GABRIELE D’ANNUNZIO

VITE DI

UOMINI ILLUSTRI E DI

UOMINI OSCURI

LA VITA DI COLA

DI RIENZO

FRATELLI TREVES EDITORI.

MILANO. MCMXIII

_Proprietà letteraria.

Riservati tutti i diritti._

Copyright by Fratelli Treves, 1912.

_Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questa

opera che non porti il timbro a secco dell’Autore._

Tip. Treves.

_PROEMIO DELL’AUTORE._

LA VITA DI COLA DI RIENZO DESCRITTA

DA GABRIELE D’ANNUNZIO

E MANDATA AD ANNIBALE

TENNERONI SUO AMICISSIMO.

_Se tu veda per la prima volta il ritratto di Erasmo dipinto da Hans

Holbein, pur dopo aver letto l’Elogio della Follia i Colloquii e le

chiliadi degli Adagi, credi di avere per certo dinanzi a te in quel

punto la figura intiera del filosofo da Rotterdamo, in carne e in

ispirito, quasi per improvviso lume di ragione e di rivelazione, qual

non t’era apparsa dal paziente studio delle opere. Forse l’effigie

offerta dalle sue scritture alla tua mente non differiva di molto

da quella dei tanti Eruditi in berrettone di velluto e in zimarra di

vaio, che nella vecchia Basilea degli stampatori curavano le edizioni

di Giovan Froben, come ad esempio quel Sebastiano Brandt giuriconsulto

e conte palatino il quale di sotto al peso delle Pandette sapeva un

pochettin sorridere al pari del Fiammingo cui con la _Nave dei Folli_

aveva pur dato l’idea dell’_Elogio_. Ma ecco che, a un tratto, l’amico

di Aldo Manuzio e di Pietro Bembo assume dinanzi a te aspetto di uomo

incomparabile e inimitabile, non somigliando ad alcun altro, immoto

nella sua propria verità ed eternità. Guardalo. Egli è là di profilo,

con la sua berretta nera in capo, col robone azzurrognolo, nell’atto

di scrivere tenendo il foglio sopra il declivio di un volume dalla

rilegatura vermiglia. Nell’attenzione le sue palpebre s’abbassano

su gli occhi di solito guardinghi; la bocca è chiusa e ripiegata

profondamente negli angoli, piena di sapienza, di prudenza e d’ironia;

il naso lungo ma scarno, dalle narici ampie e delicate, è come la sede

espressiva di un senso acuito e vigile, che fiuta nelle mutazioni della

vita il sentore dei più tenui soffii. Delle mani l’una tiene la penna

con la facilità della consuetudine; l’altra, inanellata, tiene fermo

il foglio sotto le dita chiuse egualmente; ed entrambe vivono esperte

e placide nell’esercizio d’ogni giorno. Scrivono forse il comento

all’adagio “_Nihil inanius quam multa scire_„? una epistola adulatoria

ma cauta a Leone Decimo o al quarto Adriano o a Carlo Quinto? Esse non

vivono men del volto, diverse da tutte le altre mani mortali con le lor

dita grinzose le unghie corte le fitte pieghe palmari, come la foglia

con le sue nervature dentature spartiture gualcita dal vento rósa dal

bruco inargentata dalla chiocciola è dissimile alle miriadi delle sue

compagne pendule nella foresta._

_Ecco che, per virtù d’un prodigio operato sopra una tavola con

pennelli e colori pochi, tu hai conosciuto il famoso Erasmo non

soltanto in carne ma in anima, non soltanto in vista ma in essenza;

cosicché ti sembra che non gli olii abbiano stemprata la materia di

quella pittura sì bene i più sottili spiriti dell’umano intelletto._

_Ora, se un artefice ti dipinge non un uomo illustre ma un oscuro

e te lo rappresenta in tutta la sua singolarità vivo con l’energia

rivelatrice del disegno, la tua commozione nel mirarlo non è minore

dell’altra. Iacopo dei Barbari, su poco più d’una spanna, ti condensa

una somma di vita incalcolabile entro una forma precisa che comprende

a un tempo tutto il particolare e tutto l’infinito, tutto il reale e

tutto l’ideale, quel che è e quel che può essere. Guarda il giovinetto

simile allo sparviere: naso forte e adunco, bocca arcuata a scagliare

la sfida e l’oltraggio, occhi resi più torvi dalla piega della palpebra

che li restringe, capelli di rossor leonino. È nero vestito sul fondo

di una dolce cortina bianca orlata di verde come la tunica della

Primavera: là nell’angolo la lucernetta di ferro nutre una fiammella

funeraria, e la cortina copre chi sa quale profondità perigliosa._

_Questi maestri giova che invochi colui il quale si sforzi di ritrovare

l’arte latina della biografia; che non è se non l’arte di scegliere e

d’incidere tra i lineamenti innumerevoli delle nature umane quelli che

esprimono il carattere, che indicano la più rilevata o profonda parte

dei sentimenti e degli atti e degli abiti, quelli che appariscono i

soli necessarii a stampare una effigie che non somigli ad alcun’altra.

Per ciò tra lo storico e il biografo è grande il divario, come tra il

frescante e il ritrattista, il primo non considerando gli uomini se

non nel più vasto movimento dei fatti complessi e nelle più efficaci

attinenze con la vita publica, il secondo non rappresentandoli se non

nei più saglienti rilievi della sua persona singolare._

_Osservato fu già come Plutarco, quando ci dice che Giulio Cesare era

magro, di carnagione bianca e molle, soggetto al dolor di testa e al

mal caduco, ci tocchi ben più a dentro che con gli ingegni de’ suoi

paragoni. Quando Diogene Laerzio ci racconta che il divino Aristotile

usava portar su la bocca dello stomaco un sacchetto di cuoio pien

d’olio cotto e che, lui morto, fu ritrovata ne’ ripostigli della sua

casa gran moltitudine dì coppi come in una bottega di Samo, egli incita

la nostra imaginativa ben più che con l’esporci non senza grossezza le

dottrine del Peripato. Nelle biografie come nei ritratti noi dunque

cerchiamo con avidità e gustiamo con gioia tra i segni della vita

particolare quelli che più appaiono dissimiglianti dai comuni, quelli

che non concernono se non la singola persona, quelli che di un capitano

di un poeta di un mercatante fanno sotto il sole un uomo unico nel

genere suo. Per ciò consento al giudizio di colui che stima esser

fiacco artefice il descrittor di vite il quale rifugga dall’incidere le

minuzie e le bizzarrie per ismania di sollevarsi alla solennità della

storia cui non è lecito considerare il naso di Cleopatra e la fistola

del Re Sole se non nel riferirli all’evento universale._

_Per ventura non son rare nei nostri biografi, specie ne’ più

ingenui, le pennellate di subitaneo risalto, che ci rendono vivo e

respirante l’uomo. Guarda questa attitudine e questo movimento còlti

all’improvviso da Filippo Villani nella vita di Dino del Garbo:

“Era spesse volte usato sedere in sull’uscio della casa sua, e

l’uno ginocchio sopra l’altro ponendo, quasi un giuoco di fanciulli

velocissimamente girare una stella di sprone intantoché si stimava

che con l’animo fosse altrove„. Eccoti Giovanni Boccaccio mentre

racconta la novella di Tofano e di Monna Ghita: “Di statura alquanto

grassa, ma grande: faccia tonda, ma col naso sopra le nari un poco

depresso: labbri alquanto grossi, nientedimeno belli e ben lineati:

mento forato, che nel suo ridere mostrava bellezza: giocondo e allegro

aspetto in tutto il suo sermone„. Eccoti il buon cancelliere della

Città fiorentina Coluccio Salutati: “Di statura più che mezzana

ma alquanto chinato, con ossa larghe, colore quasi bianco, faccia

tonda, larghe e pandenti mascelle, e con labbro di sotto alquanto più

eminente: pronunziazione modesta ma tarda„. Dipinture alquanto rozze

queste, lontane dalla maniera di Antonello da Messina o di Alberto

Duro, ma pur nella loro semplicità, evidenti. E certo il ritratto di

Farinata dipinto da Messer Filippo giudice non vale quello che Andrea

dal Castagno drizzò su la parete della sala in Legnaia, con gagliardìa

dantesca, tra Pippo Spano e Niccolò Acciaiuoli._

_Però, se ripenso la candid’arte di Vespasiano e se m’imagino di avere

a dipingere in tavola a tempera la figura di quell’ottimo cartolaio

nostro compare, io ben lo vedo nell’atto di soppesar con maraviglia

e reverenza entro la sua palma rugosa la pietra che Maestro Tomaso

avea tolta dall’arnione del cardinal di Santa Croce isparato. “Era

di grandezza quanto un uovo d’oca, e di peso once diciotto.„ Ben per

tal particolarità vorrei significarlo. Te ne ricordi? Il teologo di

Serezana glie la dette in mano “a dimostrare la passione che aveva

sopportata il cardinale„. E credo ch’eglino lacrimassero insieme,

evocando sul calcolo sciagurato la fine eroica del monaco di Certosa;

il quale “per non “voler rompere la sua regola„ non prese a rimedio

il bicchiere di sangue di becco. “Papa Nicola non veniva mai a questo

passo, di tanta costanza d’animo, quant’era nel cardinale, che non

lacrimasse.„_

_Or tu comprendi perché in simili tratti io mi compiaccia, se

dimenticato non hai la sera dilettosa che leggemmo insieme la Vita

di Messer Branda e ce lo vedemmo vivo dinanzi, mentre ci pigliava la

sua “scudella di pane molle nella peverada del pollo„ e si beveva i

suoi “dua mezzi bicchieri di vino„. Ambo i nipoti anco eran là, che

mangiavan ritti, con un tovagliolino in una spalla. E il famiglio

nasuto portava panni di color moscavoliere e in capo una berretta

da prete. E, dopo la cenuzza, il prelato se n’andava in camera sua,

dov’era “uno semplice letto con un panno d’arazzo, il lettuccio sanza

che vi fusse nulla se non il legname; e l’usciale del suo uscio era uno

pezzo di panno azzurro, suvvi l’arme sua cucita„. E, prima di porsi a

sedere su quel tettuccio per leggere il libro delle Sentenze al lume

d’una candela di cera, il vecchione tastando cercava gli occhiali ch’ei

soleva tenere in una buca._

_Si direbbe questo un quadretto d’interno, qualcosa come il fondo d’una

storietta di Pesello dipinta in un corpo di cassone o in una predellina

o in un tondo “a uso di minio„._

_Per ammirare _sub dio_ una grande figura piantata a cavallo con i due

piedi ben saldi nelle staffe bisogna attendere che il Machiavelli si

proponga di dipingere il Castracani emulando l’Orcagna che già avea

posto il bel signore di Lucca nel Trionfo della Morte con un cappuccio

azzurro avvolto intorno al capo e con uno sparviere in pugno. Ma il

novo artista toglie lo sparviere a quel maraviglioso uccisore, lo arma

di ferro battuto a freddo; anco gli toglie il cappuccio ché “sempre,

e d’ogni tempo, come che piovessi o nevicasse, andava con il capo

scoperto„. E lo alza in solidità monumentale, al culmine della sua

virtù e della sua fortuna ma pur, come l’Orcagna, all’ombra della

Morte; sicché i nostri occhi ora e sempre lo veggono là fermo a mezzodì

sopra la porta di Fucecchio per aspettar le sue genti che tórnino dalla

vittoria, esposto al vento pestifero che si leva di su l’Arno, il qual

ci sembra veramente quel dantesco “impetuoso per gli avversi ardori„

preso a imagine del rombo levàtosi di su la schiuma antica dello Stige

ove infuria la gente dispetta. Esemplare insigne quant’altri mai

questo, mandato dall’incisore del _Principe_ a Zanobi Buondelmonti

a Luigi Alamanni e ai suoi discepoli avvenire. I lineamenti gli

atteggiamenti i movimenti son quivi scelti e ricomposti con acutissima

sagacia, non impedita dal vano scrupolo della realtà esatta che è

straniera all’arte eroica. Il disegno vi è semplice e grandioso, qua

e là non senza crudezza di contorni opportuna e fierezza di scorti

veloce, rilevato da un colorito così sobrio che la figurazione della

battaglia tra Castruccio e i Fiorentini al guado dell’Arno fa pensare

al cartone della guerra di Pisa condotto di mano di Michelagnolo.

Trattata da quest’arte la gran persona esce compiuta nell’interezza del

suo vigor naturale e dell’acquistata esperienza, con la sua musculatura

e con la sua magnanimità, con i suoi motivi e con i suoi atti, con le

norme del suo diritto che sembrano estratte dalla sostanza stessa delle

sue midolle e poi constrette in brevità imperiosa, con tutta insomma la

sua vita corporale animata dalla passione e dall’eloquenza._

_Accingendosi allo sforzo insolito, l’autore di queste _Vite di uomini

illustri e di uomini oscuri_ non ha dunque nascosto a sé stesso le

difficoltà disperate né ha voluto evitarle. Certo, la condizione

più felice per l’opera del biografo è l’essere stato egli testimonio

attento e assiduo della vita cui vuol descrivere. Osservando lo studio

fedele che delle mani di Erasmo fece Hans Holbein prima di porsi a

dipingerle in tavola, tu comprendi di qual nutrimento sia robusta

quella immortalità. Ma per ristampar l’effigie dei grandi trapassati

noi non possiamo ricercare le dubbie tracce delle lor virtù e dei

loro vizii se non nelle croniche, nelle memorie, negli epistolarii,

nelle lapidi, in simili materie inerti e consunte. Di tratto in tratto

qualche lampo c’illumina e ci forvìa. Su la bocca di Cola di Rienzo

“sempre riso appariva in qualche modo fantastico„ e in camera sua dopo

morte fu trovato uno specchio etrusco in mezzo a talune tavolette

cerate con antiche scritture. Gli occhi di Leon Battista Alberti

si velavano subitamente di lacrime vedendo le prime fogliette della

primavera. Giovanni de’ Medici, ancor che fosse di molto cuore, non

ardiva dormir solo in una camera di notte. Ecco che il mistero caldo e

mobile della vita ci attira, ci tocca, e ci sfugge._

_Per ciò io voglio ardirmi di accostare agli uomini illustri taluni

uomini oscuri ch’io conobbi da presso e guardai intentissimo, specie

quelli che più squallida passione sostennero per aver mancato alle lor

alte sorti o per aver peccato contro sé mortalmente. O forse farò una

invenzione d’una figura per raccontare coperto alcuna delle mie vite

segrete. O forse abbandonerò del tutto questi disegni, per indulgere al

mio capriccio e per secondare il tuo sorriso incredulo. Ma non mancherò

di mandare a quello de’ miei figli che rinnova il mio nome e che mi

parve ancor bello quando lo vidi l’ultima volta su la riva tirrena

ignudo e adusto, non mancherò di mandargli una _Vita_ che gli promisi,

la _Vita di Tomaso dei Cavalieri_, per non potere scrivere quella di

Michelagnolo. “Sarebbe lecito dare il nome delle cose che l’uomo dona a

chi le riceve: ma....„_

_A te oggi mando la _Vita di Cola_, composta or è sett’anni: a te

e ai quattro o cinque amici che sai, come “al saggio de li buon

conoscidori„. Sarei contento se tu rispondessi in novembre al

fuoruscito insabbiato come in settembre Zanobi Buondelmonti al deposto

Cancelliere dei Dieci di Libertà messo in Lucca a curare i negozii dei

mercatanti fiorentini in risico pel fallimento di Michele Guinigi.

“Leggemola et consideramola un poco insieme: Luigi, il Guidotto, il

Diaccetino, Antonfrancesco et io; et generalmente ci risolvemo fussi

cosa buona et ben detta.„_

_La composi nella mia villa di Settignano quando, per compiacere a un

de’ miei spiriti allora dominante, io ritrovava senza sforzo i costumi

e i gusti d’un signore del Rinascimento, fra cani cavalli e belli

arredi. Non ch’io m’ingaglioffassi per tutto dì nell’osteria dello

Scheggi come Nicolò a San Casciano tra oste beccaio e mugnaio; ma pur

tutto dì ero tra stalla e canile con mastro e garzoni, amando la bestia

più che l’uomo e non potendo del mio amore darle miglior prova che nel

governarla._

_Sere d’ottobre tra l’Affrico e la Mensola, tra il pian di San Salvi

e il poggio di Maiano, tra Rocca Tedalda e le Gualchiere di Girone,

tra Montereggi e la Fonte de’ Tre Visi, quando tornavamo in brigata

con la muta a guinzaglio e co’ cavalli al passo, che fumigavano come

la campagna frescamente rotta dagli aratri! Il sole tra i fumi pareva

una macina roggia che si volgesse in tondo a frangere; ma per ogni dove

intatte pendevano tra le foglie sante le piccole ulive che non avean

cominciato ancóra a invaiolare. E le viti, che avean esse già dato il

lor frutto, quasi spoglie di pampani si tendevano fra tronco e tronco a

guisa di corde; e tanta era talora la musica di tutte le cose, che ci

sembrava fossero per vibrare come quelle di uno strumento. La macina

in fuoco sprofondandosi, talora le vette di Fiesole restavano accese

per alcuni attimi. Poi nuvole eleganti si sedevano su le colline,

mutavano attitudine senza parere, e non si sapeva che facessero, ed era

da credere che s’acconciassero o giocassero; quando a un tratto la più

chiara sollevava il plenilunio in cima al braccio nudo come chi sollevi

la palla che le è balzata in mano e la difenda. Tutta la campagna

splendeva di sùbita luce, se ben la luna fosse d’incerta lustrezza. I

muri graffiti lungo le strade, e le case dei poderi, e i mucchi delle

selci splendevan di non so che candore interno e tacito. Dall’alto

della sella scorgevo un acciottolato dinanzi a un porticale, un vivaio

colmo in mezzo a un orto, una fossa di calcina presso a una fabbrica.

E tutto splendeva di quella luce senza origine, come i pensieri nella

mente solitaria. E un silenzio strano si faceva lungo le strade, per

entro alle siepi, sopra gli argini, tale che le péste dei cavalli non

sembravano interromperlo ma misurarlo. E quel silenzio, che pareva

eguale, aveva pel mio sentimento le variazioni espressive dell’ombra

che non è la stessa quando s’aduna entro l’occhiaia o nel cavo della

gota o sotto la mascella. Lo indovinavo diverso, prima di giungere a

uno svolto, sicché al mio lieve fremito la bestia sensibile drizzava

le orecchie come in punto d’aombrare. Giuntovi, entravo in esso come

in un ricordo e in un presagio. In qualche luogo era così meditativo

e così dolce che, sorpassandolo, l’anima mi si volgeva indietro come

pel rammarico d’una perduta saggezza o d’un bene non acquistato. In

qualche altro luogo, mi saliva subito al viso e mi penetrava come

l’odore dell’incenso e il fresco della navata penetrano la creatura che

entrando nella chiesa sta per essere posseduta dal suo dio._

Sensualitade

Turbami el vedere;

Et carnalitade

Nol mi lassa avere....

_Hai certo in mente, o amico, il cantico del tuo Iacopone. Ma non così

era per me. Non mai era in me “tenzone fra l’anima e ’l corpo„; ché

sempre sentivo sorgere dalla profondità della mia carne gli spiriti

più puri e coi miei occhi torbidi riconoscevo gli iddii non manifesti

in sostanze trasfigurate per me solo. Quanti divini connubii, quante

indicibili generazioni di deità senza nome mi si scoprirono su quella

sorta di orgoglio carnale che nasce dal vigore esercitato e dal

coraggio messo a prova! Se ripenso l’erta che solevo prendere a sera

tornando dal Campo di Marte col cavallo in sudore, là sul fianco di

quel bello Arcolaio di Bernardo Gondi fiorito d’oleandri sino allo

scorcio di settembre, io so come quella fosse la via misteriosa che

mi conduceva non a Coverciano né a Poggio Gherardo ma nell’intimo di

me stesso, nella mia più remota solitudine. E ancor mi sembra aver

lasciato qualcosa di grande pregio laggiù, lungo i fossati ingombri

di tritume, per un di que’ sentieri molli che da Malcantone vanno

verso il Pino, ove mi mettevo salendo a galoppo su per l’argine erboso

dell’Affrico, mentre i cani andavano fiutando come per ritrovare le

estremità di non so che rotti legami e per ravvicinarle e rigiugnerle

davanti all’ansito del cavallo che si calmava stazzonato._

_O Gignoro, luogo di deserta umiltà, dov’è ancor accolta la paziente

pace benedettina come la belletta della pozza nel crocicchio, quante

volte a sera passando sotto un’onda di campane ti riempii della mia

anima più perfettamente che il soffio musicale non riempia una canna

d’organo, mentre tutto il mio caldo corpo in un brivido repentino mi

diveniva una cosa più fragile di un’ampolla appannata da un’acqua che

vi si congeli e traspiri! Ahimè, non mai, per quanto mi sforzi, potrò

rappresentar que’ modi del mio sentire, quando ogni mia esperienza

era una comunicazione segreta per rinvenire il senso del mondo e la

mia cotidiana vita era un’azione mutua e perpetua tra me e i demoni

incogniti ch’evocava la mia magia. Ecco, riodo nella mia memoria

l’urto dello zoccolo sonoro contro il sasso, in capo della via di

Camerata dalla parte di San Domenico, e dietro me lo stridore del

carro elettrico su la rotaia, lo stridore che si prolunga atrocemente

nell’ombra come un coltello rimosso nella piaga d’un petto che si

lasci torturare senza grido; e mi ricordo come quella mia angoscia

improvvisa non mi salisse dal mio proprio cuore ma di più giù che il

sasso, di più giù che la radice della collina bella. Tal luogo veniva

incontro a me come una creatura eterna che mi fosse parente. Tal altro

tratteneva e serbava per me la più volubile delle forze erranti. In

un altro ritrovavo la mia oscurità, in un altro il mio splendore, in

un altro il mio crepuscolo. Talvolta, senza causa, con la prestezza

dell’inspirazione, il mio petto traboccava d’amore così che mi veniva

una volontà di gettarmi giù di sella per porre la faccia contro la

terra._

_Poi, come se da non so che tempera potente l’anima mi si freddasse e

indurasse, m’accadeva di non esser più se non una sorta di spada nova

nella guaina delle mie membra. E non gioivo se non di quello spirito

crudo che tante volte appagai nel sangue delle mie tragedie. E una

sì forte imaginazione si levava in me, che mi sentivo tutto aspro di

quella “bizzarra salvatichezza„ ond’eran irti gli uomini di parte in

Fiorenza “per lo mal seme venuto di Pistoia„. E mi pareva non esser

dissimile a Guido Cavalcanti quand’ei spronò contra Messer Corso col

dardo in mano, e i compagni non lo secondarono. Ma pur un giorno ci

trovammo con il compiuto donzello Simone Donati al ponte ad Affrico

per assalire Nicola dei Cerchi bianchi che andava al suo podere e alle

sue mulina. E anco un altro giorno in su l’Affrico stesso fummo con

Boccaccio Cavicciuli a perseguitare Gherardo Bordoni, e lo raggiungemmo

e afferrammo, e gli tagliammo la mano e la recammo nel corso degli

Adimari; e fu confitta all’uscio di Messer Tedici suo consorto, come

nottola. E anco ci trovammo sopra a Rovezzano allora che il barone fu

giunto e preso; e pur là eravamo allora che, di costa a San Salvi, con

un sùbito raccapriccio fiutando la ferocia della bestia plebea ei levò

dalle staffe le grandi podagre de’ piedi e si lasciò sfuggir la briglia

dalla man gottosa, e piombò giù di sella per restarsi; e là in terra

un dei Catalani gli diede della lancia per la gola, al conspetto dei

monaci esciti di badia, onde ammirabile getto di sangue fu il motto

estremo di sì bello parlatore._

_Sere d’autunno tra il Monte Ceceri e il Poggio a’ Pini, tra Mugnone

e Zambra, quando sopra Borgunto a un tratto s’allargava una nuvola

turchina, bassa come un tetto di lavagne, e per tutto era un silenzio

molliccio come quel d’una cisterna coperta, e ogni piega della terra

era già come un labbro proteso alla prima gorgata, l’odore piovano

giungendomi al cuore innanzi che all’orecchia lo stroscio! Giungeva di

lontano, e non proprio come un odore terrestro ma come una ricchezza

indistinta, ma come un umido spirito che seco rapisse tutte le grazie

fiesolane sparse tra Sant’Ansano e Belcanto, tra gli angeli di Luca

e le modanature di Michelozzo, avendo toccato la rosa e lo smalto,

il marmo e la dàlia. E mi gli volgevo come un poeta in sogno, di

su la groppa, inspirato dal fiato di Fiesole medìcea. Ma, quando le

fitte aste della pioggia cominciavano a risonare contro le picche dei

cipressi, tralasciavamo la delizia come quei partigiani Neri e Bianchi

che, stando a godersi in Santa Trinita un ballo di donne, spinsero

di sùbito i cavalli l’un contro l’altro e s’azzuffarono. Partivamo

a trotto chiuso verso Castel di Poggio, entrando nel fosco della

rimbombante selva come nell’ombra ostile del secolo remoto, con l’animo

d’una masnada che cavalcasse a vendicare una soperchieria contro un

dei Manzecca, risoluta a non tornare indietro se non dopo avergli fatto

quel che il masnadiere dei Donati fece in calen di maggio a Ricoverino

di Ricovero. Rinforzando il rovescio, senza allentare il trotto giù

per la discesa motosa, passavamo sotto i piombatoi di Vincigliata,

poi lungo l’intorbidita Mensola sino al Ponte, e dal Borghetto su per

l’erta vecchia di Settignano ove risfavillavano le selci. Travedevo i

campi inondati, i solchi mutati in rivoli, i fossi traboccanti, qua

e là una faccia del cielo riflessa in un di que’ specchi fuggitivi.

I lauri del Belritorno aulivano come se la pioggia li avesse dirotti

coi suoi mille e mille coreggiati d’argento. Balzavamo di sella, su

lo spiazzo, fradici d’acquazzone e di sudore fino all’osso, palpando

il collo della bestia generosa col guanto inzuppato. I garzoni

accorrevano. Dai canili i cani rinchiusi abbaiavano rizzandosi contro

i cancelli, ficcando tra le sbarre i musi lunghi e gli occhi ardenti.

Chiamavo per nome i tornati, che mi saltavano addosso con le zampe

lorde di fango, ansandomi in viso. Se taluno de’ più fiacchi rimasto

per via mancava alla chiama, era un gran fischiare, un gran vociare,

come in una Caccia di Franco Sacchetti o di Nicolò Soldanieri._

“Tè, tettè, tettè!„

“Ulivo, torna qua!„

“Va su, va su, Donnà!„

_Allora entrava in me una virtù singolare, vigilante e pronta ma

pure involta di non so che sogno, di non so che bagliore fantastico,

quasi avessi bevuto una qualche stupenda mescolanza. Respiravo in

quella calda bestialità con tutti i miei pensieri concitati come nel

furore della poesia. Vedevo, nel forte delle faccende, sorgere le

figure segrete che si disformano quando l’arte le tocca, V’era luogo

per qualche piccola divinità nella posta occupata dall’importanza

del cavallo che aveva fatto il suo sforzo e che doveva essere ben

governato. I movimenti consueti, resi agevoli ed esatti dalla pratica

quotidiana, componevano il ritmo misterioso della perizia, che pareva

regolato dalla mia ispirazione. Il palafreniere curvo su la lettiera

asciutta, nell’ombra della pancia zaccherosa, e quello che stropicciava

il fianco schiumante con una manciata di paglia per ogni mano, e quello

che tuffava la spugna nella secchia tenendo la coda o il piede, ognuno

accompagnava la bisogna con un certo soffiare ch’era come un suono

lieve di persuasione e di blandimento, onde talvolta si formava non so

che parola comunicando all’inquietudine della bestia sensibile la pena

e l’amore dell’uomo._

_Credi tu ch’io fossi più ebro di me quando nel Deserto d’Arabia alla

sosta della sera abbiadavo con un po’ di crusca o con un pugno d’orzo

il mio stornello impastoiato, cominciando la luna appena a segnare

tra immensità ed eternità il miracolo della mia ombra? Anche là, in

quella stalla chiusa, tutto era lontananze e apparizioni dello spirito,

tutto era disegni e scritture dello spirito, azioni mutue tra me e gli

iddii subitanei. Anche là sentivo il mio cuore divenire più profondo e

il mio occhio riacquistare la limpidità infantile, come nel Deserto,

come su la spiaggia pisana, come intra du’ Arni, come al Gombo, come

nella Versilia, come quando nasceva, dal mio respiro Undulna. Era

ben là Undulna, trasfigurata in una grande cavalla baia che meritava

il nome della pieghevole dea “dai piè d’ali„. Non docile, abbassava

le orecchie, increspava le labbra mostrando le gengive, guardava a

traverso mostrando il bianco venato di vermiglio; ma per entro i suoi

belli occhi biechi scoprivo l’essere sconosciuto e divino che mi spiava

come io un giorno tra le canne del Serchio spiavo il Centauro._

_V’è certo una Musa velata che conferisce un che di simile a quella

grazia detta abituale dai teologi. Io ne fui ricco, all’aperto e al

coperto. Le mie imaginazioni non erano se non atti di fede. Sapevo come

i fantasmi da me veduti fossero più veri dei corpi e dei movimenti

che li cagionavano. Tuttavia non mai accadeva che la mia attenzione

esterna si interrompesse o si rilasciasse. La cigna sfibbiata, la sella

tolta di sul dosso fumante, il riflesso d’una lanterna sopra una groppa

lisciata dal torcione, la voce data dall’uomo per far poggiare o per

calmare l’impaziente, uno sbuffo strepitoso, un nitrito più tenue che

un fremito di gazella, l’odore della canfora, l’odore della farina nel

beverone caldo, un bel guizzo di luce sul viso acceso d’un mozzo, la

strana cifra segnata dai peli bianchi in un mantello rabicano, ogni

gioco delle apparenze mi commoveva come la rivelazione d’una novità

che in me solo toccasse il sommo del suo pregio. Di posta in posta,

palpavo con la mano senza guanto la spalla le reni l’anca per sentirle

asciutte; e più d’una volta eccitavo lo zelo con l’esempio, in gara di

prontezza, ché tu sai quanto mi piaccia fra i destri esser più destro

e a tutto mostrarmi accomodato. Nel canile, quasi carponi, in maniche

di camicia, serrando il levriere tra le ginocchia, gli stropicciavo

le zampe, le costole, la schiena, pel verso del pelo, sentendo con

orgoglio le masse formidabili dei muscoli nelle cosce, i secchi tendini

tanto possenti e pur tanto delicati. O sedentario amico, qual mai

nostra sintassi eguagliò la virtù di quelle strutture? Esaminavo io

medesimo, volta per volta, i piedi messi a dura prova dalla strada

toscana ov’è re il barocciaio. Se mi parevan sensibili, li bagnavo

con una ottima infusione di scorsa quercina e d’allume che raccomando

ai miei seguaci spedati. D’un tratto, su la paglia fresca dei banchi

le risse scoppiavano. Sotto la frusta che non valeva a separare i

contendenti, tutto era fuoco d’occhi e ringhio di mascelle armate.

Prendevo su le mie braccia il ferito che guaiva: gli trovavo lo sdrucio

nella pelle fina, quasi strappo nella seta. Il combattente feroce ora

frignava come un bimbo, lasciandosi medicare dalle mie dita leggère.

Bisognava parlargli nella sua favella, consolarlo con le sue moine.

Certo, amico, non ebbi mai tanta accortezza nel collegare i membri

del periodo e nel volgerli alla clausola giusta, quanta ne dimostrai

nell’usare l’ago del cerusico e nel mettere le fasce intorno a così

difficile irrequietudine. E non mai, veramente, come tuffando le dita

nella bacinella, considerai nel sangue un simbolo tanto sublime._

_Hai tu mai pensato che imbestiare può in un certo senso essere un modo

di trasumanare? Non so più dove io abbia trovato, ma mi sembra in un

Dialogo del Tasso, un detto il quale io non voglio più ricercare per

non esser costretto di trascriverlo con esattezza e d’interpretarlo

altrimenti che a mio modo. “Così come vi piacque imbestiarlo, vi

piaccia anche deificarlo„. Vedo che il mio segreto lirico è in una

sensualità rapita fuor de’ sensi. E questo non può sembrare un semplice

bisticcio alla tua mente umbra, o cittadino di Todi._

_“Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et

in sull’uscio mi spoglio quella vesta cotidiana, piena di fango et di

loto, et mi metto panni reali e curiali; et rivestito condecentemente

entro nelle antique corti degli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto

amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che _solum_ è mio, et ch’io

nacqui per lui....„ Te ne ricordi? Nel tempo delle nostre letture

ad alta voce, una sera, come fui giunto a questo passo, non potei

seguitare, tanto la commozione mi vinse. E una gentile donna, quivi

presente, ricevette il mio tremito sin nel fondo del suo cuore; e credo

che di poi meglio mi amasse._

_Ma che mai poteva essere per me ogni altro cibo? Mentre su le

alte lettiere i cavalli copertati e abbeverati tritavano con agio

l’avena, io veramente a mensa non mangiavo se non la mia anima mista,

consentendo al medesimo Torquato che “niuna cosa è più soave della

mistura„. Quivi sedeva la mia compagna per la notte; ma non ero ebro

se non di me, come se fossi solo al mondo, dedito a tutto ottenere da

me e a rifoggiare in simiglianza di me tutto ciò che intorno viveva,

per deificarmi. Mi prolungavo nel passato, mi ricongiungevo alla mia

eternità; ma come a dentro mi toccava la bellezza presente di quelle

rose d’ottobre che ornavano la tavola, ancor molli di pioggia, un poco

malate di freddo e d’ombra, più tènere e più misere che le piccole

pugna chiuse dei poppanti assopiti!_

_La mia vita segreta era così bella che ogni giorno più la profondavo

nel suo silenzio vivente. Bastava talora un grido in mezzo ai campi

o uno stormire di cipressi perché ella si levasse in un sùbito tutta

quanta con l’ansia di prendere la forma dell’arte. Ma le facevo

violenza, la ricacciavo nella profondità._

“O profondato mare,

altura del tuo abisso!„

_E vivevo in palese un’altra vita, mi sottoponevo a una disciplina

avversa, curioso come fui sempre di conciliare l’inconciliabile e di

concordare la discordia, per meritare dinanzi a me stesso quel titolo

di Amimetobio male usurpato dalla grossezza romana di Antonio e de’

suoi compagni._

_Per ciò, invece di secondare il mio genio, m’imposi un cómpito

determinato, allogai a me stesso un lavoro di lena, impresi a

trattare una materia ignuda con la mia maestria, come i miei artieri

settignanesi nella mia casa trattavano il legno, il ferro, la

pietra. Anche nella scelta fui duro; perché da prima avevo pensato

al Re Giannino e a una Siena affrescata con la maniera di Ambrogio

Lorenzetti. Avevo di poi pensato a quel Bianco dell’Anciolina che

tu ben conosci, al povero gesuato cantore di laudi ebro come Fra

Iaco, al giovinetto lanaiuolo distrutto d’amore per l’immacolato

Agnello, come apparve “bellissimo e delicato garzone„ all’uomo di

Dio Giovanni in punto di partirsi da Siena per andare a Viterbo con

rami d’ulivo incontro al Papa, quando Caterina Benincasa compieva

vent’anni e cantava anch’ella la sua laude nel suo piccolo verziere

intrecciando la ghirlanda di rose con le dita insanguinate dalle spine

in commemorazione del divin Sangue. Avevo di poi pensato a Gentile

Bellini, a Misser Zentil dalla collana turca, e al suo passaggio

d’oltremare su la galera di Melchiorre Trevisan, e alla Bisanzio ancor

profumata di neo-platonismo dopo la migrazione degli ellenisti, alla

Costantinopoli di quel Maometto Secondo il qual non pregiava se non

la guerra lo studio e la voluttà. M’ero pur volto a quel difficile

nodo di vizii e di virtù ch’era Filippo di Filippo Strozzi, spirito

diverso e ricco quant’altro mai, fatto a ogni cultura e a ogni licenza;

e veduto l’avevo, corrotto e magnanimo, ambizioso e molle, sospetto

a tirannide e sospetto a libertà, nella Napoli aragonese, nella Roma

di Clemente Settimo, nella Firenze d’Alessandro e d’Ippolito, nella

Parigi del Cristianissimo, ai suoi Banchi di Lione, in Vinegia col

suo caro Lorenzino dal pollice stronco, verso Montemurlo a cavallo

con la zagaglietta in mano, sotto le mura della mia Prato messo in

sul ronzino al ludibrio della canaglia, lui, il magnificentissimo, il

greculo amatore di putti, il “delitioso paradiso„ di Camilla Pisana, il

“_dimidium animae_„ dei mignoni e delle meretrici, nelle cui braccia

soleva obliare l’agrezza della viragine domestica e smarrire il filo

dei Comentarii di Plinio._

_Or in un giorno di nebbia e d’uggia, per aver risognato un gran campo

di papaveri visto quell’anno nella Campagna che n’era cruentata come

d’una carneficina di baroni, e per aver fantasticato d’un nido di

poiana scoperto nella medesima state, imbottito di crini di cavallo

e putrido dei resti d’una donnola d’una biscia e d’una botta, mi

si presentò la maravigliosa figura di Giovanni Vitelleschi propria

alla terribilità dell’Agro quanto la vertebra d’un acquedotto o il

rudere d’un colombario. Considerandola, mi sembrò che col medesimo

punzone fosse coniata la medaglia di Cesare Borgia, al colpo secco del

medesimo martello. Con che acerbo e profondo segno era da imprimerlo

nella mia materia quel prete di Corneto che da scrivano del Tartaglia

capo di bande s’era fatto despoto irresistibile e “terzo padre„ di

Roma! L’impresa borgiana delle Marche, l’eccidio di Pietro Gentile in

Recanati, l’espugnazione di Vetralla, la grande e radicata schiatta dei

Vico quivi tronca di netto, il tagliamento dei Savelli e dei Colonnesi,

l’abbattimento delle rocche in tutto il Lazio fumante, la statua

equestre decretata al trionfatore in Campidoglio, Palestrina rasa di

terra e lasciata come stoppia in cenere, Foligno occupata nell’oro e

nel sangue dei Trinci, il crollo repentino di tanta potenza al ponte

di Sant’Angelo sopra la gialla fiumana ineluttabile come la sorte,

l’ultima spronata senza galoppo, l’agonia squallida nella prigione,

il cadavere portato alla Minerva di notte “in giupetto, scalzo, e

senza brache„, la spoliazione e l’infamazione postuma: quanti scorci

profili contorni gagliardi per i miei cartoni, quanta convenienza alla

maniera secca cruda e tagliente! Ma era alcuna grazia in alcuna di

quelle figure, in altra era non so che rispondenza con certi miei sogni

e ricordi; sicché le une e le altre avrei potuto amare o ammirare,

essendo traboccante d’amore e disposto a donarmi. Per ciò me ne

distolsi; e so che la cagione non può esserti chiara, né a qualtivogli.

D’un tratto, tra lagno e strido di quel Poncelletto Venerameri

capopopolo mandato dal Vitelleschi al supplizio e attanagliato e

sbranato in Campo di Fiore, parvemi udir sibilare la pancia del Tribuno

di Roma forata dallo stocco di Cecco del Vecchio. Onde avvenne che,

quasi vòlto dal Cornetano medesimo verso quell’altro più antico prelato

condottiere ch’ebbe nome Albornozzo, io mi rimanessi in Roma e nel

Lazio e tra la baronìa facinorosa._

_Ecco per qual vicenda, o amico, mi costrinsi al lavoro improbo che

richiedevano una mia _arcana disciplina voluntatis_ e la comunanza

assidua con i miei artieri. Stabilito il cómpito, temperata la penna,

composta con tutta pulitezza la prima pagina, mi sembrò far parte del

loro corpo e in me raccogliere l’armonia di ognuno._

_Non ne serbi memoria tu che per me facesti qualche allogazione stando

sul tirato più che tu potevi, sicché tu sembrasti “un po’ durettino„ al

mio buon Romanelli? Di lui non ti rammenti?_

_Aveva un viso di melacotogna che di lanuginosa si fosse fatta

setolosa, ché il rasoio non ci poteva, tanto la barba gli si

rinfittiva in una notte, anche a luna calante. Ingoiava di continuo

la saliva, ragionando e tacendo, quasi quel suo gran pomo d’Adamo gli

si riseccasse di continuo nell’andar su e giù per quel collo che non

pareva appiccarsi alle spalle ma nascere dal tallone riducendo a sé la

lunga magrezza dinoccolata di tutto il corpo. E aveva un sorriso dolce

che mi faceva pena, per quell’ingoiare che l’interrompeva sempre in su

lo schiudersi; e due occhi umidi innocenti inquieti come quelli d’un

lepratto, se bene egli mostrasse amare il Carmignano infiascato più che

la rugiada su’ brocchi. Maestro di cazzuola ottimo, sol nel prendere

la calcina dal vassoio con la punta della mestola e nello schiacciarla

su la commettitura rivelava una mano sapiente nervosa e istintiva come

quella d’un violinista; e starlo a guardare nell’opra m’era un diletto

quasi musicale che m’arieggiava il mito ritmico delle mura tebane,

sicché per baia io lo chiamavo Maestro Anfione da Feliceto e gli

promettevo una martellina d’oro massiccio._

_E il Contri fabbro? Certo egli era stato a bottega col Caparra e, come

per me aveva contraffatto a miracolo il famoso alare che mi mancava al

paio, così aveva certo lavorato a quel che mandarono a prendere per il

donzello i signori Capitani di Parte Guelfa costretti di contare prima

i danari sopra l’incudine. Debbo però dire ch’egli mi faceva credenza

e l’arra mi chiedeva di rado, tanto lo rapiva il gran sentimento ch’io

avevo dell’arte sua e il mio piacere a vederlo battere e tirare il

ferro bogliente e rinvenire l’antiche specie. Roco era e fioco e quasi

sempre imbacuccato, per un’angustia de’ bronchi de’ polmoni, come

direbbe il Redi; col quale credo consentisse anch’egli nel pregiare

tanto il vino vermiglio quanto il bianco il dorato ed il mezzo colore.

E si lamentava che la cura della Porretta non gli giovasse e si

rammaricava che ora avesse a passare per l’acqua un ch’era passato

per tanto fuoco. “Si sa: ci vuol tempo„ gli diceva il medico, quel

nostro caro Andrea Nasini, sodo come il peperino del suo Montamiata,

schietto come un fonte di Castel del Piano. Rispondeva egli, fioco,

quasi da una fucina di sotterra: “Il tempo va e il ferro mi si fredda,

sor dottore„. Ma con una nuova invenzione d’una beffa, ci venne fatto

di prendere vendetta di quel certo vecchio che, al dire di Francesco

Bracciolini, “tutto Il giorno sta co ’l polverino in mano„. Incomodato

dall’aver continuo per casa un goffo smoccolatore di ceri e di lucerne,

disperato di scoprir per tutto le macchie delle smoccolature e di

soffrire a ogni momento il puzzo delle moccolaie, stufo di star sospeso

tutta notte ai capricci del lucignolo e ai ghiribizzi dello stoppino,

volli rassegnarmi ad accogliere nel bel palagio con pratello e corte,

che fu de’ Tanagli e de’ Capponi, ahimè, l’atroce luce delle vie

publiche, delle botteghe, dei teatri, delle stazioni. Or un giorno,

considerando un singolare oriuolo a polvere comperato in Colonia, il

quale portava otto ampolle racchiuse nella sua bella custodia di ferro

battuto, mi percossi la fronte come Galileo dinanzi al lampadario del

Duomo pisano. Due, quattro, sei, otto e più lampadine legate a coppia

per il picciuolo potevan sostituire nella cassa le ampolle da sabbia e

ingannare il vecchio Barba. Che alzata d’ingegno e che beffa luminosa!

Corsi dal Contri che mi stava appunto racconciando una torciera

lombarda a cui era ancóra attaccato il cerume in colature. Fece:

“Questa è bona„. E, messo da parte l’altro arnese, súbito ci accingemmo

a costruire il primo polverino senza polvere. In breve, su per gli

stalli del refettorio, su per gli scaffali della libreria, intorno

alle cappe dei camini, lungo le cornici degli armadii, da per tutto

erano disposti gli emblemi dell’inesorabile Tempo, gli oriuoli d’arena

dai vetri offuscati, dalle custodie arrugginite; ché avevamo perfin

ritolto l’arte al guastatore. D’improvviso, a vespro, si rivelava il

dolo. Il granello funebre non iscorreva più dall’ampolla nell’ampolla.

Fermata era la fuga dell’attimo. La tacita misura era abolita. Tutti

gli oriuoli risplendevano e illuminavano. Tu alzavi i tuoi occhi di

chiosatore e dicevi in tuo latino: “_Tempus lucesci_„._

_Ma posso io non mentovare Maestro Annibale legnaiuolo, del quale ho

tuttavia nell’orecchio quel suo peritoso e perpetuo “Io dirrei....„

e nel cuore quel suo mite aspetto di Giuseppe nazareno temente di

calpestare i trucioli? Mi forniva un banco di canile e mi ristaurava

un cassone del Quattrocento, mi componeva un gentil graticolato

per sostenere una spalliera di rose e mi rabberciava un tramezzo

sfondato dal calcio d’un cavallo. Lo vedo ancóra davanti a me, un

poco sgomento, con la matita turchina su la bocca dove le parole

gli s’ingarbugliavano, quando volle domandarmi se una certa ruota

misteriosa, che io e un suo molto sveglio figliuolo detto il Morino

andavamo ingegnando, fosse veramente per doventare la ruota della

Fortuna o la quinta del carro._

_Te ne ricordi? Era di così raro e segreto pregio che l’avevo messa

nel penetrale, in un angolo della libreria, dietro a un mappamondo; e

tu le passavi accanto in sospetto come se, macchina infernale, dovesse

scoppiare da un momento all’altro facendo scempio de’ Testi sacrosanti.

Era l’ordegno costrutto con acume leonardesco, munito di molle nascoste

che rendevano mobili e agevoli i quarti liberati dal cerchione rigido;

e doveva su le vie attonite della terra sottentrare a quella tronfiona

della gomma che non si salva dall’insidia dell’astuto chiodo e della

vendichevole selce. Nel giorno della prova, cigolava con un suono

tanto inaudito che perfino i cani più petulanti e i più tardi paperi

fuggivano al passaggio. Sul primo virare, si sconquassò come un vecchio

ombrello investito dalla raffica._

_Il Betti tagliapietra disse giudiziosamente: “To’, gli era meglio una

macine„. Io credo che anche a questo mio scarpellatore tu paressi un

poco duretto. Te ne ricordi? Aveva una testa risentita, alla maniera

di Masaccio; che gli diveniva focosa per lo stare chinato come quella

di Piero che cava i danari dal ventre del pesce nella cappella de’

Brancacci. E la sua testa ei l’aveva sopra un paio di brache che gli

cascavano infino alle ginocchia; e non riusciva mai a tirarle su bene,

in modo che restassero. E, standomi dinanzi bracalone su quelle gambe

corte vestite di rigatino grinzo, mi ragionava della sua pietra bigia

o serena e della sua cava di Maiano con tanta possa che pareva egli

fosse il fratello minore di Monte Ceceri e che tutte le colonne della

fabbrica degli Uffizii e altre innumerevoli di chiese e di palagi in

Firenze fossero il suo parentado._

_Ricevuta l’allogazione, eseguiva coi gesti issofatto il lavoro.

Tagliava facile nell’aria il sasso come il pattonaio una targa di

pattona: ecco una soglia, ecco due stipiti, ecco un architrave. Ma

bisognava vederlo quando alfine giungeva su lo spiazzo precedendo i

barocci carichi che s’impuntavano nella carreggiata. Andava pur sempre

bracalone; portava seco nondimeno la grana il peso e il polimento della

pietra concia, come l’annunziatore porta l’annunzio. E tanto un giorno

mi piacque che sorridendo incominciai per lui una Canzone pietrosa

nello stile di Dante aspro._

_Caro il mio Betti, quanto mi aiutò egli a comprendere per che virtù

la grande generazione fiorentina degli scultori nascesse dalle cave

di macigni e come Michelagnolo sentir potesse d’aver tirato dal latte

della sua balia settignanese gli scarpelli e il mazzuolo!_

_Questo lapicida mero, della generazione dei Gamberelli, dei Fancelli,

dei Cioli, dei Lorenzi, dei Caprina, era certo l’uomo della sua

materia, se altri mai. Ma io ebbi meco anche l’uomo della mia materia

inviatomi dalla benignità di San Zanobi Spirito protettore Genio

custode Nume conservadore dell’Academia della Crusca; e tu sai con

che cirimonia mi fosse condotto dal più grazioso dei linguai e dal

più serviziato degli amici, dal nostro Giuseppe Lando Passerini dei

patrizii di Cortona litteratissimi._

_Subitamente parve che un odore di farina e di virtù si spandesse nella

casa sospetta. “A gloria adunque di Dio servendo l’Academia serviamo

San Zanobi, e insieme con la favella i pensieri e l’opre affinando, e

purificando, l’amicizia di lui procuriamo; e se ella il più bel fiore

ne coglie di nostra lingua, colga ancora a imitazione di San Zanobi,

per meritare l’alta sua protezione, il più bel fiore delle virtù.„ Tu

sai come io, candidato perpetuo, osservassi e l’una e l’altra regola._

_Era l’uomo un assistente al Frullone o, come dire, bidello; ovvero,

come detto avrebbe con arguzia peregrina il segretario Bastiano

de’ Rossi, Sergente del Castaldo, incaricato di trarre il sacco, di

versarlo e scoterlo nella Tramoggia, dopo averne registrato la misura

il peso e la bulletta al Campione. L’avevo preso perché mi aiutasse,

anche co’ piedi, a compiere la mia difficile raccolta de’ Testi di

lingua usati a stampa nel Vocabolario. Conosceva le botteghe dei

vecchi librai fin sopra le cimase degli scaffali e ne’ ripostigli

del banco. Andava fiutando rovistando frugolando per tutto, con quel

suo passettino bilenco e scricchiante, con quel suo collo a vite, con

quelle sue mani di rematico dalle nocca levigate come l’avorio d’una

stecca da tagliare i fogli, con quella sua guardatura biava or di sotto

or di sopra le lenti, con quel suo ombrelluccio color pulce ch’egli

pareva tenere in pregio come fosse il serviziale dell’abate Anton Maria

Salvini, sal mi sia. Un giorno che mi tirò da parte per confidarmi a

bassa voce d’essere in traccia dell’Ariosto con le figure di Gerolamo

Porro e del rarissimo Pecorone stampato da Gio. Antonio degli Antonii,

notai che inchinandosi verso me alzava un piede e lo teneva così in

aria alquanto. Da allora non seppi imaginarlo se non in quell’atto, su

le soglie dei librai, immobile nel presentimento del testo raro, come

il can da fermo dinanzi alla beccaccia; e, nell’imagine, non tenevo più

conto delle lenti e dell’ombrello._

_Non ammetteva si potesse attribuire una qualche importanza ad altri

libri che non fossero gli allegati dal Vocabolario. Credo che le

più famose Biblioteche del mondo avrebber potuto ardere senza suo

rammarico, purché salva rimanesse la raccolta dell’Academia o quella

del Tortoli venerato arciconsolo. Se gli accadeva di dover rimettere

nel suo luogo un libro vano ch’egli trovasse su la tavola, non mancava

mai di capovolgerlo in segno di condanna. Quando con un inimitabile

suono diceva “e’ Citati„, tre secoli di stacciature biancheggiavano in

lui; e veramente pareva ch’egli avesse in corpo un burattello._

_Non credo che alcun mio libro gli fosse familiare. Tuttavia mi

dimostrava una qualche ammirazione per non conoscere pur tra i

virtuosissimi Academici un linguaio più ghiotto di me._

_Certi giorni, in fatti, quando era per mantenere qualche promessa

di cosa eccellente o esquisita, lo aspettavo non senza impazienza.

Sorridevo in me di quel sorriso indistinto che dentro mi nasce quando

la grazia della mia vita converte una nota inclinazione dell’intelletto

in un sentimento di novità inebriante. Quale uomo ignaro mostrava

all’ospite frutti di così duro guscio che la sua gente non sapeva

usarli se non in luogo di selci per le lapidazioni? Or questi li apriva

facile con la lieve unghia, conoscendo e il punto e il modo; e la polpa

virginea gli era un nutrimento quasi divino. Anche si racconta di non

so qual tribù che non sapeva usare delle sue donne floride e chiuse,

palpandole e scrutandole invano. Or avvenne che l’ospite improvviso,

nell’ombra della tenda, rivelasse a taluna il piacere e la rendesse

ferace; onde tutte poi si partirono in traccia del giacitore._

_La stanza dei libri dava sul lastrico d’una corticella inverdita dallo

scolo delle docce; dove piante dalla fronda lustra, magnolie e camelie,

ingrassavano nel terriccio dei larghi vasi di terra invetriati. Un

delicatissimo cancellino, del secolo di Giannozzo Manetti, ne’ cui

scompartimenti il ferraio aveva imitato a martello la figura del

ragnatelo, riferiva a sé tutte le cose naturali con la seduzione

dell’arte. Per la sua stessa tenuità pareva rendere più difficile

l’adito e affinare il colore verdiccio della luce sino alla chiarezza

di quella specie di berillo onde si dice fossero fatti gli occhi della

Minerva nel tempio di Vulcano ad Atene._

_Se ne veniva col fardelletto il mio procacciante; e si soffermava sul

limitare alzando un pochettino quel piede. Tentando io di togliergli

il tesoro per impazienza, egli si schermiva aggirandosi, secondo il

Testo, “al modo della trottola, ovvero ancóra dello stornello, ovvero

palèo„. Per aizzarlo gli dicevo: “Sa Ella, cruscone, che ho messo la

mano su _La leggenda e vita e penitenzia del grolioso Santo Guiglielmo

d’Oringa eremita molto divoto e servo di Dio, il quale fu de’ Reali

di Francia e duca de Pitavia_?„ Egli stava un poco ad ascoltare, con

le ciglia inarcate sopra agli occhiali di traverso; poi spallucciava e

ghignava rispondendo: “Non è de’ Citati„. Seguitavo io a punzecchiarlo:

“Come? come? Ed ecco qua anco il _Trattato delle Quattro Stagioni di

Messer Aldobrandino da Siena volgarizzato da Zucchero Bencivenni_„.

Egli levava l’una delle mani libera, con l’indice teso, negando: “Non

è de’ Citati. La non si confonda. La guardi quie„. Con infinita cautela

disfaceva il nodo delle quattro cocche d’una gran pezzuola rossigna che

doveva esser la pezzuola da sudore di Carlo Dati; e metteva fuori un

opuscolo impresso su quella bella carta forte del Magheri che al tasto

suona, o un volume giuntino che la vacchetta di Moscovia non aveva

salvato dalle tarme, o un di quei Testi in carta turchina stampati

all’insegna di Dante e distinti con l’impresa del Fruitone, “Ci si bei„

diceva “ci si bei.„_

_E la fragranza del beato Trecento si diffondeva fra gli scaffali. Ed

egli mi spiava di sotto alle lenti, mentre io riscontravo i capitoli,

mentre qua e là prelibavo le pagine; oppure si sedeva, si toglieva

gli occhiali di sul naso e si metteva a nettarli con un de’ capi

di quella pezzuola, restando fisso ma con l’orecchio teso, quasi ad

ascoltare il battito del mio cervello. Ed era come se si fosse tolta

una mascheretta; tanto quel suo viso, immiserito dal rinchiuso, dallo

stantìo, e dal regime del lesso academico, si faceva più nobile e più

dolce, da poterlo assomigliare con qualche indulgenza a una figura

della vecchiezza di Giotto, a una di quelle che nella cappella dei

Bardi o dei Peruzzi sopravvivono pur sì maltrattate. E mi piaceva

allora, d’attribuirgli il candore di Ricordano e d’assegnarlo alla

generazione di quei semplici i quali tenevan per fede che la reina

Belisea, moglie di Catilina, andasse alla messa nella calonaca di

Fiesole._

_Credeva quel semplice del farinaiuolo che l’officio mio fosse simile

a quello dell’assaggiatore il quale scioglie la bocca del sacchetto,

soppesa nella sua palma il fior della farina, lo fiuta, lo lecca,

lo gusta, lo trova ottimo e gli mette il prezzo! Io dentro di me in

quel tempo, o amico, ero giunto al sommo dell’arte magica, in ogni

ora e su ogni caso o creatura pronto sempre a fare incantamento

nascosto. Contenevo in me la mia poesia, corrente come il mio sangue,

affinché non mi divenisse pel metro una forma compiuta e duratura ma

mi fosse nei miei giorni una forza della mia vita libera, mi fosse

il ritmo stesso della mia libertà e della mia intrepidezza. In ogni

occasione tutto avventurare era non soltanto nel mio istinto ma nel

mio proposito. Distruggermi e accrescermi a vicenda, talvolta quasi

nel tempo medesimo, talvolta nel medesimo atto, era il mio gioco

assiduo. Avevo ottenuto nel mio mondo interiore una sì maravigliosa

instabilità che non soltanto il più lieve urto ma il soffio più lieve

bastava a smuovere e scrollare immensi strati di coscienza, di cultura

e di sogno con rivolgimenti mutamenti scioglimenti pari a quelli

delle più rapide catastrofi. Professavo e interpretavo per me nel più

alto senso quell’eresia che Valentino tentò di propagare nell’isola

di Cipri: “Tutto è lecito a chi una volta ha ricevuto la grazia„.

La grazia mi si manifestava in un succedersi quasi ininterrotto

di epifanie. Ogni pensiero, ogni sentimento rilevati prendevano il

carattere delle apparizioni. Certe sere, spiavo dentro me il levarsi

della stella Espero, che doveva rendermi visibile il mio cuore. Certe

notti, tutto in me era musica; e, come nell’orchestra il motivo passa

per le famiglie degli strumenti sviluppandosi e trasformandosi, così

mi pareva udir passare il mio tema fugace nell’infinita sinfonia dei

secoli e delle genti. Il presagio della possibilità d’una vita divina,

dopo tante vite da me vissute e distrutte, mi faceva ansare come su la

soglia della morte. Io potevo forse volgere al mio significato umano la

parola terribile: “Dai morti giacenti sul mio cammino, riconoscerete

che io sono il signore„. Anche, negli alti silenzii fermi che sono

i meriggi dello spirito, intendevo l’altra parola: “_Non alia sed

haec vita sempiterna._ Questa tua vita è la tua vita eterna„. Poi

sopravveniva l’allegrezza temeraria, quando il poeta gioca a dadi

col demone e non sa s’egli creda più nel suo corpo o più nella sua

anima, ché l’una è la verità o la menzogna dell’altro. Poi ritrovavo

il mio buio; e della mia coscienza non mi rimaneva se non un aspetto

misterioso e pauroso, simile a quei muri dei cimiteri monumentali,

onde si veggono sopravvanzare soltanto le teste bianche delle statue

funerarie._

_O amatore di libri, un certo mio modo di amarli e di possederli ti

sarà sempre sconosciuto; né io saprò mai rendertelo chiaro. Niun d’essi

viveva intiero; ma in tutti era un punto sensibile che sapevo cercare

e premere, con la stessa perizia di quel medico di piaghe che in un

capitoletto di questa _Vita_ sùbito ritrova l’osso nel collo di fra

Moriale. Allora, per virtù d’intenzione, come già gli asceti seppero

ottenere le stimmate, quel punto sensibile si trasponeva in me. E, come

da una fitta in un fianco o all’apice d’una scapula nasce una febbre

che invade tutto il corpo ed esalta il tono di tutto il sangue, da

quello nasceva una potenza impreveduta operante in tutti i cerchi del

mio spirito con un tumulto creatore. E forse quella rapida e splendida

imagine dell’opera somigliava a quella che lo scrittore aveva avuta

prima di comporla. E, dopo, come oggi, pensavo esser vero che l’arte

di scrivere libri non fu ancóra scoperta. E consideravo gran parte

de’ miei come quei nemici mortali che Ferdinando d’Aragona si piaceva

di tener presso di sé bene imbalsamati a guisa di mummie, dopo averli

fatti morire con le invenzioni più crudeli._

_“O Filotete, figliuolo di Pean, tu non saresti nell’isola di Lennos,

col nostro peccato!„_

_Coglievo con l’occhio scorrente a piè d’una pagina questo grido e, non

so perché, il cuore mi balzava come se a un tratto avessi udito gridare

una voce eroica sul mio capo: mentre l’uomo dabbene con le sue dita

nocchiute radunava le schede._

_Ed ecco s’alzava un compianto sublime. “O Cillaro, la tua bellezza non

ricomperò te combattente!„_

_Ed ecco, più oltre, qualche parola s’adeguava al limite del silenzio.

“La figliuola di Saturno aperse una porta, _e non fece stridore

volgendosi il ganghero_„._

_E alcun’altra, ecco, si scioglieva al confine dell’aria. “Finalmente,

piagnendo si disfece in fino alle tenere midolle; _e a poco a poco

diventò vana ne’ lievi venti_.„_

_E in queste la voce della profonda saggezza pareva salire come per una

vena tortuosa e alfine compirsi in una sentenza tonante. “Tutte le cose

si mutano: niuna cosa muore. Lo spirito erra, e non muore in alcuno

tempo. E sì come l’agevole cera si segna in nuove figure e non sta

ferma com’ella era, e non osserva quelle medesime forme, ma pure ella

è una medesima; così ammaestro io che l’anima è sempre una medesima,

ma ch’ella va in isvariate figure. Adunque, acciò che la pietà non sia

vinta dal desiderio del ventre, non vogliate turbare l’anime, che sono

vostre parenti, con crudele morte: e ’l sangue non sia notricato col

sangue. E però ch’io tratto di grande materia, e ho date le vele piene

a’ venti; niuna cosa è in tutto il mondo che stia ferma.„_

_Ma altrove, in un dialogo più breve del vagito e del rantolo, tra un

savio e un eroe entrambi innominati, la crudele morte era impeto di

libertà e certezza di vittoria. “Onde venisti? — Del ventre. — Come ci

venisti? — Piagnendo e nudo. — Dove se’? — Nel mondo, — Perché ci se’?

— Per combattere, — Ove vai? — Alla morte. — Perché vai? — A vincere

alfine.„_

_Forse il dabben uomo, in punto di sonnecchiare per la fatica dell’erta

vecchia di Settignano, traudiva nel sopore i sussulti e gli intoppi del

Frullone; ché di tratto in tratto si riscoteva. Io udivo nel silenzio

il rombo dell’Arno gonfio alle Mulina, lo scalpitar d’un cavallo,

l’uggiolar d’un cane, lo strillo d’un bimbo ai campi, il rodìo prossimo

d’un tarlo, il polso del mio vigore; e divinavo, di là dalla parola

impressa, i rapporti musicali della malinconia. Mezzo insonnito, col

labbro di sotto un poco penzoloni, imbambolendo come se si ritrovasse

su le ginocchia della reina Belisea, il cruscaio biasciava a quando a

quando: “Ci si bei, ci si bei„._

_Or come il divoto del Santo Venerando Fiorentino Pastore Zanobi, quasi

fosse untato col zibetto del Demonio, poté egli fare la fine di Messer

Pietro divoto del suo Monichio e divotissimo della Zaffetta, della

Nanna, della Pippa, della Riccia o di Matrema-non-vuole?_

_Un giorno mi giunse più saltabellante del consueto, con gli occhi

vispi, con i pomelli rossi, con un ventoso zimarrino tanè tutto grinze

e svolazzi, con un non so che d’insolitamente arzillo nel passo e nei

modi, come se venisse dall’annuale Stravizzo academico, mezzo cotticcio

e invaso dalle veneri della Cicalata. “Che novità?„ Mi rispose con uno

schiocco di lingua così sguaiato che me ne scandolezzai. Mi portava

una lauta ghiottornia: il _Viaggio al Monte Sinai_ di Simone Sigoli

fiorentino del popolo di San Nicolò Oltrarno, un testo del Trecento, e

de’ Citati._

_La lettura del _Milione_ m’aveva già empito d’un diletto e d’una

maraviglia non dissimili a quelli che provai sfogliando per la prima

volta la raccolta dei disegni di Pisanello e di Iacopo Bellini,

lassù, nella stanza del Conservatore, entro il vano d’una finestra

a’ cui vetri fumigava la nebbia della Senna grassa di cloache. Avevo

cercato avidamente altri _Viaggi d’oltremare_, quello di Frate Nicolao

da Poggibonizzi, quel di Frate Riccoldo da Monte di Croce, quel del

Beato Oderico da Pordenone, e quelli del Frescobaldi, del Gucci, di

Ser Mariano, prose più saporite assai che le “pomora di paradiso„ ivi

laudate,_

_Apersi il volume come si apre una mela rosa, misi la stecca nelle

pagine intonse come il coltello negli spicchi. “Al nome di Dio amen.

Qui appresso faremo menzione delle nobiltà delle Terre d’oltremare

quando si va al Santo Sepolcro di Cristo e de’ loro costumi e modi,

e appresso quante giornate si fa da una Terra a un’altra e quello

si truova in quel mezzo; e tutte le dette cose e condizioni e modi,

personalmente le voglio dire io Simone Sigoli negli anni Domini 1384,

quando andai a Santa Caterina al Monte Sinai e al Santo Sepolcro e

nell’altre sante luogora con questa compagnia cioè Lionardo di Niccolò

Frescobaldi, e Andrea di M, Francesco Rinuccini, e Giorgio di Guccio

di Dino Gucci, Bartolommeo di Castel Focognano e Antonio di Pagolo

Mei lanaiuolo, e Santi del Ricco vinattiere con sei nostri famigli.

Partimoci di Firenze a dì 13 d’Agosto....„_

_Il cruscaio s’era seduto, non senza una certa inconvenienza; e mi

teneva mente, con i pollici in quelle incavature del panciotto che

stanno sotto le ascelle. Io scorrevo le pagine con una curiosità

simigliante alla “disordinata vaghezza„ che i Padri tacciano di

peccato; e mi soffermavo a ogni tratto, ritenuto dai capiversi come

da quei freschi tralci che ti s’avvolgono quando entri nel vitalbaio.

Mosso dalla delizia, leggevo qua e là ad alta voce. “Poi la sera

quando appare il cielo stellato ciascuno comincia a mangiare carne e

ogni cosa che a loro piace e manucano tutta la notte. E ciascuno prete

d’ogni popolo va la notte tre volte con uno tamburello sonando per lo

popolo suo, chiamando i suoi popolani per nome, dicendo: Manucate e non

dormite, e fate la tal cosa scolpitamente, cioè di lussuria, acciocché

la legge di Macometto si accresca....„_

_A questo punto udii un suono di natura indistinta, che in sul primo

mi fece pensare a Barbariccia in Malebolge, poi al primo cigolare

di certi congegni vocali nascosti nel corpo di certi autòmati e

messi in movimento dalla chiave, poi a un organetto a manovella

sconquassato dove qualche canna strida, qualche altra soffii, qualche

altra sibili. Ed era uno scoppio di risa! E, come il cruscaio si

sforzava di contenere la non decente ilarità, il suo stomaco ne pareva

intimpanito._

_“Ora racconteremo della giraffa che bestia ella è„ io lessi,

contraffacendo ad arte la mia voce, per una bizzarria subitanea di

mettermi al gioco, “La giraffa è fatta quasi come lo struzzolo, salvo

che lo ’mbusto suo non ha penne anzi ha lana....„_

_Non avevo più dinanzi a me l’uomo del Buratto ma, sia venia al

bisticcio, un vero burattino di cenci e di stecchi agevolissimo i cui

fili erano tutti nella mia mano. Lo spiritello della stravaganza, quel

“mazzamurello„ che ebbe il suo nascondiglio nella carbonaia della mia

casa paterna e che fin dall’infanzia m’ha in balìa, era apparito e

incominciava a scapricciarsi come suole. Il sentimento della realtà

m’abbandonava, una vita fantastica palpitando fra quelle tre pareti

fitte di libri che sembravano a poco a poco inarcare e gonfiare i dossi

come i gatti quando fanno le fusa. Ma, non so perché, udendo quello

strano riso meccanico che pareva dislogare e disarticolare l’armatura

del fantoccio su la seggiola scricchiolante, ridendo io medesimo, ben

sapevo d’avere dinanzi a me la mia vittima prefissa._

_“Ancora diremo del leofante che bestia ella è e come egli è fatto.„_

_Quel pio Simone misurava tutto a braccia, come tutto fosse drappi di

seta o pannilani: villate, castella, granai, giardini, torri tonde,

gambe code corna di animali, cappelli bàtoli maniche barbe di saraini,

cadì turcimanni e preti di moschette: cento braccia, braccia due

e mezzo, braccia tre, e due bisanti d’oro al braccio, e il bisanto

fiorini uno d’oro e un quarto, e la carne di castrone danari sedici

la libbra di nostra moneta, e le quaglie vive denari sei l’una di

nostra moneta, e anco pelate dal pollaiuolo. La sua beata goffaggine

mi rammentava quella dei miei cucciolotti, più graziosa della grazia

stessa. Il riso irrompendo dai precordii mi travolgeva le sillabe nella

lettura. Con la coda dell’occhio sorvegliavo il mazzamurello dal muso

di furetto, temendo ch’egli fosse per trascinarmi in una delle sue

gighe vertiginose._

_“Del nìffolo gli esce uno budello quasi fatto a modo d’uno corno

da sonare, e quando vuole egli il dilunga bene otto braccia e più

quantunque egli vuole; e con questo budello piglia l’acqua che vuole

bere; et io il vidi co’ miei occhi che mise questo budello in una

bigoncia, e in uno punto con questo budello trasse più d’uno barile

d’acqua in meno che tu non avresti bevuto un mezzo bicchiere di

vino; e con questo budello piglia ogni cibo e metteselo in bocca.

E quando vanno per cammino e trovassono alberi, non è sì grosso

albero ovvero ramo, che se il leofante vi gitta suso il budello,

incontanente lo schianta e tiralo a terra, tant’è la forza ch’egli

ha in questo budello: e se niuno gli s’appressasse per modo ch’egli

potesse aggiugnere con questo budello, darebbegli con esso a traverso

e gitterebbelo in alto ben venti braccia e più, e poi il riceve sulle

sanne, e si è morto„._

_Il cruscaio, sollevato di su la seggiola e agitato da una ilarità

irresistibile da quanto il ballo di San Vito, si sbatteva qua e là fra

tavola e scaffali, ora sfondando nell’urto una fila di vocabolarii,

ora rovesciando una cassetta di schede, ora roteando e rimbalzando

dalla spera celeste al mappamondo terrestre, senza poter più fermare

il calcagno, senza poter più serrare le mascelle, mezzo uomo, mezzo

autòmato, convulsione umana in carcassa di legno, stridore meccanico

in ossatura viva, stravagantissima fra tutte le stravaganze da me

imaginate mai. E il mazzamurello ruzzante e beffardo, aggraffate le

falde dello zimarrino, me lo spingeva addosso o lo tirava nel canto con

tanta facilità che io lo vedevo a vicenda appressarsi e allontanarsi

indefinitamente come le figure labili dei sogni. E, appressandosi,

il fantoccio levava il suo braccio di stoppa fin sotto al mio naso

e barbugliava: “Con questo budello....„ E poi si divincolava e quasi

pareva spezzarsi in due, a una nuova stretta di riso che lo pigliava

pe’ fianchi, gli torceva il bellìco, gli chiudeva lo stomaco. “Se vi

gitta suso il budello....„_

_Come schiantato, si riabbandonò di colpo su la seggiola rovesciandosi

in dietro; rimase per un attimo in bilico, con quel gorgoglio arido

nella gola aperta. Un golino del mazzamurello gli diede il tracollo.

Seguì egli nella caduta la spalliera greve, levando all’aria per

l’ultima volta il piede cionco; squittì, strise; batté la capata nel

duro, non si mosse più. “E si è morto.„_

_Or a chi dunque ero io per confidare i miei quaderni da mettere nella

tramoggia? Di quegli spiriti ilari che, come vuole Galeno, “o per

titillazione o per allegrezza„ diffondendosi riempiono il cervello

e storcono la bocca, ahimè, non mi rimaneva se non una inquietudine

simile al rimorso. Il lavoro mi diveniva increscioso e vano. Avevo

lasciato in mezzo alla vigna impantanata, là fuori di Porta San

Lorenzo, il proposto di Marsiglia Pietro di Agapito Colonna, con la

pappagorgia segata dalla sguerruccia di Sgariglia beccaio, supino in

una pozza d’acqua piovana e di sangue imbelle. Or anche a me, come

al signore di Genazzano, non riesciva di sfangare. Udivo la pialla

di Maestro Annibale, la martellina del Romanelli, il martello del

Contri, lo scarpello del Betti, suoni discreti dell’opera diligente;

e io strascinavo la penna, parendomi di non più sapere dove si

fosse “la bontà e virtù della locutione„, simile a uno scolare

svogliato. E sospiravo la ben posta Domasco del buon Simone Sigoli,

dove mi sarebbe stato dolce vivere da calligrafo copista, tagliando

col temperino affilato il calamo de’ paduli di Bambilonia al modo

del rostro dell’aquila, polendo con l’ovo di cristallo la carta di

Samarcanda tinta in gruogo, facendo da me il mio inchiostro con la

filiggine intrisa di gomma e di miele, avendo meco per ogni mio bene

la mia scatola miniata di dentro e di fuori a custodia del calamaio

di porcellana, dell’ampolla d’acqua, del crivelletto per la sabbia

azzurra, del vasetto per la colla di farina. E avrei seguita la scuola

dei Sette Maestri d’Asia Minore, esperto di molte scritture, e anche

di scrivere con l’unghia come Nizham-eddin Bokhari; e domandato avrei

mille piastre per pagina e una cogna d’acqua rosa. “Di fuori di Domasco

ha di bellissimi giardini ben pomati d’ogni ragione frutti che tu

sai divisare„, mi diceva Simone “e quando sono fronzuti è tanta la

quantità, che ’l sole non vi può; e per questo gli uomini e le donne vi

pigliano grandissimi piaceri. Ancora, ne’ detti giardini ha grandissima

quantità di rose per tale che vi si fa l’anno molte migliaia di cogna

d’acqua rosa, ed è della buona del mondo; e veramente egli è un gran

piacere a vedere quella pianura con quelli bellissimi giardini.„_

_Ignava era la luce autunnale che ingiallivano i vetri tondi ne’

piombi. Di tratto in tratto, essendo in amore Pinchebella dagli occhi

citrini, tutte le mute ululavano insieme di spasimo come i cinquemila

cani di Bernabò Visconti. Un sol pensiero di bellezza lontana bastava

perché il cervello costretto mi si sfaldasse come galestro. Non

rifioriva in quel tempo il sanguine per i boschi e per le siepi della

Versilia? E anche in un luogo dell’Apennino pistoiese ch’io so, lungo

la fiumana che muove le cartiere; e anche laggiù, tra Ravi e Tirli,

nella Maremma dove in quel tempo cominciavano certo ad arrivare le

prime greggi, e i cinghiali abbandonavano i piani per rifugiarsi

nei forteti, e tutti i laschi biancicavano di brina, e la beccaccia

frullava d’improvviso uscendo dai capannoni di roghi, dai macchioni

di sondro e di mortella, dalle felci infoltite sotto le sughere. Che

avrei dato per ricamminare nella viottola di sabbia, a Bocca d’Arno,

stretta tra ciuffi d’erbe e cannucce pieghevoli, quasi rosea, come una

scriminatura!_

_Nulla è tristo quanto questi tedii e disgusti inattesi. La materia

ingrata si vendicava contro il rigido artiere. Un flutto errante

di poesia pareva a un tratto cancellare tutti i miei rilievi. Quasi

iroso, opponevo la resistenza dell’arte volontaria. Per ciò, amico,

tu troverai nella _Vita di Cola_ più d’una locuzione risentita e netta

come la spica di Metaponto nella moneta incusa._

_Ti sovviene di quella mia cupa stanza da studio, attigua alla

biblioteca? Aveva l’aspetto d’una sacrestia; somigliava, benché tanto

minore, nella pàtina dei legni e nel sentimento del silenzio a quella

sacrestia di San Giovanni in Parma, che m’è sì cara. Un’alta spalliera

di noce ricorreva intorno, con le sue panche da sedere e con le sue

tavole lunghe occupate dai leggìi. Un solenne leggìo da coro era nel

mezzo; e due altri, d’altra forma, erano addossati a una parete, i

quali provenivano da Santa Maria Novella; e ognuno reggeva, secondo la

sua grandezza, un Antifonario, un Breviario, un Rituale, un Messale

o un Ufiziòlo. E, nelle pagine aperte, le quattro linee parallele

in rubrica tagliate dai neumi mi ricordavano di continuo che, dov’è

l’arte, quivi è il Canto, e che questo mondo non è se non il mondo

della Forma misurata._

_Or dov’è, or a chi serve e a quale uso, quella semplice e massiccia

tavola francescana trovata nel refettorio d’un monastero perugino? E

quella gentile scrivania, anche monacale, ad uso di scrivere in piedi,

che pareva fatta alla mia statura, con tutte le sue comodità per

ricevere il calamaio, le penne, la lampada e ogni altro arnese, con i

suoi ripostigli per riporvi le carte, gli inchiostri, i libri utili e

ogni altra cosa gelosa? Quivi tutta in piedi ardentemente fu scritta la

_Laus Vitae_, con una lena ininterrotta, mentre su l’altra tavola era

disteso il ròtolo che recava la figurazione della Sistina, simile per

me a quel medesimo che svolge la Sibilla Delfica, simile al_

ròtolo santo

che come vela quadra

s’inarca alla banda contraria.

_E là io composi _L’Otre_, con sì fermo polso: e là, con mano sì casta,

le sette ballate del _Fanciullo_, e l’ode _Lungo l’Affrico_, e quel

trasparente _Ulivo_, e quella fresca _Sera fiesolana_ cinta tre volte

col salce come “il fien che odora„._

_Non si fenderà un giorno e non renderà sangue o succhio, quel mio buon

legname, se tenuto è schiavo da qualche giudìo? E per quante crazie

venduto fu dai miei scorticatori quel busto del Machiavelli dinanzi

a cui avevo posto per offerta il più difficile dei miei freni, forse

nell’intimo pregio non troppo dispàri con l’altro consecrato alla Dea

cèsia da Cimone, “per acquistare la cavalleria spirituale„?_

_Debbo, o amico, a tal presenza l’aver descritto con sì strenua

sobrietà la fine di Fra Moriale. Il discorso che il Priore tiene ai

fratelli per confortarli e per accomiatarli prima d’esser condotto

al supplizio, ora che lo rileggo e posso giudicarlo come cosa a me

straniera, mi piace quanto l’orazion piccola del Conte di Poppi,

abbandonato da Dio e dagli uomini, disceso sopra il ponte di Arno al

conspetto di Neri Capponi. “Io morrò, e di mia morte non dubito. Mura

di città non istimai se non quando erano da prendere; così la vita mia

se non per dovermela conquistare ogni giorno. Ora penso che meglio m’è

non avere potuto ricomperarla in contante, ché sempre di poi l’avrei

avuta in dispregio come cosa rivendutami da un matto villano....„ È ben

questa una maschia parola, se altra mai._

_Ma spensi alfine il figlio del taverniere, per il fendente di Treio

notaro, e lo diedi al rogo ignominioso nel campo dell’Austa._

_Ero sospeso in quella delusa tristezza che sempre accompagna il

termine d’ogni mia fatica, quando riconobbi il passo del cruscaio

claudicante sul lastrico della corticella, e poco dopo udii picchiare

con le nocca alla vetrata della libreria. Balzai in piedi, titubai per

qualche attimo, accorsi: travidi pe’ vetri il zimarrino tanè floscio

come se fosse appeso a una conocchia: apersi risoluto._

_Egli entrò, si soffermò alzando un poco quel piede; e mi guardò di

sopra alle lenti sbieche con due occhi che volgendosi in su avevan

l’aria di due bocce di porcellana bilicate. Più che mai mi parve

un fantoccio fatto di panni e di stecchi. Sbirciai la cimasa dello

scaffale per vedere se il mio mazzamurello non si fosse arrampicato

lassù a tirare i fili. Non so che vita fantastica ripalpitò fra quelle

tre pareti fitte di libri che sembravan di nuovo inarcare e gonfiare i

dossi come i gatti quando fanno le fusa._

_“Mi manda l’Arciconsolo„ scilinguò “caso mai La me la volesse dare per

la stacciatura.„_

_Su l’ultima sillaba la bazza restò aderente al pomo d’Adamo, come se

la mascella dislogata non si potesse più chiudere; e la lingua, carnosa

come quella d’un pappagallo, s’agitò senza suono._

_Mosso da non so che sentimento di necessità, mi volsi; andai verso la

tavola, raccolsi tutti i quaderni, ne feci un fascio; tornai con esso

verso il cruscaio. “Ecco.„_

_Egli aveva aperto sul burattello del suo cuore con le due mani

ossute il zimarrino, a quel modo che s’apre un tabernacoletto di due

usciuoli._

_“Ecco il Componimento„ dissi, forzando la voce come per farmi

intendere da un sordo, giacché egli era doventato mutolo._

_E, dopo avergli introdotto in corpo il manoscritto caldo, sul quale

il zimarrino si chiuse e abbottonò, volli dargli un leggero sorgozzone

per rimettergli al posto la mascella. Sùbito la lingua, che si moveva

a vuoto, rifavellò con un rumore di frullone, a salti, a intoppi.

“Tre sono i luoghi, o libri, ne’ quali può essere il Componimento

registrato; tratti i nomi sempre dal frumento che si macina, l’uno

detto lo Stacciato, l’altro il Farina, il terzo il Fiore. Quando il

Componimento non passa, si pone nello Stacciato, ove, come nell’infimo

luogo, vien condannato. Quando ha ottenuto la maggior parte de’ voti

favorevoli, si pone nel Farina, per di quindi, quando che sia, dopo

un’altra stacciatura, salire nel Fiore.„_

_Su l’ultima sillaba la bazza ricascò, si ricongiunse al pomo d’Adamo._

_“Salir nel Fiore, salir nel Fiore!„ sospirai dal profondo. E gli

diedi un secondo sorgozzone più netto, per rincastrarlo ricongegnarlo e

riarticolarlo meglio._

_La non disperi, sa. La non disperi„ squittì dileguandosi come lo

spaventacchio d’un orto portato via da un colpo di vento. E mi parve

che il mio mazzamurello si desse a inseguirlo, di sotto alle magnolie e

alle camelie, passando a traverso il ragnatelo di ferro battuto._

_Eccoti dunque, o amico, questa mia bene stacciata prosa. La mando,

per testimonianza d’una maniera d’amore che non si può rompere, a te

che mi fosti sempre congiunto di compagnia da non potere dividere,

come direbbe il Beato. Pur quando ero a comporla, mi sembrava da me

distante; e nondimeno ogni frase così polita, se la rileggevo attento,

mi ammaestrava su la conoscenza di me medesimo; ché sempre lo stile non

è se non una incarnazione illuminante, ed ogni pittura non è se non

l’imagine del pittore. Sentirai qui più d’una volta, sin nell’ordine

sintattico, la stessa mano che stropicciava e soffregava con arte i

muscoli del sensibile levriere._

_Ora, ahimè, per questa mano comprendo come quel nostro antico sonatore

di liuto smanioso di superarsi fosse disperato di non somigliare le due

figliuole di Marco Volcatio, ciascuna delle quali aveva sei e sei dita!

Chi troverà la nuova intavolatura?_

_Giunto al colmo degli anni, avendo già vissuto tante vite, io mi

preparo tuttavia a novellamente vivere e a conoscere nuove deità, se la

forza m’assista. Ogni notte sento con un brivido l’ora della rugiada,

quando l’anima non è contaminata da alcuna grassezza di carne, come

direbbe il Beato._

_Se Lapo di Castiglionchio mandò in dono al Petrarca un buon

manoscritto, tu a me hai mandato un raro volgarizzamento della _Vita

solitaria_ ricordandomi come esso Poeta fosse solito dire, secondo

Leonardo Aretino, che solo il tempo della sua vita solitaria poteva

chiamar vita, perché l’altro non gli era stato vita ma pena ed affanno.

Questo anch’io so. E so che ancóra v’ha per me molte altre maniere

d’esser compreso e incompreso, amato e abominato, glorificato e

vituperato. E so che, d’origine libero, fattomi liberissimo, ho ancor

da conquistarmi una più ardua libertà. E so che, sempre avendo più che

arditamente operato, ancóra a più grandi ardiri ho da trascendere._

_Forse un discepolo potente e discosto mi rivolgerà domani il detto

che gli parrà avere io meritato meglio di Servilio Vatia. “_Solus scis

vivere._„ Intanto una vecchia canzone a ballo della Grande Landa mi

ripete nel suo metro barbarico la medesima cosa._

“Iou ’n sréy tustém lou méste

Menoun,

Iou ’n sréy tustém lou méste.„

_Addio, amico mio lene e invitto. Assai mi son piaciuto di teco

rivivere al tempo di già. Ecco, anche stanotte, l’ora della rugiada;

che forse non è se non quella “ottima tenebria„ o quel “lucente

tenebrore„ del povero gesuato in cui riecheggiava per le vie d’Italia

il canto del tuo Iacopone._

Ognissanti, 1912.

G. d’A.

La vita di Cola di Rienzo · 第 1 / 48 题