CAPITOLO VI.

Leone X, la sua politica e la sua Corte.

Prima di ripigliar l'esame delle opere del Machiavelli, dobbiamo

di nuovo fermarci alla storia dei tempi, coi quali esse sono in una

continua relazione, e dei quali continuamente discorrono.

Leone X era salito sulla cattedra di San Pietro, destando per tutto,

specialmente in Italia, grandissime speranze di sè. Il mondo era stanco

degli eccessi scandalosi d'Alessandro VI, e delle audacie irrequiete

di Giulio II. Si desiderava un poco di tregua e di pace; il cardinal

Giovanni de' Medici sembrava perciò il papa da tutti desiderato.

Il Vettori dice di lui, che «aveva saputo in modo simulare, che era

tenuto di ottimi costumi.»[3] Certo aveva una generale reputazione

di buono, ma anche di assai accorto, che sapeva condurre ed aggirare

i cervelli degli uomini. In politica era della scuola di suo padre

Lorenzo il Magnifico; ambiziosissimo del potere per sè e pe' suoi,

con una grande apparenza di bonomia e di semplicità, serbando sempre

quelli che a Firenze chiamavano i modi civili. Ma ciò non impediva

punto che, all'occorrenza, sapesse non solo mentire ed ingannare, di

che quasi menava vanto; ma porre crudelmente le mani nel sangue. Aveva

anche una grande reputazione, e meritata, d'uomo liberalissimo del

suo. Dava in fatti quello che aveva e quello ancora che non aveva.

«Era tanto possibile,» dice lo stesso Vettori, «che Sua Santità tenesse

mille ducati, quanto è possibile che una pietra vada in alto da sè.»[4]

«È certo che se le porte del Panteon fossero d'oro, il Papa non le

lascerebbe al loro posto,» diceva uno degli ambasciatori veneti.[5] Ed

un altro aggiungeva, che non solamente non sapeva tener conto alcuno

del danaro, ma che i Fiorentini i quali gli si affollavano d'intorno,

e dicevano d'esser suoi parenti, non gli lasciavano mai un soldo in

tasca, per il che erano venuti in grande odio alla Corte.[6] Nè minore

era la sua fama di mecenate, protettore e cultore delle lettere e di

tutte le arti belle. Il palazzo a Sant'Eustachio,[7] quando egli lo

abitò da cardinale, era divenuto ben presto un ameno ricetto d'artisti

e di letterati, un museo, nel quale collocò la biblioteca Medicea,

che nel 1508 aveva comperata dai frati di S. Marco, i quali l'avevano

acquistata ai tempi del Savonarola.[8] Di mezzana statura, di testa

grossa, d'un colore che tendeva al rosso, con occhi sporgenti, di

vista corta in modo che portava sempre una lente, Leone X aveva

allora trentotto anni, era vanissimo della sua bella mano, che faceva

sempre vedere, ornandola di molti anelli, e più ancora della sua voce

armoniosa così nel parlare, come nel cantare. Lo tormentava però molto

una fistola che rendeva disgustoso l'avvicinarlo; era assai corpulento

ed intollerante d'ogni fatica prolungata. Tutti i poeti cortigiani

lodavano, esaltavano i suoi versi latini, che erano assai mediocri,

ma che egli improvvisava con molta facilità; tutti lo ammiravano ed

applaudivano quando cantava e quando disputava di pittura, di scultura,

di musica, d'ogni cosa. In sostanza però egli non riuscì mai a produrre

nulla di originale. Era un gran dilettante, un grande amatore delle

arti e delle lettere, non altro. Ed in ciò si vedeva assai chiara

la sua inferiorità di fronte a Lorenzo il Magnifico, che non solo fu

mecenate, ma lasciò anche una impronta personale nella letteratura del

suo tempo.

Non era anche sciolto il Conclave, che lo aveva eletto (11 marzo 1513)

quando il Papa nominò suoi segretari Pietro Bembo veneziano, erudito

latinista, elegante scrittore italiano, amante del bel sesso, del

lieto vivere, e Giovanni Sadoleto, altro latinista erudito, vago del

conversare ameno e dei piaceri. Simili a costoro erano, più o meno,

tutti i prelati di cui si circondò. Un luogo eminente fra loro tenne

per qualche tempo Bernardo Dovizi da Bibbiena, il noto autore della

scandalosa commedia _La Calandra_. Questi era un capo ameno, molto

pratico però degli affari; aveva assai contribuito all'elezione del

Papa, e ne fu compensato col cappello cardinalizio, di cui godè poco,

perchè la sua salute era già rovinata, e perchè ben presto il sospetto

d'avere intrigato colla Francia, gli fece perdere ogni favore, tanto

che la sua morte, seguita poco dopo, venne attribuita a veleno. Quando

si trovava in mezzo a questi prelati, ai suoi poeti, ai suoi artisti,

Leone X pareva veramente felice. Egli manifestò la propria indole,

espresse tutto l'animo suo, quando, poco dopo l'elezione, incontrando

il fratello Giuliano, gli disse: «Godiamoci il papato, poichè Dio

ce l'ha dato.»[9] Godersi la vita, non tanto sensualmente, quanto

esteticamente, era ciò che più di tutto desiderava. «Non vorria nè

guerra, nè fatica,» scriveva l'ambasciatore veneto Marin Giorgi.[10]

«Pensava a ogni altra cosa che a guerra,» scriveva l'ambasciatore

fiorentino Francesco Vettori.[11] E pure, sebbene tutto egli

sacrificasse ai desiderati piaceri, e tanto volesse la pace, fu sempre

in guerra, e tenne in agitazione continua l'Italia intera.

Per la sua Corte, per i suoi piaceri e conviti, per i suoi letterati

ed artisti, anche per i suoi buffoni, aveva bisogno di molti danari,

il che gli faceva tentare ogni via onesta e disonesta per averli,

e qualche volta da ciò nascevano dissensi, che erano poi cagioni

di guerra. In fatti volse subito l'occhio alle terre di Cervia e

di Ravenna, da cui si cavavano cinquantamila ducati l'anno di sale,

senza riflettere che così insospettiva ed irritava i Veneziani, che

le possedevano.[12] A questo s'aggiungeva una brama ardente di far

parlare di sè, d'essere tenuto potente in Italia; ma soprattutto un

desiderio vivissimo, che non gli dava mai pace, di rendere potenti

anche tutti i suoi. «Il Papa e i suoi Medici,» scriveva l'ambasciatore

veneto, «non hanno altra fantasia che di far grande la prosperità

della casa, e i suoi nipoti non si contentavano d'esser duchi, ma

pretendevano che uno di loro fosse re.»[13] Abbiamo già visto come

questi desideri, di cui parlano tutti i contemporanei amici e nemici di

Leone X, spingessero di continuo al disegno di formare nell'alta Italia

uno Stato di Modena e di Parma, da estendersi poi sino a Ferrara e ad

Urbino, il che naturalmente doveva esser causa di guerra cogli Este e

coi Della Rovere. Un tale disegno era stato quello che aveva suggerito

al Machiavelli l'idea del _Principe_, nel quale consigliava ai Medici,

che s'allargassero addirittura a tutta Italia, riunendola ed armandola.

La prima speranza del Papa fu per qualche tempo di dare il nuovo Stato

al nipote Lorenzo, supponendo di poter profittare degl'inevitabili

garbugli d'Italia, in modo da ottenere pel fratello Giuliano il regno

di Napoli. Trovata ben presto impossibile l'effettuazione del secondo

e più ambizioso disegno, voleva dar Modena e Parma a Giuliano. Ma

questi, che era fantastico e buono, morì nel 1516, e così restò solo

Lorenzo, che aveva ventun anno, ed era, secondo l'ambasciatore veneto,

«di un animo gagliardo, astuto e atto a far cose grandi, non come il

Valentino, ma poco meno.»[14] Costui stimolava continuamente il Papa,

tanto più che non gli piaceva punto lo starsene a Firenze, dove poteva

comandar più di nome che di fatto.

V'era anche un altro Medici, di maggiore età e più autorevole, Giulio

(1478-1534), figlio naturale di quel Giuliano che fu ucciso nella

congiura dei Pazzi. Nato poco dopo la morte del padre, e notissimo

più tardi col nome di Clemente VII, s'era dato ben presto alla vita

ecclesiastica; fu poi cavaliere di Rodi, frequentò molto la Corte

del cardinal Giovanni, e continuò più che mai, quando questi fu papa

Leone X. S'era molto adoperato nella congiura che cacciò il Soderini

da Firenze, e venne poco dopo nominato arcivescovo di questa città.

Non andò guari che fu promosso cardinale, dopo essere stato prima

falsamente dichiarato figlio legittimo, al modo stesso che s'era

da Alessandro VI praticato pel Valentino. Insieme con lui ebbero il

cappello Bernardo da Bibbiena, il datario Lorenzo Pucci ed Innocenzo

Cibo, nipote del Papa per parte di sorella. Questo fu il primo passo,

dice il Vettori, dato da Leone X a violare i giuramenti, cosa che

incominciò subito a far mutare la buona opinione che s'era prima

concepita di lui. Il cardinale Giulio veniva adoperato in tutte le più

gravi faccende, e passava per un uomo accortissimo, consigliere non

solo, ma quasi guida del Papa.[15] Assai meno dedito ai piaceri, meno

curante di fare il mecenate, reggeva meglio al lavoro, e si dava agli

affari senza distrazioni. Ma il vero è, che il Papa se ne valeva come

di un utile e docile strumento della propria volontà. Per cansar fatica

egli adoperava sempre e molto gli altri; ma voleva far le cose a suo

modo, ed ottenere il proprio intento, senza punto badare ai mezzi.

Fu sventura per lui salire al pontificato quando l'Europa era

travagliata da lotte sanguinose per le gare dei grandi potentati;

quando già cominciava l'agitazione della Riforma religiosa;

quando l'Italia era lacerata da Francesi e da Spagnuoli, che se ne

contendevano il dominio, e vi chiamavano, per farsi a vicenda aiutare,

altri stranieri. Egli presumeva farsi grande moderatore della politica

generale in tutta Europa. L'autorità della Chiesa, il nome della

famiglia, la grande fortuna che lo aveva mirabilmente secondato, lo

ponevano certo assai in alto, e facevano a molti sperare, che come

suo padre era stato chiamato l'ago della bilancia d'Italia, così il

figlio potesse essere arbitro delle grandi contese politiche, non

solo in Italia, ma in tutta Europa. Ad ottenere un tal fine però,

Leone X avrebbe dovuto avere un grande scopo ed il carattere proprio

d'un uomo di Stato, lasciando da ciò costantemente regolare la sua

condotta; ma questo appunto era invece ciò che gli mancava del tutto.

Di certo sarebbe un grave errore il credere che, in mezzo a così gravi

conflitti, egli non pensasse che ai suoi interessi personali e di

famiglia. Doveva anch'esso, al pari di tutti i papi, sentire il bisogno

d'assicurare lo Stato della Chiesa, e quindi, se non poteva, come aveva

sperato Giulio II, cacciar dall'Italia gli stranieri, impedire almeno

ad ogni costo, che uno solo di loro divenisse padrone della Lombardia

e del Napoletano. Non poteva un uomo del suo ingegno non vedere, che

chi avesse così avuto in mano «il capo e la coda d'Italia», avrebbe

circondato e stretto dai due lati lo Stato della Chiesa, privandolo

d'ogni possibile indipendenza. Ma il bisogno costante, irresistibile

di profittar sempre di tutto a vantaggio non solamente suo e della

Chiesa, ma dei parenti, creando a ciascuno di essi uno Stato, era

quel che toglieva alla sua politica ogni valore impersonale.[16] A

ciò s'aggiungeva quella sua indole amante dei piaceri e del quieto

vivere, senza troppi pensieri; il non prendere mai nessuna cosa sul

serio; il continuo, l'eterno tergiversare senza mai decidersi; il

trattare contemporaneamente con tutti nello stesso tempo, ingannando

tutti con una doppiezza, di cui menava vanto, che aveva anzi elevata a

principio. Quando si stringe alleanza con uno, egli diceva, non bisogna

mai tralasciare d'aprir trattative anche cogli altri, per tenersi

sempre aperta una via d'uscita, ed esser sempre pronto agli eventi.[17]

Così la sua politica fu una serie continua d'interminabili mutazioni,

un caos, un laberinto in cui non è possibile trovare nessun filo

conduttore, perchè nessun alto principio la guidava mai. Neppure della

tremenda rivoluzione religiosa, iniziata allora da Martino Lutero,

egli, indolente e scettico com'era sempre, seppe formarsi un concetto

chiaro.

Che la condotta d'un tale uomo dovesse riuscire funesta all'Italia,

è facile immaginarlo. Non era appena morto Giulio II, che il generale

Cardona s'impadronì di Parma e di Piacenza, a vantaggio del ducato di

Milano, dove governava, di nome più che di fatto, Massimiliano Sforza,

giovine inesperto e debole, il quale perciò si trovava in balìa degli

Svizzeri, degli Spagnuoli e dell'Imperatore, a grande dispetto del suo

segretario Girolamo Morone, uomo di molto ingegno, di animo audace,

irrequieto e pieno sempre di ardimentosi disegni. Il Papa si sentì

allora mortalmente ferito per la perdita di quelle due città, su cui

aveva fatto pe' suoi parenti grande assegnamento, e cominciò subito ad

intrigare. Invitato dalla Francia, che nel marzo del 1513 aveva fatto

lega con Venezia, per assaltare Milano, ricusò d'aderire, perchè non

gli volevano assicurare la restituzione di Parma e di Piacenza.[18]

Faceva quindi mostra d'avvicinarsi invece alla lega, che nell'aprile

avevano conchiusa a Mecheln Enrico VIII e l'Imperatore, per difendere

Milano e le terre della Chiesa, per assalire la Francia. Girolamo

Morone era intanto corso a Roma, sperando d'avere aiuti a difesa del

suo signore, ed il Papa, sebbene ancora non si sbilanciasse, gli dava

danari per assoldare Svizzeri. La guerra cominciò subito. Da un lato

scesero i Francesi, da un altro s'avanzarono i Veneziani; e Milano si

ribellò al Duca, cui non restava altro che Como e Novara, nella quale

ultima città si rinchiuse. Ma allora scesero dalle Alpi gli Svizzeri, i

quali nel giugno diedero alla Riotta una grande disfatta ai Francesi,

mutando così lo stato delle cose. Il Cardona in fatti aderì prima in

nome degli Spagnuoli, alla lega di Mecheln, e dette Parma e Piacenza

al Papa, che, com'era naturale, senza più esitare, aderiva anch'egli.

Assalì poi subito i Veneziani, ed arrivò sin quasi alla laguna.

Nell'ottobre venne alla Motta a giornata coll'Alviano, che i Francesi

avevano liberato dalla prigionia, e lo ruppe. La Francia nello stesso

tempo perdette Genova, e fu in casa assalita da Inglesi ed Imperiali,

che le diedero una grave rotta a Guinegatte (16 agosto 1513). Gli

Svizzeri l'assalirono dalla parte di Dijon; ma al La Trémoille riuscì,

con danari e larghe promesse, a farli ritirare da Milano.

Luigi XII capì finalmente che il suo interesse lo portava ad unirsi

col Papa, il quale poteva suscitargli contro troppi nemici. Rinunziò

quindi al Conciliabolo iniziato a Pisa, e sottomise la Chiesa gallicana

al Concilio lateranense, il che era un gran trionfo per il Papa. Così

fu subito conclusa una nuova lega tra lui, la Francia e l'Inghilterra.

Leone X adunque si trovava adesso legato con la nazione francese, stata

sempre avversa alla sua casa; anzi allora appunto s'imparentava col re

Luigi XII, mediante il matrimonio di Filiberta di Savoia con Giuliano,

promettendo di mandarlo ad aiutare la ripresa di Milano, con la

speranza, ben inteso, d'ottenere altri vantaggi. E intanto già cercava

in segreto di stringere accordi fra la Spagna, l'Impero, Venezia,

Firenze e Milano, tanto per tenersi, come faceva sempre, aperta la via

a gettarsi di qua o di là, secondo l'occorrenza. «Pieno di artifizî,»

così scrive il Guicciardini, «voleva da un canto che il re di Francia

non ricuperasse lo Stato di Milano; da un altro intratteneva lui e

gli altri principi, quanto più poteva, con varie arti.»[19] È quindi

impossibile tener dietro alle sue mille tergiversazioni. Egli trattava

con tutti e non si teneva fermo a nessuno, perchè da nessuno poteva

avere le promesse ed assicurazioni che voleva pel reame di Napoli e

per l'alta Italia. Tutti conoscevano però quali erano i suoi ambiziosi

disegni.[20] Quando si vedeva che Giuliano se ne stava a Roma,

quasi disprezzando la dimora in Firenze, si diceva dai più accorti:

«Bisogna che abbi fantasia a cose maggiori, che non può essere altro

che il regno di Napoli.»[21] Quando si vedeva che il Papa permetteva

ai Fiorentini d'assalire i Lucchesi; quando si vedeva che invece

di restituire Reggio, secondo la data promessa, acquistava Modena

dall'Imperatore per 44,000 ducati, tutti capivano quali erano anche da

questo lato le sue mire. Siena, Ferrara, Urbino temevano d'essere da

un momento all'altro avvolte nelle reti artificiose del Santo Padre,

che era perciò circondato da una generale diffidenza. Ma ora un nuovo

avvenimento mutava affatto le condizioni politiche dell'Europa. Luigi

XII, dopo la morte della moglie Anna, aveva sposato Maria, sorella

del re Enrico VIII, bella e giovane tanto, che fu dai malevoli detto

aver egli tratto d'Inghilterra «una chinea, che camminò sì forte,

che in pochi mesi lo portò fuori del mondo.»[22] Egli era infatti

malaticcio, aveva 53 anni, e con una moglie di soli 16, non reggendo

al mutato tenore di vita, morì il primo del 1515. Francesco I, che

gli successe, non aveva più di 20 anni; era pieno delle memorie di

Gastone di Foix, del desiderio di vendicar le disfatte di Novara e

di Guinegatte; s'era l'anno innanzi sposato con la figlia primogenita

del re Luigi, la quale ereditava dalla madre il ducato di Brettagna,

e dal padre le pretese su quello di Milano. Alto della persona, bello,

forte, d'animo cavalleresco, amante delle lettere e dei piaceri, capace

di concepire e di condurre ad effetto arditi disegni, assunse, con la

corona di Francia, il titolo ancora di duca di Milano, e s'apparecchiò

all'impresa d'Italia. A questo fine concludeva alleanza con l'arciduca

Carlo, rinnovava il trattato con l'Inghilterra, confermava quello già

fatto da Luigi XII con Venezia.[23] Ma non gli fu possibile accordarsi

col Papa, perchè il nunzio Canossa, vescovo di Tricarico, uomo operoso

ed accorto, insisteva, secondo il solito, non solamente per Modena

e Parma, ma anche per avere la promessa del regno di Napoli. A tanta

insistenza Francesco I fu per perdere la pazienza. «Questa che Nostro

Signore ci domanda,» egli rispose, «è troppo gran cosa, e male potremmo

concederla senza gravissimo carico nostro e della Corona. Nè egli poi,

nè suo fratello Giuliano avrebbero la forza di comandare e governare un

regno così vasto, così irrequieto, che non stette mai a lungo sotto uno

stesso padrone.»[24]

Senza perdere tempo, il Re raccolse un poderoso esercito tra la

Saona, il Rodano e le Alpi, movendo finalmente per l'Italia con 60,000

uomini a piedi, 30,000 a cavallo, e 72 pezzi d'artiglieria. V'erano i

celebri uomini d'arme francesi, formati dalla prima nobiltà del regno,

comandati dal Re in persona. V'erano molti lanzichenecchi e molti

Guasconi, questi ultimi comandati dal Navarro, che aveva disertato

la Spagna.[25] Il 17 luglio intanto s'era conclusa una confederazione

armata fra l'Imperatore, il Cattolico, lo Sforza ed il Papa, «per la

difesa e la libertà d'Italia.» Ad aver l'adesione del Papa era stato

necessario cedergli addirittura Parma e Piacenza, promettendo un

qualche compenso allo Sforza, che le possedeva. Raimondo di Cardona

era già alla testa di otto o dieci mila Spagnuoli, e gli Svizzeri

discendevano dalle Alpi in grandissimo numero. Massimiliano Sforza

ed il Papa che li avevano arrolati, dovevano non solo pagarli, ma

provvederli anche di buona cavalleria, la quale si trovava già pronta

sotto il comando di Prospero Colonna. E oltre di tutto ciò, il Papa

aveva inviato un esercito di genti fiorentine e pontificie, comandate

prima da Giuliano, poi, essendosi questi ammalato, da Lorenzo de'

Medici, col titolo di capitano della Chiesa e dei Fiorentini. Ma già

si diceva, e si vide poi esser vero, che avevano avuto ordine di non

combatter davvero la Francia, conducendosi in modo da cavare pel Papa

buoni patti da chiunque vincesse, il che, com'era naturale, riuscì di

grave danno al fine della guerra.[26]

Il 13 settembre 1515 i due eserciti vennero presso Marignano a

giornata. Gli Svizzeri, in tre corpi di 8 a 10 mila uomini ciascuno,

assalirono con vigore e fortuna le genti d'arme francesi, e

s'apparecchiavano, secondo il solito, a correre sulle artiglierie,

quando Francesco I venne co' suoi all'assalto, e, combattendo sino a

notte inoltrata, lasciò incerto l'esito della giornata. Mandò allora ad

avvertire l'Alviano, perchè s'avanzasse coi Veneziani; avvertì altri

de' suoi generali, e riposò qualche ora appoggiato ad un cannone,

ricominciando in sull'alba a combattere. La battaglia fu fierissima,

e pareva risolversi a favore degli Svizzeri, quando arrivò l'Alviano

che li assalì al grido di _Viva San Marco_, ed allora dovettero cedere.

Fecero ancora un ultimo sforzo disperato, e poi si posero in ritirata,

lasciando da 7 ad 8 mila morti sul campo. Questa che il Trivulzio,

il quale pur ne aveva visto tante, chiamò battaglia di giganti,

recò grave danno alla reputazione per così lungo tempo goduta dagli

Svizzeri, i quali d'allora in poi non furono più tenuti invincibili

come pel passato. Essi, ciò non ostante, eseguirono la ritirata con

ordine ammirabile; lasciarono qualche migliaio dei loro nel castello di

Milano, e, ritornando alle Alpi, promisero di scender di nuovo a fare

vendetta.

Francesco I, che s'era fatto sul campo di battaglia ordinar cavaliere

dal Baiardo, entrò in Milano, imponendole una taglia di 300,000 ducati.

Poco dopo s'arrese la cittadella, non ostante i consigli contrari del

Morone, che riuscì a fuggire dalle mani dei Francesi.[27] Massimiliano

Sforza, stanco ormai degli Svizzeri e dell'avversa fortuna, si pose

nelle mani del Re, e, ritiratosi in Francia, si godette una pensione

di 36,000 ducati senza più pensare ad altro. Il Cardona, disgustato

del Papa e dei Fiorentini, le cui genti avevano sempre tergiversato,

mancando poi al bisogno, se ne andò verso Napoli. Francesco I si fermò

a Pavia, donde voleva muovere a prendere Parma e Piacenza, andando

poi anche più oltre. Queste notizie, come è da immaginarsi, posero

uno spavento grandissimo nell'animo del Papa, il quale si vedeva

abbandonato dagli amici, lasciato in preda ai nemici. Nel primo giorno

della battaglia di Marignano, la fama dei vantaggi ottenuti dagli

Svizzeri, s'era per via ingrossata in modo che era giunta a Roma,

annunziando piena disfatta dei Francesi e dei Veneziani. Il cardinal

Bibbiena fece subito illuminare la città, Leone X da sè stesso volle

dar la grande notizia all'ambasciatore veneto Marin Giorgi. Questi

però, avuto il giorno seguente lettera della Signoria, che annunziava

la vittoria, vestitosi in gala, corse al Vaticano, fece svegliare il

Papa, che uscì di camera sbalordito e ancor mezzo spogliato. «Padre

Santo,» gli disse l'oratore, «ieri Vostra Santità mi diede una cattiva

nuova e falsa, io gliene darò oggi una buona e vera: gli Svizzeri sono

rotti.» E così dicendo gli mostrò la lettera della Signoria, letta la

quale, Leone X esclamò tutto spaventato: — «_Quid ergo erit de nobis,

et quid de vobis?_ — «Di noi sarà bene,» rispose l'oratore, «che siamo

col Cristianissimo re, e Vostra Santità non avrà male alcuno. — Ci

metteremo nelle mani del Cristianissimo, domandando misericordia,»[28]

— concluse il Papa, che neppure in quel momento volle dire di

rimettersi nella Signoria di Venezia.

Prima d'avventurarsi a nuove imprese, Francesco I, da vero uomo di

Stato, cercò di consolidare quello che aveva acquistato. Dopo quindi

aver preso Brescia ed alcune altre terre, dopo aver tentato di prender

Verona, che però fu difesa dall'Imperatore Massimiliano, fece un

trattato con l'arciduca Carlo a Noyon (13 agosto 1516), promettendogli

in moglie la propria figlia, che avrebbe portato in dote i diritti

sul reame di Napoli, il che poteva metter fine a dispute e guerre

altrimenti interminabili. Intanto il re Cattolico, cioè lo stesso

arciduca Carlo, per la morte di Ferdinando d'Aragona (23 gennaio

1516) successo al trono della Spagna, che governava ora per mezzo del

cardinal Ximenes, doveva pagare 100,000 scudi d'oro ogni anno, sino al

compiuto matrimonio, necessariamente ritardato per l'età troppo tenera

della sposa. Carlo, autore principale di questi accordi, fece consentir

Massimiliano a cedere con nuovo trattato (Bruxelles, 3 dicembre 1516),

mediante pagamento di 200,000 ducati, Verona ai Veneziani, i quali

si trovavano così insieme con la Francia padroni dell'alta Italia.

Un'alleanza perpetua venne inoltre conclusa da Francesco I coi tredici

Cantoni svizzeri (Friburgo, 29 novembre 1516), ai quali il Re dovè

pagare grosse somme di danaro. E finalmente il dì 11 marzo 1517 fu

concluso il trattato di Cambrai, mediante il quale Carlo, Massimiliano

e Francesco I si garentivano a vicenda i propri Stati. In questo

modo l'Arciduca, divenuto già sovrano dei Paesi Bassi e della Spagna,

s'assicurava il dominio del Napoletano, e cominciava a spianarsi la

via alla sua straordinaria potenza in avvenire. Ma per ora gli occhi

del mondo restavano rivolti sempre verso Francesco I, il quale, dopo

avere umiliato gli Svizzeri, se ne era assicurata l'amicizia; e dopo

essersi fatto padrone del Milanese, levava dalle mani del fantastico ed

irrequieto Imperatore Verona, chiave del Tirolo; si faceva assicurare

i propri Stati dalla Spagna e dalla Germania, rimanendo amico dei

Veneziani.[29]

Quest'opera sarebbe però rimasta incerta e precaria, se Francesco

I non fosse riuscito ad assicurarsi del Papa che, restando nemico,

poteva di nuovo suscitargli avversari per tutto. Furono quindi iniziate

pratiche, a concluder le quali venne deliberato, che il Re ed il Papa

s'incontrerebbero a Bologna. Leone X giunse in Toscana verso la fine di

novembre del 1515, e a dar tempo di compiere i grandi apparecchi che

si facevano in Firenze, per riceverlo solennemente, si fermò qualche

giorno a Marignolle, nella villa dei Gianfigliazzi. Il 30 del mese

entrò per la Porta di San Pier Gattolini,[30] di cui fu necessario

demolir l'antiporto, perchè il Papa potesse passare col suo numeroso

seguito, del quale facevano parte diciotto cardinali. Alloggiò a Santa

Maria Novella, donde si recò il giorno seguente al palazzo dei Medici,

ripartendo il 3 dicembre per Bologna. Affermano i cronisti che per più

d'un mese s'erano a Firenze adoperate circa duemila persone, spendendo

settantamila fiorini e più, per apparecchiare le feste.[31] Le vie e le

piazze, per cui doveva passare il Papa, erano piene di archi trionfali,

di statue, di obelischi, di tempii, opere tutte dei migliori artisti

d'Italia, che allora fiorivano in grandissimo numero nella Città.[32]

Alcuni di questi lavori riproducevano antichi monumenti romani,[33]

altri erano invenzioni nuove. Antonio da San Gallo aveva fatto un

tempio ottagono in piazza della Signoria; Baccio Bandinelli, un gigante

nella Loggia; più di tutto richiamava l'attenzione del pubblico la

facciata del Duomo, condotta in legno. L'architettura, con bassorilievi

e statue, era opera di Iacopo Sansovino, dipinta da Andrea Del Sarto.

L'idea prima ne era stata già altra volta suggerita da Lorenzo il

Magnifico.[34] Leone X, partito da Firenze, fece il 7 dicembre solenne

ingresso a Bologna, dove il Re giunse l'11, per ripartirne il 15.

Ritornò il Papa a Firenze il 22 dicembre, restandovi tra feste continue

tutto il Natale ed il Carnevale, fino al 19 febbraio, quando ripartì

finalmente per Roma.[35].

A Bologna fu concluso un trattato, che era già stato formulato il

13 ottobre 1515. Con esso Leone X non solamente disdisse l'accordo

già fatto con l'Imperatore; ma, quello che fu più duro al suo cuore,

dovette restituire al Re Parma e Piacenza; promettere di restituire

Modena e Reggio al duca di Ferrara, il quale avrebbe reso a lui la

somma già pagata all'Imperatore. Francesco I prometteva dal canto suo

di difendere Firenze e lo Stato della Chiesa, dare al fratello ed al

nipote del Papa dignità e rendite in Francia. La Prammatica Sanzione

fu abrogata con un accordo, che sempre più sottometteva la Chiesa

gallicana al Re ed a Roma.[36] In questa occasione Francesco I fece

due nuove domande. Chiese d'avere in dono il gruppo del Laocoonte, da

poco trovato nelle Terme di Tito, e del quale era corsa per tutto il

mondo la fama. Leone X che, secondo l'espressione d'un moderno, avrebbe

più volentieri ceduto la testa d'un apostolo,[37] promise, con la

intenzione però di dare invece una copia. La ordinò infatti a Baccio

Bandinelli, ma neppur questa andò poi in Francia, trovandosi anche

oggi in Firenze. Chiese inoltre che fosse perdonato al duca d'Urbino,

Francesco Maria della Rovere, il quale, dopo aver preso soldo dal

Papa, s'era nella guerra inteso colla Francia. Ma qui Leone X tenne

duro. Aveva perduto ogni speranza su Napoli; aveva dovuto cedere Parma

e Piacenza, promettere Modena e Reggio; voleva pei suoi poter fare

assegnamento almeno sopra Urbino, il cui duca egli odiava. Rispose,

quindi, che i proprî sudditi voleva punirli, secondo che meritavano le

loro colpe. Ed il Re non insistette.[38]

Il Papa s'era liberato da un pericolo imminente; ma era tutt'altro

che contento. Egli odiava la Francia, si sentiva umiliato perchè nulla

aveva ottenuto pe' suoi, e quindi già sottomano cercava d'avvicinarsi

a Massimiliano, a Venezia, per aprirsi la via a nuovi intrighi, a

nuove diserzioni. Al duca di Ferrara, che fu subito pronto col danaro,

invece di cedere Modena, secondo l'accordo, dette solamente parole.

Intanto apparecchiava la guerra d'Urbino, che doveva essere condotta

da Lorenzo. Questi esitava, perchè vedeva la difficoltà dell'impresa;

ma fu spinto dall'ambizione propria e della madre Alfonsina,

dall'insistenza del Papa, che diceva di voler mantener salvo l'onore

della Chiesa di fronte al Duca. Se non lo puniva, egli aggiungeva, ogni

più piccolo barone dello Stato si sarebbe ribellato.[39] E pubblicò

subito l'accusa di fellonia contro il povero Duca. Lorenzo, avanzatosi

allora alla testa d'un piccolo esercito, fu in poco tempo padrone del

Ducato, e n'ebbe dal Papa l'investitura. Ma ben presto lo spossessato

Duca, secondato da Odetto di Foix, signore di Lautrec, che governava

Milano per la Francia, ed era scontentissimo della mala fede del Papa;

aiutato efficacemente da Federigo di Bozzolo, ardito venturiero, si

pose insieme con lui alla testa di numerose bande di ventura, rimaste

disoccupate dopo l'ultima guerra, e s'impadronì da capo del proprio

Stato, col favore delle popolazioni. Il Papa allora, tutto pieno di

sdegno, ricorse agli alleati, che trovò indifferenti e diffidenti.

Si decise perciò di assoldare nuovi capitani di ventura, parte in nome

proprio, parte dei Fiorentini, che così costringeva a spendere per

una impresa alla quale essi erano affatto estranei ed indifferenti.

La guerra intanto ingrossava con grave danno delle popolazioni,

taglieggiate da tutti quei soldati di ventura, i quali, non avendo

altro da fare, la portavano in lungo più che potevano. E quando le

paghe non arrivavano, perchè il Papa spendendo sempre ne' suoi piaceri,

pe' suoi cortigiani e protetti, si trovava a secco, essi si rifacevano

saccheggiando e taglieggiando di nuovo. Lorenzo così continuava a

guidare e comandare l'impresa, ma era poco o punto obbedito dai suoi.

Vi furono, ciò nonostante, diversi scontri, in uno dei quali egli

venne ferito, e dovette, prima di poter tornare al campo, curarsi

alcune settimane a Firenze. Francesco Maria della Rovere era invece

rinforzato dai soldati che disertavano il Papa; s'avanzava quindi e

devastava spesso il territorio occupato dal nemico. Avrebbe allora

potuto vincere, se non si fosse anch'egli trovato alla testa di bande

di ventura, delle quali non poteva in nessun modo fidarsi, tanto più

che dall'una e dall'altra parte erano a combattere Spagnuoli, i quali

non volevano fra loro ammazzarsi. Pertanto, stanco, sfiduciato e senza

denari, si decise a cedere il suo Stato, avendo con la mediazione

di re Francesco e di re Carlo ottenuto di portar seco le sue robe,

specialmente la libreria, con tanti sacrifizî raccolta dal duca

Federigo. Così nel settembre del 1517 ebbe fine questa malaugurata

guerra, che costò 800,000 ducati, buona parte dei quali il Santo

Padre addossò ai Fiorentini, dando loro in assai magro compenso

San Leo ed il piviere di Sestino.[40] Fu questo il tempo in cui,

essendo morto Giuliano, il Machiavelli mutò la lettera dedicatoria

del suo _Principe_, indirizzandola invece a Lorenzo, che aveva allora

sperimentato che cosa erano i soldati di ventura, e trovavasi padrone

d'uno Stato nuovo, acquistato per fortuna e per armi. Non sembra

però, come già notammo, che il piccolo volume riuscisse mai ad essere

presentato ed accettato.

Questa guerra ebbe parecchie gravi conseguenze. Scontentissimi

restavano i Fiorentini, per le grandi spese, cui erano stati, senza

ragione, costretti, nè meno scontenti erano allora in Roma i cardinali.

Sino all'aprile del 1517 Leone X non ne aveva nominati che otto; e

quindi molti nel Collegio erano ancora gli eletti o aderenti di Giulio

II, venuto appunto dalla famiglia Della Rovere, e dovevano naturalmente

essere assai irritati dalla guerra mossa al duca Francesco Maria.

E v'era già nel Collegio un'altra causa di fiero malumore. Il Papa,

durante la sua ultima dimora in Toscana, s'era mescolato nelle cose di

Siena, favorendo una rivoluzione, per la quale fu spossessato Borghese

Petrucci figlio di Pandolfo e fratello del cardinale Alfonso, ponendovi

invece un altro Petrucci Raffaele, cugino di Borghese. Ora Pandolfo

era stato fra coloro che molto s'adoperarono pel ritorno dei Medici in

Firenze, ed il Cardinale aveva anche assai contribuito all'elezione di

Leone X. La rivoluzione promossa ora dall'ingratitudine del Papa non

solo obbligava il Cardinale ad abbandonar Siena, ma lo privava ancora

de' suoi averi. Egli se ne stava quindi a Roma, pieno di tanto sdegno,

che portava il pugnale quando usciva a caccia col Papa, e persino

quando andava in Concistoro, sperando d'avere occasione ed animo alla

vendetta. Cercava intanto e trovava aderenti ad una congiura, e questi

crebbero di numero per la guerra d'Urbino. Guadagnò facilmente l'animo

del cardinal Soderini, che non aveva mai perdonato al Papa la cacciata

del fratello ex-gonfaloniere, sebbene questi sembrasse viversene

tranquillo ed onorato in Roma, dove morì poi nel 1522, e fu sepolto

in Santa Maria del Popolo. Nè aveva mai perdonato la promessa fatta

e non mantenuta del matrimonio fra casa Medici e casa Soderini. Il

cardinal Riario, che era parente dello spodestato duca d'Urbino, tenuto

in disparte e non curato dal Papa, s'unì anch'egli ai malcontenti.

Tutto era pronto, quando furono intercette alcune lettere del cardinal

Petrucci al suo segretario, dalle quali appariva che la congiura era

ordita e vicina ad avere effetto. Un chirurgo assai celebre, Battista

da Vercelli, che veniva a Roma sotto colore di curare il Papa della

sua fistola, doveva amministrargli il veleno. Senza indugio vennero

allora messi in carcere i cardinali Petrucci, Sauli e Riario. Il

primo fu strangolato; il suo segretario ed il chirurgo, che fu preso a

Firenze, finirono fra atroci tormenti. Il cardinal Sauli venne liberato

pagando 50,000 ducati, ed il cardinal Riario fu condannato a pagarne

150,000. I cardinali Soderini ed Adriano, che furono in Concistoro

costretti a confessare la loro partecipazione alla congiura, vennero

condannati in 12,500 ducati ciascuno. Quando però avevano già convenuto

di dover essere liberati mediante una tal somma, questa venne dal Papa

raddoppiata, ed essi si dettero allora alla fuga. Il primo fu lasciato

vivere tranquillo a Palestrina, il secondo fu degradato e privato dei

suoi averi.[41]

In tutto questo processo Leone X dette prova d'una gran mala fede,

perchè egli volle non solo punire i colpevoli, ma far le sue vendette,

e profittar della congiura, per cavar dai cardinali più danaro che

poteva, avendone in quel momento grandissimo bisogno. E di ciò s'ebbe

nuova conferma quando, il 26 giugno 1517, nominò in una sola volta

31 cardinali, dai quali ebbe una somma grossissima, che si disse

ascendere sino a 500,000 ducati, che tuttavia non bastavano alle larghe

e continue spese. Con una così scandalosa infornata di cardinali, il

Papa mirava anche a riempire il Collegio di sue creature, ed avere

in esso una sicura maggioranza, che lo secondasse nelle faccende

politiche, e non ponesse ostacolo alla elezione, che voleva allora fare

al cardinalato, del cugino Giulio, il quale in gran parte aveva anche

consigliata e condotta la lucrosa operazione.[42]

Leone X cercava intanto di trar profitto dalla Francia, valendosi

dell'opera di Francesco Vettori, che trovavasi colà ambasciatore dei

Fiorentini, e per mezzo di lui concluse il matrimonio fra Lorenzo de'

Medici e Maddalena de la Tour d'Auvergne, congiunta alla famiglia

reale. Nel marzo del 1518 Lorenzo andò ad Amboise con un lusso non

minore di quello del Valentino, con doni ricchissimi per la sposa e

la regina, doni ai quali si attribuiva il valore di 300,000 ducati.

Egli tenne a battesimo il Delfino, e fu tra continue feste, che si

ripeterono poi al suo ritorno in Firenze, dove ricominciò a governare,

sempre però con poca voglia di restarvi;[43] giacchè non poteva fare

a suo modo, ma doveva destreggiarsi fra i repubblicani della Città,

e gli ordini imperiosi del Papa, che lo voleva docile strumento ai

suoi disegni. Stando al giudizio del Vettori, ed a quello ancora

più esplicito del Machiavelli, Lorenzo s'era finalmente persuaso che

solamente con quelli che chiamavano i modi civili, si poteva governare

Firenze, ed era così riuscito ad essere accetto ai Fiorentini.[44]

Ma pare che appunto per la necessità di governare in tal modo, e per

la sua mal ferma salute, sempre più affranta da vecchi morbi e da

continui vizî, si fosse di tutto ciò annoiato; onde se ne andò a Roma,

dove ben presto fu chiaro che s'avvicinava rapidamente alla morte. Non

volle allora altra compagnia che quella del cognato Filippo Strozzi e

di un buffone, il quale pareva gli fosse unico conforto nelle ultime

ore della sua vita, che finì il 4 maggio 1519. Sei giorni prima era

morta la moglie, dopo aver partorito una figlia, che fu la celebre

Caterina dei Medici, divenuta poi così infausta regina alla Francia.

Giuliano era già morto il 17 marzo 1516, e quindi con Lorenzo finiva

la stirpe legittima di Cosimo il Vecchio. Non restava che il Papa e

qualche figlio illegittimo, fra i quali principalissimo il cardinal

Giulio, che venne ora a governare Firenze. Uomo pratico degli affari,

prudente, semplice nel vivere, ecclesiastico e però anch'egli senza

eredi, faceva sperare che gli dovesse riuscire più agevole il governare

con quella civile temperanza e quella apparenza di libertà, tanto amate

dai Fiorentini. Fu questo infatti il momento nel quale molti autorevoli

cittadini vennero consultati sulla forma di governo più adatta a

Firenze; e si ebbero, come vedremo, molti pareri, fra i quali uno dal

Guicciardini ed uno dal Machiavelli. Il primo consigliava al solito un

governo ristretto in mano di pochi amici fidati; il secondo, invece,

un governo fondato sul favore del popolo,[45] com'era stata sempre sua

costante opinione. Ma tutti questi discorsi rimasero discorsi.

Le cose d'Europa intanto s'ingarbugliavano di nuovo, ed il Papa,

sebbene non avesse più il fratello Giuliano, nè il nipote Lorenzo cui

pensare, pur teneva sempre con la stessa avidità rivolti gli occhi

a Parma, Piacenza, Ferrara e Perugia, che voleva adesso avere per

tutelare, così almeno diceva, l'indipendenza della Chièsa. Un tentativo

fatto contro Ferrara verso la fine del 1519, gli andò a male. Nel

seguente anno gli riuscì invece un assalto improvviso contro Perugia,

donde s'era allontanato il signore Giovan Paolo Baglioni. Questi,

sebbene si fosse sempre condotto da volpe e da lupo, ora si lasciò

invece, come un agnello, cadere nelle mani del Papa, che, invitatolo

prima colle lusinghe, lo prese e decapitò poi in Castel Sant'Angelo,

nel giugno del 1520.

Intanto, ai primi del 1519, era morto Massimiliano I, e cominciò

subito la gara tra re Carlo e Francesco I per la corona imperiale. Il

Papa, che non voleva la elezione nè dell'uno nè dell'altro, trattava

in segreto con ambedue, e sperava di veder riuscire invece qualcuno

dei principi elettori della Germania. Alleato della Francia, egli

aveva nello stesso tempo discusso un accordo segreto con Carlo, da

durare tutta la loro vita. Sembra però che, saputo appena della morte

di Massimiliano, non volesse più firmarlo, e concludesse invece una

capitolazione con Francesco I, mostrando di volerlo favorire nella

elezione. Parlavasi anche d'un altro segreto accordo con Francesco

Maria Sforza, figlio del Moro, erede presuntivo della Lombardia, tenuta

sempre dai Francesi. Lo Sforza, dicevasi, avrebbe fatto cessione

di tutto al cardinal Giulio, ricevendone in cambio il cappello

cardinalizio, la cancelleria ed i benefizî che questi godeva allora,

con l'entrata di cinquantamila ducati.[46] Ma il 28 giugno 1519 veniva

eletto come re dei Romani Carlo, che fu quinto di questo nome. Giovane,

ambizioso, di grande ingegno politico e militare, egli univa adesso la

potenza dell'Impero alla sovranità della Spagna, dei Paesi Bassi, del

reame di Napoli; era quindi prevedibile, che fra poco sarebbe stato

l'arbitro dei destini dell'Europa. Il Papa perciò insisteva sempre

di più per stringere alleanza con la Francia; aveva anzi già firmato

il trattato, e lo inviava a Francesco I, che esitava, temendo sempre

i soliti inganni. E allora, senza perder più tempo, strinse invece

accordo con Carlo V, il quale gli promise non solamente di difendere

gli Stati de' Fiorentini e della Chiesa; ma di cedergli anco le tanto

agognate provincie di Parma e Piacenza, di aiutarlo contro il duca

di Ferrara. Milano sarebbe stata ripresa per darla a Francesco Maria

Sforza; e pel cardinal Giulio, che aveva promosso e condotto questo

trattato, fu stipulata una pensione sul vescovado di Toledo; un'altra

fu stipulata pel fanciullo Alessandro, bastardo del duca Lorenzo.[47]

Si disputò assai lungamente sulle ragioni che potevano aver indotto

il Papa a gettarsi così repentinamente nelle braccia di un principe

tanto potente, rendendolo ancora più potente, abbandonando il re di

Francia, col quale s'era poco prima imparentato. Si pretese da alcuni

che lo avesse fatto per dar forza a Carlo V contro la Riforma, che

vedeva sorgere minacciosa. Ma coloro che più lo conoscevano, negarono

fede a tali supposizioni, inclinando a non vedere in lui altro che

ragioni d'interesse personale, sopra tutto l'eterno desiderio di aver

Parma e Piacenza, che Francesco I non volle dare, e Carlo V promise.

Così dice il Vettori, che era stato allora ambasciatore fiorentino in

Roma ed in Francia.[48] Il Guicciardini nega anch'egli risolutamente,

che il Papa fosse in tutto ciò mosso da alcun vero interesse per la

religione, ed anzi attribuisce a colpa di lui il progresso che fece

la Riforma, pel modo scandaloso con cui lasciava vendere le indulgenze

pei vivi e pei morti, a solo fine di far danaro. La indignazione salì

al colmo, egli dice, quando si videro molti ministri vendere per poco

prezzo, o giocarsi nelle taverne la facoltà di liberare le anime dei

morti dal Purgatorio, e quando si sentì che il Papa, con incredibile

leggerezza, aveva concesso a sua sorella Maddalena l'emolumento e la

esazione delle indulgenze in molte parti della Germania.[49] «Forse,»

egli conchiude altrove, «il Papa fu mosso dal desiderio di aver Parma,

Piacenza e Ferrara; forse dalla paura di vedere i due sovrani unirsi a

suo danno, e forse anche dalla speranza di fare qualche gran cosa prima

di morire. Il cardinale dei Medici, conscio di tutti i segreti del

Papa, mi disse che questi sperava cacciar prima con l'aiuto di Carlo V

i Francesi da Genova e da Milano; poi, con l'aiuto dei Francesi, Carlo

V dal Napoletano, vendicandosi quella gloria della libertà d'Italia,

alla quale aveva prima manifestamente aspirato l'antecessore. Sapeva

bene, che questo non gli poteva riuscire colle proprie forze, e che non

era facile avere poi per alleato colui che aveva prima combattuto; ma

pure sperava che a suo tempo avrebbe potuto, con elezione di cardinali

francesi e con altre lusinghe, indurre il Re ad aiutarlo, e quasi

pigliare in luogo di sollazzo, che a Cesare accadesse il medesimo che

era accaduto a lui.»[50] E questo è il più probabile. Sebbene dominato

sempre da personali interessi e poco curante della religione, Leone X

era pure un uomo d'ingegno ed assai ambizioso. Non avendo omai eredi a

cui dover pensare, lasciavasi più facilmente indurre a meditare qualche

disegno grandioso e d'interesse generale, che potesse farlo passare

appresso i posteri come principe liberatore. Ma anche in ciò era come

sempre mutabile ed incerto; e quindi ora lasciava credere, e forse

anche credeva per un momento egli stesso, di voler ricostituire la

repubblica in Firenze; ora mostrava e pareva davvero che volesse, come

il suo predecessore, liberare l'Italia dagli stranieri, ed assicurare

lo Stato della Chiesa. Questa grande, sebbene incerta e mutabile

ambizione, fu quella che più volte illuse il Machiavelli, il quale,

dominato come era sempre dai suoi ideali politici, troppo facilmente

sperava. Così era stato ispirato a scrivere il _Principe_, e tante

lettere aveva mandate al Vettori e ad altri, per alimentare una fiamma,

la quale, quando più sembrava riaccesa, spegnevasi da capo a un tratto,

senza lasciare alcuna traccia di sè.

Il Papa aveva sino all'ultima ora vacillato anche con Carlo, ma questi

lo fece decidere con la minaccia d'un Concilio, e così finalmente il

giorno 29 maggio 1521 fu firmato il trattato, e subito si cominciò

la guerra. Insieme coi Fiorentini mise in pronto 600 uomini d'arme;

altrettanti ne conduceva da Napoli il Marchese di Pescara Ferdinando

d'Avalos, con 2,000 fanti. Al campo imperiale si trovavano già 2,000

Spagnuoli, 4,000 Italiani ed altrettanti fra Tedeschi e Grigioni.

Francesco Guicciardini, che era pel Papa governatore di Reggio, mandò

10,000 ducati al Morone, che se ne stava a Trento presso Francesco

Maria Sforza, coi fuorusciti milanesi, per scendere ad assalire

i Francesi dalla parte di Parma. V'era però sempre una generale

e grandissima diffidenza del Papa, temendosi che, avuto una volta

quel che voleva, abbandonasse gli amici. Sapevasi bene che anche i

Fiorentini assai di mal animo combattevano contro la Francia, avendo

grandissimi interessi commerciali in quel paese. Da un altro lato però

i Francesi erano malissimo comandati, essendo per intrighi di Corte

caduti in disgrazia e stati allontanati dal campo i migliori generali,

come il Conestabile di Borbone ed il vecchio Trivulzio, dando invece

il comando dell'esercito a Odetto di Foix, signore di Lautrec, il

cui merito principale era quello d'esser fratello della contessa di

Châteaubriand, amante del Re. Così ne avvenne che i capitani imperiali

poterono condurre l'esercito nel Mantovano, e, dopo aver passato prima

il Po e l'Adda, s'unirono agli Svizzeri, già arrivati colà, e tutti

insieme andarono verso Milano, che il Lautrec non seppe difendere, e fu

subito presa.[51]

Leone X se ne stava alla sua villa di Magliana, quando il 28 novembre

gli giunse la fausta nuova, e ne fece gran festa, esclamando: questo mi

piace più del Papato. Era d'inverno, egli teneva nella stanza acceso

il fuoco ed aperta la finestra, alla quale accorreva di continuo per

vedere coloro che facevano sollazzo celebrando la vittoria. Questo

bastò a far peggiorare di molto un raffreddore che aveva preso alla

caccia, e che, essendosene egli tornato subito a Roma, lo condusse

colà a morte il dì 1º dicembre, quando già Parma e Piacenza erano

state occupate, ed il duca di Ferrara trovavasi circondato e stretto

dai soldati della Chiesa. Al solito si parlò anche di veleno, e si

fecero molte ipotesi senza fondamento. Il continuo e rapido passaggio

dal caldo al freddo, era più che sufficiente a provocare la febbre che

lo uccise. Il Vettori osserva, a questo proposito, essere piuttosto

da meravigliarsi che non fosse morto prima. Sebbene avesse solo 46

anni, non era punto d'una forte costituzione. «Il suo capo era di

una grossezza assai poco proporzionata al corpo, sempre pieno di

catarro, e neppure poteva egli dirsi regolato nel vivere, perchè a

volte digiunava troppo, a volte invece eccedeva nel mangiare. Ebbe

nella sua vita molte vicende; ma gli ultimi otto anni furono davvero

fortunatissimi, così pel suo ritorno a Firenze, come per la elezione,

e continuò durante tutto il papato, nel quale quanti più errori

commise, a tanti più rimediò la fortuna, la quale anche nella congiura

dei cardinali gli dette modo di rinnovare il Collegio, empiendolo di

suoi amici. Non voleva noie, eppure se ne procurò molte, pel continuo

desiderio d'ingrandire i suoi; ma la fortuna, per favorirlo sempre,

lo liberò anche da questo pensiero, levandogli, oltre al fratello, il

nipote.»[52] E dopo di ciò il Vettori rimane incerto, se in Leone X vi

fosse più da lodare o da biasimare. Anche il Guicciardini dice, che in

lui si trovava molto dell'uno e molto dell'altro, essendo riuscito più

prudente ed assai meno buono che non era stato prima giudicato.[53]

La sua morte fu pianta assai dai ricchi banchieri, che gli avevano

prestato grandi somme che perdettero, e dai moltissimi cortigiani coi

quali egli era stato sempre largo di favori. Contro di essi e contro

del Papa uscirono allora sonetti e satire pungenti. Nè mancò chi

scrisse da Roma, che questi era morto con pessima fama, e che solo fra

Mariano buffone gli aveva raccomandato l'anima.[54]

Certo non poche furono le contradizioni e singolarità del suo

carattere. In mezzo ai più grandi avvenimenti politici, quando si

combattevano continue e sanguinose battaglie; quando la Riforma

divideva, lacerava la Chiesa, Leone X passava il suo tempo fra artisti

e letterati, sopra tutto fra improvvisatori, cantori e buffoni. Vago

della musica, vanissimo sempre della bella mano e della voce armoniosa,

pigliava parte ai concerti de' suoi cortigiani, facendo lauti doni

a chi accompagnava il suo canto. Giuocava di continuo agli scacchi

ed alle carte coi cardinali; ma più di tutto si dilettava a sentire

improvvisare in latino, anche in ciò facendo egli stesso a gara cogli

altri, beffandosi di coloro che si credevan poeti solo perchè avevano

facilità di far pessimi versi. Molti erano i suoi poeti istrioni.

Celebre fra gli altri un Andrea Morone da Brescia, pel suo porgere e

per l'arte con cui s'accompagnava colla musica. Credesi che Raffaello

lo ritraesse nel suo celebre sonatore di violino. Un altro, per nome

Camillo Querno, aveva scritto un poema di ventimila versi, pei quali

l'Accademia Romana gli dette una corona di cavoli e d'alloro, e

per maggior dileggio anche il titolo d'_archipoeta_. Il Papa soleva

dargli di buoni bocconi, e porgendogli da bere nel proprio bicchiere,

annacquava il vino se i versi non riuscivano; se invece gli piacevano,

rispondeva subito improvvisandone altri.

_Archipoeta facit versus pro mille poetis,_

diceva il Querno, ed il Papa rispondeva, riempiendo il bicchiere:

_Et pro mille aliis archipoeta bibit._

Il Querno chiedeva da bere:

_Porrige, quod faciat mihi carmina docta, Falernum;_

ed il Papa ricordavagli, che il vino promuove la podagra:

_Hoc etiam enervat debilitatque pedes._

Una simile gara aveva luogo anche tra Leone X e le donne gentili,

quando v'erano in Corte di quelle che avevano il dono dell'improvvisare

latino. Un giorno, trovandosi fra di esse, egli ripeteva un mezzo

verso di Virgilio, dicendo: ora posso davvero chiamarmi _formosi

gregis pastor_; ed una, più pronta delle altre, compiendo il verso,

aggiungeva: _formosior ipse_.[55] Il Baraballo, altro infelicissimo

verseggiatore, che aveva sessanta anni, e credevasi un secondo

Petrarca, era sempre lo zimbello della Corte e del Papa, senza mai

avvedersene. Un giorno gli fecero credere di volerlo coronare in

Campidoglio, e lo menarono in processione, vestito all'antica, sopra

un elefante, tra le acclamazioni della plebe. Arrivati sul Ponte

Sant'Angelo, finirono improvvisamente la commedia, con un pretesto

qualunque, abbandonando il pover uomo, che rimase sbalordito, senza mai

di nulla avvedersi.[56]

La più grande spesa di questo Papa, che aveva una rendita di 420,000

ducati, e faceva sempre nuovi debiti, era la mensa, alla quale

accorrevano poeti, cortigiani, cantori, buffoni, parenti veri o

supposti, sopra tutto Fiorentini. «A papa Giulio II,» dice un oratore

veneto, «bastavano circa quattromila ducati il mese; ma a Leone X

non bastavano, per la grande spesa del suo tinello, neppure otto

o novemila, e la causa principale di ciò era che molti Fiorentini

andavano in tinello a mangiare.»[57] Dicemmo che di rado eccedeva,

perchè troppo epicureo; ma la sua mensa era occasione a mille ritrovi,

a mille facezie. Ora imbandiva ai suoi parassiti carne di scimmia o di

corvo, ora invece cibi delicati. Spesso lasciava la Città, andando a

caccia vestito da laico, sempre con la sua lente in mano; altre volte

pescava nel lago di Bolsena, o se ne stava alla Magliana, dove aveva

bellissimi giardini. E da per tutto lo seguiva uno sciame di poeti,

letterati, artisti e cantori, nelle strade, in villa, al Vaticano, e

perfino nella sua camera; nè gliene doleva, che anzi amava esser sempre

circondato e corteggiato. Un altro de' suoi divertimenti prediletti era

la commedia, che egli promosse ed incoraggiò molto, contribuendo così

al progresso che essa fece allora. Più volte ne furono rappresentate

innanzi a lui del Trissino, del Rucellai, dell'Ariosto, oltre la famosa

ed oscena _Calandra_ del Bibbiena, che era fra le preferite, e per

essa le scene furono nel 1518 dipinte da Baldassarre Peruzzi. Nel 1519

vennero rappresentati i _Suppositi_ dell'Ariosto in Castel Sant'Angelo,

presso il nipote cardinal Cibo. Il Papa fece però le spese della festa,

e quindi anche gli onori di casa, ricevendo e benedicendo gli ospiti.

Entrato nel teatro, seduto in luogo eminente, ammirò a lungo con la

sua lente la scena, che era stata dipinta da Raffaello. Sul sipario era

ritratto fra Mariano buffone, in mezzo a diavoli che lo tormentavano.

Poi vi fu una splendida cena offerta a cardinali, cavalieri e signore,

fra le quali molto si rallegrava il Santo Padre.[58]

È notevole però che con tanto ingegno e tanto gusto, quanto ne aveva

di certo Leone X; con sì vivo desiderio d'essere, come fu di fatto, un

gran mecenate, egli fosse quasi sempre circondato da letterati assai

mediocri, in un secolo che pur ne ebbe di grandissimi. Il Bembo, il

Sadoleto, il Molza ed il Rucellai, non certo uomini di genio, ma pur

di molto ingegno, erano fra i migliori; gli altri, quasi tutti al

di sotto del mediocre, troppo spesso semplici pedanti o anche veri

buffoni. Leone X non ebbe la gloria nè la fortuna d'incoraggiare

nessuna delle più grandi opere letterarie del suo tempo. Nulla debbono

direttamente a lui le storie e gli scritti politici del Guicciardini e

del Machiavelli, sebbene questi fosse mosso più volte dalla speranza di

riuscirgli accetto, e quegli fosse da lui molto adoperato negli affari

di Stato. Il più grande poeta del secolo, Lodovico Ariosto, che il Papa

aveva da cardinale assai ben conosciuto, facendogli mille profferte,

venuto a Roma, non ebbe da lui che parole. Lo accolse con grandi

dimostrazioni d'affetto, gli baciò le gote; ma lì finì tutto. «Sono,»

scriveva egli allora, «come quella gazza che in tempo di siccità e

di gran sete, trovata che fu l'acqua, dovette aspettare che bevessero

prima il padrone, i parenti, i servi, gli armenti, gli animali utili,

fino a che non le restò che il morire di sete. Così per me in Roma non

v'è nulla da sperare.»

Li nipoti e i parenti, che son tanti,

Prima hanno a ber; poi quei che lo aiutavo

A vestirsi. . . . . . . . . . . . .

Se fin che tutti beano aspetto a trarme

La volontà di bere, o me di sete

O secco il pozzo veder d'acqua parme.

Meglio è star nella solita quïete,

Che provar s'egli è ver che qualunque erge

Fortuna in alto, il tuffa prima in Lete.[59]

Quanto alle arti belle, le cose andarono assai diversamente. Per

la scultura e per l'architettura, è vero, egli non fece molto.

Michelangiolo venne da lui trascurato, costretto a perder tempo nel

far cavare blocchi di marmo a Carrara, nel far lavorare colonne, o

ebbe ordine di eseguire opere alle quali il suo genio non si sentiva

punto inclinato, che spesso non finiva, e qualche volta neppure

incominciava. I celebri monumenti a Lorenzo ed a Giuliano de' Medici,

fatti in quel tempo, nella sagrestia nuova di San Lorenzo in Firenze,

sono dovuti alla iniziativa del cardinale Giulio, non del Papa. Questi

s'occupò certo assai della fabbrica di San Pietro, con grande ardore

cominciata già dal suo predecessore; e per continuarla, vendette con

scandalo di tutto il mondo cristiano, le indulgenze per le anime dei

defunti. Ma il danaro raccolto in questo modo così biasimevole, valse

più ad affrettare lo scoppio della Riforma, che a far progredire la

costruzione del tempio, la quale allora avanzò meno che sotto tutti gli

altri papi. Nessuno potrà tuttavia mettere in dubbio il moltissimo che

Leone X fece a pro' della pittura, specialmente per opera di Raffaello,

che egli amò e protesse tanto, che pensava di farlo addirittura

cardinale. È bensì vero che anche per la pittura Leone X non fece altro

che spingere innanzi le grandi imprese già prima iniziate da Giulio

II; ma è pur certo che, in questi anni, da lui spronato, incoraggiato,

lusingato, Raffaello dette prova d'una febbrile attività, producendo

un numero veramente sterminato di opere immortali, che n'eternarono la

fama, ma gli abbreviarono la vita, e ne resero più deplorata la morte

immatura.

Quando fu eletto Leone X, Raffaello lavorava alla sala dell'Eliodoro,

ed appena che l'ebbe finita, pose mano a quella dell'Incendio di Borgo.

I soggetti che all'artista vennero ora dati, a differenza di quelli

suggeriti sotto Giulio II, avevano qualche cosa di più circoscritto, e

diremo anche di più personale, per la maggiore vanità del nuovo Papa,

che voleva far troppo chiaramente trasparire le allusioni alla propria

persona. La sua figura s'avanza assai spesso in primo piano, con danno

qualche volta delle creazioni dell'artista. Nei medesimi anni questi

pose mano ai lavori delle Logge vaticane, costruite dall'architetto

Bramante, e le coprì d'ornati, di rabeschi, di composizioni diverse,

dipinte da' suoi scolari, ma disegnate e dirette da lui. Fu così

l'inventore d'un genere nuovo, ispirato dagli antichi monumenti, ma

proprio della sua fantasia e del Rinascimento italiano, di cui si

direbbe quasi un'artistica cornice. Dipinse la Santa Cecilia e lo

Spasimo; disegnò le mirabili storie della Psiche, dipinte poi dai

suoi migliori allievi nella Farnesina; fece un numero grandissimo di

ritratti. Sotto il pontificato di Leone X furono concepite e condotte

ancora la Madonna di San Sisto e la Trasfigurazione, che son certo

fra le opere maggiori del grande artista. Egli fu dal medesimo Papa

costituito sopraintendente per le arti belle e per gli scavi in Roma.

Lavorò quindi moltissimo a misurare, a disegnare i monumenti antichi, a

dirigere i lavori per scoprirne altri.[60] E con l'aiuto del suo amico

Andrea Fulvio, del suo segretario Marco Fabio Calvo da Ravenna, si pose

alla difficile opera d'una pianta archeologica di Roma, fondata sullo

studio dei monumenti. Questo lavoro, da Raffaello iniziato, fu dopo

la sua morte continuato e compiuto da' suoi compagni. Di lui ci resta

solamente qualche disegno ed un proemio sotto forma di lettera a Leone

X, piena di calda ammirazione per gli antichi. Attribuita dapprima a

Baldassarre Castiglione, che forse ne corresse la forma, e col suo nome

pubblicata, essa fu poi, nei giorni nostri, rivendicata a Raffaello suo

vero autore.[61] Non si capisce come le forze d'un uomo solo potessero

bastare a tanto; ben si capisce com'egli morisse nella giovane età

di 37 anni. L'ardore costante, sincero con cui Leone X lo ammirò e

protesse, rimarrà sempre l'aureola che splende più viva intorno alla

immagine di questo Papa che dette nome al suo secolo.

Che a promuovere tali e tante opere egli profondesse tesori, ognuno

lo capisce facilmente. Se poi si aggiunge che, largo sempre d'aiuti

e remunerazioni agli artisti, non era meno largo ai suoi cantori,

sonatori e parassiti, non ci sarà da maravigliarsi, che si trovasse

sempre in bisogno di danari. Giulio II aveva avuto l'uso di prendere

l'eredità dei prelati che morivano in Roma, come già aveva fatto

Alessandro VI, il quale a tal fine, ricorreva spesso anche alla

iniquità di farli morir di veleno o di ferro. Leone X, in ciò assai più

umano ed accorto, abbandonò la scandolosa usanza, e tutti si sentirono

più sicuri. Così a Roma accorse gente d'ogni parte, per godere la vita

allegra, la tranquillità nuova e la generosa protezione del Papa, che

morendo lasciò un gran cumulo di debiti. Doveva al banco Bini 200,000

ducati, ai Gaddi 32,000, ai Ricasoli 10,000, al cardinal Salviati

80,000, al cardinal Santi Quattro 150,000, ed altrettanti al cardinale

Armellini. Gli Strozzi furono addirittura per fallire; molti de' suoi

intimi restarono rovinati. La Camera apostolica si trovò vuota in modo,

che pel funerale di colui che era stato il più splendido dei papi,

s'adoperarono le candele di cera poco prima servite per le esequie del

cardinale Riario.[62]

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III · 第 9 / 77 题