A EDMONDO DE AMICIS.

A primo tratto, questo libro non invoca tutti i suffragi di coloro che,

con Volfango Goethe, prediligono in letteratura i generi _decisi_.

Dalla lettura di quelle cinquecento pagine vien fuori da prima una

impressione mista: narrativa insieme e didattica. Si comprende subito

che l'autore ha voluto, narrando la vita avventurosa di un maestro, dire

molte cose che egli stima vere e utili sulla scuola elementare italiana,

considerata nel suo quadruplice aspetto: i maestri, i metodi educativi,

la legislazione e l'ambiente sociale.

Questa forma, del resto, non è nuova nel De Amicis; e chi volesse

studiarla nella sua generazione dovrebbe risalire molto indietro; e

forse troverebbe i primi germi nei _Bozzetti militari_.

Di mano in mano che andavo innanzi nella lettura, a me cresceva

nell'animo questo convincimento: che l'autore con questo _Romanzo di un

Maestro_ è riuscito a conquistare adesso in pieno una data “forma„ di

libro che egli volge nell'animo da un pezzo e che in altri lavori

precedenti (negli _Amici_ per esempio) non aveva saputo conquistare che

in parte, a malgrado la potenza della mente, la costanza del lavoro e la

singolare ricchezza degli artifici.

Sotto questo aspetto dunque, il libro è una nuova e insigne vittoria

dello scrittore; e se la importanza d'una vittoria dee misurarsi dalla

forza e dal numero degli ostacoli, qui l'artista ha più che mai il

diritto d'essere contento del fatto suo.

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* *

Fra i lettori, parmi già di vedere due categorie, se non di scontenti,

di sorpresi, perchè il libro non ha corrisposto in tutto alla loro

aspettazione.

Chi si aspettava un libro pieno di osservazioni, di disertazioni e

magari di battaglie didattiche, troverà che il racconto soverchia e qua

e là divaga; a coloro invece che hanno aperto il libro con la immagine

suggerita ad essi dalla parola _romanzo_ che è nel titolo, parrà che

l'intendimento scolastico si faccia troppo spesso avanti e sia

significato in forma troppo discorsiva, mentre poi i congegni e le fila

stesse del racconto, invece di procedere con libera scioltezza, sono

qualche volta adattati e quasi paiono tirati per forza dentro a certi

schemi dimostrativi.

Io non discuto le sorprese letterarie che, nove volte su dieci, sono

sorelle carnali dei mutabili gusti personali; ma sostengo che tanto i

lettori della prima quanto quelli della seconda categoria avrebbero

torto se pretendessero di tradurre la loro mancata aspettazione in

argomento di censura contro il libro.

Il libro nello spirito dell'autore è nato così, non altrimenti; e aveva

tutto il diritto di nascere così.

Emilio Zola con una serie di romanzi ha voluto dimostrare quello che

possa la nevrosi trasmessa come tabe ereditaria ai vari membri d'una

famiglia. Edmondo De Amicis si è accinto, narrando la odissea di un

giovane maestro, ad esprimere, senza mai abbandonare del tutto le forme

narrative, molte cose che egli crede utili a sapersi da tutti per la

soluzione di quel grave, lungo e oramai tormentoso problema nostro che è

la scuola elementare.

È permesso a uno scrittore il far travedere anzi il mettere

schiettamente in vista, quando gli piaccia, l'intendimento utile d'una

sua narrazione? — Lasciamo che ne discutano ancora quei critici ingenui,

e stavo per dire quegli infelici, che perseverano nella volontaria

fatica di fabbricare le caselle per la novissima rettorica. Dio buono!

Bisogna bene che anche la infanzia e la vecchiaia abbiano i loro

trastulli.... Ma non mai, a proposito di un libro, potè, meglio che per

questo del De Amicis, essere ricordata la massima di Boileau, che tutti

i generi son buoni all'infuori dei noiosi.

*

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Volete ricchezza di profili umani, colti dal vivo e delineati con mano

ferma? I maestri Ratti, Lerica, Labaccio, Calvi, Delli; le maestre

Galli, Ferrari, Pedani, Falbrizio, Bragazzi; il provveditore Megari; il

sindaco Lorsa, l'avvocato Samis, i preti don Bruna e don Biracchio,

l'organista anarchico, il segretario sornione, l'ispettore igienista,

l'ispettore scienziato; ecco dei personaggi in carne ed ossa che vediamo

muoversi, che sentiamo parlare, che non dimenticheremo più.

Volete varietà animata e pittoresca di ambiente e di paesaggio? Gerasco,

Piazzena, Altarana, Camina, Bossolano, ognuno dei luoghi ove il maestro

Ratti è portato dalla sua buona o mala ventura, il De Amicis sa ritrarre

con tocco efficace o sobrio. Non profonde, come suole, tutti i colori

smaglianti della sua tavolozza, inebriandosi di descrizioni; ma trova

sempre il modo di compenetrare e via via di fondere quasi il dramma

umano con la scena, raggiungendo spesso una evidenza mirabile. Come

balza intera dinanzi ai nostri occhi la vita intima di que' comunelli di

pianura e di montagna, con tutte le piccinerie e le miserie e le

cattiverie, che l'autore non tralascia mai di ricercare e mettere

all'aperto con una nobile austerità di proponimento!

La visita del maestro Ratti al provveditore Magari, merita di essere

ricordata e confrontata con la famosa scena tra Don Abbondio e il

cardinal Borromeo; la descrizione dei vecchi maestri obbligati agli

esercizi di ginnastica, ci dà un quadro stupendo, fra bizzarro e

pietoso, che vi rinnova, sott'altra forma, l'impressione della “Corte

dei miracoli„ in _Notre-Dame_ di Victor Hugo.

Alcune volte, è vero, una punta di caricatura che sconfina nel

volgaruccio: qua e là degli indugi e delle variazioni compiacenti sulla

formosità femminile e sugli effetti afrodisiaci che produce nei

riguardanti; non di rado anche certe particolarità descrittive e

crudezze di linguaggio inutilmente ignobili. Tutte cose nuove affatto o

recentissime nel De Amicis. Con le quali direste che egli metta un

deliberato proposito a vendicarsi di quei critici che per tanto tempo lo

hanno proverbiato di sentimentalità o di idealità eccessiva. Volevano un

De Amicis rude, audace, quasi brutale? Eccoli contentati!

Ma questi, che pur sono difetti, non riescono a offuscare uno degli

aspetti più considerevoli del libro: voglio alludere alla schietta vena

di _umorismo_, onde tutto il racconto riesce così brillantemente

avvivato e come aromatizzato.

Alcuni critici hanno voluto sostenere,

tanta ignoranza è quella che li offende,

che l'umorismo è opera d'arte tutta moderna, confondendo la novità

esotica della parola con la novità della cosa. Io intanto direi che,

generalmente parlando, l'umorismo degli scrittori moderni pecca spesso

di un grandissimo difetto, il quale consiste in una certa “esibizione„

troppo scoperta, e quindi tutt'altro che abile, del loro intendimento.

Lo scrittore umorista noi lo sentiamo quasi sempre alla impostatura

della frase, al giro del periodo, perfino a qualche predilezione grafica

e ortografica; lo indoviniamo a un certo suo piglio suggestivo, col

quale par che ci dica: — eccomi qua; aspettatevi di sentirne delle

belle! — Edmondo De Amicis invece possiede un fare tutto suo. Ha il

segreto del nostro riso come ha quello delle nostre lagrime. La sua

narrazione procede innanzi piana, limpida, uniformemente colorata, come

una cert'aria di buona figliuola, senza lasciare mai scorgere la più

piccola pretesa a far dello spirito... A un tratto un particolare, una

reticenza, un motto, un idiotismo bastano perchè ci sentiamo pieni d'un

improvviso buon umore; e spesso la volta della stanza ci rimanda l'eco

di una nostra risata...

Ma benchè queste risate non sieno infrequenti mentre leggiamo _Il

romanzo di un Maestro_, sull'indole del libro si stende un'ombra di

tristezza. E l'hanno chiamato un libro pessimista.

La mente di Edmondo De Amicis da qualche anno (fu già notato) è entrata

in un periodo più serio e ha contratto un abito più meditativo. Anche

dall'animo suo, con la prima giovinezza, debbono naturalmente essere

volate via certe inclinazioni a vedere tutte le cose del mondo con

occhio confidente. Adesso egli sente di più certi disagi e certe

inquietudini del nostro tempo; degli accenni frequenti e alcune

preterizioni significanti, ne' suoi ultimi volumi, mostrano, a chi

sappia leggere tra le linee, che egli si è venuto di più accostando,

anche senza mutare nel fondo, alle idee e ai sentimenti della novissima

generazione[2]. Tale è, io credo, la prima radice di certe sue

tristezze, che sconfinano talvolta in un accoramento profondo.

Se l'impressione generale che lascia questo romanzo non è allegra,

bisogna anzitutto accagionarne la materia che, in Italia, davvero non lo

è. Ma ammesso questo, io nego che pessimista debba qualificarsi il

libro, nello stretto senso almeno che si suol dare a tale vocabolo. Esso

ci fa pensare che sopra ottomila e più Comuni che conta il regno

d'Italia, ve ne ha certo più che l'ottanta per cento nei quali la Scuola

è considerata come un gravame, un ingombro, un fastidio, e il povero

maestro quasi un nemico che si circonda di angheria e d'incuria e

d'ingiustizie d'ogni maniera. Doveva il libro farci pensare tutto il

contrario? Doveva invece portare un allegro contributo di argomenti a

conforto di quegli ingenui, ai quali il nostro trentennio di

analfabetismo stazionario non ha ancora insegnato mai nulla, e che

persistono a cullarsi nel sogno che senza una vera “rivoluzione„ negli

ordinamenti scolastici potremo uscire da tanta miseria? — Il libro

insomma è una terribile pittura di mali veri; ma nè li dimostra

irreparabili, nè va fino ad occultarci con essi la faccia del bene e a

spegnere in noi la fede nel suo trionfo. Tutt'altro. I tristi e gli

inetti abbondano in questo racconto; ma bastano alcuni tipi veramente

luminosi per farci guardare in alto e sperare virilmente.

[2] Questo era scritto nel 1890.

I fanciulli, perfino i fanciulli, paiono in certe pagine aspramente

trattati e quasi respinti dal paterno cuore di De Amicis. Come è dura la

disillusione che mettono quelle pagine in noi, che qui ci attendevamo di

vedere la penna del buon Edmondo gareggiare di sorrisi e di carezze col

pennello dell'Allegri! Ma indi a poco, in altre pagine, vediamo l'ideale

dell'infanzia e il santissimo ufficio di redimerla e di consolarla così

potentemente evocati e inculcati, che non possiamo a meno di

riconfortarci e quasi di inorgoglirci dell'amore e della fede

nobilissima, che l'anima dello scrittore ha fatto esultare nella nostra.

Morti e viventi · 第 20 / 25 题