla forma
annalistica, sebbene tutti cercassero di abbandonarla. Nella sua
_Storia Fiorentina_, che abbraccia un assai minor numero di fatti, il
Guicciardini era molto meglio riuscito ad ottenere una distribuzione
meno meccanica e più razionale; ma la _Storia d'Italia_ doveva
narrare una serie di avvenimenti ben più vasta, ben più intricata. La
difficoltà di trovare in essi un filo conduttore, un ordine logico è
tale, che neppure oggi si riesce a vincerla, e nel secolo XVI doveva
essere addirittura insuperabile. Il cadere più o meno nella forma
annalistica diveniva quindi inevitabile.
Ma come mai, domanda finalmente il professore Ranke, questa _Storia_
con tanti difetti potè avere una così grande fortuna? L'ardire,
egli dice, con cui il Guicciardini parla dei papi, e svela senza
adulazione i disegni e le ambizioni dei principi, fu una prima causa
di ciò. Ed anche questo è verissimo. Ma il parlare liberamente dei
papi e dei principi è una lode che spetta a molti dei nostri storici
e cronisti dei secoli XV e XVI. Era un pregio che nasceva non tanto
dalla indipendenza del carattere di chi scriveva, quanto dal bisogno
assai generale allora di esaminare i fatti, descriverli quali erano,
cercarne, esporne le cagioni obiettivamente. Questo bisogno era nel
Guicciardini maggiore che in altri del suo tempo, quantunque la vanità
personale o la parte politica qualche volta gli facessero velo, come
pur troppo segue all'umana natura. In sostanza però a noi par certo
che come dipintore della realtà vera dei fatti storici, come espositore
delle loro vere e prossime cagioni, delle vere e prossime conseguenze,
egli è il primo storico in un secolo che pur n'ebbe tanti e così
eminenti.
Non vi fu mai un tempo, continua il professore Ranke assai giustamente,
in cui si pigliasse una parte così viva, così generale alla vita
pubblica, e tanto vi si pensasse, come allora si faceva in Italia,
specialmente in Firenze. Da ciò ne seguì che ogni storia particolare
veniva collegata cogli avvenimenti più generali, e prendeva perciò
una maggiore importanza. Un tal pregio apparisce chiaro soprattutto
nei discorsi, che il Guicciardini pose nella sua _Storia d'Italia_.
Per comprender chiaramente il valore di essa, bisogna ricordarsi che
le storie italiane di quel tempo sono tutte più o meno provinciali,
questa sola è davvero generale. L'autore si è finalmente liberato da
ogni concetto locale, e narra i fatti d'Italia più distesamente dei
fiorentini. Egli non fu mai nè municipale, nè clericale, nè legato
agl'interessi ecclesiastici in modo da perdere la indipendenza del
proprio spirito. Una sola di queste qualità avrebbe limitato il suo
intelletto; avendole ambedue, noi troviamo in lui quella forma generale
ed indipendente di giudicare gli avvenimenti, che divenne propria
dello storico moderno soltanto nel secolo XVIII, ma che era stata già
iniziata dal Guicciardini nel secolo XVI. La sua opera sarà perciò
sempre giudicata una delle più grandi produzioni storiche che noi
possediamo.
Queste considerazioni, che il professore Ranke aveva appena accennate
nella prima edizione del suo lavoro, e svolge alquanto più nella
seconda, rendono piena giustizia al Guicciardini, e ne determinano
l'ingegno ed il valore con una penetrazioue ed una originalità degne
veramente del grande critico tedesco. Questi crede però sempre, che i
pregi da lui accennati si ritrovino solo nei discorsi, non già nella
narrazione, nella quale non si può, secondo lui, sperare d'aver mai
la verità obbiettiva dei fatti. «Nur darf man nicht in dem Buche den
objectiven Thatbestand der Ereignisse in den Händen zu haben glauben»
(a pag. *57 della 2ª edizione). Noi abbiamo invece cercato di provare
che questa verità vi si trova, e che le accuse d'inesattezza fatte al
Guicciardini assai di rado sono pienamente giustificate. Non ostante
però le nostre osservazioni, ci è pur forza conchiudere che, se il
professore Ranke fu in questo suo lavoro giovanile troppo avverso al
Guicciardini, fu anche il primo ad indicare la vera via che bisognava
tenere, per fare una critica sicura della _Storia d'Italia_, e che le
poche considerazioni generali con cui egli conchiude, sono ammirabili
davvero. Se avesse potuto vedere i manoscritti del grande storico
italiano, ci avrebbe certo dato di lui un giudizio diverso, una critica
compiuta e definitiva. Per ora ci resta solo a far voti che qualcuno
intraprenda una nuova edizione della _Storia_, riscontrandola sui
manoscritti, e con l'aiuto di essi ne ricerchi le fonti, e la giudichi,
non con la eccessiva severità dell'illustre professore Ranke, ma pur
seguendo il metodo da lui indicato.[675]