Come lo aveva pensato Porthos, la cavalcata fece un buon effetto, e
se la sig. Coquenard si fosse ritrovata sulla strada che percorreva
Porthos, avrebbe potuto vedere che aria signorile aveva egli sul suo
bel cavallo di Spagna, e non le sarebbe rincresciuta la sanguigna fatta
allo scrigno di suo marito.
Vicino al Louvre i quattro amici incontrarono il signor de Tréville che
ritornava da San Germano; egli li fermò per far loro i suoi complimenti
sulla bellezza delle loro cavalcature; cosa che in un istante fece
radunare intorno a loro parecchie centinaia d'oziosi.
D'Artagnan approfittò della circostanza per parlare al signor de
Tréville della lettera col gran sigillo rosso, e colle armi del duca di
Richelieu. S'intende bene che dell'altra lettera non disse una parola.
Il sig. de Tréville approvò la risoluzione che aveva presa, e lo
assicurò, che se all'indomani non avesse avute le sue notizie, avrebbe
saputo ritrovarlo in qualunque luogo si fosse stato.
In questo momento l'orologio della Samaritana suonò sei ore. I quattro
amici si scusarono per un appuntamento, e presero congedo dal sig. de
Tréville.
Un tratto di galoppo li condusse sulla strada Chaillot. Il giorno
cominciava ad abbassarsi; alcune carrozze passavano, e ripassavano.
D'Artagnan, portato a qualche passo di distanza dai suoi amici,
penetrava col suo sguardo fino nel fondo di esse, ma non vi scopriva
alcuna persona di sua conoscenza.
Finalmente dopo un quarto d'ora d'aspettazione, e quando il crepuscolo
cadeva del tutto, apparve una carrozza che veniva di gran galoppo dalla
strada _Sèvres_. Un presentimento disse in antecedenza a d'Artagnan che
quella carrozza racchiudeva la persona che gli aveva dato appuntamento.
Il giovane si meravigliò seco stesso per sentirsi il cuore battere
così violentemente. Quasi subito una testa uscì dal finestrino, con due
dita sulla bocca come per raccomandare il silenzio, e come per inviare
un bacio. D'Artagnan mandò un leggero grido di gioia. Questa donna
o piuttosto quest'apparizione, perchè la carrozza era passata colla
rapidità di una visione, era la signora Bonacieux.
Per un movimento involontario, e malgrado la fatta raccomandazione,
d'Artagnan lanciò il suo cavallo al galoppo, e in pochi salti raggiunse
la carrozza; ma il cristallo di quella era ermeticamente chiuso, la
visione era scomparsa.
D'Artagnan si ricordò la raccomandazione: «se vi è cara la vostra vita
e quella di coloro che vi amano, rimanete immobile, come se non aveste
veduto niente».
Egli dunque si fermò, tremante, non per lui, ma per quella povera
donna, che evidentemente si era esposta ad un gran pericolo nel dargli
quell'appuntamento.
La carrozza continuò la sua strada, e, camminando sempre a tutta corsa,
s'internò in Parigi, e disparve.
D'Artagnan era rimasto interdetto allo stesso posto, senza sapere a
che pensare. Se era la sig. Bonacieux, e se ella ritornava a Parigi,
perchè quell'appuntamento fuggitivo? perchè quel semplice ricambio
di un'occhiata? perchè quel cenno perduto? Se d'altronde non era
essa, cosa ancora possibile, perchè la poca luce che rimaneva rendeva
possibile uno sbaglio, se non era essa, non poteva essere questo il
principio di un colpo di mano caricato contro di lui, coll'esca di
quella donna per la quale si conosceva il di lui amore?
I tre compagni si ravvicinarono a lui, e tutti e tre avevano
perfettamente veduto una testa di donna comparire alla portiera,
ma nessuno di loro, eccetto Athos, conosceva la sig. Bonacieux. Il
parere di Athos si fu, ch'era in realtà essa; ma meno preoccupato di
d'Artagnan per questo bel viso, aveva creduto di vedere una seconda
testa, quella di un uomo nel fondo della carrozza.
— Se la cosa è così, disse d'Artagnan, essi la trasporteranno senza
fallo da una prigione in un'altra. Ma che vogliono essi fare di questa
povera creatura, e come mai potrò raggiungerla?
— Amico, disse Athos con gravità, ricordatevi che i morti sono i soli
che non siamo esposti ad incontrare sulla terra. Voi ne sapete qualche
cosa, quanto io, non è vero? Ora, se la vostra amica non è morta, se
è dessa quella che noi abbiamo veduta, voi la troverete un giorno o
l'altro. E forse, mio Dio! aggiunse egli con quell'accento misantropico
che gli era così particolare, forse più presto di quello che non
vorreste.
Suonarono le sette e mezzo, la carrozza era stata in ritardo di una
ventina di minuti dall'ora dell'appuntamento: gli amici di d'Artagnan
si ricordarono che aveva una visita da fare, facendogli però in pari
tempo osservare che stava sempre a lui il disimpegnarsene.
Ma d'Artagnan era ostinato ad un tempo e curioso. Egli si era cacciato
in testa che sarebbe andato dal ministro, e che avrebbe saputo ciò che
voleva da lui Sua Eccellenza; niuna cosa avrebbe potuto farlo cambiare
di risoluzione.
Giunsero per la strada Sant'Onorato, alla piazza del ministro,
ove ritrovarono i dodici moschettieri convocati, che passeggiavano
aspettando i loro camerati. Là soltanto spiegarono loro di che cosa si
trattava.
D'Artagnan era molto conosciuto dall'onorevole corpo dei moschettieri
del re, ove si sapeva che un giorno avrebbe preso posto; e veniva
considerato già in antecedenza come un camerata. Ne risultò da
questi antecedenti, che ciascuno accettò di tutto cuore la missione
per la quale erano convocati. D'altronde, si trattava, secondo ogni
probabilità di giuocare un cattivo colpo al ministro ed ai suoi agenti,
e per simili spedizioni questi degni gentiluomini erano sempre pronti.
Athos li divise in tre brigate, prese il comando dell'una, dette
la seconda ad Aramis, la terza a Porthos, quindi ciascuna andò a
rimpiattarsi dirimpetto ad un uscita.
D'Artagnan dal canto suo entrò bravamente dalla porta principale.
Quantunque si sapesse vigorosamente sostenuto, il giovane non era
senza una qualche inquietudine nel salire ad uno ad uno i gradini della
scala. La sua condotta con milady rassomigliava molto ad un tradimento,
e dubitava delle relazioni politiche che esistevano fra questa donna ed
il ministro; di più, de Wardes ch'egli aveva così male acconciato, era
dei fedeli di Sua Eccellenza, e d'Artagnan sapeva che Sua Eccellenza se
era terribile coi suoi nemici, era molto incantato dei suoi amici.
— Se de Wardes ha raccontato tutto il nostro affare al ministro, cosa
che non è da dubitare, e s'egli mi ha riconosciuto, cosa probabile,
io debbo considerarmi presso a poco come un uomo condannato, diceva
d'Artagnan scuotendo la testa. Ma perchè ha egli aspettato fino ad
oggi? È semplicissimo: milady avrà portate le sue lagnanze contro
di me con quell'ipocrita dolore che la rende così interessante, e
quest'ultimo delitto avrà messo il colmo alla misura. Fortunatamente,
aggiungeva egli, i miei buoni amici sono laggiù, ed essi non mi
lasceranno portar via senza difendermi. Però la compagnia dei
moschettieri del sig. de Tréville non può fare da se sola la guerra al
ministro, che dispone delle forze di tutta la Francia, e davanti al
quale la regina è senza potere, ed il re senza volontà. D'Artagnan,
amico mio, tu sei prudente, tu hai delle eccellenti qualità, ma le
donne ti perderanno!
Era a quella trista conclusione quando entrò nell'anticamera. Rimise
la sua lettera all'usciere di servizio, che lo fece passare nella sala
d'intrattenimento, e che s'innoltrò nell'interno del palazzo.
In questa sala d'intrattenimento erano cinque o sei guardie del
ministro che, sapendo ch'era stato egli che aveva ferito Jussac, lo
guardavano sorridendo con un singolare sorriso.
Questo stesso sorriso parve a d'Artagnan di cattivo augurio; solo, non
essendo il nostro Guascone facile ad intimorirsi, o piuttosto mercè
quel grande orgoglio che è proprio di tutte le persone del paese, non
lasciava vedere facilmente ciò che accadeva nell'interno del suo animo,
quando ciò che vi accadeva si rassomigliava al timore. Egli si situò
con fierezza davanti alle guardie, con una mano sull'anca, ed in una
attitudine che non mancava di maestà.
L'usciere rientrò e fece segno a d'Artagnan di seguirlo. Sembrò al
giovane che le guardie, vedendolo allontanarsi, si urtassero fra di
loro.
Seguì un corridoio, traversò un gran salone, entrò in una biblioteca,
e si ritrovò in faccia ad un uomo, assiso davanti ad uno scrittoio che
scrivea.
L'usciere l'introdusse e si ritirò, senza dire una parola; d'Artagnan
restò in piedi ed esaminò quest'uomo.
Egli sulle prime credè di aver che fare con qualche giudice che
esaminasse il suo registro, ma si accorse che quell'uomo scriveva, o
piuttosto correggeva delle linee disuguali in lunghezza, contando le
sillabe colle dita: vide che era dirimpetto ad un poeta. In capo a
pochi istanti, il poeta chiuse il suo manoscritto, sulla coperta del
quale era scritto: MIRAME, _tragedia in cinque atti_; e alzò la testa.
D'Artagnan riconobbe il ministro.