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Luigi Capuana
Delitto
Ideale
1902
REMO SANDRON -- Editore
Libraio della Real Casa
MILANO-PALERMO-NAPOLI
_Proprietà letteraria dell'Editore_
REMO SANDRON
Palermo, Tip. ANDO'.
A EDOARDO ROD
_Carissimo Amico,_
Terminando di leggere la semplice storia dell'umile famiglia e
dell'umile lite che vi ha fatto scrivere nell'_Eau courante_ pagine
così schiette e così evidenti da far dimenticare che si tratti di
finzione d'arte--e questo mi sembra il più bel elogio a cui un
romanziere possa aspirare--io pensavo:
L'amico Rod, come tanti altri, ha abbandonato la novella e da un
pezzo!
E il caso vostro mi ha spinto a riflettere che non si tratta di un
fenomeno personale quasi eccezionale, ma di tendenza, spiccata, del
lavoro letterario di questi ultimi anni.
Il romanzo già uccide la novella?
A un novelliere impenitente come me il fatto dà molto da pensare.
Anche nella ricca produzione francese i volumi di novelle cominciano a
divenire di mano in mano più rari. Siamo lontani dal tempo in cui Guy
de Maupassant conquistava la celebrità con parecchie serie di
narrazioni, la più lunga delle quali non sorpassava le cinquanta
pagine, e che ottenevano l'onore di frequenti ristampe.
A chi attribuire la colpa del quasi abbandono di un genere letterario
fiorito riccamente per tanti secoli e in grande onore fino a pochi
anni fà?
Nell'ansiosa fretta di vivere e di di godere che ci urge, avrebbe
dovuto accadere altrimenti. Con narrazioni brevi, spigliate,
sorridenti d'ironia e di umore, o piene di sentimento e di tragico
raccapriccio, dove le figure tracciate alla lesta, di scorcio, dove le
passioni condensate, rettificate come l'alcool, sembravano di
corrisponder meglio alla febbrile richiesta di impressioni e di
sensazioni rapidamente diverse, la novella avrebbe dovuto guadagnare
terreno invece di perderne.
È avvenuto l'opposto, e quando più essa mostrava la sua grande
facilità di adattarsi a ogni genere di soggetti, di poter quasi fare a
meno dei soliti casi passionali e di spingersi verso regioni elevate,
senza diminuire per questo la genialità della sua forma.
Peccato!
Per quali ragioni il romanzo ha preso in questi ultimi anni il
sopravvento su la novella?
Ragioni puramente letterarie non ho saputo scoprirne. Veggo, però, che
molti romanzi odierni, come contenuto, sono novelle più o meno
abilmente diluite in trecento e più pagine, a furia di descrizioni e
di pretesa analisi psicologica. Gli stessi fatti richiederebbero in
una novella (Voi lo sapete meglio di me) sforzi d'ingegnosità tecnica
infinitamente maggiori. La novella è il sonetto dell'arte narrativa.
E Voi non mi accuserete di esagerazione se affermerò che è più facile
lo scrivere un mediocre romanzo anche di cinquecento pagine, che non
un'eccellente novella di dieci paginette soltanto. È vero che le
eccellenti novelle sono rare quanto gli eccellenti romanzi: ma io non
ho ritegno di aggiungere che una mediocre novella vale qualche cosa di
più di un mediocre romanzo, non fosse per altro, per la brevità; non
ha tempo di annoiare i lettori.
Tutto questo, detto in testa a un volume di novelle, potrebbe sembrare
un'orazione _pro-domo sua_. Voi non lo sospetterete, e voglio
augurarmi che non lo sospetterà nessuno dei miei pochi lettori.
Certamente io desiderei che qualcuno si accorgesse dell'intenzione con
che è stato messo insieme questo volume per mostrare i diversi
atteggiamenti di cui è capace la novella odierna, se mai, per caso,
qualcuno stimasse che metta conto perdere il suo tempo in simili
osservazioni. E desiderei che se ne accorgesse non per interesse del
mio volume--ormai l'età e l'esperienza mi han guarito da certe
fisime--ma per ragioni più importanti e più generali quelle, intendo,
che riguardano l'esistenza stessa della novella.
Ma forse queste ingenue malinconie faranno sorridere di compassione
lettori e critici. Sono morte tante belle e nobili cose: possiamo
lasciar morire tranquillamente e oscuramente la Novella!
E scusate, caro Rod, se per avere un pretesto di dirvi che vi ammiro e
che vi voglio bene, Vi ho chiamato a parte di un inutile sfogo.
Roma, 5 aprile, 1902.
LUIGI CAPUANA.
DELITTO IDEALE
A FEDERICO DE ROBERTO.
--E la giustizia?--esclamò Lastrucci.
--Quale?--replicò Morani.--Di quella del mondo di là, nessuno sa
niente; la nostra, l'umana, è cosa talmente rozza, superficiale,
barbarica, da non meritar punto di essere chiamata giustizia. Condanna
o assolve alla cieca, per fatti esteriori, su testimonianze che
affermano soltanto l'azione materiale, quel che meno importa in un
delitto. Il vero delitto, lo spirituale, resultato del pensiero e
della coscienza, le sfugge quasi sempre; e così essa spessissimo
condanna quando dovrebbe assolvere e assolve, pur troppo! quando
dovrebbe condannare.
--Ecco i tuoi soliti paradossi! La giustizia umana fa quel che può.
Vorresti dunque punire fin le intenzioni nascoste?
--Certamente. Un omicidio pensato, maturato con lunga riflessione in
tutti i suoi minimi particolari e poi non eseguito perchè l'energia
dell'individuo si è già esaurita nell'idearlo e prepararlo, è forse
delitto meno grave d'un omicidio realmente compiuto?
--Tu foggi un caso strano, eccezionale.
--Più comune di quanto immagini. Ed io ho conosciuto un uomo, degno
veramente di questo nome, il quale si è giudicato da sè per un delitto
di tal genere, e si è punito come se avesse proprio commesso
l'omicidio soltanto fantasticato e progettato.
--Era pazzo costui.
--Era un gran savio, dovresti dire. La sua coscienza non gli dava
pace. E siccome egli non poteva presentarsi a un giudice e
accusarsi--il giudice avrebbe ragionato come te e lo avrebbe fatto
chiudere in un manicomio--così per attutire i rimorsi, si è giudicato
e si è condannato da sè ad espiare la stessa pena che il magistrato
gli avrebbe inflitta, se avesse potuto giudicarlo secondo la legge
ordinaria.
--Come ha fatto? E perchè avea voluto ammazzare?
--Per gelosia.
--Si sarà accordato almeno le attenuanti!--disse Lastrucci sorridendo.
--Nessuna attenuante--riprese Morani.--Oh! Non era uomo volgare. La
profonda cultura e la esperienza della vita avrebbero dovuto metterlo
in guardia contro i subdoli suggerimenti di quella bassa passione;
infatti, riconosciutosi illuso dalle apparenze, egli pensava che
sarebbe stato suo dovere sottrarsi al loro inganno. Invece, non aveva
fatto nessuno sforzo; si era lasciato travolgere senza resistenza; e
ciò rendeva imperdonabile agli occhi suoi l'intenzionale delitto.
--Non capisco. Siamo forse padroni di noi stessi in certe circostanze?
--Il mio amico giudicava che dobbiamo esser sempre padroni di noi
stessi, se vogliamo dirci creature ragionevoli.
--Dal dovere all'essere ci corre un bel tratto. Costui, stimandosi
creatura ragionevole, ragionava assai male.
--No. Tullio Dani ha fatto una nobilissima azione. La sua sublime
eccezionalità consiste appunto in essa. Ascolta. Aveva preso moglie un
po' tardi, a quarantacinque anni; e la sua signora, bellissima, ne
aveva appena vent'otto. Bell'uomo anche lui, serio, indipendente, avea
potuto sodisfare ogni suo desiderio, coltivando lo studio prediletto
delle cose letterarie e filosofiche, intraprendendo lunghi viaggi in
Europa e in America per aumentare la sua cultura, che l'eccessiva
modestia gli ha impedito di mostrare agli altri con lavori d'arte o di
riflessione. Non ha mai pubblicato neppure un articolo, e avrebbe
potuto scrivere libri assai meglio di parecchi. Aveva anche, come suol
dirsi, goduto la vita. La sua virile bellezza gli avea procacciato
facilmente molte buone fortune presso le donne. E fino ai
quarantaquattro anni gli era riuscito di conservare intatta la sua
libertà di cuore, forse per un sentimento di egoismo prodotto dalla
passione dello studio, forse perchè fino allora non gli era avvenuto
d'incontrare la donna ideale da lui vagheggiata. La solitudine della
sua vita--era rimasto orfano giovanissimo e non aveva stretti
parenti--non gli era parsa mai grave. Pagava unicamente con la carità
il suo debito di uomo sociale; e non attendeva che la gente si
rivolgesse a lui. Andava incontro a coloro che soffrivano, e tra
questi sapeva indovinare coloro che soffrivano più chiusamente in
miseria schiva e rassegnata.
Dopo i quarantaquattro anni, egli cominciò ad accorgersi che il
celibato stava per divenirgli increscioso. Sentiva di aver sodisfatto
a bastanza le esigenze dell'intelletto, e di aver trascurato troppo
quelle del sentimento.
Annunziandomi il suo prossimo matrimonio, mi avea domandato:
--Ti sembra che ci sia molta sproporzione tra la mia età e quella
della futura mia moglie?
--No davvero--risposi.
Questa idea che lo aveva tenuto esitante parecchi mesi, dovette
riaffacciarglisi, sei mesi dopo, alla mente quando egli sentì i primi
sintomi della gelosia che parve invecchiarlo di dieci anni in
pochissimo tempo. Credendolo colpito da male occulto che gli
insidiasse la vita, lo sollecitavo caldamente di consultare un medico
e di curarsi.
--Sto benissimo--rispondeva.
--La tua signora è impensierita--gli dissi una volta.
--Per così poco?--soggiunse con accento d'ironia e di tristezza.
Non osai d'insistere oltre, sospettando intime ragioni inesplicabili
per me. La giovane sposa mi sembrava in continua adorazione davanti a
lui. Bionda, piccola, gracile, sufficientemente colta da potere
apprezzarne l'elevatissima intelligenza e la immensa bontà d'animo, io
la stimavo vinta dal doppio fascino della virilità di quel bruno, alto
e forte, e della luminosità dello spirito che gli raggiava negli occhi
nerissimi e nell'ampia fronte. Sapevo che lo aveva amato lei prima di
essere amata, e che questa circostanza avea molto contribuito ad
affrettare la risoluzione e la decisione di lui.
Un anno dopo, la febbre tifoidea troncava quasi improvvisamente quella
giovane vita. Il dolore di Tullio per tale perdita fu così
straordinario, che io, ripensando molti particolari da me notati e
parecchie sue strane risposte, fui indotto a sospettarlo esagerato ad
arte per scancellare le impressioni che essi avean dovuto lasciarmi
nell'animo.
Ero suo amico d'infanzia. Da che gli era passata la smania dei viaggi,
ci vedevamo quasi tutti i giorni; e soltanto così avevo potuto
intravvedere il terribile dramma che si era rapidamente svolto nella
vita intima di lui. Conoscendo però la sua indole taciturna per quel
che riguardava certi fatti personali, non mi attendevo più di poter
essere un giorno o l'altro l'unico confidente di quel segreto che avea
sconvolto all'ultimo la sua felice esistenza.
Una mattina lo vidi apparire in casa mia con un grosso plico di carte
in mano.
--Ho bisogno dell'opera tua. Vengo a chiederti il grave sacrificio di
essere per parecchi anni l'amministratore dei miei beni.
--Intraprendi un lungo viaggio?--domandai.
--No.
E, dopo breve pausa, soggiunse:
--Non ti faccio una confidenza; quel che ora ti dirò potrai ridirlo,
se ti sembra opportuno. Vorrei anzi, come i primi cristiani,
confessarmi in pubblico, ma temo di veder male interpretata la mia
azione, di apparire ridicolo. Tu saprai intendermi e compatirmi.
Lo guardai ansioso, e con un breve gesto di assentimento lo invitai a
proseguire.
--Sono stato un miserabile vigliacco!--egli disse energicamente.--Ho
commesso l'infamia di contristare, calunniandola con indegni sospetti,
la più buona, la più santa creatura che io abbia conosciuta in questo
mondo. La morte è stata giusta privandomi di così gran tesoro; non ero
più degno di possederlo. Ho fatto anche peggio; sono stato
assassino... con l'intenzione soltanto; ma questa circostanza non
significa niente. Ho goduto intera la malvagia sodisfazione che quel
delitto mi avrebbe dato nel caso che avessi avuto la forza di
compirlo, e ne sento vivissimo rimorso, quasi lo avessi davvero
compiuto. La giustizia umana non può colpirmi; io però non mi reputo
meno assassino per ciò. Mi son giudicato da me, inesorabilmente, e mi
son condannato alla pena che avrei meritata se la mano avesse già
posto in atto quel che il pensiero si è lungamente compiaciuto di
architettare con la più raffinata malizia.
--Oh, Tullio!--esclamai.
--Ti meravigli di scoprir cascato tanto in basso colui che ha
vagheggiato in tutta la sua vita i più eccelsi ideali d'arte e di
pensiero? La miseria dello spirito umano è così grande, che dovresti
piuttosto maravigliarti di non vedermi cascato ancora più in basso!
Sappi però che, se non sono stato effettivamente assassino, la mia
volontà non c'entra per nulla.
Si fermò un istante, scosse la testa, strizzando un po' gli occhi, poi
riprese:
--Non riesco a spiegarmi neppur io come abbia cominciato a sospettare.
Avrei dovuto reagire sùbito contro le prime impressioni prodotte da
indizi riconosciuti fallaci. L'amor proprio, l'orgoglio lievemente
feriti mi spinsero invece a dubitare di quel riconoscimento, a
rimuginare quegli indizi, a ricercarne con intensa dolorosa voluttà
altri nuovi. Forse li creò la mia fantasia, o forse un crudele destino
mi ordì perfidi inganni con cento piccoli fatti facili ad apparire
molto diversi da quel che essi erano in realtà.... Mia moglie,
innocente, e senza nessun sospetto, non poteva evitare certe
circostanze che congiuravano fatalmente a dar corpo alle ombre e
mettermi l'inferno nel cuore. Avrei dovuto chiederle spiegazioni,
avvertirla, ammonirla; non volli, sperando di sorprenderla in qualche
atto da non permetterle sotterfugio alcuno per continuare ad
ingannarmi. E più le mie ricerche, i miei agguati non ottenevano
nessun convincente risultato, più io m'ostinavo a immaginare che la
sua diabolica malizia riuscisse a farmi sfuggir di mano l'atroce
vendetta il cui proponimento mi aveva già invasato l'animo. Non posso
diffondermi in minuti particolari; il ricordo mi è insopportabile ora
che sono convinto del mio inganno. Importa soltanto che tu sappia la
vendetta meditata giorno e notte contro il creduto suo complice.
In quanto a lei, inattesamente, mi ero sentito a poco a poco
sopraffare da compassionevole tenerezza; le perdonavo in grazia
dell'amore che aveva avuto per me quando ancora ignoravo di essere
amato da lei; le perdonavo per la sua bellezza, per la sua giovinezza,
per l'inesperienza della vita, che avea dovuto agevolarne la trista
caduta. Tutto il mio odio si concentrava su colui, sul creduto
seduttore che non poteva avere scusa di sorta alcuna, che doveva aver
operato il male sapendo di far male, e con lo squisito piacere di
farlo a danno del mio onore, della mia felicità, anzi principalmente
per questo. Volevo toglierlo dal mondo senza che si potesse mai
scoprire qual braccio lo avesse colpito. E la lunga ricerca del mezzo
arrivava talvolta fino a calmare i miei strazi. Avevo scelto l'arma:
il rasoio. Da un mese mi mostravo in fidente relazione con lui. È
inutile dirti il suo nome; è già molto l'averlo stimato capace di
un'infamia; non voglio offenderlo ancora col far sapere ad altri che
ho potuto crederlo tale. Il peggior tormento prodotto dalla gelosia è
quel non sentirsi mai sicuri, quel vivere di dubbi e di sospetti che
si vorrebbero veder distrutti, e che si teme di veder distrutti perchè
un giorno essi potrebbero servire a farci raggiungere la paventata e
pur desiderata certezza. Per ciò io attendendo il terribile momento in
cui non avrei potuto dubitar più, maturavo il mio disegno, lo studiavo
nei minimi particolari dell'atto vibrante, e arrivavo al punto di
sentire nella concezione del delitto la stessa selvaggia voluttà che
mi avrebbe dato l'attuazione di esso quando l'istante della certezza
sarebbe scoccato. Per le vie, nel mio studio, a letto accanto a lei
fingendo di dormire profondamente, io assalivo l'odiato, gli
sprofondavo nel collo l'affilata lama del rasoio che doveva recidergli
la carotide con tale rapidità da non fargli quasi accorgere di morire;
e sentivo su la mano convulsa il caldo schizzo del sangue, e udivo il
rantolo della gola squarciata, e vedevo l'annaspare di quel corpo che
stramazzava con sordo rumore sul selciato. Ho assaporato, per due
lunghi mesi, dieci, venti volte al giorno, questa feroce gioia
assassina; ho assistito dieci, venti volte al giorno, al tetro
immaginario spettacolo di quella morte; e tale crescente evidenza esso
aveva raggiunto all'ultimo, che io mi riscotevo dall'impressione con
lo stesso brivido di orrore e di brutale sodisfazione che mi sarebbe
stato prodotto dalla realtà. Potrei dire di avere commesso non uno ma
cento assassinî, giacchè ognuna di quelle ossessionanti
rappresentazioni era una variante sempre più perfezionata, sempre più
efficace della precedente; e così, alla fine, fui talmente pago di
quelle fantasticate sensazioni, da sentir venir meno il bisogno di
attuare la mia vendetta; lo sforzo del pensiero avea esaurito ogni mia
fisica energia. Mi ero così internamente compiaciuto di ammazzare
pensando, da non provar più nessun bisogno di altra sodisfazione
materiale.... La realtà avrebbe, forse, potuto darmi sodisfazione più
sincera e più acuta? Per questo, per questo soltanto, io non sono
stato omicida nel volgare senso di questa parola! Appunto allora il
caso mi faceva scoprire qual viluppo di incredibili circostanze era
concorso a illudermi, a trarmi in inganno. Oh!... È orribile! A che
cosa mi era servito dunque l'aver tanto studiato, osservato, meditato?
Ho chiesto perdono a mia moglie inginocchiato davanti la sponda del
suo letto di morte. La intelligenza offuscata dal male le ha impedito
di comprendere. Nei vaneggiamenti del delirio, ella ripeteva
continuamente:--Tullio, che cosa hai contro di me?... Che ti ho fatto?
Perchè non mi ami più?--Ed è morta con questo affettuoso rimpianto su
le labbra.
--Ebbene?--dissi io, vedendolo caduto in grave abbattimento.--Tutto
ciò è naturale, è umano.
--Non può essere umano il delitto se rimane impunito!--egli esclamò,
rilevando alteramente la testa.--Chi desidera la donna altrui,
commette adulterio. Chi pensa di ammazzare, commette omicidio. Ed io
mi sento omicida.
--Tullio! Tullio!--lo rimproverai.
--Non ho smarrito il senno!--egli riprese.--Per la pace del mio
spirito, per la giustizia ideale ho voluto far questo: giudicarmi e
condannarmi con la stessa imparzialità e serenità con che avrei
giudicato qualunque persona accusata del mio stesso delitto. Domani
l'altro partirò pel luogo da me scelto ad espiarvi la pena. La mia
prigionia non differirà in niente da quella legale. Sarà dura,
inesorabile, ed io diverrò tra pochi giorni il carceriere di me
stesso....
--Era pazzo il tuo Tullio Dani!--ripetè Lastrucci stato fin allora ad
ascoltare intentissimo.--Ed ha finito di espiare?
--Non ancora!--rispose Morani.
SUGGESTIONE
A L. ANTONIO VILLARI.
Alla risposta di Efisio Chiardi, Bedini fece una mossa d'incredulità.
--E non solamente--soggiunse Chiardi--non sono innamorato di quella
signorina, ma non la posso soffrire! Mi è antipatica.... Non la posso
soffrire!
--Ora eccedi!--disse quegli.--Capisco, fino a un certo punto, la tua
riserbatezza. Ma da questo al volermi dare a intendere che ti è
antipatica, che non la puoi soffrire... scusa....
--Riserbatezza?... Con te, caro Bedini? Eh, via!
--E se ti rivelassi da quale fonte ho potuto attingere la notizia?
--Ti convincerei con due parole che è fonte inquinata.
--Ebbene... L'ho saputo dalla mamma!
--Tua?
--No, di lei.
--Dalla signora Carlotta?... Casco dalle nuvole!
Infatti, due giorni avanti, incontrata in piazza di Spagna la signora
Carlotta Nerucci con un gran mazzo di crisantemi bianchi in mano,
Bedini l'aveva fermata per chiederle notizie della salute del marito
che, l'ultimo giovedì--i Nerucci ricevevano gli amici ogni giovedì
sera--non era comparso nella stanza da giuoco a farvi la immancabile
partita a scopa, suo gradito divertimento.
--Ancora indisposto?
--Alla caccia delle quaglie, a Fiumicino! Io non m'impensierisco mai
per lui, quando dice di non sentirsi bene. È di acciaio. Mi
impensierisce invece... Ah queste benedette figliuole!
--La signorina Amelia? Eppure sembra un fior di salute!
--Non faccia l'ignaro! Come sa fingere bene!
Se fingeva bene! Sfido! Non sapeva niente.
--Ma...! È possibile?
La signora Carlotta non rinveniva dalla sorpresa.
Bedini era proprio mortificato d'ignorare quel che, come diceva la
signora Carlotta, già sapevano tutti. E forse per farlo
caritatevolmente uscire da quell'incredibile stato di inferiorità in
cui si trovava di fronte a _tutti_, tràttolo per un braccio in
disparte, verso la salita di San Sebastiano, ella gli aveva raccontato
per filo e per segno la dolorosa istoria che faceva ora strabiliare
Efisio Chiardi udendola ripetere, quasi con le stesse parole, da lui.
--Insomma--conchiuse Bedini--è vero o non è vero che tu hai fatto
tacitamente la corte alla signorina Amelia?
--Io? Io, invece, sono scappato via da quella casa, e non vi sono più
ritornato, appunto quando sospettai che certe letture insieme,
impostemi dalla signorina e da me sopportate per eccesso di cortesia,
potevano far supporre...
--Ah, le letture insieme!... _Noi leggevamo un giorno!_... Dovevi
immaginare dove saresti andato a finire.
--Si trattava, per me, di un po' di esercizio di inglese... e di
nient'altro.
--È vero o non è vero, inoltre, che la signora Carlotta, da mamma
seria e oculata, una sera si fece trovar lei in salotto, invece della
figliuola, e ti disse che quelle letture potevano essere male
interpretate dalle persone leggere, e che, se tu avevi buone e oneste
intenzioni...?
--Non la lasciai finire; risposi:--Signora mia, non ho intenzioni di
nessuna sorta, nè buone nè cattive; e quand'anche le avessi e
onestissime, le mie condizioni finanziarie mi impedirebbero di
manifestarle; so il mio dovere di galantuomo.--Che cosa dovevo dirle?
Sua figlia è brutta, antipatica, ed io non frequento i suoi giovedì
per lei, ma per un'altra persona?
--Chi sa che aria contrita hai preso parlando! La signora Carlotta ti
ha visto frenare a stento le lagrime....
--Le risa, avrebbe dovuto dire.
--Era profondamente commossa anche lei; e per ciò disse alla
figlia:--Poverino! Bisogna rassegnarsi ad attendere; è andato via più
morto che vivo!--
--Zufolando per le scale! Sono matte, madre e figlia!
--E la signorina Amelia ora si tormenta per lei e per te, più per te
che per lei; ha fin paura che un giorno o l'altro tu non disperi e non
t'induca a commettere qualche pazzia!... Si consuma a vista d'occhio,
gratissima del tuo riserbo, della tua eroica sincerità. Sarà tua, o di
nessun altro! E la mamma, per non contrariarla e non far peggio,
l'approva, la seconda:--Sì, sua, o di nessun altro!--
--Sono matte, madre e figlia!
--Senti: qualche rimorso devi averlo. Probabilmente non ti figuravi
che un po' di corte poteva produrre così gravi conseguenze.
--Niente! Niente! Te lo giuro. E da quella sera in poi non mi sono più
fatto vivo. Se le incontro per via, scantono; evito di andare nelle
riunioni dove sospetto che potrei imbattermi in loro....
--Troppe cautele! Hanno ragione di figurarsi che non sai come
consolarti.
--Ma se non c'è verso di disingannarle!
--Dunque già sapevi....
--Sì, qualche cosa sapevo; non potevo però immaginare che la loro
stoltezza fosse arrivata fino al punto che tu mi dici.
--Va' là! Mi sembri già invanito di aver prodotto così grave guasto
nel cuore di una ragazza.
--Fosse bella almeno!
--È giovane.
--Leziosa, pretenziosa, ridicolmente sentimentale!
--Eppure io credo che non sarebbe una cattiva moglie, non ostante la
bruttezza, che non è poi tanta. A prima vista, sì, non dico di no....
--Spòsala!
--O tua o di nessun altro!--esclamò comicamente Bedini.--Quando certe
ragazze si mettono in testa un'idea... sono tremende! Quella, vedi, è
capace di consumarcisi!
--La compiango.
Aveva notato che da quel giorno in poi, ogni volta che si trovavano
insieme, Efisio Chiardi, con questo o con quel pretesto, faceva cadere
il discorso intorno alla fissazione, come la chiamava, della signorina
Nerucci.
--Sembra che la gente si sia messa d'accordo per rendermela più
uggiosa!--esclamava.--Tutti mi parlano di lei, della sua gran
passione; e parecchi mi hanno già fatto capire che mi reputano, se non
disonesto a dirittura, certamente poco delicato.... Mi ci arrabbio!
--Lasciali ciarlare. La tua coscienza è tranquilla?
--Tranquillissima.
--Io però posso dirti che madre e figlia hanno non solamente
grandissima stima di te, ma che si affliggono profondamente della tua
sorte. Sono convinte che tu soffri, che non hai pace, che non dormi
più, che non ridi più, col pensiero fisso...!
--È un'aberrazione, a dirittura!
*
* *
Un mese dopo, Efisio Chiardi, passeggiando con lui pel gran viale del
Pincio, che in quell'ora era quasi deserto, gli diceva:
--La signorina Amelia mi fa pietà. Si è potuta illudere; è scusabile.
Forse nessuno si era mostrato con lei così compiacente come me.
Imperdonabile però è la sua mamma. Avrebbe dovuto capire lei, donna di
età e di esperienza, il vero significato delle mie parole e della mia
condotta. Invece, che cosa ha fatto? Ha alimentato, ha rafforzato
l'illusione della figlia, forse per la stupida vanità di far credere che
ha potuto ispirare una gran passione e sentirne il contraccolpo.... Come
spiegare altrimenti la manìa di raccontare alla gente che sua figlia è
infelice e che c'è un'altra persona--io--infelice altrettanto? Il bello
è che più io protesto di non sentirmi punto infelice, e più esse si
incaponiscono a credere che parli così per nascondere alla signorina il
grave stato del mio cuore, perchè mi dimentichi almeno lei, non potendo
dimenticarla io!--
E qualche settimana appresso, riprendendo lo stesso argomento a
proposito delle nozze di un comune amico che aveva avuto il coraggio
di sposare una ragazza un po' gobba,--o un po' sciancata, non ricordo
bene--ma molto ricca, Efisio Chiardi declamava:
--Ecco, io capisco che uno sposi anche una brutta o una non
bella--spesso la bruttezza e la bellezza della donna sono modi
di vedere di chi guarda--purchè lo faccia per amore, per
passione; lo capisco. L'amore è una grande scusa, specialmente
se reciproco--giacchè non di rado qualcuno sposa unicamente per
cavarsi una donna dal cuore; pare assurdo, ed è vero.--Ma
sposare, come ha fatto Sarti, una specie di mostro perchè
fornita di ricca dote, è cosa indegna di uomo onesto. Sarà un
affare come un altro, una speculazione ben riuscita; ma è pure
un vendere il proprio nome, un alienare la propria libertà... Io
stesso, vedi, mi reputerei inescusabile se arrivassi a fare
questo ragionamento nel caso mio:--Sei amato; spòsala dunque,
quantunque tu non l'ami. Può anche darsi che in te l'amore nasca
dopo.--
--E non ragioneresti male--lo interruppe Bedini.
--Malissimo. Mi piegherei a subire una soperchieria.
--Quale?
--La passione altrui. Oh bella! Ti confesso che più ci ripenso su e
più mi indigno.
--Perchè ci ripensi?
--Perchè pare che tutti vi siate messi d'intesa per non farmi pensare
ad altro. Non posso avvicinare un amico, un conoscente anche di quelli
che non frequentano i giovedì di casa Nerucci, senza sentirmi
dire:--Dunque?... Questi confetti quando?... Si decida una buona
volta!--Vogliono prendermi pel collo, violentarmi; e mi rendono
maggiormente odiosa quella povera ragazza, che infine poi--come
figura--non è forse un ideale, ma è buona, virtuosa, rara donna di
casa, e probabilmente sarebbe, sono di accordo con te, ottima
moglie...
--Certamente--soggiunse Bedini.
--Ma che vuoi?--riprese Chiardi.--Con questo modo d'imporsi! Con
questo voler far credere che io sia innamorato pazzo e pazzamente
riamato! Devi convenirne, è troppo. Se mi lasciassi lusingare, se in
un momento di debolezza... Oh! Dopo, arriverei a sentire orrore di me
stesso. Ho un solo orgoglio, quello della mia libertà. Io torcerei il
collo a quella mamma. La ragazza--sono giusto--la metto fuori di
quistione. È illusa, ma sincera. Ieri, appunto, pensavo di scriverle
una lunga lettera per disingannarla, per far cessare quel suo stato di
tormentoso eccitamento... Mi fa pietà, te l'ho detto più volte. Mi
dispiace di essere involontaria cagione... Involontariissima, te lo
giuro... con te non farei misteri. Se avessi una minima ombra di
colpa, se per leggerezza, o anche per inavvertenza, sentissi di aver
contribuito a farle sospettare... Niente! Te lo giuro. Per questo
m'ispira pietà. Debbo confessartelo? Quasi quasi, ora, guardata da
lontano con gli occhi dell'immaginazione, non la giudico più tanto
brutta quanto mi è parsa sempre. Ha un bel personale. Non è poco... E
una certa grazia di modi... E quella stessa sua sentimentalità,
riflettendoci bene, non è infine grave difetto... Ieri, dunque,
pensavo di scriverle una lunga lettera; l'avevo anzi scritta a metà;
ma poi mi son detto:--Che concludi? Non ti crederà. Potrà supporre che
sia una cosa combinata coi parenti, o pure un altro tuo atto
eroico...--A quel che pare mi stima capace di ogni eroismo...--Ed ho
stracciato il foglio... Oh! Sono seccato, seccato, seccato!
--Me ne accorgo; per questo non te ne ho riparlato più. Sei tu ora...
--Mi sfogo con te che mi conosci meglio degli altri, che comprendi, e
non sei sciocco da ripetermi come gli altri:--Questi confetti,
quando?--
Bedini intanto osservava quanto mutato era il linguaggio di Efisio
Chiardi dalla prima volta che gli aveva accennato della signorina
Nerucci:--Mi è antipatica; non la posso soffrire. È brutta, leziosa,
pretensiosa, ridicolmente sentimentale!--Ora, invece, per poco non la
diceva bella... Le riconosceva certa grazia di modi, e più non ne
trovava biasimevole la sentimentalità... Che cosa voleva dire questo
cangiamento? Non riusciva a spiegarselo.
In fatto di amori specialmente, Efisio Chiardi amava il mistero.
Soltanto per caso Bedini aveva scoperto qualche relazione femminile
del suo amico; e tanta circospezione gli piaceva, quantunque egli
fosse molto curioso--non lo nascondeva--dei fatti altrui. Lo
interessavano, lo divertivano, forse perchè era uno sfaccendato e non
sapeva come impiegar meglio il suo tempo. Direte che aveva istinti
polizieschi... Ebbene, sì! Non arrossiva di confessare che qualche
volta aveva seguito, per settimane, per mesi, le peste d'un intrigo
amoroso e di persone che conosceva appena di vista, unicamente perchè
un gesto, un'occhiata gli avevano fatto scorgere che sotto l'apparente
indifferenza esse tramavano chi sa che cosa meritevole di essere
scoperta. Nè si era mai acchetato fino a che non l'avea scoperta.
Quell'inatteso cangiamento di linguaggio gli aveva fatto rizzare le
orecchie, e lo aveva messo in attenzione. Che l'amico Efisio volesse
farsi giuoco di lui? Che le signore Nerucci, madre e figlia, avessero
ragione? Gli sembrava che Chiardi, suo malgrado, si fosse tradito. La
contraddizione tra le parole del primo giorno e queste ultime era
evidentissima. Al solito, voleva fare il misterioso. Anche con lui? A
che scopo? E il suo istinto poliziesco vedeva balzarsi davanti,
nell'ombra, una bella impresa da tentare: afferrare il filo messogli
in mano da Chiardi con quell'involontaria contradizione, e penetrare,
guidato da esso, nel laberinto dei fatti e più nel cuore di lui e poi,
all'ultimo dirgli sorridendo:--Perchè non sei stato sincero? Non sei
riuscito a sviarmi. So quanto te, e forse meglio di te stesso, come
stanno le cose!--Sarebbe stata una gran soddisfazione, una bella
rivincita!
*
* *
Ma appunto in quel tempo Bedini aveva dovuto assentarsi da Roma, e la
sua curiosità era stata acuita durante i tre mesi di lontananza, dalle
lettere che Efisio Chiardi gli scriveva ogni settimana regolarmente;
lettere di due pagine dapprima, poi di quattro, poi di otto, e che
avrebbero raggiunto la grossezza d'un opuscolo e di un volume, se la
missione di Bedini presso la Biblioteca Nazionale di Firenze non fosse
finalmente terminata.
Con la scusa di tenerlo informato dei pettegolezzi romani, del circolo
dei loro amici specialmente, Efisio Chiardi gli parlava soltanto della
signorina Nerucci che gli ispirava crescente e sempre più profonda
pietà.
«Ma sai che è un bel caso questo! Non vorrei affatto occuparmi di lei
e intanto sono costretto a non occuparmi quasi di altro. Quella strega
della sua mamma sembra vada attorno unicamente per far sapere a tutti
la mia disgrazia; parla più di me che di sua figlia. Sono oggetto
della sua commiserazione; mi copre di ridicolo. Ora non posso più
stare un minuto soprappensiero senza che qualcuno non mi dica
compassionevolmente:--Eh, via! Lascia andare. Non c'è lei sola al
mondo!--Protesto, mi stizzisco, e faccio peggio. Nessuno vuol
credermi; debbo passare per forza da innamorato infelice!»
E alcuni giorni dopo:
«Sono furibondo. Ho incontrato Babolani, il gran chiacchierone; lo
rammenti? Quel coso lungo, magro e col naso storto, che tempo addietro
avea tentato di tirarsi su _reporter_ di giornali, ed ora fa l'agente
di annunzi per non so quale ditta? Non lo vedevo da un secolo. Mi ha
rotto le scatole due eterne ore! Capisci? Ora viene in iscena anche il
padre! Babolani dice che il signor Nerucci gli ha parlato di
me.--Elogi, al solito, della mia delicatezza di sentire. Le mie
condizioni? Oh, io esagero! Dovrei avere maggior fiducia in me stesso.
E poi la sua famiglia potrebbe facilmente aiutarmi a trovare un
impiego, caso mai! Con tante conoscenze! Sarei adorato in quella casa.
I genitori, pur di vedere felice la loro figliuola, farebbero
qualunque sacrificio... E non occorre. Perchè mi ostino? Non mi
accorgo dunque come mi sono ridotto? Mi consumo e faccio consumare
quella povera creatura!--Anche questo! Mi consumo! E non sono stato
mai così bene in salute, così allegro, così spensierato! C'è da
ammattire... L'ho mandato al diavolo!»
E all'ultimo:
«Ci siamo trovati faccia a faccia! È stato impossibile evitarla.
«Era sola... Appena si accorse di me... Ho avuto, ti giuro, una di
quelle paure!... Se si avvicinava? Se mi domandava...? Non so che cosa
temessi che ella potesse mai domandarmi, a bruciapelo, in quel
momento. So però che non sapevo che cosa avrei potuto risponderle...
Mi è parsa un'altra!... In meglio... Già dovrei dirti che di lei ho
visto soltanto gli occhi... che sono stati sempre belli, cioè grandi,
espressivi. Allora, mi sembrava che di questa loro efficace
espressività ella abusasse un pochino per posa sentimentale; lo dicevi
anche tu; ma forse ci siamo ingannati. Ora, te lo confido con la più
segreta intimità epistolare, erano proprio bellissimi, così pietosi,
così imploranti!... E così rassegnati! Mi ha dato un solo sguardo ed è
passata oltre, dignitosamente. Devo esserle parso uno stralunato...
Infatti...! Fortuna che nessuno ci abbia visti! Altrimenti chi sa
quanti e quali paralipomeni alla leggenda del nostro sventuratissimo
amore!
«Ho capito in questa occasione che l'amore può fin operare il miracolo
della trasformazione fisica della persona che ama. Figurati se io
posso essere disposto a giudicare benevolmente Amelia, io che ho avuto
per cagion sua tanti dispiaceri, tante noie, tante seccature!... Credo
di essere diventato un po' verde dalla grande bile smossami da lei e
dalla sua sciocchissima mamma. Se dunque io, così prevenuto contro di
lei, ho dovuto riconoscere la straordinaria trasformazione avvenuta
nella sua persona, vuol dire che questa è proprio grande, ed
evidentissima. Me ne rallegro con Amelia; tanto è vero che tutti i
guai non vengono per nuocere! E così quando la nostra commediola
finirà--presto, amo di lusingarmi; ogni bel gioco dovrebbe durar poco,
e questo dura da un buon pezzetto!--Amelia dovrà restarmi grata di tal
beneficio, quantunque involontariamente arrecàtole; cosa assai rara,
perchè ordinariamente gli amori morti lasciano dietro un'eredità di
odi, di sdegni...»
--Filosofeggi troppo, caro mio!--esclamò Bedini, ripiegando la
lettera.--E poi, come mai la signorina Nerucci, l'antipatica,
l'insoffribile signorina Nerucci è diventata ora Amelia, e non
soltanto buona ma quasi bella, per te?
*
* *
E non vedeva l'ora di tornare a Roma per poter dire sul viso all'amico
Efisio:--Eh via! Finitela! Sposatevi, se ne avete voglia; o fate
all'amore tranquillamente, come gli altri fedeli cristiani, senza
smorfie, senza posa per farvi compassionare!
Trovò Efisio Chiardi alla stazione. Pareva un uomo che stèsse su le
spine. Impaziente di ogni minimo indugio, vedendo che non si
avvicinava nessun facchino, aveva preso lui una delle valigie del
Bedini e si avviava verso l'uscita, quando questi gli disse:
--Ma io ho bisogno di fermarmi al ristorante; ho proprio fame.
Chiardi non potè frenare una mossa di disappunto.
--Ti dispiace?--fece il Bedini.--Se hai fretta...
--Sì, ho fretta di parlarti, di consultarti...
--Parlerai mentre io mangerò, se non vuoi prendere qualche cosa anche
tu.
--Grazie!
--Che ti accade?... Laggiù, a quel tavolino in disparte...
Dunque...--soggiunse Bedini appena data l'ordinazione al cameriere.
--Credi tu alla suggestione?--cominciò Chiardi.--Eccone qui una
vittima! Mi guardi negli occhi? Ridi? Non c'è niente da ridere. A
furia di sentirmi ripetere da tutti che sono un innamorato infelice, a
furia di esser costretto, dalla mattina alla sera e dalla sera alla
mattina, a dover pensare incessantemente alla mia fantastica
disgrazia...
--Bene, bene! Ho capito!
--Darei la testa ai muri! Vuol dire che era destinato così.
--Rispàrmiati la testa! Non occorrevano tante precauzioni oratorie per
farmi sapere che finalmente...
--Precauzioni oratorie?
--Come vorresti chiamarle? Hai voluto fare, al tuo solito, il
misterioso, ma non ci sei riuscito. Ti confesso, giacchè siamo a
questo, che non ho mai creduto alle tue negazioni, e veggo con piacere
che non mi sono ingannato. L'hai trovata bene: Suggestione! Serbala
per gli altri. Io intanto ora posso domandarti:--E questi confetti,
quando?--È inutile stralunare gli occhi, fingere di arrabbiarti...
--Mi arrabbio seriamente! Suggestione, sì, caro Bedini. E se volessi
darti a intendere che ne sia dispiacente, mentirei. Dicevo:--darei la
testa ai muri--pensando alla figura che farò presso molte persone...
Ma, infine, che dovrà importarmene, è vero? Rendo felice una creatura
che merita di esser tale; e rendo felice anche me, perchè non capita
tutti i giorni essere amato fino al punto che sono amato io. Come sia
accaduto, non saprei spiegartelo io stesso. Picchia oggi, picchia
domani... E un bel mattino mi sono svegliato, proprio così! innamorato
cotto, con mia grandissima maraviglia... Era destino! Se fosse
diversamente, non avrei ora bisogno di te, della tua opera di amico...
Ti attendevo con impazienza; voglio uscir sùbito da questa situazione
imbarazzante. Bisogna che qualcuno vada a spiegare... vada a
scusarmi... Non è facile. Conto su la tua abilità diplomatica... Io
sono stato d'una crudezza sconveniente nel negare a tutti... Era la
verità. Oggi non più... Se non è suggestione questa...! Non ridere, te
ne prego.
--Meglio, meglio così!--esclamò all'ultimo Bedini, convinto che il suo
amico non gli avrebbe fatto fare una parte ridicola quantunque si
trattasse di commedia.
E il giorno dopo, verso le cinque, si presentava alla signora Nerucci
lieto e sorridente, sicuro di apportarle una bella e inattesa notizia.
Aveva creduto opportuno, per finezza diplomatica, pigliarla molto
larga, ed era rimasto interdetto vedendo scattar infuriata la signora
Carlotta appena egli aveva pronunciato il nome di Efisio Chiardi.
--Quel che ha fatto costui è un'infamità senza nome!
--Rifletta, signora mia!
--Ammogliato, con figli! Che cosa si era immaginato dunque?...
--Signora! Ammogliato, chi?
--Lui! Lui!... L'abbiamo scoperto per caso.
--Non può essere!
--Con un tegame, di cui ora si vergogna... Al suo paese, ad Oneglia!
Il povero Bedini non sapeva che cosa rispondere. Il contegno
misterioso del Chiardi lo rendeva perplesso. Gli sembrava però
impossibile che il suo amico avesse potuto spingere la sfacciataggine
fino al punto di mettere in mezzo anche lui e in una faccenda così
delicata... Ma la signora Carlotta gli chiudeva la bocca ripetendogli.
--Infamità senza nome! Per fortuna, mia figlia è già rinsavita, e
sposerà, tra un mese, un gentiluomo degno di lei!
Bedini uscì di casa Nerucci rallegrandosi che la diplomazia lo avesse
salvato dall'apparire complice di un brutto inganno, furioso contro
Chiardi... ammogliato con un tegame di cui si vergognava, come gli
aveva affermato la signora Carlotta.
Efisio Chiardi lo attendeva al Caffè del Parlamento, con una tazza di
caffè che gli si era freddato davanti e in mano un giornale inglese
illustrato di cui sfogliava distrattamente le pagine, senza neppure
guardarle.
--Hai fatto presto!--gli disse.
--Senti!... Se è vero...--balbettò Bedini.
--Che cosa?
--Se è vero che tu hai moglie e figli...
--Io?
--Al tuo paese.
--Io?...
--Intanto sappi che la signorina, tra un mese, sposa!...
--Oh, Dio!... Ma è un'infamità!
--Così dice pure la signora Carlotta!
--Chi ha potuto inventare?...
--Certe cose non s'inventano!
--Ma che moglie! Che figli! Sono scapolo, scapolissimo!... Te lo
giuro!
--Tanto, è inutile che tu ti affanni a protestare... Sarà, che posso
dirti? un pretesto per giustificare il voltafaccia suo e della sua
figlia... Non è pensata male!.... Oh le donne!
--Ma come? Deve finire così? Ora che io...
--Ti consolerai, va' là, anche tu! Ci si consola di tutto a questo
mondo!
--No, devo scolparmi; non voglio che mi si creda capace di così
vigliacca azione! E non voglio, no! no! lasciarmi rubare la
felicità... Io l'amo... capisci... io l'amo ora!
--Amerai un'altra. Chiodo scaccia chiodo! In quanto a scoprire donde
sia venuta fuori questa fandonia...
--Calunnia!--urlò il Chiardi, dimenticando di essere in un caffè.
--Zitto! Non far voltare la gente... Lascia fare a me.
--Chi è costui?... Tu lo sai: il nome! Ce la sbrigheremo tra noi due!
--Il mio stupore era tale in quel momento, che ho dimenticato di
domandare alla signora Carlotta chi sposava sua figlia.
--Lo saprò; non sarà un mistero!
--Vuoi aggiungere ridicolo a ridicolo? Lasciami fare. E se scopro
qualcosa di losco, giacchè devi anche ammettere che tutto questo può
essere avvenuto semplicemente, naturalmente....
--Appiopparmi moglie e figli che non ho?... Semplicemente?
Naturalmente?... Bedini! Tu hai voluto mettermi alla prova! Indovino?
Di'? Hai voluto convincerti se amo davvero Amelia....
--Non fantasticare; niente affatto. Hai moglie--e brutta da
vergognartene--e figli... secondo la signora Carlotta... E vi è chi ti
libera dal commettere un delitto di bigamia... secondo la signora
Carlotta. Non ho inventato niente; non ho voluto metterti alla
prova... E sii omo! Chi sa se tu non debba un giorno ringraziare colui
che forse ti impedisce di fare una grande sciocchezza. Suggestione,
hai detto. Dunque la tua volontà non c'entra punto; il tuo cuore,
nemmeno. La tua vanità, scusa, probabilmente per molta parte; il
calcolo, inconsapevolmente, un pochino... E se poi la suggestione
finisse? E tu ti ritrovassi allo stato di prima?
--Ero un imbecille allora, un cieco... Non può finire così! Non deve
finire così! Vedrai! Vedrai!
--Lasciami fare, ti ripeto. Dammi due, tre giorni di tempo. Tu lo sai;
quando mi metto in testa di scoprire una cosa!...
Ai curiosi succede come ai grandi scienziati o ai grandi inventori: il
caso li aiuta in modo sorprendente.
Era stato Babolani, il gran chiacchierone Babolani. Due giorni dopo se
ne vantava con Bedini incontrato per caso.
--Che vuoi, caro mio! Quella ragazza mi faceva pena. Allora pensai:
Non c'è altro modo di guarirla.--E dissi al padre... Non ho detto una
bugia sai?... Efisio Chiardi ha moglie e figli... ma non è lui, il
nostro Efisio. Di Oneglia però; credo che in quel paese si chiamino
tutti Efisio e tutti Chiardi. Non lo credi?... Ed è andata bene,
magnificamente! L'amico Chiardi dovrà accendermi un bel cero di
ringraziamento... È andata anche, se vogliamo, troppo bene. La
signorina, lo sai? prende marito... Si è consolata presto; se pure non
lo prende per dispetto, per vendetta; le donne sono capaci di tutto!
Guarda com'è il mondo! Ho confidato a cinque o sei persone: «Dicono
che Efisio Chiardi ha moglie al suo paese; così brutta, ch'egli se ne
vergogna, e figli... Che ne sapete?» E tutte e sei, via, dai Nerucci a
farsi un merito della scoperta. Guarda com'è il mondo!... Se non fosse
stato a fin di bene... Perchè ridi?... Che pensi?
--Rido--rispose Bedini--perchè mi accorgo che in questo mondo si fanno
più commedie che non se ne scrivano.
--E più divertenti dovresti aggiungere--disse Babolani.
--Secondo.
Per Chiardi non fu davvero molto divertente questa qui. Ma egli ora fa
il bravo; e quando incontra a braccetto del marito colei che avea
giurato di essere sua o di nessun'altro, si consola come da scampato
pericolo, esclamando:
--Oh! Era troppo brutta! E diventerà peggio!... Se la goda!
IN BARCA
A JOLANDA.
Quantunque a Catania da otto giorni, mia moglie era tuttavia sotto il
gran fascino dello spettacolo del mare, nuovo per lei. A ogni po',
mentre la conducevo attorno per farle osservare chiese, monumenti,
negozi, ella mi si attaccava al braccio e, con accento da bambina che
vuol essere accontentata, mi sussurrava all'orecchio:
--Andiamo alla Marina?
--Ci siamo stati un'ora fa!
--Che importa? Oh, il mare! Mi sembra di non aver potuto ancora
ammirarlo a bastanza. Andiamo?
La sentivo trasalire, sotto braccio, dal godimento anticipato che la
prossima vista del mare le avrebbe prodotto. E appena ne scorgeva un
lembo a traverso gli archi del viadotto e i rami degli alberi di Villa
Pacini, prorompeva in esclamazioni che mi facevano sorridere e già mi
sembravano esagerazioni femminili. Per contradirla, allora le dicevo:
--Ecco! È sempre lo stesso: acqua, acqua, acqua!
--Non è vero. Muta di aspetto da un'ora all'altra. Un'ora fa era
azzurro; ora, guarda, è cenericcio.
--Effetto della luce.
--Bravo! Grazie della spiegazione!... Ma di qui non si vede bene;
andiamo laggiù, su la panchina del Molo.
--Perchè non usciamo in barca fuori del porto?
--Ho paura.
--Di che cosa?
--Dell'acqua. Se sopravvenisse una tempesta....
--Le tempeste non scoppiano all'improvviso.
--Se la barca si capovolgesse....
--In che modo? Le barche paion cullate dalle onde allorchè il mare è
tranquillo come in questo momento.
--Ho paura.
--Bada! Quando saremo andati via, rimpiangerai di non aver gustato il
gran piacere di una gita in barca.
--Lo credo!--E soggiungeva:--Se si andasse con uno di quei grossi
bastimenti, con un piroscafo, mi sentirei sicura; ma con queste barche
che si direbbero tanti gusci di noce! Quante, in fila, là! Non
sembrano grossi pesci a fior d'acqua? Si agitano, saltellano come cosa
viva.... Oh, su un bastimento, su un piroscafo, sì!
--Hai torto. Nelle tempeste, le barche valgono assai meglio di quei
grandi legni. Quando questi stanno per affondare, passeggeri ed
equipaggio si salvano, lo sai bene, su le fragili imbarcazioni. Via!
Dovresti vincere così sciocca paura.
--Un'altra volta. Ora sta' zitto; lasciami ammirare.
Di cima al muraglione della panchina del Molo, spalancava i begli
occhi neri su la immensa distesa del Jonio scintillante di sole, e non
aveva parole, non gesti per esprimere le diverse sensazioni che la
invadevano in quel punto. Ed io, osservandola, le invidiavo la gioia
della novità di quelle sensazioni che stentavo quasi a comprendere,
abituato ormai, sin da quando ero studente, alla vista del mare,
quantunque nato, come mia moglie, in cima alle rupi di Troina
nell'interno della Sicilia.
*
* *
La più profonda impressione del nostro viaggio di nozze era stata per
Paolina quello spettacolo; non finiva di riparlarne.