Quello che sto per scrivere pare un controsenso: le opere d'arte più
vigorosamente concepite ed eseguite, hanno il potere di farsi talvolta
dimenticare e quasi mettere in un canto dalla nostra imaginazione, che
esse medesime hanno saputo spingere fuor di loro, lontano da loro, a
spaziare per orizzonti vastissimi. È come una abdicazione temporanea, la
quale dimostra la potenza meglio che qualunque altro esercizio di
dominio diretto.
La musica di Beethoven, per esempio, io credo che non abbia avuto mai
maggior trionfo di quell'ora in cui la mente di Goethe, ascoltandola,
andò fantasticando di cose in apparenza tanto diverse e lontane da essa.
L'ultimo romanzo di Matilde Serao mi ha gittato nel cervello una
inquietudine strana. Seguivo la storia di Rocco Traetta, il galeotto
dell'ergastolo di Nisida, e ogni tanto, invece di voltare la pagina,
chiudevo il libro, mettendovi l'indice per segno come Don Abbondio col
suo breviario. Chiudevo il libro e pensavo ad altro. Forse che poco mi
teneva il racconto? Pochi invece io ne ricordo che m'abbiano più
vivamente interessato e commosso; e se non fosse che a certe sentenze di
carattere assoluto la critica dee sempre guardarsi dal trascorrere,
massime quando si è ancora sotto il colpo di una forte commozione, io
affermerei che il racconto _All'erta, sentinella!_ è destinato a segnare
una delle buone date nella cronistoria del romanzo italiano.
Nessuno meraviglierà che mi rapissero pei campi immensi delle
associazioni fantastiche, la pietosa verità dell'argomento e il teatro
del dramma. Avete mai pensato a tutta la materia artistica che è uscita
dal carcere? È una interminabile galleria di quadri svariatissimi, col
medesimo fondo tetro e limitato.
Alla grande serie si potrebbe dare un principio sulla rupe del Caucaso
ove la coscienza umana lottò coll'Infinito; e Prometeo appare come
l'eroico archimandrita di questa generazione di grandi e miseri captivi
che si succedono nella poesia e nella storia. Il dramma socratico si
compie in un carcere. Il più terribile e pietoso episodio della _Divina
Commedia_ ha per teatro le quattro pareti della muda pisana.
Se si potessero applicare dei calcoli esatti in questa materia tanto
difficile perchè tanto ribelle, si scoprirebbe, io credo, che alla
prigionia andiamo debitori di parecchi fra i più intensi sviluppi
psicologici della razza umana. La scienza intima dell'uomo, pur troppo,
nacque dal dolore. Costretti nella lunga solitudine, rimossi da ogni
distrazione esteriore, profondati nelle tenebre e nel silenzio, tristi,
avviliti, disperati, gli uomini allora non ebbero altro rifugio che la
contemplazione della propria anima; e vi si concentrarono con
perseveranza dolorosa. Quanti abissi della coscienza esplorati e
illuminati nei lunghi anni d'una prigionia! E il problema della vita
quanti nuovi aspetti deve avere assunti dinanzi agli occhi fissi dei
prigionieri! Le punte dei rimorsi e la buona compagnia della coscienza,
le ombre della disperazione e i sorrisi luminosi della speranza, come
debbono avere lavorato e rimuginato da cima a fondo lo spirito umano
negli antri, nelle galere, nelle segrete e nelle casematte, durante
tutti quei giorni senza luce e tutte quelle notti senza sonno!....
Una domanda sola: la tempra del metallo umano è uscita migliorata da
questa fucina espiatoria ove martellano da tanti secoli gli Steropi e i
Bronti? — Bonivard, il carcerato di Chillon cantato da Giorgio Byron,
termina il racconto della sua orribile prigionia con queste singolari
parole: “Finalmente vennero degli uomini a restituirmi la libertà. Io
non chiesi perchè, nè volli sapere dove mi conducessero. Ormai essere
libero o prigione era indifferente per me. _Io avevo imparato ad amare
la disperazione._ Quando vennero a liberarmi, quelle mura erano divenute
il mio eremitaggio; e fui a un punto di versare delle lagrime nel
momento di lasciarle...„ Questa estrema e morbida raffinatezza del
sentimento umano, forse non è una bizzarria poetica a cui il psicologo
non debba badare.
Anche in Silvio Pellico e in altri troviamo le testimonianze storiche di
questa arcana e pietosa simpatia. E Silvio Pellico mi fa pensare alla
grande letteratura autobiografica, che la prigionia ha prodotto. La
prima idea di narrare la propria vita probabilmente l'ha avuta un uomo
carcerato; certamente nacquero in carcere molti propositi di lasciare il
ricordo delle toccate ingiustizie e dei patimenti sofferti. A chi
rivolgersi quando tutte le violenze del destino e della volontà umana
cospirano contro di voi? Allora l'innocente leva il suo gemito e il
vinto lancia la sua maledizione; allora l'uomo che soffre e che espia si
sente attratto con forza invincibile a raccontare le sue pene e anche le
sue colpe, perchè ha bisogno di consolarsi e purificarsi in una
abluzione d'umana pietà.
Delle facoltà latenti e dormienti in fondo alle anime si svegliano a un
tratto e danno splendori inattesi: la simpatia delle cose, muta per lo
innanzi e nemmeno sospettata forse, dischiude la fonte della curiosità,
delle meditazioni, dei sorrisi e delle lagrime. Una idea fissa si
arrampica sopra tutte le altre, le governa e le tiranneggia; quella
della evasione, per esempio. A Severino Boezio la Filosofia comparve nel
carcere indegno, e gli fu prodiga di consolazioni nobilissime; ma quando
il libro _De Consolatione_ fu messo nelle mani del Casanova,
l'avventuriero veneziano, tutto intento ad un solo oggetto, la fuga dal
suo carcere, dichiarò che non seppe che farsene. “La seule pensée qui
m'occupât était celle de m'enfuir; et, come je n'en trouvais pas le
moyen dans Boèce, je ne le lisais plus!„
*
* *
Se venisse in mente a taluno di ordinare in una biblioteca speciale
tutti i libri autobiografici di narrazioni carcerarie, si vedrebbero, io
penso, aspetti singolarissimi dello spirito umano e documenti per la
storia e per l'arte curiosissimi.
Non mi metto nelle enumerazioni, anche sommarie, perchè andrei chi sa
quanto in lungo. Ho sul tavolo l'ultima pubblicazione di questo genere;
ed è _La prigionia di Hercol Fantuzzi narrata da lui_, edita dal mio
bravo amico Corrado Ricci[3]. Altro che processo degli untori e altro
che _Colonna infame!_ Dati i pregiudizi dell'epoca, gli inveterati
errori giudiziari e i terrori di una grande calamità pubblica, quelle
enormità in qualche modo si spiegano. Ma qui nel racconto del gentiluomo
bolognese, indegnamente carcerato e torturato perchè non voleva servire
alla cupidigia vendicativa di un cardinale, viene rivelato, con una
evidenza spaventevole e raccapricciante, tutto l'orrore di quel mondo
giudiziario e carcerario, durato, su per giù, fino al secolo scorso in
queste terre di principi cristiani. Gli arbitrii, i garbugli, le false
testimonianze, le falsificazioni negli atti e negli interrogatori sono
passati in abitudine continua e i colpevoli nemmeno si degnano di
scusarli e dissimularli. Il cavalletto, la ruota e la corda sono in
assiduo moto ad ogni reticenza, ad ogni resistenza nell'imputato a
confessare tutto quello che il giudice s'è messo in testa che confessi.
[3] Presso Romagnoli e Dall'Acqua — Bologna 1889.
L'abitudine crea quasi l'indifferenza; e un senso di lugubre facezia si
mescola a tutto quell'apparato di crudeltà e d'infamia. I falsi
testimoni entrano mangiando e sghignazzano e dicono barzellette in
faccia all'imputato che essi cercano d'assassinare. Il giudice, mentre
il povero Fantuzzi è sospeso alla corda, gli passeggia sotto ghignando e
gli chiede ogni tanto in tono canzonatorio: _come state, messer Ercole?_
E quando quel disgraziato è ben rotto e sanguinoso della persona, gli fa
mettere ai piedi una catena di ferro del peso di sessanta libbre e gli
niega il medico e gli niega il prete, perchè sia più presto ridotto a
dire ciò che è nel desiderio di esso il giudice e del suo eminentissimo
padrone che dica. Chi stupisce di tanta enormità? Nessuno. Lo stesso
Fantuzzi si lagna, è vero, amaramente dei mali patiti, ma la nota della
sorpresa non appare quasi punto nel suo scritto. Allora le cose
andavano, d'ordinario, a quel modo. Perchè stupirne? E questa è davvero
filosofia della storia in azione!
*
* *
Ma io sospetto, cara Matilde, che invece di queste mie divagazioni, più
d'un lettore avrebbe gradito ch'io fossi stato fermo con la mente al
vostro libro e mi fossi disteso a riassumerlo e a ricamarvi sopra
commenti e note. O grande vanità della nostra critica! Un racconto
sbagliato è come una gamba storta o una mano con sei dita. Tutti vedono
il difetto e sanno anche indicare il modo con cui si sarebbe potuto
evitare. Ma quando ha davanti a sè un racconto riuscito, che cosa può
fare la critica? Almanaccare perifrasi e prodigare aggettivi. Il vostro,
amica mia, è un racconto riuscito mirabilmente, tanto che io non esito a
dichiarare che con esso voi avete toccato un alto segno non prima
raggiunto da voi, che pure al vostro _attivo,_ come dicono, contate già
di gran belle cose.
Mi auguro e spero, per voi e per le lettere nostre, che vi duri
lungamente questa vena forte e felice, questa potenza di
rappresentazione dilettosa, questo segreto di far passare nei vostri
lettori il senso vivo delle cose e le passioni degli uomini; questo
mirabile prestigio di colorito congiunto a così squisito criterio della
misura.
E al vostro primo romanzo sbagliato, vi dedicherò un lungo articolo.