E che faceva a Venezia Carlo Tittoli?
Era forse tornato alla sua antica utopia, traeva a cercare nuove
afflizioni vicino alla donna, per la quale già aveva versato lacrime e
sangue?
Perchè era egli venuto a Venezia, che gli ricordava l'onta della
sorella: a Venezia ove sua sorella aveva commesso l'atto vituperoso,
dopo il quale, per salvarla da una condanna infamante, aveva dovuto
immolare sè stesso, ed egli, così buono, di sentimenti così puri e
così elevati, era precipitato nella geldra dei delatori?
Antonietta, non disse nulla quel giorno, nè il giorno appresso, a
Roberto, volle tenergli il segreto sull'incontro, che forse a lui
poteva spiacere.
Ma, nel momento in cui vide il Tittoli così severo, così cupo, così
contraffatto dall'angoscia, da tutte le torture cui aveva dovuto andar
incontro, si era sentita tutta rabbrividire.
Le era entrato in cuore il più funesto presentimento.
--Torniamo a casa!--aveva detto a Roberto--Ho freddo....
--Come! hai freddo in questa bella giornata?--Ma l'amante, prima che
ella avesse finito di pronunziare queste parole, si era già avvicinato
ad uno dei gondolieri e gli aveva ordinato di tornare dinanzi al
palazzo.
--Ah!... mi sento male!... mi sento male!--ripeteva Antonietta.--Non
so se stasera potrò cantare.
--Così ad un tratto!--mormorò Roberto, sul cui volto si dipingeva la
più sincera desolazione.--Ma che cosa ti senti?
--Non te lo so dire....
E la ragazza rimaneva pensosa, mentre Roberto con la cura più
amorevole le accomodava uno scialletto intorno alle spalle, chiudeva
le finestruole del _felze_, le domandava se volesse un medico, se
desiderava che egli le portasse a casa qualche medicina, smaniava di
sgomento per quella subita indisposizione.
Antonietta era avvezza a vederlo così affaccendato, così premuroso in
quelle occasioni, e, in mezzo alle sue pene, sorrideva di tenerezza.
Arrivati alla porta del palazzetto, Roberto la aiutò ad entrare, e
domandatole reiteratamente se le occorreva alcuna cosa, le baciò la
mano, rispettoso, e si accomiatò.
--Non sarà nulla.... Ho bisogno di un po' di riposo.... e sono sicura
che tutto passerà...-- essa gli susurrava con piccoli gesti e con
inflessioni adorabili.
Roberto, come gli accadeva ogni volta che si separava da lei, fosse
pure per breve spazio di tempo, cadde in una grande mestizia.
Gli era sembrato che la mano, che egli aveva baciato, fosse troppo
calda.
Se avesse la febbre!
L'idea lo martellava, lo teneva sulle spine.
Un quarto d'ora dopo Roberto tirava di nuovo il campanello del
palazzetto.
Lina veniva ad aprire. Le domandava notizie. Antonietta era un po'
agitata. Egli le lasciava un piccolo involto, e le scriveva in un
biglietto che vi avrebbe trovato rimedio infallibile al suo male.
Dopo una mezz'ora un uomo portava al palazzetto un libro. Roberto lo
mandava ad Antonietta perchè lo leggesse, si distraesse, immaginandosi
che doveva già star meglio.
Un'ora appresso un ragazzetto saliva le scale portando un grosso
mazzo.
Fiori, che Roberto mandava ad Antonietta!
Essa gli era gratissima di tali premure, a cui l'aveva abituata, e con
le quali l'innamorato gli rivelava che pensava a lei, che si occupava
di lei ad ogni istante.
Antonietta, appena tornata in casa, se n'era andata in camera, dopo
che Lina le aveva tolto il cappello e il mantello, e là, gettatasi
sopra una poltrona, si era ingolfata ne' suoi pensieri.
Cercava d'illudersi: forse l'uomo, che aveva veduto, non era il
Tittoli.... Ma no, lo aveva veduto troppo bene.... aveva dinanzi agli
occhi quella fisonomia così triste.... Gli sguardi di lui si erano
incontrati co' suoi, e avevano una tale espressione di rammarico,
avevano gettato lampi di gelosia nel vederla accanto al rivale
fortunato!
Le lacrime le venivano agli occhi ripensando alla sua oscura casa di
Piazza degli Amieri, in Firenze, a' suoi poveri vecchi, agli anni
della sua infanzia, a quelle sere in cui Carlo Tittoli andava a
vederla, accompagnato dalla propria madre.
Fu colpita a questo punto delle sue riflessioni da un'idea più
straziante di tutte quelle che l'avevano assalita.
Carlo Tittoli era vestito a lutto, certo aveva perduto sua madre!
Egli aveva dunque bisogno di consolazioni.
Due lacrime calde, grosse, le rigarono le guancie, uno spasimo interno
le contraeva il volto. Si morse il labbro inferiore, chinò la sua
bella testina fra le mani, i singhiozzi la soffocavano.
Pianse, pianse senza ritegno: il cuore le scoppiava a tutte quelle
rimembranze della sua infanzia, de' suoi vecchi, dell'amico fedele.
Quando si alzò, si vide nel grande specchio, che aveva dinanzi.
Era lei, lei la cantante applaudita, la donna celebre, amata, per cui
delirava la folla, lei che quella sera stessa doveva comparir sulla
scena coperta di gemme, scintillante di bellezza, per rappresentare la
parte della Regina? Era lei con gli occhi gonfi di lacrime, arrossati
dal pianto, col volto bianco per la commozione, lei, non più artista,
non più commediante, ma la povera ragazza di Piazza degli Armieri, la
povera figliuola di Agatina e di Enrico, che piangeva!
Stette sola, affranta, oppressa dai ricordi, lacrimando, per alcune
ore.
Verso le 7, quando già cominciavano a cadere le prime ombre della
sera, Lina venne a chiamarla.
Era l'ora di andare al teatro.
Come sempre, Lina l'accompagnava. La aiutava a vestirsi nel camerino:
poi, mentre cantava, la aspettava tra le quinte per gettarle addosso
lo scialle, quando usciva di scena: le teneva pronta una sedia,
allorchè doveva trattenersi fra le quinte soltanto alcuni minuti, per
ricomparire subito dinanzi al pubblico; le offriva da bere, le porgeva
il ventaglio, le stava attorno come se l'adorasse.
Quella sera il teatro era affollatissimo: la platea stipata: nei
palchi il fiore dell'aristocrazia veneziana: uno splendore di spalle
bianche, un folgorio di sguardi, di gemme, un ondeggiar di ventagli
variopinti.
Antonietta ebbe un applauso di sortita, unanime, fragoroso, un
applauso da far crollare il teatro, e che durò alcuni secondi.
Tutta Venezia aveva saputo della gran festa popolare, che le era stata
fatta due notti innanzi all'uscire dal teatro. Le signore erano
curiose di vedere la donna sulla quale correvano così strane leggende,
leggende che anche in quel momento si ripetevano sotto i ventagli. E
poi quella sera al teatro si raccontava una cosa di più, che eccitava
le fantasie, che dava l'aìre alle supposizioni...
Carlo Tittoli non aveva potuto più oltre nascondere la professione a
cui apparteneva. Egli era conosciuto ormai anche in Firenze come uno
degli uomini più ragguardevoli, più intelligenti, che contasse la
polizia toscana. Se avesse voluto, avrebbe potuto arrivare ai primi
gradi. La profezia che gli aveva fatto in un momento terribile per
lui, il Presidente del buon Governo, si avverava.
Arrivato a Venezia con altri viaggiatori, le parole scambiate con
l'ufficiale, che riceveva i passaporti, gli atti d'ossequio e di
deferenza degl'impiegati subalterni, richiamarono l'attenzione su di
lui. All'albergo dove andò ad alloggiare si trovava un fiorentino, che
lo riconobbe. Subito si seppe che un alto impiegato della polizia del
Granduca di Toscana era giunto nella città.
Ne' due giorni fu veduto spesso vicino al palazzetto dove abitava la
cantante.
Era forse venuto a sorvegliarla?
A poco a poco il _forse_ sparì: il fatto fu affermato, ripetuto co'
soliti ornamenti, si inventarono circostanze, particolari, perfino
parole pronunziate dall'agente superiore della polizia.
E la gente bisbigliava, commentava quelle fiabe sinistre, quella
storia di sangue, di sospetti, di orrori.
--Così giovane!--dicevano le signore più benevole, e tutte tenevano i
canocchiali fissi sulla leggiadra artista, e non la perdevano d'occhio
un minuto--così giovane e già vi è un tal mistero nella sua vita!
Era appunto quel mistero, nato dalle calunnie, dalle cupe,
contradittorie e spaventevoli voci, che serpeggiavano, che sorvolavano
di labbro in labbro, era quel mistero che agitava, scuoteva, attirava
la folla: la rendeva più commovibile ai canti strazianti, che udiva.
Nel palco della principessa Calliraki, bellissima dama greca, che si
trovava da un mese a Venezia, l'abate Pildani dopo il primo atto
declamava, gestiva con in mano il suo ombrello verde.
--Dica, signor Abate... lei che conosce questa grande artista....
crede sia possibile che essa abbia commesso un delitto?...--domandava
la principessa.
--No... Eccellenza... no--rispondeva l'abate--non è possibile!... E'
una leggenda, una leggenda infame... come quella che raccontano sul
sublime violinista, sul mio amico Paganini... L'ingegno della ragazza
ha del prodigioso... la sua voce è un miracolo musicale. La folla
crede difficilmente ai prodigi, ma quando ci crede, quando si è
formato un idolo, dopo le prime pazze adorazioni cerca il punto
debole, la fragilità, che possono avere questi esseri, che vede, con
invidia, tanto superiori a sè, dopo averli essa stessa inalzati
freneticamente a quelle altezze... E se può trovare il punto debole...
se può scoprire un pretesto, un appiglio a queste fragilità... come è
contenta! Le mille bocche briache, che urlavano l'osanna, che facevano
intorno alla donna, all'uomo d'ingegno un tal baccano da divezzarli
dal comprendere il valore della lode vera, onesta, temperata,
immutabile perchè senza esagerazioni... le mille bocche, su cui
tuonava l'iperbole, allora diventano bocche di vipere, e di vipere mai
sazie di spargere il loro veleno... E' la folla cieca, ilota, che ha
avvelenato così le più nobili esistenze, le reputazioni più gloriose,
le fame più intemerate... Ciò che si racconta di questa ragazza è
mostruoso....
--Bravo, signor Abate!--esclamava la Principessa, tendendo al principe
della critica la sua mano delicata.--Gli occhi, tutta la fisonomia
della ragazza confutano da sè le infami calunnie... Le si legge nel
volto, negli atteggiamenti, la bontà, la generosa fierezza dell'animo.
La Principessa era giovane, ricca, corteggiata indipendente, e come
abbiamo detto bellissima: non prendeva quindi alcun piacere alle
calunnie: le era anzi molto a grado che la sfuriata dell'Abate le
avesse dato modo di umiliare le tre o quattro creature meschine,
spigolistre, che si trovavano nel suo palco, e che avevano lacerato
fino allora il nome della artista.
Le parole dell'Abate furono, entro un quarto d'ora, riportate di palco
in palco, e anch'esse cresciute, aumentate, a favore della ragazza: e
del resto, prima che il secondo atto fosse a mezzo, l'ombrello verde
dell'Abate aveva fatto la sua comparsa in varii palchi; egli aveva
ripetuto da sè il suo giudizio, e con la sua solita chiarezza.
La calunnia si andava dissipando rapidamente, come era sorta.
Antonietta riceveva feste come una sovrana.
Ad ogni sua frase la salutavano grida entusiastiche, prorompeva
l'applauso, immenso, alto, fragoroso, e sotto quell'onda sonora,
vibrante nell'aria, la bella testolina bionda s'inchinava, in atto di
ringraziare gli spettatori, senza però perder nulla della sua
alterezza, della sua compostezza dignitosa.
Il pubblico aspettava con grande ansietà il duo fra il soprano e il
contralto.
Le due donne si avanzarono verso la ribalta.
Regnava un silenzio profondo: tutti rattenevano perfino il respiro.
Anna Bolena intuonava il duo famoso con le parole rivolte a Giovanna
Seymour:
_Sul suo capo aggravi Iddio..._
Era arrivata alle cadenze del primo tempo sulle parole: _fia la scure
a me concessa_: dove, copiando una puntatura della Pasta, levava un
_do_ acuto di effetto meraviglioso.
In quell'istante si udì il rumore dello sparo d'un'arma da fuoco.
Vi fu un panico.
Tutti erano rimasti sbigottiti.
La gente si alzava in piedi, le signore si spenzolavano dai palchi;
conturbate, esterrefatte.
In alcuni palchi del terz'ordine si vedevano spettatori, che
gesticolavano in modo furibondo.
--Fermi tutti--gridò una voce robusta--si tratta di un suicidio!
Da un palco del terz'ordine veniva già una gora di sangue, che aveva
spruzzato gli abiti, il volto di signore, che si trovavano nei palchi
sottoposti.
Il sangue cadeva nella platea, sotto que' palchi, e la gente,
essendosi ritirata per raccapriccio, da quel punto si scorgevano sul
pavimento le goccie rosse.