Non essendogli riescito di sedurre «con la dolcezza delle parole» i
Signori Priori delle Arti che appunto nel giorno della Pentecoste sotto
il Magistrato di Leggieri avevano incominciato ad abitare il palagio
novellamente fatto, Cola pensò d’introdurre il suo miele e il suo
vischio in quello Studio illustre che tra l’imperversare delle passioni
civiche fioriva maravigliosamente. Nella scola di Giurisprudenza, già
quivi illuminata dall’insegnamento di Cino ed ora dal divino ingegno
di Bartolo, egli trovò infatti Messere Arimbaldo dottore di legge e
Messere Brettone cavaliero di Narba fratelli carnali di Fra Moriale.
L’uccellatore fu in gran giubilo, ché non poteva la sorte mandargli
più bella presa. Ben sapeva egli come il friere di San Giovanni avesse
dato in deposito ai mercanti di Perugia la molta moneta acquistata
con le ruberie e con le taglie. Gli bisognava dunque trovar il modo
di spillarne una parte. Se bene il Trivio e il Quadrivio figurati da
Nicola Pisano fosser posti a bevere acqua continua intorno la fonte
di Fra Bevignate, il notaro teologo si accomandò alla virtù del vin
mero. Avviluppando il giovane e litterato Arimbaldo, volle sùbito
con lui sedere a cena, trincare con lui. Tra l’una e l’altra coppa,
versò la sua liquida eloquenza, rimescolò il latino di Tito Livio e
quel dell’Apocalisse nelle celebrazioni della forza romana ripetute
ornai sì gran numero di volte che perfino il vecchio leone serrato
nella gabbia capitolina avrebbe potuto ruggirle a mente. L’effetto su
l’animo giovenile fu prontissimo. Arimbaldo credette avere già in pugno
la signorìa di Roma, vide sé già in vetta al Monte Tarpèo, vestito di
porpora. Scrisse al devastatore della Marca: «Onorato fratello, più
aggio guadagnato io in uno die, che voi in tutto lo tempo di vostra
vita». E gli domandò licenza di togliere dal banco quattromila fiorini,
perché Cola poneva a ogni sua cantafavola un medesimo ritornello:
«A ciò fare bisogna moneta. In ciò moneta per cominciare bisogna,
messere». Fra Moriale, uomo solito di far la misura rasa col fil della
spada alle moggia dell’oro, tentennò alla richiesta. Egli odorava la
follìa nell’avventura. Nondimeno, per amor del fratello, consentì; e il
consenso accompagnò con l’ammonimento: «In primamente aggiate guardia
che li quattro mila fiorini non si perdano». E anco promise che, in
caso di malanno, verrebbe di persona al soccorso e farebbe le cose alla
grande, secondo il suo costume.
Intascati i fiorini, Cola non capiva nelle cuoia e nei panni per
l’allegrezza. Per ciò panni mutò senza indugio, ma le cuoia serbò ai
giudei dell’Austa. Il terziario del Morrone, pomposamente rivestito di
guarnacca e cappa scarlatta foderata di vaio, su palafreno con sella
alla gianetta e gualdrappa messa a oro, tra il dottore Arimbaldo e
il cavalier di Narba, seguito da una turba di fanti e di donzelli, si
partì per quella via che il figlio di Bernardone aveva stampata delle
sue sante vestigia andandosene coi compagni verso Roma — al tempo di
un altro guidapopolo chiamato Giovan Capoccio — per proporre al terzo
Innocenzo la parabola della Povertà.