Chiudendo il libro, m'è parso d'uscire anch'io coi servitori di casa
Leyra dalla stanza ove Mastro-Don Gesualdo ha cessato di soffrire e di
vivere. Mi è parso insieme di allontanarmi da tutto un circolo di cose
vere e di persone vive, in compagnia delle quali ho passato parecchi
giorni, testimonio e partecipe quasi della loro vita. Don Gesualdo,
mastro Nuncio, donna Bianca, donna Isabella, Diodata, Speranza, i
fratelli Trao, il canonico Lupi, il marchese Limòli, il barone Zacco, il
baronello Fifi, la baronessa Rubiera, la Sganci, la Capitana, tutta
gente che ha vissuto con me in lunga conoscenza. Poi rivedo un tramestìo
di figure secondarie che vanno e vengono rapidamente, ma tutte con una
fisonomia che, vista una volta, non si dimentica più: Nanni l'Orbo,
Giacalone, don Liccio Papa il capo sbirro, don Luca il sagrestano, il
farmacista Bomma, il dottor Tavuso e altri e altri....
Non meno forte nella memoria ho l'immagine dei luoghi: il paesello con
la sua larga strada in mezzo e le viuzze che si perdono qua e là
tortuose e mal selciate; il paesaggio siciliano arso dal sole, con le
vie polverose, i burroni infuocati, i monti nerastri e rugginosi che
fanno pensare a certi quadri di Lojacono; poi delle distese amenissime
di “buona terra„ che dà ricchezze d'alberi, di messi, di vigne, d'acque
e di fiori.
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* *
Questa grande evidenza Giovanni Verga non la consegue per via di un
lungo e minuto descrivere, differenziandosi anche in questo dagli altri
novellieri che oggi sono più in voga. Egli spinge in questo romanzo alle
più rigide conseguenze il suo sistema di obbiettivazione. Vi mette
dentro ai luoghi e ai fatti: le cose e le persone vi stanno intorno e vi
passano innanzi alla stessa guisa che se foste voi pure uno dei
personaggi del racconto. Supponendo questo immediato contatto dei vostri
occhi e del vostro spirito con la materia narrativa, il Verga descrive
quasi sempre breve, rapido, incisivo, rendendo solo l'impressione
momentanea e la linea fuggente.
Ma se poi avvenga che lo stato d'animo del personaggio sia più
favorevole ad una più pacata contemplazione del mondo esteriore, allora
anche la descrizione si distende con miglior agio e più ricchezza di
particolari. Un esempio. La giornata di Mastro Gesualdo è piena zeppa di
fatiche, di noie, di amarezze: visita i lavori che ha in appalto,
strappazza i lavoranti pigri, si cruccia coi parenti avidi e poltroni. E
via sempre brontolando e sudando sotto il sole ardente, con la sua
povera mula, che un po' cavalca, un po' si trae dietro per mano.
Finalmente verso sera l'infaticabile uomo giunge alla bella fattoria
ch'egli ha già potuto comperare coi quattrini fatti, venendo su
dall'umile mestiere di muratore. Là, in mezzo ai suoi campi, alle sue
bestie, ai suoi servi, l'uomo che ha tanto lavorato si sente prendere
l'anima e i nervi da un sentimento gradevole di stanchezza e di riposo.
Allora ecco che anche il paese circostante, quella splendida campagna
che egli durante tutto il giorno, in mezzo alle angustie del lavoro
arrangolato, non aveva certo pensato ad ammirare, pare che si metta in
una più intima e carezzevole e quasi estetica armonia col suo spirito; o
che gli si adagi davanti come una bella donna per essere contemplata da
lui e goduta. — “..... Egli uscì fuori a prendere il fresco. Si mise a
sedere sopra un covone, accanto all'uscio, colle spalle al muro, le mani
penzoloni tra le gambe. La luna doveva essere già alta, dietro il monte,
verso Francofonte. Tutta la pianura di Passanitello, allo sbocco della
valle, era illuminata da un chiarore d'alba. A poco a poco, al dilagar
di quel chiarore, anche nella costa cominciarono a spuntare i covoni
raccolti in mucchi, come tanti sacchi posti in fila. Degli altri punti
neri si movevano per la china, e a seconda del vento giungeva il suono
grave e lontano dei campanacci che portava il bestiame grosso, mentre
scendeva passo passo verso il torrente. Di tratto in tratto soffiava
pure qualche folata di venticello più fresco dalla parte di ponente e
per tutta la lunghezza della valle udivasi lo stormire della messe
ancora in piedi. Nell'aria la bica alta e ancora scura sembrava coronata
d'argento, e nell'ombra si accennavano confusamente altri covoni in
mucchi; ruminava altro bestiame; un'altra striscia d'argento lunga si
posava in cima al tetto del magazzino, che diventava immenso nel buio.„
— Anche della povera ragazza che l'ha servito e amato, che l'amerà e lo
seguirà sempre come una pecora fedele, mastro Gesualdo trova il tempo di
occuparsi, non fosse che con uno scapaccione in forma di carezza o con
una domanda tra il ruvido e il premuroso. E intanto i ricordi fioriscono
nell'animo del muratore arricchito. — “... Ne aveva portate delle pietre
sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino! E ne aveva passati dei
giorni senza pane, prima di possedere tutta quella roba! Ragazzetto...
gli pareva di tornarci ancora, quando portava il gesso dalla fornace di
suo padre, a Don Ferrante...„
La pace, la poesia agreste dell'antico idillio siciliano pare che calino
un momento a blandire l'animo di quest'uomo e a rimescolarne il fondo
bonario, fra le continue sollecitudini degli affari, le cupidigie del
guadagno, gli urti con tutti, le diffidenze verso di tutti, le furberie
e le doppiezze che formano il tessuto laborioso di quella sua esistenza
così inutilmente produttiva e così triste.
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La rapidità che abbiamo notata nelle descrizioni invade, costringe e,
diciamo anche, affatica nelle sue strette tutto il racconto. Si sente
che il Verga ha una lunga storia da raccontare e vuole affrettarsi.
Parecchie volte ci aspettiamo una scena importante e restiamo a bocca
asciutta; come il colloquio di donna Bianca e del marito quando rimangon
soli la prima volta nella camera nuziale, come la presentazione di
mastro Gesualdo alla Carboneria ed altre parecchie, per le quali la
nostra curiosità era già vivamente stimolata. Invece il Verga preferisce
di condurci fino sull'orlo della scena e poi di lasciarcela immaginare a
nostro modo. Qualche altra volta egli ci dà la scena, ma solo per i suoi
punti salienti o più significativi. È come se fossimo in una stanza
accanto a quella ove il fatto succede: s'ode il tramestio della gente
che si muove, si afferrano le voci, si indovinano i gesti e si capisce
perfettamente la conclusione, tanta è la giustezza e la opportunità con
la quale l'autore ha saputo scegliere e mettere in vista quei
particolari. In questa sobrietà nel trascegliere i tratti significanti
di una scena, l'arte del Verga è davvero ammirabile.
Anche nella rappresentazione dei caratteri e delle passioni egli è
sempre parco e sa adoperare la eloquenza dei sottintesi. I siciliani di
questo romanzo parlano tutti poco, a frasi strappate; e spesso anche non
parlano affatto. Ma ogni parola ha il suo significato; e gesti e segni
talora dicono assai più che le parole. Quante cose non dice, per
esempio, la ruga che si va sempre più approfondando sulla fronte
impenetrabile di donna Bianca e che vedremo poi ricomparire sulla fronte
della sua figliuola! Le passioni di questa gente lavorano occulte e
silenziose nel profondo dell'essere. _Haeret cura medullis._ Ma per
questo appunto, quelle passioni fanno su noi una impressione più
intensa, più cupa, più tragica; e il senso della pietà sgorga più vivo
dagli animi nostri.
Io penso a quante pagine di bella prosa avrebbe dato materia un
carattere come quello di Diodata se fosse capitata in un romanzo di
Giorgio Sand! — È passione la sua, passione vera e inestinguibile di
donna un tempo amata, o solo devozione affettuosa di serva, che
sopravvive all'amore? L'autore non ci dice nulla di preciso: ma la
povera ragazza ha parole tronche e sguardi e lagrime e silenzi che ci
dicono tante cose! E ogni volta che la vediamo comparire vicino a mastro
Gesualdo, come una buona bestia fedele in mezzo a tutto quel mondo di
egoisti, di ebeti e di furbi che tormentano la vita del pover'uomo,
proviamo uno stringimento di cuore, una tenerezza, una simpatia
indimenticabile.
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Giovanni Verga è stato, nella nostra letteratura contemporanea, quello
che gli antichi chiamavano _homo unius negotii_. Non ha avuto che una
linea dinanzi a sè ed è andato sempre diritto per quella. Chi lo ha mai
veduto divagare nella lirica o scorazzare nella critica o badaluccare
nelle polemiche? Anche nella conversazione con gli amici egli non si dà
mai alcuna cura di parere un uomo istruito e diserto, oltre il comune.
Piuttosto ha l'aria di meravigliarsi molto che gli altri lo sieno
tanto!.... Il racconto è stata la sua cura unica, continua e direi quasi
gelosa. Se qualche digressione ha fatto nel teatro, anche allora egli ha
avuto l'avvertenza di non farle torto, derivando il lavoro scenico dal
midollo del suo stesso lavoro narrativo. Tutte le facoltà del suo
spirito, tutte le energie del suo carattere d'artista e d'osservatore
egli ha addensate e indirizzate a questo unico obbiettivo. Ma il frutto
che n'ha raccolto è (bisogna dirlo alto) ammirabile e invidiabile.
Giovanni Verga può adesso pensare e dire come il suo mastro Gesualdo: ne
ha portati dei sassi alla sua fabbrica! La quale è venuta sempre su
innalzandosi fino a questo punto, che potrebbe benissimo essere un
coronamento, senza i gagliardi addentellati che, per fortuna, ci danno
ragione di attendere sempre molto da lui.
Se è vera la definizione di Duranty che realismo in arte vuol dire
_expression franche et complète des individualités_, nessuno può con
orgoglio più legittimo del suo dirsi romanziere realista; se è
spirituale argomento d'arte il far prorompere da un soggetto, alla prima
umile e trito, senza erotici lenocinî e malgrado una forma troppo spesso
refrattaria al genio della corretta italianità, effetti potentissimi di
commozione umana, pochi, ben pochi, a mio giudizio, possono oggi in
Italia gloriarsi come Giovanni Verga del nome d'artista ideale.