— Ebbene! sul mio onore, disse Athos, Vostra Eccellenza ha ragione di
condurci seco: noi abbiamo incontrato sulla strada dei visi orribili,
ed anzi nella osteria del Colombaio rosso abbiamo avuto una contesa con
quattro di questi brutti visi.
— Una contesa! e perchè, signori? disse il ministro, io non amo le
liti, voi lo sapete.
— È precisamente per questo che ho avuto l'onore di prevenire Vostra
Eccellenza di ciò che è accaduto, poichè potrebbe saperlo da qualcun
altro, e dietro un rapporto crederci in mancanza.
— E quale è stato il risultato di questa lite? domandò il ministro
aggrottando il sopracciglio.
— Il mio amico Aramis, che qui vedete, ha ricevuto un piccolo colpo di
spada nel braccio, cosa che non gli impedirà, come Vostra Eccellenza
può vederlo, di montare all'assalto, se Vostra Eccellenza ordina la
scalata.
— Ma voi non siete uomo da lasciar dare un colpo così, disse il
ministro. Sentiamo, siate franco, signore, voi pure ne avete reso
qualcuno: confessatevi; voi sapete che io ho il diritto di dare
l'assoluzione.
— Io, Mio-signore, non ho neppure messo mano alla spada, ma ho preso
pel corpo quello con cui avevo a che fare, e l'ho gettato dalla
finestra; sembra che cadendo, continuò, Athos con qualche esitazione,
egli si sia rotta la coscia.
— Ah! ah! fece il ministro, e voi signor Porthos?
— Io, Eccellenza, sapendo che il duello è proibito, ho afferrato una
panca, e ho dato un colpo a uno di questi briganti, e credo di avergli
rotta una spalla.
— Bene! disse il ministro, e voi signor Aramis?
— Io, Eccellenza, siccome sono di naturale dolcissimo, e che
d'altronde, cosa che forse non sa Vostra Eccellenza, sono sul punto
di ritirarmi dal mondo, io voleva dividere i miei camerati, quando
uno di questi miserabili mi ha dato a tradimento un colpo che mi ha
traversato il braccio; allora mi è mancata la pazienza, ho cavato io
pure lo spada, e siccome egli ritornava alla carica, credo aver sentito
che gettandosi sopra di me, se l'abbia fatta attraversare pel corpo; so
solo che è caduto, e mi è sembrato che lo portassero via coi suoi due
compagni.
— Diavolo! signori, disse il ministro, tre uomini fuori di
combattimento per una quistione da bettola! voi non vi andate colla
mano morta; e a proposito da che è nata questa querela?
— Questi miserabili erano ubriachi, disse Athos, e sapendo che vi era
una donna, giunta poco prima nell'osteria, essi volevano forzare la sua
porta.
— E questa donna era giovane e bella? domandò il ministro con una certa
inquietudine.
— Noi non l'abbiamo veduta, Eccellenza, disse Athos.
— Voi non l'avete veduta? benissimo, va benissimo! riprese vivamente il
ministro; avete fatto bene a difendere l'onore di una donna, e siccome
è all'albergo del Colombaio rosso ove io pure vado, saprò se mi avete
detta la verità.
— Mio-signore, disse con fierezza Athos, noi, siamo gentiluomini, e per
salvare la nostra testa non diremmo una bugia.
— Io pure non dubito sulla verità di ciò che dite, signor Athos; non ne
dubito un solo istante. Ma aggiunse egli per cambiare la conversazione,
questa donna era dunque sola?
— Questa dama aveva un cavaliere chiuso nella sua camera, rispose
Athos; ma siccome questo cavaliere, ad onta del rumore, non si è fatto
vedere, è a presumere che questo sia un vile.
— Non giudicare da temerario, dice l'Evangelo, replicò il ministro.
Aramis s'inchinò.
— Ed ora, signori, sta bene, continuò Sua Eccellenza, io so quando ne
volevo sapere; seguitemi.
I tre moschettieri passarono dietro al ministro che si avviluppò
di nuovo il viso nel suo mantello, e rimise il suo cavallo in moto
prendendo otto o dieci passi di vantaggio sulle persone che componevano
la sua scorta.
Si giunse ben presto al silenzioso e solitario albergo. Senza dubbio
l'oste sapeva quale illustre personaggio stava per alloggiare e per
conseguenza avea mandato via tutti gli importuni.
Dieci passi prima di arrivare alla porta, il ministro fece un segno
al suo scudiere, ed ai tre moschettieri di fare alto; un cavallo già
insellato era attaccato ad una inferriata, il ministro battè tre volte,
ed in un modo particolare.
Un uomo avvolto in un mantello uscì subito, e cambiò alcune parole
rapidamente col ministro, dopo di che rimontò a cavallo, e partì nella
direzione di Surgère, che era pure quella di Parigi.
— Avanti, signori, disse il ministro. Voi mi avete detta la verità,
miei gentiluomini, diss'egli indirizzandosi ai tre moschettieri, e
non dipenderà da me, che il nostro incontro di questa sera non debba
riuscirvi vantaggioso. Frattanto, seguitemi.
Il ministro pose i piedi a terra, e i tre moschettieri fecero
altrettanto; il ministro gettò le redini del suo cavallo nelle mani del
suo scudiere, i tre moschettieri attaccarono le redini dei loro ad una
inferriata.
L'oste stava sulla soglia della porta, per lui il ministro altro non
era che un ufficiale che veniva a far visita ad una signora.
— Avete voi qualche camera al pian terreno ove questi signori possono
aspettarmi stando vicini ad un buon fuoco? disse il ministro.
L'oste aprì una porta di una sala, nella quale precisamente era stato
surrogato un eccellente e grande cammino ad un cattivo braciere.
— Ho questa, disse egli.
— Sta bene, rispose il ministro. Entrate, signori, e compiacetevi
aspettarmi; io non starò più di una mezza ora.
E nel mentre che i tre moschettieri entravano nella camera al pian
terreno, il ministro, senza domandare più ampie informazioni, montò la
scala come un uomo che non ha bisogno che gli venga indicata la strada.