Tienmi sulle tue ginocchia e non
lasciarmi pensare...
La signora Zeffira sonnecchiava sopra un divano della sala di
scrittura. Quando ci vide arrivare esclamò:
— Tanto tardi, figliuoli miei!
E senza aggiunger cosa nuova, si rifugiò nel suo largo e tranquillo
sorriso.
— Noi andiamo a riposare — disse Giacometta.
— Sì, andiamo. Ho tanto sonno! — aggiunse la signora Zeffira.
Ci separammo nel corridoio e ciascuno entrò nella propria stanza.
Ora, anche oggi, dopo tanti mai anni, oggi, sul punto di rientrare
nell'ebbro turbinio di quella notte, mi sento battere il cuore alla
gola e la mano non ubbidisce alla mente nel tracciar le parole.
Questo mi sia perdonato da chi conosce l'amore.
Non appena fui solo ed ebbi serrate la porta del corridoio, rimasi
fermo in mezzo alla stanza senza saper più che fare. Uno smarrimento,
giustificato da qualcosa che ancora non aveva preso forma nel pensiero,
mi teneva così in una fissità di automa.
Guardavo gli oggetti riflessi nel fondo di uno specchio; ascoltavo i
suoni confusi che mi arrivavano dalla via. Certo era che non pensavo a
coricarmi.
Poi mi riscossi, mi avvicinai all'uscio della stanza di Giacometta;
accostai l'occhio alla serratura; ma non potei vedere ciò che accadeva
dall'altra parte.
Che faceva la mia vicina? Si sarebbe coricata tranquillamente...
così?...
E aspettavo, non essendo ben certo che qualcosa fosse per accadere di
molto diverso dal consueto.
Dalla stanza di lei non mi giungeva il benchè minimo suono. Avevo udito
quand'ella aveva serrato l'uscio del corridoio a doppia mandata; ma,
dopo questo, si era chiusa nel cuore del silenzio.
Che faceva?... Dormiva forse?...
E l'idea ch'ella fosse già placidamente sperduta nel sonno, mi angosciò.
Poi nel mio agitato muovermi urtai una seggiola che si rovesciò.
Allora, d'improvviso, Giacometta mi chiese:
— Cosa fai?
— Niente!
— Vai a riposare?...
— No!... Non ho sonno!...
Trascorse un silenzio. Io guardavo la sua porta chiusa.
Ad un tratto udii il suo passo leggero accostarsi all'uscio.
— Senti?... accostati!... voglio parlarti...
Ella doveva udire sicurissimamente il battito del mio cuore.
— Franzi?... Sei lì?
— Sì, piccola...
— Allora... se proprio non hai sonno...
— Giacometta...
— Sssssst!... Parla piano!...
— Sì!
— Se proprio non vuoi dormire... non potremmo...
— Che cosa?...
— Non potremmo... raccontarci qualche bella favola?..
— Una favola?...
— Non vuoi?...
— Sì, voglio...
— Bene... aspetta un poco...
Fuggì; pareva corresse a piedi nudi sul tappeto. Poco dopo la sua voce,
più lontana e più spenta mi chiamò:
— Franzi... vieni!...
Quando posi la mano sulla maniglia dell'uscio, tremavo come un
paralitico. E dovevo essere pallidissimo, allorchè apparvi nel vano,
perchè ella mi domandò:
— Ti senti male?
— No, Giacometta...
— Vieni... Siedi qui...
Si era sprofondata in una ampissima poltrona di cuoio rosso e mi fece
prendere posto sul bracciuolo.
Era appena vestita... che so io?... Attraverso la vestaglia rosa, nella
quale si era avvolta, la vedevo più ignuda che se mi fosse apparsa solo
nella sua serica pelle. Ignude erano le braccia e il collo, il seno
e le spalle; ignuda la caviglia sottile; i piccoli piedi calzavano
due pantofolette del color delle rose. Si era già pettinata per la
notte: aveva raccolto parte dei capelli in una cuffietta alla foggia
dell'Olanda; ma non tanto raccolti erano che due grosse ciocche non
le scendessero fino alle guancie. E due rose bianche, una per parte,
morivano sulla biondezza de' suoi capelli ricciuti.
I grandi occhi di bambina, i suoi occhi — «_color seta celeste come il
vestito della Madonna_» — per chiamarli con le parole di Principina,
si sgranavano in un muto sorriso; la grande iride lionata, fatta
meno ampia dal dilatarsi delle pupille, nella leggera penombra, si
accendeva, a quando a quando di una curiosità ambigua che turbava
quella freschezza, con qualcosa di acre e di insano.
Ma sapeva di essere bella, sapeva di raggiungere il limite tragico
della bellezza. Tutto poteva riuscirle; tutto le era dovuto. La sua
bionda adolescenza era una divina parola per gli uomini stupiti che la
vedevano passare. E a me, proprio a me era toccata l'immensa gioia di
poterla godere!
Abile in tutto, aveva avvolte le tre lampade centrali in una sciarpa
rossa cosicchè la luce si diffondeva blanda, ammorzando ogni violenza
di contorni, per fondere in un'unica dolcezza i fiori, le cose, le
creature.
Aveva disposto, in un tavolo, un grande vaso di bianca maiolica e
dentro vi aveva raccolto gran parte delle mie rose. Altre rose rosse
erano gettate sulla coltre del letto; ed altre, bianche, erano ai suoi
piedi e, vicino a lei, sulla poltrona.
Quando chiusi l'uscio e mi avanzai, ella, gettate via le pantofolette
del color delle rose (ed io vidi, nel gesto improvviso, la
meraviglia della sua schietta e sottile nudità, fin oltre le rotonde
ginocchia!...) si raccolse tutta, si rannicchiò nell'ampissima poltrona
riducendosi come un piccolo rosso ghiro nel suo nido di foglie secche;
e, sporto innanzi il piccoletto viso, allargò le braccia, posando le
minuscole mani sui bracciali della poltrona, in tale gesto di grazia,
che sarei caduto in ginocchio ad adorarla.
— Siedi qui...
Sedetti. Ella mi si accostò; sovrappose le minuscole mani sulla mia
gamba, appoggiò la guancia alle mani e mi guardò così dal sotto in su,
sorridendo muta.
Quant'era bella!...
Dalla pura fronte al mento disegnato in una soavità che appena compiva
l'ovale del viso per accordarne la linea a quella della gola, là dove
muore e palpita nel palpito delle parole, tutta la delicata faccia si
compiva nella musicale dolcezza di un fiore; nè vi era parte sua che
potesse, o per una luce più cruda o per un angolo visuale diverso,
apparire meno perfetta. La soavità di ogni particolare compiva il
miracolo di quel volto angelicato di adolescente che poteva tuttavia
tramutare d'improvviso, senza perdere l'incantesimo suo ed essere men
puro, allora che dal torbido ridestarsi dell'anima nuova al mondo,
saliva una fra quelle inespresse e tormentate volontà che presentivano
il vizio e volevano assaporarlo in un desiderio di sùbita violenza.
Per un poco mi sorrise ella ancora, senza togliersi da
quell'atteggiamento, poi gettatemi le ignude braccia al collo e
avvinghiatasi a me, mi susurrò in un improvviso delirio, ansimando:
— Prendimi!... Prendimi!...
E, parrà a voi, che quello dovesse essere il punto logico del
giusto sacrificio... E anche a me parve, tantochè, perduta ormai la
nozione dei giorni e del tempo, travolto dalla mia giovine forza che
tempestava, stretta che l'ebbi fra le braccia e coperto il caro volto
che smoriva, di un diluvio di baci, tentai di averne ragione per quelle
strade che le semplici leggi della natura impongono; ma la mia giusta
volontà s'infranse sempre contro la resistenza di lei. Non ch'ella
ripugnasse da me e volesse disciogliersi dall'abbraccio, chè anzi mi
restava avvinta come una piccola serpe e mi rendeva i baci che le davo;
ma travolta da una esasperata volontà di rasentare il piacere senza
concedersi tutta, mi eccitava con parole scomposte, presa dalla febbre
della sua follia; più bella che mai e più che mai nemica.
E, nella lotta che ne seguì, ci accolse il rosso tappeto.
Io la sentivo e la vedevo, ormai quasi ignuda, talmente bella nel suo
primo fiore, da darmi le vertigini, eppure mi accorgevo di pensare,
meravigliando, alla scombuiata mente di quell'adolescenza così presto
travolta da un vento di follia, dalla precoce voluttà del vizio.
Io che non conoscevo allora se non le ancestrali strade, battute già
da cento e cento generazioni che sapevano l'amore dagli occhi limpidi
e dalla schietta volontà procreatrice.
Però, preso dal turbine nuovo, non potevo nè volevo ritrarmene e
l'angoscia mia tanto era maggiore, quanto meno mi pensavo dovesse avere
un siffatto termine.
Ella si esasperava ognor più eccitandomi ed eccitandosi, e la sua
faccia era contratta, pareva, a volte, dolorante come quella di una
Maddalena.
Così continuò non so quanto, nè le mie forze cedevano, nè mi sarei
dato per vinto s'ella, a un tratto, non avesse avuta una contrazione
convulsa e non avesse rotta l'angoscia in un breve ed aspro riso
arrovesciandosi come morta e restando così sul pavimento, le braccia
larghe, i capelli disciolti, senza più sangue la faccia e le minuscole
mani contratte.
Me le inginocchiai vicino; la chiamai impaurito, senza capire che
accadesse, incolpandomi di averla ridotta in tale stato.
— Giacometta?... Giacometta mia?...
Non rispose, ma, nascosta d'improvviso la faccia contro un braccio
ripiegato, mi accorsi che piangeva. Che non le dissi allora? Quali
parole non trovai nella mia disperazione per calmarla, per dimostrarle
tutta la mia brutalità e la mia colpa; per farmi perdonare?...
Io ero convinto di averle fatto un gran male, non sapevo scusare la mia
bestiale condotta; ma ero ben lontano dall'aver compresa, anche quella
volta, la mia singolare compagna.
Ella restò così prostrata non so quanto tempo; poi si rialzò senza
guardarmi, mi sospinse con una mano verso la poltrona; mi disse:
— Siedi...
E accostatasi a me, sedette sulle mie ginocchia. Poi, abbandonata la
testa sulla mia spalla come una bimba malata, sussurrò:
— Tienmi così, Franzi... tienmi sulle tue ginocchia e non lasciarmi
pensare...
Suonavan le campane dell'alba quando mi gettai sul letto, senza neppure
svestirmi e mi pareva di essere vuoto d'ogni sostanza, pur senza avere
nulla ottenuto.