Qualche volta partire a tempo
vuol dire raccogliere a tempo.
Già sopravveniva la sera quando mi destai. Ritornai alla vita come
se arrivassi per la prima volta da una incommensurata distanza. Non
ricordavo più niente; non sapevo più dove mi trovassi; non avevo
nozione nè dell'ora nè del tempo nè del mio essere.
Le prime idee che mi ritornarono alla mente furono tronche e disparate;
mi ci volle fatica per raccogliere la memoria e porre l'anima mia sulla
strada quotidiana, dietro le orme interrotte.
Comunque fosse, per lungo tempo rimase in me un singolare smarrimento
come se, in verità, la morte mi avesse preso e abbandonato di bel nuovo
sulle vie della terra.
Girai per la stanza senza sapere che volessi nè che mi cercassi. Mi
accostai al canterale, poi al tavolo e gli occhi miei si posavano
perdutamente sulle cose senza riconoscerle.
Fu un canto che mi richiamò alla finzione dei giorni; un canto che mi
arrivò dal fondo del giardino, addolcito dalla lontananza.
Era Principina, il piccolo amore del silenzio.
Di un subito, la trama che il sonno aveva troncata, riprese il palpito
del mio cuore, la vita del mio cervello.
Guardai l'orologio. Erano le sette del pomeriggio. Giusto l'ora decisa
per la mia partenza.
Ciò che avevo fissato doveva compiersi. Mentre andavo e venivo per
la stanza, mi accadde di vedere, vicino alla finestra, un involtino
bianco. Lo guardai dapprima distrattamente senza farne gran caso. Mi
parve un po' di carta accartocciata ch'io stesso, molto verosimilmente,
avevo gettato in quell'angolo; volli accertarmene.
Era una lettera piegata in modo da contenere un ciottolo.
Evidentemente era arrivata dal giardino durante il mio sonno.
L'aprii; riconobbi la scrittura di Giacometta.
Diceva:
«_La ghirlandella è sempre al suo posto_».
Ebbene, signori miei, quando ebbi letta quella frase, divenni pallido,
ebbi un attimo di dubbio e una grande stretta al cuore, ma dissi:
— Se la ghirlandella c'è ancora... tanti saluti!...
E continuai i miei preparativi.
Ormai mi si era ficcata in mente l'idea della partenza con una fissità
da incubo.
— Tu devi andartene — mi dicevo — devi andartene!... Non è giusto che
ti si debba far soffrire così. Parti finchè puoi farlo... finchè hai
ancora un po' di volontà che ti regge. Domani non saresti più in tempo.
Sapevo che la mia signora zia, verso le sette e mezza, era sempre in
chiesa. L'ora era adunque propizia. Feci un giro di ispezione per
accertarmi se, anche quella sera, aveva seguito il suo costume e,
quando non mi rimase dubbio, infilai il mio sacco a spalla, presi
la bicicletta e senza rivolgermi, senza guardare nè a destra nè a
sinistra, ma solo e diritto dinnanzi a me, infilai le scale e in
quattro salti fui nella strada.
Il Borgo dei Cotogni era affollato in quell'ora, ma non feci che
inforcare la bicicletta e scivolar via fra uomini e vetture pedalando
furiosamente.
In un battibaleno fui alla porta Schiavonìa, attraversai il ponte sul
fiume e mi lanciai, in una corsa pazza, per la grande via maestra che
costeggiava i colli proseguendo, sempre diritta, fra campi e ville.
Rallentai l'andatura quando riconobbi di essere ormai fuori della zona
della mia Tebaide. Scelsi il sentieruccio che correva fra i mucchi
della ghiaia e il fosso, come quello più agevole a percorrersi in
bicicletta; mi levai sul torso; l'anima mia ritornò in comunione con le
cose del mondo.
Mancavano ancora sette chilometri prima di arrivare alla città più
vicina e, benchè la luce si spengesse sempre più di secondo in secondo,
non provavo ansietà di arrivare.
Ormai me ne andavo per la terra... ma dove?... ma verso quale meta?...
Non lo sapevo; non m'importava saperlo. Affidavo me stesso al destino.
Il primo vento che passa mi porterà al nord o al sud; la prima corrente
mi trascinerà dove vuole. Ciò che sarà di me, sarà sempre bene.
Perchè accorarsi dietro il mistero dei giorni? Io seguivo il mio
istinto che mi conduceva verso l'ignoto; immaginando tuttavia che
l'ignoto sarebbe stato sempre più lontano, benchè, in realtà, fosse
in me e nell'irraggiungibile. Ma la dolce tristezza di partire e
di ripartire era già padrona dello spirito mio fin da quel tempo;
l'amarezza ineffabile di rifarsi sempre da capo, di soffrire ancora per
ancora sperare nella gioia, io la conoscevo fin da quei giorni remoti
ormai e inabissati nell'ombra che dovrà inghiottirmi.
Io sapevo fin da allora che il mio destino segnato era la solitudine
perchè ciò che agli altri era pace, riusciva tormento al mio spirito
e ciò che i miei simili sognavano come un confine desiderato, appariva
agli occhi miei come una insoffribile catena.
Io dovevo partire e ripartire; essere il pellegrino di tutti i soli; il
pastore che appare un attimo per una strada remota, con la sua stella,
dietro una bianca gregge di sogni.
Questa era la mia innamorata malinconia; questo il cuor mio di
passante; questa l'ebbra canzone e l'elegia de' miei giorni.
Mi intenderà forse chi ha ascoltato, come io ascoltavo ogni notte,
fanciullo, il rombo di un treno perdersi nella remota distanza fino al
confine della nostalgia e più in là della nostalgia; mi intenderà chi
ha avuto sempre una nomade speranza in fondo al suo sistemato cuore
e con quella ha riposato, sognando, il giorno in cui la vita gli è
apparsa più vana e monotona e gli uomini sedentarî più insopportabili;
e meglio mi intenderà ancora colui che sente morire nella quotidiana
povertà dei giorni, ogni poesia: e sogna e spera e inutilmente cerca
la nuova parola di Dio, il nuovo rito dell'amore, la freschezza di una
nuova acqua fontana che scenda fra le genti abbrutite e angosciate,
come una purificazione.
Costoro m'intenderanno quando ci sarà dato incontrarci in un silenzio
propizio; soli costoro che sono i poeti del mondo.
E se anche dovessi rimanere senza compagno come sempre sono stato fino
a questo punto della vita mia, non mi dorrei ora, come pure più tardi,
fino all'attimo mio del trapasso; non mi dorrei della decisione che
presi quella sera quando mi affidai al primo vento che passava e alla
prima corrente, allorchè mi dissi:
— _Ciò che sarà di me, sarà sempre bene!_
E il canto più remoto fu quello dell'amor mio; e la strada più lontana
quella del mio desiderio; e la sete del mistero fu la mia sola sete.
La luce era ancora sui colli in una delicata bordatura di croco e già
cominciavano a comparire le stelle. Io portavo con me l'eredità della
mia malinconia.
E ciò farà sorridere, voi, signori, che mi leggete nei vostri salotti
dal discreto profumo e bene illuminati..., vi farà sorridere un poco
perchè è giusto che così sia con chi, come me, è stato _il giullare
della propria vita!_ Ha fatto cioè della vita non un tutto organico
come un sistema filosofico; non una cosa ordinata giorno per giorno:
un po' per la donna, un po' per gli affari, o per l'arte, o per la
famiglia... No!... Anzi ha gettata questa sua vita al primo vento che
passava: senza temere la povertà, senza impaurirsi della solitudine...
ma solo per partire e ripartire... solo per cercare Iddio e l'amore nel
solco della sua tristezza, nell'impeto della sua gioia, nell'angoscia
eterna del suo cuore sempre innamorato e sempre insoddisfatto.
Sì, _io sono stato il giullare della mia vita_, signori e signore, e
questa cosa tremendamente seria, per voi, io me la sono giuocata al
giuoco di tutte le esperienze, incominciando dai diciannove anni.
Me la son giuocata a tutti i giuochi; l'ho gettata alla prima corrente,
sempre felice di poter vivere un giorno che non sapevo e un'ora che non
avevo preveduta.
Ma anche quella sera, pure seguendo il mio istinto, ero più innamorato
che mai.
Io ero perduto in te, Girometta dall'ignoto paese, e avevo, pure
allontanandomi, ferma speranza di rivederti.
Giunsi a Bologna a notte alta.
Scesi ad un primo albergo.
Fin da quel tempo, benchè povero, non sapevo rassegnarmi a risparmiare
per battere la strada della povera gente come me. Il mio primo pensiero
fu quello di scrivere a Giacometta.
Fui felice quando mi portarono innanzi, nella bene addobbata sala di
scrittura, dove presi posto, della carta da lettere e delle buste come
non avevo usate mai.
E, Giacometta... (ma in fondo a quale strada sarai ora?...) ero quasi
felice di poterti scrivere così riccamente.
Però quando incominciai e fui tutto solo, con te sola, la mia
commozione mi vinse e dimenticai il luogo e gli accessorî.
Lo ricordi tu quel che ti scrissi allora?... Quella lettera mia, in
fondo a quale cassetto sarà ancora, se ancora esiste?...
Mi parve di averti dette tante cose belle e tu lo sentisti, perchè due
giorni dopo, quando mi levai, c'era un tuo telegramma che mi aspettava.
Un tuo telegramma come un mattutino squillo di campane d'argento:
«_Amore amore — aspettami domani a mezzogiorno — aspettami all'albergo
amore mio_
_Giacometta._»
E forse non ti eri accorta di avere scritto in versi. Ah, quanto,
quanto eri mai bella, mia dolce Bologna, in quel mattino della fine di
aprile!