Solo, nella mia camera, alla luce di un povero lume, ripensai lungamente
alla strana avventura di cui ero stato spettatore. Ero ancora pieno
d'onta per quella voce che aveva detto:--Chi è costui? Che cosa vuole da
me?--con tanto disprezzo; e della mia voce che aveva risposto:--Nulla...
nessuno. Lo stesso rossore mi avvampava il viso, ed io vedevo lei,
Daria, seduta, in quell'atteggiamento aggressivo; vedevo la curva
sprezzante della sua bocca, sentivo la sferza dei suoi sguardi ardenti
su me, mentre diceva:--Chi è costui? Che cosa vuole da me? Certamente
l'avevo offesa; volendo consolarla, l'avevo umiliata. Ella mi odiava,
ora, per la mia sciocca pietà, per quelle mortificanti parole che non
avevo saputo trattenere. Ma se per poco dimenticavo me stesso, un'altra
sua immagine si delineava dinnanzi ai miei occhi, balzando viva dalla
confusione dei miei ricordi. Vedevo la porta aprirsi e apparir lei con
il mantello avvolto; e poi appoggiarsi al tavolo, senza forze, e
abbandonare con le mani il mantello che si apriva scoprendo il suo collo
niveo, la sua nitida gola, su cui la pietra, verde, oscillando,
splendeva.--Io non posso più sopportare!...--aveva esclamato.--Io ti
odio! E la sua voce era come uno specchio velato, l'eco di un'altra
voce. E Clauss, calmo, senza scomporsi, aveva risposto:--Non è vero! Una
terza immagine s'illuminò: Behela.
Le stelle nel quadro della finestra, immobilmente accese, segnavano nel
profondo azzurro mete irraggiungibili. Di quando in quando gli occhi,
smarrendosi in quell'infinito, deviavano i miei pensieri dal loro
angusto viottolo; schiudevano orizzonti verso i quali essi, come uccelli
prigionieri, si lanciavano a volo per ricadere, subito, esausti,
cagionandomi ogni volta un acuto dolore. Chiusi le imposte. Tutto in me
acquistò maggior chiarezza, contorni precisi, una consistenza quasi
materiale.
Daria, Daria, era bella. Non avevo pensato ancora alla sua straordinaria
bellezza. Ora, sì.--È bella! ripetevo fra me. I suoi occhi, la sua
bocca, la sua gola candida, si delineavano nella ombra delle mie
palpebre chiuse.--È bella! È bella! Questo pensiero mi turbava.
Cominciai a passeggiare irrequieto per la stanza. Nemmeno allora sapevo
spiegarmi perchè mi fossi inchinato per dirle:--Non piangete. Non è il
caso di piangere. Ella piangeva. Il suo sdegno, la sua forza l'avevano
abbandonata. Piangeva con singhiozzi brevi, disperati. Ed io non cercavo
di spiegare perchè mi fossi inchinato e avessi parlato. Immaginavo di
udire un passo celere su per le scale, un colpo leggiero contro l'uscio
della mia camera, una voce, un nome. L'uscio si spalancava. Una donna
velata compariva tutta avvolta in un mantello scuro che teneva chiuso
con ambo le mani.
--Salvatemi!--ella gridava cadendo ai miei piedi, abbracciandomi i
fianchi (io sentivo contro le mie ginocchia il suo corpo molle, il
tepore dei suoi abiti).--Nessuno mi difende!--diceva.--Sono sola! Sono
perduta!
--Non avete quello Sterpoli? Quello che vi balbettava di fuggire? Il mio
ospite, insomma?--domandavo trepidando.
--Sterpoli? un buffone! Non serve! Non serve!
Ed io la sollevavo, la tenevo stretta contro il mio petto, la baciavo
teneramente.
--Amor mio, sono pronto! Occorre morire? Uccidere?
La mia persona, apparendomi improvvisamente nello specchio, mi richiamò
alla realtà. Sentii una vacuità dolorosa in me, una disperazione
insensata. Mi pareva che Clauss fosse a spiarmi dietro una tenda, da un
foro della parete, da una fessura dell'uscio; il suo riso vitreo mi
feriva l'orecchio ed io avevo vergogna. In quello specchio, con i miei
abiti goffi e il mio volto infantile, fra quelle cose meschine che mi
stavano intorno e si beffavano di me con la loro miseria, ero davvero
una persona molto compassionevole e buffa. Quale donna avrebbe potuto
guardarmi senza dire:--Chi è costui? Che cosa vuole da me? Sì, certo, io
ero ridicolo. Facevo pietà e pena a me stesso. Ripensavo ai compagni di
Clauss; mi ricordavo che uno aveva calze di seta porporina, e un altro
un braccialetto d'oro smaltato al polso, e un altro una cravatta
meravigliosa di fili intrecciati argentei e violetti, e una gardenia
all'occhiello.--Che cosa sono io?--pensavo.--Tutti si befferanno di me.
Questo eccitamento durò fino a tarda notte. Verso l'alba la stanchezza
s'impadronì dei miei sensi e li calmò. Allora udii un passo lento e
pesante lungo il corridoio e Sterpoli entrò barcollando nella mia
camera. Era impolverato da capo a piedi. Aveva gli abiti in disordine,
la camicia lacera. Si sedette sul mio letto, mi guardò e si mise a
ridere.
--Hai udito? Hai veduto?--esclamò.--Tu puoi testimoniare. Mi ha
schiaffeggiato! Sì! Mi ha colpito sul viso...
Il riso si spense sulla sua bocca. Si strofinò la faccia con un
fazzoletto, si versò un po' d'acqua e bevve.
--Tutti hanno udito,--continuò,--tutti hanno veduto, tutti possono
testimoniare. Mi ha colpito sul viso. Ma non era per me. È stato un
errore. Appena ella è fuggita, io mi sono precipitato giù per le scale e
l'ho raggiunta in istrada, mentre stava per montare in carrozza.--Daria
Daria, mia colomba, mia nemica,--le ho detto--tu mi hai acciecato! Non
posso più vederti!--e ho cercato di montare sul predellino della sua
carrozza. Macchè! Mi ha respinto con una mano e, credo, anche con la
punta del piede.--Va via!--ha detto.--Va via!--Come!--esclamo,--mi
colpisci, mi acciechi, e poi mi compensi così? Mi scacci via? Come un
cane? Io sono il tuo Lippi! Non ti ricordi di questo nome?--Di nuovo
cerco di salire. Di nuovo sento qualche cosa di duro, di molto duro,
contro il mio petto, che mi respinge. Ella dice con astio:--Peggio,
peggio di un cane! Fa sferzare il cavallo e la carrozza parte al
galoppo. Io la rincorro per un buon tratto; poi inciampo e cado. Un tale
si avvicina e mi rialza. È Pietro Trema: un mezzano, un galantuomo.--Non
vale la pena, signore!--dice mentre mi spolvera.--Quella donna è pazza.
È pazza. Andiamo a bere un sorso!--Andiamo,--rispondo.--Ma che ella sia
pazza, no, non lo dire a nessuno. Entrammo non so dove, bevemmo
e pagai. Gli dissi:--Ora hai bevuto. Ora, lasciami stare.--È
impossibile,--pensavo,--è impossibile che mi abbia respinto, scacciato
come un cane. Io non sono di quelli che si scacciano con la punta del
piede, di quelli ai quali si dice:--Come un cane! Peggio di un cane!
Dunque presi un ronzino e mi feci condurre. Tutto era silenzioso in casa
sua: le finestre chiuse, la porta chiusa. Suono il campanello e aspetto.
Nessuno risponde. Suono di nuovo, più forte, a lungo; strappo il
cordone. La vecchia si affaccia al mezzanino e dice:--Non c'è. Non è
ritornata. Forse non ritornerà.--Il malanno!--urlo.--Non è vero! C'è. È
ritornata. E mi metto a calciare la porta. Ora s'ode un'altra voce che
dice:--Lippi, Lippi mio, vattene. Sii buono. Domani sarà giorno. Ritorna
domani. Io mi scosto dall'uscio e mi faccio in mezzo alla strada.
Dico:--Ti debbo parlare.... subito... Tu mi hai quasi acciecato. Domani
sarà troppo tardi.--Perdonami!--risponde.--Non volevo farti male... Ora
non è possibile. Domani...--Non t'importa dunque nulla di me?--grido io.
Non hai pietà, non hai cuore? Ella ride:--Domani, Lippi! Buona notte,
buona notte. E richiude le imposte e tutto ritorna silenzioso e buio. E
io dico a me stesso:--Dopo tutto non è in collera... Era per
quell'altro, per Clauss. Capisci? Ah! tu non capisci niente!
Rotolò giù dal letto. Si reggeva male in gambe, eppure trovò modo di
abbracciarmi e di baciarmi.
--Che hai?--mormorò al mio orecchio.--Non parli? Sei addormentato? Sta
allegro! Domani tutto sarà chiarito. Ah! eppure questo mi dispiace. Io
preferisco la notte. Di giorno sono come un bambino; la luce mi
intimidisce e arrossisco di nulla. Di notte invece no. Sono padrone di
me stesso. Sono un altr'uomo.
Io sentivo contro il mio viso il suo alito di ubriaco. Si avvicinò
ancora più a me fino quasi a gravarmi con tutto il peso della sua
persona, e sussurrò con voce ancora più bassa:
--Anche lei, di notte, è più bella... Che dico? Ah! Dico troppo, eppure
è più bella. Sì. Perchè nasconderlo? Perchè mentire con te? Tu mi piaci,
perchè tu solo hai avuto pietà di lei. Tu ti sei curvato e le hai detto
una parola buona. Non mi ricordo bene, ma le hai detto qualche cosa che
volevo dirle io. Ti prometto di parlarle di te domani. Le dirò:--Quelle
parole le avevo io sulla punta della lingua, ma egli me le ha tolte di
bocca. Eppure temo che mi manchi il coraggio di dirle nulla, perchè
domani sarà giorno. Di notte è un'altra cosa, sebbene sia anche più
temibile. I suoi occhi sono come quelli dei gatti. La sua carne muta
colore, come l'opale, o la madreperla, la madreperla levigata e
cangiante. La sua carne.... Ah! Io non direi queste cose a nessuno... È
un gran segreto!
Tacque e si avvicinò allo specchio.
--Non ti pare,--domandò guardandosi,--non ti pare che io sia bellissimo?
Si inchinò e mi disse addio.
Io chiusi la porta dietro le sue spalle e mi gettai, esausto, sul letto.