Non parlare.
Non mangiare.
Non muoversi.
Non deglutire la saliva.
Non domandare la luce.
Non cercare Giacometta.
Non desiderare Arlecchina.
Non pensare.
Non bere.
Non inquietarsi mai.
Poi scrissero duemila ricette; mi impiastricciarono tutto il corpo
con certi loro infernali unguenti che putivano; mi raddrizzarono le
costole e mi fasciarono tutto come la mummia di un qualsiasi Sesostri;
mi cucirono mi suturarono; mi sondarono; mi cauterizzarono; mi
disinfettarono; mi anestettizzarono e, non contenti di aver fatto di me
il campo sperimentale dei tormenti, mi ficcarono in camera una vecchia
suora di carità che tabaccava e starnutiva di minuto in minuto.
Ed io cantavo e sorridevo al mio divino maggio.
Perchè maggio era ritornato.
Me ne accorsi, chè Suor Costanza disse, una volta:
— Siamo entrati nel Mese di Maria e vedrà che la Beata Vergine le farà
la grazia di guarir molto presto!
Oh, Suor Costanza che fiutavate tabacco, come mi cantava in cuore il
vostro Mese di Maria! Ve ne accorgeste voi, piccola suora rugosa?
Se fiorivan tutte le rose lontane, anche nella mia benedetta stanza
fioriva un giardino.
Il mio giardino, Suor Costanza.
Io vi sentivo pregare e mi piaceva pregaste la Vergine di Maggio.
In modo diverso eravamo assorti ambedue nella stessa preghiera.
Io vi sentivo pispigliare, buona donna mia; ma vedevate voi tanto cielo
quanto io ne vedevo?
Vi faceva la grazia, la Vergine Beata, di schiudere, alla mente vostra,
la divina bellezza dei terrestri paradisi?... Sognavate voi i giardini
dell'alba, i giardini dei crepuscoli, i fiori, i bimbi, le fanciulle,
il sole, la gioia?
O tutto questo era peccato grande, per voi, Suor Costanza?..
Era peccato grande?
Ma che cos'è Iddio, Suor Costanza mia, ditemi che cos'è Iddio (a me
peccatore cane, ditelo) se non vive in tutti gli imponderabili di cui
Primavera si veste?
Può darsi che odii ciò che ha creato, l'Iddio nostro? Suor Costanza che
fiutavate tabacco, se questo non era, quale spiritello ghignava allora
fra i grani della vostra nera corona?
Il vostro Mese di Maria era adunque la notte polare?
E dalla giovinezza vostra, dall'isola bella del vostro vivere nel
mondo, non vi arrivava più nemmeno un ricordo ad avvincervi?
Sì, anch'io lo sapevo il Mese di Maria, il mio mese fanciullo!
E Maria era il mio sogno di bimbo che guardava le nuvole, le rondini,
i fiori del maggio.
Lo sapevo con le chiese che si aprivano non appena il sole era dietro
le torri; e con i grandi altari nel buio fondo in cui le scalate
fiammelle dei ceri disegnavano come un organo ardente.
Anche la luce cantava, Suor Costanza, nel mio maggio fanciullo.
Ed entravamo nelle grandi chiese in un raccoglimento giocondo;
portavamo a Iddio ciò che si aveva di migliore, ciò che da Lui ci
proveniva: la nostra divina allegrezza!
Oh, Suor Costanza, quelli erano veramente gli anni della pura e
profonda religione!
Si entrava a salutare e a ringraziare il Signore perchè non faceva più
freddo; perchè erano ritornate le rondini.
Si entrava con una grande semplicità bambina, nella _Casa del Signore_
e gli occhi nostri raggiavano come i ceri dell'altar maggiore, in fondo
alla navata centrale.
Il Mese di Maria era quello della nostra più pura festività.
Oh, maggio maggio maggio!...
La mia città di provincia si vestiva del profumo de' suoi giardini...
Suor Costanza, non avete sentito mai il peso della verginità vostra?
non vi è mancato mai il vostro tetro coraggio, Suor Costanza, quando
nella quietudine insidiosa delle Città dei giardini incominciano a
fiorire le rose e il gelsomino?
Quando a passare da una malinconica e deserta strada, in un'ora di
crepuscolo, fra le piccole case aperte e come disabitate, vi siete
sentita ad un tratto investire, abbracciare, trasportare da una morbida
ventata di profumo, da una carezza insidiosa?... Ed eravate sola, e
giovine, e desiderata?...
Suor Costanza, il vostro tetro coraggio è stato sempre più forte, in
voi, della vostra pena?
Oh, ch'io vi compiango, sorella mia! Vi compiango perchè Iddio non
indulge due volte, nella vita terrena; ed ogni anno serra una tremenda
porta che non si riaprirà mai più!
Ora voi ne avete tante e tante di queste porte irremissibilmente
serrate, e vi disciogliete in una lenta preghiera che vi dà la calma
del sonno.
Ed io vi sento pispigliare nella tenebra della mia stanza che i medici
vogliono chiusa; e ascolto il tinnire dei grani del vostro rosario sul
quale offrite alla Vergine Maria, nelle preci, il dono della verginità
vostra, povera sorella, che è così malinconica e inutile.
Avete giovato a Iddio o a voi stessa riportando a Iddio il magnifico
dono di cui vi aveva ornata?...
Oh, ma le vergini della Galilea...
Avete veduto Nazaret, Suor Costanza?
Siete andata mai in dolce pellegrinaggio alle terre del vostro Signore?
Andate andate, sorella mia. Entrate nella soave Nazaret quando
incomincia la primavera della Palestina; soffermatevi ai pozzi, verso
sera, quando vi si raccolgono le vergini bellissime dalle armille
d'argento...
Certo riconoscerete Myriam... Laggiù il miracolo si rinnova di anno in
anno...
Andate andate, Suor Costanza, il miracolo si rinnova, nelle terre
del vostro Signore, ad ogni innamorato crepuscolo, quando passa
la primavera sulla Palestina e una musica indefinita arriva dalle
lontananze del Giordano e dai colli di Getsemani...
E l'angelo Gabriele discende per le bianche strade e per le
carovaniere; condotto per mano dal giovine amore.
Myriam è sempre viva e vivrà sempre ai pozzi della Palestina, fin che
la giovinezza si innamori.
Ma voi non mi udite, Suor Costanza, da dietro le vostre cento porte
barricate; e Iddio non vi può ascoltare.
Ah, che è bene un grandissimo peccato, morire senza aver peccato,
sorella mia!
Io vi dicevo questo, allora, e adesso è inutile ve lo ripeta perchè
sarete morta forse, in fondo a qualche convento nella sconsolata
disperazione di non aver vissuto.
Ma se siete viva, Suor Costanza, e possa darsi l'inverosimile caso che
queste mie infernali parole vi capitino sotto agli occhi, ricordate
ch'io pur sempre vi voglio bene, sorella, e vi imploro almeno la
grazia di un divino sogno nel quale possiate addormentarvi serena come
dormivate già accanto al mio letto con la corona fra le scarne mani.
E anche per voi, sia fatta nel bene, e solamente nel bene, la volontà
di Dio.
Io fantasticavo, io sognavo di giardino in giardino, mentre la buona
Suora mi era sempre d'intorno, fiutando tabacco.
Non potevo veder nessuno; non potevo nemmeno parlare.
Mi dissero poi che poco c'era mancato non me ne ritornassi al Creatore.
Fra le altre cose avevo anche la frattura del cranio.
Ma andate a parlare con i diciannove anni!
I medici avevano detto che la cosa sarebbe stata molto lunga; e invece
fu brevissima.
Avevano prognosticato almeno due mesi di letto e in quindici o venti
giorni il mio macerato corpo si era rifatto.
Io volevo guarire e tale volontà, oltre tutti i dettami della scienza,
ebbe certo grande importanza.
Però come furono terribilmente lunghi i giorni trascorsi al buio e in
piena solitudine con Suor Costanza!
Siccome stavo per perdere un occhio, i medici mi avevano costretto alla
tenebra. Nè potevo chiedere di Giacometta, nè potevo sapere dove mi
trovassi e chi fosse il mio ospite.
Mi erano evitate le emozioni. E perchè poi? Solo Suor Costanza si
credette di consolarmi un giorno domandandomi se volevo vedere la
signora Adalgisa.
Tale prospettata consolazione mi fece salire la febbre a quarantun
gradi! E se me la facevano vedere sarei morto.
— No, per carità! Che male ho fatto, io?...
Fu così che incominciai a migliorare.
In capo a sei giorni vidi la luce.
Ricomparve il _Verbo_ al mio spirito in amore.
Ma quale impetuosissima gioia!
Quando si aprirono le finestre, ecco il più bel giardino di alberi in
fiore; ecco il più bel cielo di maggio!
Allora la volontà di guarire venne moltiplicandosi di ora in ora.
— Questo ragazzo ha la vitalità di una cavalletta!
In capo a otto giorni, mi fu permessa la più grande emozione:
Io ti rividi, amor mio!
Ora Giacometta procedeva per impulsi e predilezioni imprecise senza
badar troppo a quel che faceva.
Così quella volta non pensò nè punto nè poco che una buona e candida
Suora di Carità era nella mia stanza; o, se anche vi pensò, non vi fece
caso, tanto che di un salto fu al mio letto, mi abbracciò e incominciò
a parlare a parlare.
Mi accorgevo che Suor Costanza non fiutava più tabacco e veniva
facendosi certi segni di croce che erano sempre più larghi; ma non
volevo dire a Giacometta di contenersi.
— Peccheremo, Suor Costanza — dissi fra me — ma è così giusto
peccare!...
Giacometta mi parlò di Beppe Mandusio; me ne parlò con entusiasmo. Un
bello, un simpatico giovine.
— Tu sapessi le partite a tennis che abbiamo fatte in questi giorni!
Io intanto avevo vissuto fra Suor Costanza e la tenebra.
Poi mi parlò di tutti quanti erano nella grande villa bolognese e, più
vagamente, di un giovane maestro di musica, un certo Rorò che era noto,
al secolo, col più umano nome di Doro Somigli.
Erano quasi sempre una trentina, vegliavano, la notte, fino ad ora
tarda. Spesso spesso dai suoni e dai canti trascorrevano alle danze.
— Vedrai come ti divertirai! Oggi il marchese Alberti vorrebbe
conoscerti. Vuoi vederlo?
Il marchese Alberti era l'ospite mio; colui che mi aveva accolto nella
famosa notte del mio disastro.
Come non volerlo vedere se gli dovevo tanta riconoscenza? Mi dichiarai
disposto ad accoglierlo anche subito. Giacometta mi consigliò di
riceverlo nel pomeriggio.
Poi seppi come si erano svolte le cose, la sera della quasi tragedia.
Giacometta ed Arlecchina, visto ch'io ero ormai, e inesplicabilmente,
intrattabile; non essendo disposte a combattere con i miei
ingiustificati nervi, nè volendo, d'altra parte, immalinconirsi con
la mia malinconia, si erano allontanate da me col proposito di farsi
raggiungere dall'auto.
Avevano così camminato lungo la strada provinciale per qualche
chilometro e si erano fermate ad attenderci alla spalletta di un ponte
quando un'altra automobile le aveva raggiunte, quella del marchese
Otomaro Alberti.
Com'era naturale e cavalleresco, il marchese Otomaro, che guidava la
macchina, frenò di forza e, saputo dell'inconveniente toccato alle
giovani leggiadre, le invitò a salire.
Esse, per un poco rifiutarono cortesemente; ma cedettero poi alle
insistenze del marchese il quale disse loro, ad un dipresso, le cose
che seguono:
— Io vado alla Stellata (era il nome della sua villa). Lasceremo un
servo sul cancello perchè, al passaggio della loro automobile, avverta
il meccanico ed il loro amico e li faccia entrare.
La soluzione era semplice.
Giacometta ed Arlecchina salirono sulla macchina del nobile Otomaro.
Poi le ore eran passate; era sopraggiunta la notte.
L'apprensione si era convertita in pena; la pena in paura.
Certo che una cosa sinistra doveva avere interrotto il nostro viaggio.
E rieccole in macchina, alla disperata ricerca.
Ci avevano poi trovato in camera di sicurezza e sul punto di esalare lo
spirito nostro armonioso.
Anche Arlecchina arrivò a salutarmi, poi che Giacometta fu uscita; mi
accarezzò sussurrandomi qualche vaga parola.
Essendosi ella posta sopra una nuova strada, voleva assicurarsi la mia
discrezione circa la perduta notte ravennate, quando lo spirito dei
poeti e delle imperatrici l'avevano sospinta a varcar la soglia della
mia stanza per compire, nel brivido della settima, la danza delle sei
rose.
Poi anche Arlecchina mi lasciò e, nel pomeriggio, ecco Otomaro Alberti
in persona.
In verità il marchese Otomaro, di giapponese non aveva quasi niente se
se ne tolgano i capelli lisci, neri e setolosi. Il resto del viso e del
corpo era di perfetto tipo caucasico.
Un servo venne ad annunziarlo ed egli si presentò da quel perfetto
gentiluomo che era.
— Ho il piacere di conoscervi finalmente!
A me parve una degna persona.
Alto, elegantissimo, il viso compiutamente rasato, la caramella, modi
signorili, un parlare calmo e benigno con qualche punta d'ironia.
I marchesi Alberti appartenevano al più antico e schietto patriziato
bolognese. Credo avessero avuto uno o due antenati alle Crociate. Un
nonno di Otomaro, già generale di Napoleone, era morto al passaggio
della Beresina. Il padre era stato ambasciatore a Tokio dove era venuto
al mondo Otomaro.
Famiglia ricchissima, possedeva ville e poderi un po' dappertutto.
La Stellata era però il particolare amore dell'ultimo discendente.
Ivi egli teneva corte bandita dal maggio alla fine di giugno e
dall'ottobre a Natale.
La buona società bolognese ricorderà ancora i fasti della Stellata.
Io, povero giovine, mi trovavo assai confuso di fronte a un così
nobile signore e mi logoravo nel dubbio di non fare almeno una discreta
figura.
Il marchese volle togliermi d'imbarazzo fin dalle prime parole.
— Non vi date pena, caro figliuolo; siete e potete restare mio ospite
fin che vi piaccia. Anzi vi avverto che dovrete passare con noi la
vostra convalescenza. L'abbiamo deciso, se proprio non avete impegni
che vi chiamino altrove. Potrete divertirvi. La Stellata offre qualche
divago. Vi si fa della buona musica; vi si amano i bei conversari
ed anche vi si balla. Io non sono più giovane, ma amo circondarmi di
persone giovani. Adoro la giovinezza che da sola può far scusare la
vita. Dunque non vi date pensiero e restate, sicuro di fare a me, e
non a me solo, un grande piacere. Giacometta vi deve molta gratitudine.
Conosciamo la vostra nobiltà e l'abbiamo apprezzata.
Egli vide certo gli occhi miei luminosi perchè mi strinse forte la mano
e se ne andò sorridendomi.
Suor Costanza, che cos'erano i secoli alla mia vita, in quel giorno?
Ricordate con quali parole vi dissi molte cose discrete?
E vi dissi, fra l'altro, levandomi dal letto (Dio, quanto spavento nei
vostri poveri occhi come foglie secche!...), vi dissi:
— Sorella, oggi non si muore e neanche domani. Per tutti gli anni del
mondo non si può morire! Noi siamo immortali, sorella!...
E voi rispondeste, e vi tremava il mento nella parola:
— Tu sei troppo ragazzo! Lo saprai un giorno come cambiano le cose col
tempo!...
— Ebbene, Suor Costanza, e noi diremo al tempo di volerci dimenticare
per un piccolo secolo almeno!...
Suor Costanza scosse la testa e fiutò una grande presa di tabacco;
dopodichè, ripresa la corona, si affondò nel gorgo della sua eterna
preghiera come affonda una rana nell'acqua immota di uno stagno.