Clauss restò soltanto tre giorni in casa nostra. Durante quei tre giorni
io cercai di sfuggirlo, e infatti non accadde più che noi ci trovassimo
soli insieme. Il terzo giorno se ne partì improvvisamente, senza aver
neppure sfatto le sue valige, per andarsene in città, dove disse che
voleva comprare una casa. Confesserò, senza vergogna, che Clauss mi
aveva profondamente toccato. Quasi mi faceva paura. Talora, non visto,
mentre egli leggeva o parlava con altri, io lo spiavo a lungo,
fantasticando. La sua partenza fu per me cagione di gioia: ma non
ritrovai per questo la mia antica pace. Ben presto anzi mi accorsi che
io non potevo più vivere senza di lui. Di giorno e di notte pensavo alle
sue parole; Behela frequentava i miei sogni; e se socchiudevo le
palpebre, lo rivedevo, non come era in realtà, ma come era, da giovane,
nella vecchia fotografia dell'album, con quei due immobili e smisurati
occhi. Quell'immagine era impressa in me fin dall'infanzia. Non mi
abbandonò più.
Vivevo dunque come trasognato. In quella grande casa semideserta dove
mia madre diffondeva la malinconia del suo sorriso senza nè inquietudini
nè desideri, che mio padre dominava dalla cantina al granaio con la sua
allegria d'uomo sano e soddisfatto, io cominciai a sentire il peso della
solitudine e il mal sottile della malinconia che prima non conoscevo.
Fino a quel tempo, per molti anni, m'ero accontentato della mia casa,
del mio giardino, del villaggio e dei campi, nel limite della cerchia
alpina. Ora non più. Clauss aveva lasciato cadere in me il suo seme
diabolico, e quel seme aveva rapidamente germogliato. Ogni istante
scoprivo un desiderio nuovo. E quantunque le mie brame fossero
innumerevoli, si potevano tutte riassumere in una sola parola: amare.
Avevo lunghe e confuse allucinazioni: visioni di una realtà
inverosimile.
La mia salute fu tanto scossa da questi disordini spirituali, che mio
padre, rammaricandosi di aver scoperto troppo tardi che io non gli
somigliavo affatto, si decise a mandarmi in città perchè imparassi a mie
spese ad apprezzare la famiglia e la casa.
--Ma non si vive di solo pane--dissi a mio padre; e in poche ore fui
pronto per partire.
Ricordo il penoso distacco da mia madre. Io non le ero stato mai lontano
neppure un giorno. Quando mi abbracciò piangendo e sentii il suo esile
corpo tremare contro il mio petto, il suo cuore battere, le sue labbra
cercare ansiosamente la mia fronte, ebbi come in un lampo il pensiero di
rinunciare a tutti i miei pazzi propositi, per rimanere accanto a lei,
in quella pace, in quella intimità semplice e solitaria che già allora,
dalla soglia, mi pareva superiore ad ogni altra possibile felicità. Ma
poco dopo, quando mi volsi per guardare da lontano il campanile roseo
tra le piante, ebbi onta di quel momento di debolezza e me ne pentii. La
strada costeggiava un fiume e i cavalli trottavano per la discesa. I
miei compagni di viaggio erano gente rozza, due contadini e un mercante
di porci. Uno dei contadini diceva:
--No, Obertello: quel giovane finisce male.
Il mercante, che era tutto lardo dentro e fuori, si dimenava sul sedile
brontolando:
--Non è colpa sua. È colpa di Lisa Lama, di quella maledetta...
Ascoltavo, e vedevo Lisa Lama col suo muccetto di capelli tinti, seduta
contro la porta verde della sua casa, come l'avevo veduta mille volte.
Pensavo:--Per un pezzo non la vedrò più. In un paese c'era una fiera.
Suonavano le campane. Un razzo matto rigò di giallo il cielo
cinerognolo. Due preti neri trotterellavano per un sentiero attraverso
le vigne, sopra due mule grige. Una processione di donne e di chierici,
con una croce e lanterne e torce, fendeva lentamente e in disordine la
folla pigiata contro le porte di una chiesa. Quella chiesa era bianca e
pareva che le sue mura si gonfiassero a tratti per la troppa gente che
vi si stipava dentro.
Io mi sentivo straordinariamente ilare; assaporavo con gioia la mia
prima libertà. Ho un piacevole ricordo di quelle ore di viaggio. Il
fiume andava tranquillamente per la sua strada, e le zucche maturavano
secondo la stagione; gli asini onestamente giravano la stanga delle
cisterne, la fiera in quel paese si svolgeva nel massimo ordine; la
gente era allegra, gli uomini contenti, gli animali soddisfatti, il
cielo senza troppo sole e senza troppe nuvole. Il mondo intero era
calmo, ilare e soddisfatto: la vita non faceva paura.
Con la vicinanza del mare, che apparve poco dopo, l'aria divenne più
densa e odorosa. Ogni tanto si intravvedeva, in fondo ad un vicolo, fra
i muri, un po' di mare chiaro, vivace, una vela. Muri bianchi, muri
grigi, cancelli verdi, facce sconosciute per la via, occhi curiosi alle
finestre, tende svolazzanti, imbianchini appesi a un tetto, cocomeri
rossi sopra un banco, bambini che mangiavano, una donna in camicia,
grandi gabbie di canarini, un orto. I cavalli trottavano e io pensavo a
Clauss. La mia ilarità a poco a poco si spegneva. Come viveva
quell'uomo? Che avrebbe fatto di me, vedendomi?
Verso sera, la città apparve lontana, in fondo al golfo. I giardini, gli
orti erano finiti. Si vedeva il porto; s'incontravano carri carichi di
botti; le osterie erano piene; si cantava, si ballava sotto i pergolati
di canne, intorno ai tavoli gremiti. Finalmente, prima del crepuscolo,
passammo la porta. Mio padre aveva già provveduto al mio alloggio.
Discesi dunque dinnanzi alla casa del notaio Sterpoli, che era un
vecchietto smilzo, pelato e cerimonioso. Egli mi aspettava sull'uscio,
vestito d'una palandrana color tabacco; mi guidò su per una scala
semibuia e mi assegnò una camera al secondo piano. Le suppellettili
fruste e polverose, i dagherrotipi appesi ai muri, le facce estatiche di
due santi sconosciuti, il letto di ferro, tutto mi dispiacque fra quelle
quattro pareti. L'unica finestra si apriva sopra un cortile. A mala
pena, oltre una interminabile fila di tetti, si scorgeva un filo di
mare.
La malinconia di quell'ora mi è rimasta per molti giorni nell'anima.
Anche la cena, servita da una bambina zoppicante, in compagnia del
notaio e di suo figlio, Paolo Sterpoli, fu lunga magra e uggiosa.
Eravamo in tre, intorno a una tavola da refettorio, immensa, sotto un
lume lamentoso. La bambina girava facendo con i suoi piedi disuguali una
bizzarra musica sull'impiantito. Dopo cena il notaio, con molte carezze,
(--Ti ho portato sulle mie braccia. Si può dire che ti abbia allattato
io--ripeteva ogni tanto), se ne andò a letto e noi rimanemmo ancora a
fumare. Quello Sterpoli figlio era un giovanotto di forse ventiquattro
anni, di pel rosso, con il naso tozzo e la bocca tonda e un paio di
mostaccini arricciati con cura. Egli aveva fumato due sigarette
placidamente, leggiucchiando il giornale; ora aveva acceso la terza, ma
pareva che la sua calma fosse d'un tratto svanita, perchè s'era alzato
in piedi e se n'andava da un capo all'altro della stanza, gettando
sguardi inquieti all'orologio, alla finestra e a me che me ne stavo
seduto. Finalmente si fermò a due passi dallo specchio e disse:
--Insomma, perchè fingere? Bisogna che io me ne vada. È tardi. Non siamo
amici? Se vuoi venire con me, troveremo certamente Clauss, che ci
aspetta...
--Davvero?--esclamai.--E dove?
--Dove? E dove vuoi trovarlo? Te lo dirò.
Mi infilai il soprabito e chetamente uscimmo.
--Sai che cos'è un caffè concerto?--mi domandò Paolo quando fummo per
strada.--Ora andiamo. Oh! non c'è niente di male; non è un luogo di
perdizione. Clauss ci va ogni sera. È innamorato. Ti stupisce?
Innamorato di una donna (si sa), di una donna che si chiama Daria.
La sua mano strinse forte il mio braccio.
--Vuoi credere che tutti sono innamorati di lei?--soggiunse Paolo con
voce più sommessa.--Ella canta. Canta e balla. Ebbene: perchè tutti
debbono essere innamorati di lei? E chi può spiegare questo mistero? Tu
stesso vedrai fra poco...
--È bella?--domandai esitando.
--Ah, ah! se è bella? C'è una canzone che dice (mi pare): _Je ne sais
pas de quel côté, sa clarté me pourra conduire... Au loin une étoile je
vois--qui me darde des étincelles..._ Non importa. Sì, è molto bella.
--E Clauss?
Entrammo in una sala piena di luce, di fumo, di rumore, di gente. In
fondo c'era un piccolo palcoscenico su cui erano dipinti alcuni pavoni
su una pagoda. Gli spettatori, intorno, gridavano e bevevano. Un vecchio
vestito di nero diceva:
--Sì, signori: le gambe di quella donna sono le corna del diavolo!
Sterpoli mi guardò e disse:
--Siamo arrivati troppo tardi. Ha già finito di ballare...
Un'orchestrina cominciò a miagolare una polka, il velario si schiuse e
comparvero tra fischi e urli due fakiri indiani. La platea tumultuò.
Giovani o vecchi: una strana umanità imberbe o canuta si agitava in
quello spazio angusto. Alcune donne, in abiti rossi e gialli, con
bizzarri pennacchini e grandi ventagli di piume, se ne andavano intorno
precedute da sorrisi incantevoli e da sguardi striscianti come bisce.
Incendi. Ed io pensavo per quale miracolo quelle donne potessero avere
carni così bianche, e occhi così lustri, e bocche così rosse e
attraenti; essere tanto angeliche e tanto peccaminose; e per quale
miracolo di continenza gli uomini si accontentassero di guardarle senza
strappare violentemente dai loro corpi quei pochi abiti rossi e gialli
che ancora le ricoprivano.--Le belle incendiarie!--pensavo io
stupefatto. E quelle donne mi sorridevano senza guardarmi, e senza
toccarmi mi accarezzavano.
Salimmo una scaletta a chiocciola ed entrammo in una piccola stanza
azzurra. Clauss stava seduto sopra un divano. C'erano altri quattro con
lui.
--Ti conduco un nuovo discepolo!--gridò Sterpoli sbatacchiando la porta
dietro le mie spalle e inchinandosi fino a terra.
Clauss mi guardò.
--Sei tu?--disse senza muoversi e senza sorridere.--Avanti! C'è posto
per tutti.
Mi avvicinai ed egli mi baciò. Poi ordinò che portassero bottiglie e
bicchieri.