A primo tratto, questo libro non invoca tutti i suffragi di coloro che,
con Volfango Goethe, prediligono in letteratura i generi _decisi_.
Dalla lettura di quelle cinquecento pagine vien fuori da prima una
impressione mista: narrativa insieme e didattica. Si comprende subito
che l'autore ha voluto, narrando la vita avventurosa di un maestro, dire
molte cose che egli stima vere e utili sulla scuola elementare italiana,
considerata nel suo quadruplice aspetto: i maestri, i metodi educativi,
la legislazione e l'ambiente sociale.
Questa forma, del resto, non è nuova nel De Amicis; e chi volesse
studiarla nella sua generazione dovrebbe risalire molto indietro; e
forse troverebbe i primi germi nei _Bozzetti militari_.
Di mano in mano che andavo innanzi nella lettura, a me cresceva
nell'animo questo convincimento: che l'autore con questo _Romanzo di un
Maestro_ è riuscito a conquistare adesso in pieno una data “forma„ di
libro che egli volge nell'animo da un pezzo e che in altri lavori
precedenti (negli _Amici_ per esempio) non aveva saputo conquistare che
in parte, a malgrado la potenza della mente, la costanza del lavoro e la
singolare ricchezza degli artifici.
Sotto questo aspetto dunque, il libro è una nuova e insigne vittoria
dello scrittore; e se la importanza d'una vittoria dee misurarsi dalla
forza e dal numero degli ostacoli, qui l'artista ha più che mai il
diritto d'essere contento del fatto suo.
*
* *
Fra i lettori, parmi già di vedere due categorie, se non di scontenti,
di sorpresi, perchè il libro non ha corrisposto in tutto alla loro
aspettazione.
Chi si aspettava un libro pieno di osservazioni, di disertazioni e
magari di battaglie didattiche, troverà che il racconto soverchia e qua
e là divaga; a coloro invece che hanno aperto il libro con la immagine
suggerita ad essi dalla parola _romanzo_ che è nel titolo, parrà che
l'intendimento scolastico si faccia troppo spesso avanti e sia
significato in forma troppo discorsiva, mentre poi i congegni e le fila
stesse del racconto, invece di procedere con libera scioltezza, sono
qualche volta adattati e quasi paiono tirati per forza dentro a certi
schemi dimostrativi.
Io non discuto le sorprese letterarie che, nove volte su dieci, sono
sorelle carnali dei mutabili gusti personali; ma sostengo che tanto i
lettori della prima quanto quelli della seconda categoria avrebbero
torto se pretendessero di tradurre la loro mancata aspettazione in
argomento di censura contro il libro.
Il libro nello spirito dell'autore è nato così, non altrimenti; e aveva
tutto il diritto di nascere così.
Emilio Zola con una serie di romanzi ha voluto dimostrare quello che
possa la nevrosi trasmessa come tabe ereditaria ai vari membri d'una
famiglia. Edmondo De Amicis si è accinto, narrando la odissea di un
giovane maestro, ad esprimere, senza mai abbandonare del tutto le forme
narrative, molte cose che egli crede utili a sapersi da tutti per la
soluzione di quel grave, lungo e oramai tormentoso problema nostro che è
la scuola elementare.
È permesso a uno scrittore il far travedere anzi il mettere
schiettamente in vista, quando gli piaccia, l'intendimento utile d'una
sua narrazione? — Lasciamo che ne discutano ancora quei critici ingenui,
e stavo per dire quegli infelici, che perseverano nella volontaria
fatica di fabbricare le caselle per la novissima rettorica. Dio buono!
Bisogna bene che anche la infanzia e la vecchiaia abbiano i loro
trastulli.... Ma non mai, a proposito di un libro, potè, meglio che per
questo del De Amicis, essere ricordata la massima di Boileau, che tutti
i generi son buoni all'infuori dei noiosi.
*
* *
Volete ricchezza di profili umani, colti dal vivo e delineati con mano
ferma? I maestri Ratti, Lerica, Labaccio, Calvi, Delli; le maestre
Galli, Ferrari, Pedani, Falbrizio, Bragazzi; il provveditore Megari; il
sindaco Lorsa, l'avvocato Samis, i preti don Bruna e don Biracchio,
l'organista anarchico, il segretario sornione, l'ispettore igienista,
l'ispettore scienziato; ecco dei personaggi in carne ed ossa che vediamo
muoversi, che sentiamo parlare, che non dimenticheremo più.
Volete varietà animata e pittoresca di ambiente e di paesaggio? Gerasco,
Piazzena, Altarana, Camina, Bossolano, ognuno dei luoghi ove il maestro
Ratti è portato dalla sua buona o mala ventura, il De Amicis sa ritrarre
con tocco efficace o sobrio. Non profonde, come suole, tutti i colori
smaglianti della sua tavolozza, inebriandosi di descrizioni; ma trova
sempre il modo di compenetrare e via via di fondere quasi il dramma
umano con la scena, raggiungendo spesso una evidenza mirabile. Come
balza intera dinanzi ai nostri occhi la vita intima di que' comunelli di
pianura e di montagna, con tutte le piccinerie e le miserie e le
cattiverie, che l'autore non tralascia mai di ricercare e mettere
all'aperto con una nobile austerità di proponimento!
La visita del maestro Ratti al provveditore Magari, merita di essere
ricordata e confrontata con la famosa scena tra Don Abbondio e il
cardinal Borromeo; la descrizione dei vecchi maestri obbligati agli
esercizi di ginnastica, ci dà un quadro stupendo, fra bizzarro e
pietoso, che vi rinnova, sott'altra forma, l'impressione della “Corte
dei miracoli„ in _Notre-Dame_ di Victor Hugo.
Alcune volte, è vero, una punta di caricatura che sconfina nel
volgaruccio: qua e là degli indugi e delle variazioni compiacenti sulla
formosità femminile e sugli effetti afrodisiaci che produce nei
riguardanti; non di rado anche certe particolarità descrittive e
crudezze di linguaggio inutilmente ignobili. Tutte cose nuove affatto o
recentissime nel De Amicis. Con le quali direste che egli metta un
deliberato proposito a vendicarsi di quei critici che per tanto tempo lo
hanno proverbiato di sentimentalità o di idealità eccessiva. Volevano un
De Amicis rude, audace, quasi brutale? Eccoli contentati!
Ma questi, che pur sono difetti, non riescono a offuscare uno degli
aspetti più considerevoli del libro: voglio alludere alla schietta vena
di _umorismo_, onde tutto il racconto riesce così brillantemente
avvivato e come aromatizzato.
Alcuni critici hanno voluto sostenere,
tanta ignoranza è quella che li offende,
che l'umorismo è opera d'arte tutta moderna, confondendo la novità
esotica della parola con la novità della cosa. Io intanto direi che,
generalmente parlando, l'umorismo degli scrittori moderni pecca spesso
di un grandissimo difetto, il quale consiste in una certa “esibizione„
troppo scoperta, e quindi tutt'altro che abile, del loro intendimento.
Lo scrittore umorista noi lo sentiamo quasi sempre alla impostatura
della frase, al giro del periodo, perfino a qualche predilezione grafica
e ortografica; lo indoviniamo a un certo suo piglio suggestivo, col
quale par che ci dica: — eccomi qua; aspettatevi di sentirne delle
belle! — Edmondo De Amicis invece possiede un fare tutto suo. Ha il
segreto del nostro riso come ha quello delle nostre lagrime. La sua
narrazione procede innanzi piana, limpida, uniformemente colorata, come
una cert'aria di buona figliuola, senza lasciare mai scorgere la più
piccola pretesa a far dello spirito... A un tratto un particolare, una
reticenza, un motto, un idiotismo bastano perchè ci sentiamo pieni d'un
improvviso buon umore; e spesso la volta della stanza ci rimanda l'eco
di una nostra risata...
Ma benchè queste risate non sieno infrequenti mentre leggiamo _Il
romanzo di un Maestro_, sull'indole del libro si stende un'ombra di
tristezza. E l'hanno chiamato un libro pessimista.
La mente di Edmondo De Amicis da qualche anno (fu già notato) è entrata
in un periodo più serio e ha contratto un abito più meditativo. Anche
dall'animo suo, con la prima giovinezza, debbono naturalmente essere
volate via certe inclinazioni a vedere tutte le cose del mondo con
occhio confidente. Adesso egli sente di più certi disagi e certe
inquietudini del nostro tempo; degli accenni frequenti e alcune
preterizioni significanti, ne' suoi ultimi volumi, mostrano, a chi
sappia leggere tra le linee, che egli si è venuto di più accostando,
anche senza mutare nel fondo, alle idee e ai sentimenti della novissima
generazione[2]. Tale è, io credo, la prima radice di certe sue
tristezze, che sconfinano talvolta in un accoramento profondo.
Se l'impressione generale che lascia questo romanzo non è allegra,
bisogna anzitutto accagionarne la materia che, in Italia, davvero non lo
è. Ma ammesso questo, io nego che pessimista debba qualificarsi il
libro, nello stretto senso almeno che si suol dare a tale vocabolo. Esso
ci fa pensare che sopra ottomila e più Comuni che conta il regno
d'Italia, ve ne ha certo più che l'ottanta per cento nei quali la Scuola
è considerata come un gravame, un ingombro, un fastidio, e il povero
maestro quasi un nemico che si circonda di angheria e d'incuria e
d'ingiustizie d'ogni maniera. Doveva il libro farci pensare tutto il
contrario? Doveva invece portare un allegro contributo di argomenti a
conforto di quegli ingenui, ai quali il nostro trentennio di
analfabetismo stazionario non ha ancora insegnato mai nulla, e che
persistono a cullarsi nel sogno che senza una vera “rivoluzione„ negli
ordinamenti scolastici potremo uscire da tanta miseria? — Il libro
insomma è una terribile pittura di mali veri; ma nè li dimostra
irreparabili, nè va fino ad occultarci con essi la faccia del bene e a
spegnere in noi la fede nel suo trionfo. Tutt'altro. I tristi e gli
inetti abbondano in questo racconto; ma bastano alcuni tipi veramente
luminosi per farci guardare in alto e sperare virilmente.
[2] Questo era scritto nel 1890.
I fanciulli, perfino i fanciulli, paiono in certe pagine aspramente
trattati e quasi respinti dal paterno cuore di De Amicis. Come è dura la
disillusione che mettono quelle pagine in noi, che qui ci attendevamo di
vedere la penna del buon Edmondo gareggiare di sorrisi e di carezze col
pennello dell'Allegri! Ma indi a poco, in altre pagine, vediamo l'ideale
dell'infanzia e il santissimo ufficio di redimerla e di consolarla così
potentemente evocati e inculcati, che non possiamo a meno di
riconfortarci e quasi di inorgoglirci dell'amore e della fede
nobilissima, che l'anima dello scrittore ha fatto esultare nella nostra.