NOTE:

[2716] Petroni, Istoria, tom. 24 Rer. Ital.

[2717] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.

[2718] Petroni, Istor., ubi supra.

[2719] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2720] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.

[2721] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Rimini, tom.

15 Rer. Ital.

[2722] Giustiniani, Istor. di Genova.

[2723] Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 20.

[2724] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.

Corio, Istor. di Milano.

[2725] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXXXVII. Indiz. XV.

EUGENIO IV papa 7.

SIGISMONDO imperadore 5.

S'andarono sempre più imbrogliando gli affari del papa col concilio di

Basilea. Pretendeano que' Padri non solamente di riformar la Chiesa,

che ne abbisognava allora non poco, e i papi medesimi, ma voleano in

tutto e per tutto farla da papi, anzi da più dei papi: cosa che Eugenio

non volea sofferire. Andò sì innanzi il riscaldamento degli animi,

che il concilio giunse a citare il papa a rispondere a varie accuse

proposte contra di lui per cagion delle riserve dei benefizii, delle

annate, del non ammettere le elezioni, di praticare apertamente, come

essi diceano, la simonia, e sopra altri punti[2727]. Dal che irritato

Eugenio pubblicò una bolla, con cui dichiarò sciolto il concilio in

Basilea, e determinò Ferrara pel luogo, dove si avea da tenere da

lì innanzi il concilio, al quale ancora invitò i Greci. Intanto il

_patriarca Vitellesco_, che nel precedente anno avea tolto Palestrina

a _Lorenzo Colonna_, nel dì 20 di marzo mandò colà guastatori che

interamente la diroccarono e spianarono, sicchè rimase affatto

disabitata e un mucchio di pietre. E di questo ancora, perchè creduto

ordinato dal papa, fu fatto a lui un reato dai Padri del suddetto

concilio. Tenea mano a questa discordia _Alfonso re d'Aragona_. Non

avendo _papa Eugenio_ voluto accordargli l'investitura del regno di

Napoli, richiesta da lui parte colle preghiere e parte colle minaccie,

siccome quegli che già favoriva il partito del _re Renato_ d'Angiò:

Alfonso si voltò apertamente contra d'esso Eugenio, e fece di grandi

offerte al concilio per torre Roma al pontefice. Parea intanto che

prosperassero gli affari d'esso Alfonso nel regno di Napoli[2728],

perchè i conti di Nola e di Caserta seguirono le di lui bandiere. Il

perchè la _regina Isabella_, conosciuta vana per allora la speranza di

veder liberato il _re Renato_ suo marito dalla prigionia, ricorse per

aiuto al papa; e questi ordinò al patriarca di passar colà con tutte

le sue forze. Nel mese d'agosto entrò egli nel regno, e, dopo avere

preso Capperano, s'impadronì di Venafro, di Santo Angelo, Rupecanina

e Piedimonte, e poscia se ne andò a Napoli a visitar la regina, da cui

ricevette grande onore e danaro per pagar le truppe. Partitosi di colà

senza perdere tempo, ridusse all'ubbidienza della regina il conte di

Caserta, e poi prese Montesarchio. Alle istanze del re Alfonso si mosse

in questi tempi _Gian Antonio Orsino_ principe di Taranto con un corpo

di truppe, e il concerto era di prendere in mezzo il patriarca; ma

questi, più astuto di loro, andò a trovare il principe a Monte Fuscolo,

gli diede una rotta, e il fece prigione con assai altri baroni.

L'onore e le carezze usate dal papa all'Orsino prestarono motivo a

molti di credere che prima d'allora fossero d'accordo insieme[2729].

Si staccò il principe infatti dal re Alfonso, e si unì col patriarca,

il quale in premio della sua bravura meritò in quest'anno la porpora

cardinalizia da papa Eugenio. Ma non andò molto, che nacquero disgusti

fra esso patriarca e la regina; nè fra il principe di Taranto e

_Jacopo Caldora_ si rimise buona amicizia, di maniera che niun d'essi

si fidava dell'altro; e fu anzi creduto che il patriarca e il Caldora

apertamente fossero divenuti nemici. Ma avendo il re Alfonso assediata

e quasi ridotta all'agonia la città d'Aversa, la regina scrisse

lettere calde al patriarca e al Caldora, acciocchè la soccorressero.

Allora fu che questi due personaggi comparvero anima e corpo insieme,

e tutti e due nella vigilia di Natale mossero le lor armi alla volta

d'Aversa. Tuttochè il re Alfonso da più di uno fosse avvertito che

frettolosamente costoro marciavano contra di lui, nol sapea credere; e

tanto indugiò, che quasi il sorpresero a tavola. Ebbe tempo da fuggire

a Capua; ma andò in rotta tutta la sua gente; molti ne furono presi,

ed interamente il bagaglio restò preda dei ben venuti e degli Aversani.

Contuttociò essendo divampata la nemicizia fra il principe di Taranto e

il Caldora, e non potendo il patriarca ricevere rinforzo nè dall'uno nè

dall'altro, fu ridotto a mal partito, in guisa che, presa una picciola

barca, in quella s'imbarcò e passò a Venezia, e di là poi a Ferrara,

dove vedremo che si trasferì anche papa Eugenio. Quasi tutta la sua

gente abbandonata prese soldo nell'armata di Jacopo Caldora, grande

imbroglione, e di fede sempre incerta in quello sconvolgimento del

regno.

Nel verno dell'anno presente[2730] _Niccolò Piccinino_ s'era

impadronito di Sarzana e d'altre terre della Lunigiana; ma uscito

in campagna nell'aprile il conte _Francesco Sforza_ generale de'

Fiorentini con cinque mila cavalli e tre mila fanti, poco stette a

ricuperar que' luoghi. Mossero in quest'anno anche i Veneziani guerra

al duca di Milano, e cominciarono a far delle istanze ai Fiorentini

per avere al comando della loro armata il suddetto conte Francesco,

giacchè _Gian-Francesco_ (e non già _Lodovico_, come vuole il Sanuto)

marchese di Mantova lor generale, sdegnato perchè s'avvide d'essere in

sospetto la sua fedeltà presso quel senato, proponeva di rinunziare il

bastone. Ma anche ai Fiorentini premeva di ritenere in Toscana questo

gran capitano per la voglia e speranza che nudrivano dell'acquisto di

Lucca, città come abbandonata, per essere stato richiamato dal duca in

Lombardia il Piccinino[2731]. Cominciò per questo ad alterarsi la buona

armonia fra essi Veneziani e Fiorentini. Presa non di meno che ebbe il

conte Francesco la maggior parte delle castella del Lucchese[2732], e

piantate alcune bastie intorno a Lucca, sen venne di qua dall'Apennino

sul Reggiano colle sue truppe per accudire al servigio de' Veneziani;

ma perchè essi nol poterono smuovere dal suo proponimento di non

voler passare oltre Po, così portando i capitoli della sua condotta,

disgustato di loro, perchè nol voleano pagare, se ne tornò in Toscana,

dove passò il rimanente dell'anno. Poca felicità ebbero in quest'anno

l'armi venete contra del duca di Milano. _Niccolò Piccinino_ li

travagliò assaissimo sul Bergamasco, dove prese alcune castella. E nel

dì 20 di marzo diede una fiera spelazzata all'esercito loro presso il

fiume Adda, dove, secondo gli Annali di Forlì[2733], circa tre mila

soldati veneziani restarono o annegati o presi. Similmente nel dì 20 di

settembre[2734] riuscì ad esso Piccinino di sconfiggere la loro armata

con prendere molti uomini di taglia, e buona parte del bagaglio e delle

artiglierie. Questi furono i motivi per li quali il senato veneto mise

in dubbio la fede del marchese di Mantova. Ma non fu per ora accettata

la rinunzia del marchese di Mantova; e perch'egli se ne andò a casa, fu

eletto da' Veneziani per vicegenerale il _Gattamelata_. Mancò di vita

nel dì 8 di dicembre dell'anno presente[2735] _Sigismondo imperadore_,

lasciando dopo di sè una gloriosa memoria d'essere stato principe

piissimo, prudentissimo, e di liberalità che s'accostava all'eccesso,

massimamente verso de' poveri. Fu non di meno notata da Enea

Silvio[2736] la di lui incontinenza; del qual vizio macchiò sopra modo

la propria fama anche _Barbara_ Augusta di lui moglie. Lasciò erede de'

suoi regni di Boemia ed Ungheria _Alberto duca_ d'Austria genero suo.

Se crediamo al Rinaldi[2737], ribellatosi in quest'anno a _papa Eugenio

Pirro abbate_ casinense, castellano della fortezza di Spoleti, fu quivi

assediato dagli Spoletini. In aiuto di lui chiamato nel mese di maggio

_Francesco_ figliuolo di _Niccolò Piccinino_, costui, a tradimento

entrato nella città, la mise a sacco, colla morte ancora di molti di

que' cittadini. Ma il Simonetta[2738] riferisce questo fatto all'anno

seguente, e con più ragione.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 187 / 216 题