Dopo la minestra la serva portò un pollo allessato, magnificenza che
fece dilatare le palpebre dei convitati in modo tale che sembravano
avessero a schizzare fuori delle orbite.
— Si vede che amate la vostra famiglia, signora Coquenard, disse
il procuratore con un sorriso quasi tragico; ecco, certamente, una
galanteria che voi fate a vostro cugino.
Il povero pollo era magro, e rivestito con quelle grosse pelli
increspate che le ossa non giungono mai a traforare ad onta dei
loro sforzi; abbisognava che fosse stato cercato lungamente prima di
ritrovarlo nel pollaio, ove si era ritirato per morire di vecchiaia.
— Diavolo! pensò Porthos, questa è una cosa molto trista; io rispetto
la vecchiaia, ma ne faccio poco conto nell'arrosto e nel lesso.
E guardò in giro per vedere se la sua opinione era divisa dagli altri;
ma, tutto al contrario di lui, egli non vide che occhi fiammeggianti
che divoravano in antecedenza questo pollo sublime, oggetto del suo
disprezzo.
La signora Coquenard tirò a se il piatto, staccò con maestria le due
grandi zampe nere che depose sul piatto di suo marito, staccò il collo
colla testa che mise a parte per se stessa, levò un'ala per Porthos,
e rimise alla serva l'animale che poco prima aveva portato, che se ne
ritornò quasi intatto, e che era scomparso prima che il moschettiere
avesse avuto il tempo di esaminare le variazioni di rincrescimento
disegnatesi sui visi degli scrivani, a seconda dei caratteri e dei
temperamenti di coloro che lo provavano.
Dopo il pollo, fece la sua entrata un piatto di fave, piatto enorme,
nel quale alcune ossa di montone, che a primo aspetto si sarebbero
potuto credere accompagnate dalla loro carne, facevano sembiante di
farsi vedere.
Ma gli scrivani non furono ingannati da questa soperchieria, e le
fisonomie lugubri divennero visi rassegnati.
La signora Coquenard distribuì questo cibo ai giovani, colla
moderazione di una buona economa.
Era venuto il giro dei vini. Il sig. Coquenard versò, da una bottiglia
dal collo molto stretto, il terzo di un bicchiere a ciaschedun giovane,
ne versò a se stesso una porzione quasi eguale, e la bottiglia passò
subito dalla parte di Porthos e della signora Coquenard.
I giovani riempirono d'acqua questo terzo di vino; quindi, quando
ebbero bevuta la metà del bicchiere, lo riempivano nuovamente d'acqua,
e sempre facevano lo stesso, cosa che li portava, alla fine del pranzo,
a bere una bevanda che dal colore del rubino, era passata a quello del
topazio bruciato.
Porthos mangiò timidamente la sua ala di pollo. Bevè pure il suo mezzo
bicchiere di questo vino molto economico, che riconobbe per vino di
Montreuil. Il sig. Coquenard lo guardò inghiottire questo vino puro, e
sospirò.
— Non mangiate di queste fave, cugino mio Porthos? disse la signora
Coquenard con quel tuono che vuol dire: credete a me, non ne mangiate.
— Grazie, cugina mia, diss'egli, io non ho più fame.
Successe un momento di silenzio. Porthos non sapeva in qual modo
contenersi. Il procuratore ripetè più volte:
— Ah! signora Coquenard, io ve ne faccio i miei rallegramenti, il
vostro pranzo è un vero festino.
Porthos credè di essere mistificato, e cominciò a rialzare i suoi
baffi, e ad aggrottare il sopracciglio; ma lo sguardo della signora
Coquenard lo consigliò alla pazienza.
In questo momento, in seguito ad uno sguardo del procuratore, gli
scrivani si alzarono lentamente da tavola, piegarono anche più
lentamente le loro salviette, quindi salutarono e partirono.
— Andate, giovanotti, andate a fare la digestione lavorando, disse
gravemente il procuratore.
Gli scrivani partirono, la signora Coquenard si alzò, e cavò da una
credenza un pezzo di formaggio, dei dolci di cotogno, ed un bodino
ch'ella stessa aveva fatto colle mandorle e col miele.
Il signor Coquenard aggrottò il sopracciglio, poichè vedeva troppe
vivande.
— Un festino, decisamente un festino! gridò egli agitandosi sul suo
seggio, un vero festino! _Epulae epularum_: Lucullo che pranzo da
Lucullo!
Porthos guardò la bottiglia che era vicina a lui, e sperò di pranzare
col vino, pane e formaggio; ma il vino mancò ben presto, la bottiglia
era vuota: il signore e la signora Coquenard fecero sembiante di non
accorgersene.
— Sta bene, disse a se stesso Porthos, eccomi avvisato per un'altra
volta.
Passò la sua lingua sul piccolo cucchiaio di dolci, e si agglutinò i
denti nella pasta colante della signora Coquenard.
— Ora, diss'egli, il sacrifizio è compiuto.
Il signor Coquenard, dopo le delizie di un simile pranzo, che egli
chiamava un eccesso, provò il bisogno di fare la sua sesta. Porthos
sperava che la cosa avrebbe avuto luogo nella stessa località, ma il
procuratore non volle intender niente; abbisognò ricondurlo nella sua
camera, e gridò tanto fino a che non fu rimesso davanti il suo armadio,
sulle imposte del quale, per maggiore precauzione, appoggiò i suoi
piedi.
La procuratrice condusse Porthos nella camera vicina.
— Voi potete venire a pranzo tre volte la settimana, disse la sig.
Coquenard.
— Grazie, rispose Porthos, io non voglio abusare. D'altronde bisogna
che io pensi ad equipaggiarmi.
— È vero, disse la procuratrice gemendo; vi è questo disgraziato
equipaggio: non è così?
— Pur troppo sì! disse Porthos.
— Ma di che cosa dunque si compone l'abbigliamento del vostro corpo,
sig. Porthos.
— Oh! di molte cose, disse Porthos; i moschettieri, come ben sapete,
sono soldati di un corpo scelto, e loro abbisognano degli oggetti che
sono inutili alle altre guardie ed agli svizzeri.
— Ma pure dettagliatemi i vostri bisogni.
— Ciò porterà... disse Porthos, che amava meglio discutere il totale di
quello che il dettaglio.
La procuratrice aspettò fremendo.
— A quanto? diss'ella; spero bene che ciò non oltrepasserà le...
E si fermò, la parola le venne meno.
— Oh! no, disse Porthos, non oltrepasserà le due mila e cinquecento
lire. Credo anzi che colla economia uno se ne possa cavare con due mila
lire.
— Buon Dio! due mila lire! gridò ella; questa è la fortuna di una
famiglia, e giammai mio marito acconsentirà a prestare una tal somma!
Porthos fece una boccaccia delle più espressive; la signora Coquenard
lo capì.
— Io domandava i dettagli, diss'ella, perchè avendo molti parenti e
dei clienti nel commercio, era quasi sicura di ottenere gli oggetti
ad un cento per cento al disotto del prezzo che voi stesso potreste
comprarli.
— Ah! ah! fece Porthos, se non è che questo che volevate darmi...
— Sì, caro Porthos. Voi avete bisogno primieramente...
— Di un cavallo.
— Sì, un cavallo. Ebbene! io ho precisamente ciò che vi conviene.
— Ah! disse Porthos raggiante, ecco dunque che va bene in quanto al
mio cavallo; in seguito mi abbisogna il cavallo del mio lacchè e la
mia valigia. Perciò che riguarda le mie armi, non fa d'uopo che ve ne
occupiate, io le ho.
— Un cavallo per il vostro lacchè? riprese esitando la signora
procuratrice, ma questa è una cosa da gran signore, amico mio.
— E che! signora, disse con orgoglio Porthos, sono io forse per caso un
pezzente?
— No. Io vi dicea soltanto che un bel muletto aveva qualche volta un
così bell'aspetto quanto un cavallo, e che mi sembra che procurando un
bel muletto per il vostro Mousqueton...
— Vada per il bel muletto, disse Porthos, voi avete ragione, ho veduto
dei grandissimi signori spagnuoli che avevano tutto il loro seguito sui
muli. Ma allora voi capirete, signora Coquenard, che vi abbisogna un
mulo col pennacchio ed i sonagliuoli.
— Siate tranquillo, rispose la procuratrice.
— Resta ora la valigia, riprese Porthos.
— Oh! che questo non v'inquieti, gridò la signora Coquenard, mio
marito ha cinque o sei valigie, voi sceglierete la migliore; egli ne ha
particolarmente una, che prediligeva nei suoi viaggi, e che è grande da
contenere il mondo.
— È dunque vuota la vostra valigia? domandò Porthos.
— Sicuramente, ella è vuota, rispose la procuratrice.
— Ah! ma la valigia di cui ho bisogno, disse Porthos, è una valigia ben
guarnita, mia cara.
La signora Coquenard emise dei nuovi sospiri. Molière non aveva ancora
scritto la sua scena dell'avaro. La signora Coquenard ha dunque la
primazia sull'Arpagone.
Del resto dell'equipaggio fu dibattuto successivamente nello stesso
modo, e il risultato della scena fu che la procuratrice avrebbe
domandato a suo marito un imprestito di ottocento lire in contante, e
somministrerebbe il cavallo ed il mulo che avrebbe avuto lo onore di
portare alla gloria Porthos e Mousqueton.
Stabilite queste condizioni, e stipulati gl'interessi, come pure
l'epoca del rimborso, Porthos prese congedo dalla signora Coquenard,
rientrò in casa sua con molta fame, e di cattivissimo umore.