NOTE:

[2391] Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[2392] Raynaldus, Annal. Eccles.

[2393] Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.

[2394] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Italic.

[2395] Matthaeus de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.

[2396] Theodoric. de Niem, in Johanne XXIII.

[2397] Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.

[2398] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.

[2399] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[2400] S. Antonin., Par. III, tit. 22.

[2401] Vita Johannis XXIII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.

[2402] Corio, Istor. di Milano.

[2403] Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCXV. Indiz. VIII.

Sede di San Pietro vacante 1.

SIGISMONDO re de' Romani 6.

Chiunque mirava _Giovanni XXIII_ papa nel maestosissimo concilio

di Costanza, come romano pontefice, riverito da _Sigismondo re_,

ossequiato da tanti cardinali, vescovi, prelati e nobili, e assiso sul

trono alla testa di quella grande assemblea[2406], l'avrebbe chiamato

il più felice e glorioso uomo del mondo. Ma non credea già così sè

stesso papa Giovanni, perchè tormentato da un continuo batticuore di

dover scendere da quella beata cattedra, in cui era seduto finora. In

effetto da che si videro ostinati gli altri due papi in anteporre la

loro ambizione al desiderato ben della Chiesa, quei padri cominciarono

in disparte a scappar fuori con proposizioni di astrignerli colla forza

alla cessione. Non vi mancarono Italiani che diedero ad essi padri

in segreto nota di tutte le crudeltà, simonie ed altre iniquità dello

stesso Giovanni. Ma non mancavano a lui spioni, perchè in abbondanza

ne avea condotto seco; e questi gli andavano rivelando tutti i segreti

de' cardinali e de' vescovi. Lasciossi egli indurre a promettere la

cessione del pontificato, purchè anche Angelo Corrario e Pietro di

Luna, cioè gli altri due pretendenti al papato, facessero la stessa

rinunzia. Ne fu fatta gran festa nel concilio. Ma perchè una tal

condizionata promessa sarebbe rimasta senza effetto, stante la già

conosciuta durezza degli altri due; cotante istanze furono fatte a papa

Giovanni, che giunse insino ad obbligarsi alla cessione, quando altra

maniera non vi fosse di unire la Chiesa. Oh, allora sì, che ottenuto

questo importante punto, s'empierono di giubilo i padri del concilio.

Ma, fatto ciò, se ne pentì ben presto Giovanni; ed avendo segretamente

trattato con _Federigo duca_ di Austria, nella notte del dì 29 di marzo

prese così ben le sue misure, che se ne fuggì vestito da villano, e

si ridusse a Sciafusa negli Svizzeri, dove ritrattò le promesse fatte.

Gran rumore fu per questo nel concilio. Tralascio io i lor decreti, le

loro istanze per farlo tornare, e le cabale di Giovanni per sottrarsi

al fulmine che gli soprastava, bastandomi di dire, avere il re

Sigismondo, unito con altri principi, usate le preghiere, le minaccie,

e in fin le armi, per indurre il suddetto duca Federigo a prendere e

consegnare il suddetto papa Giovanni, che si era ritirato a Brisacco.

Tanto egli fece[2407], che il duca, da rigorosi editti costretto, e già

spogliato di moltissime sue terre e città, si ridusse a consegnarlo

nel mese di maggio, e il fece condurre nelle vicinanze di Costanza,

dove fu ritenuto sotto buona guardia[2408]. Gli furono intimati i capi

delle accuse, e nel dì 29 di maggio si procedette contra di lui alla

sentenza della deposizion dal papato, e alla prigionia, per far ivi

penitenza. Portato a lui questo decreto, vi si acquetò, e promise di

non appellarsene mai. Nella stessa maniera fu pubblicata la sentenza

di deposizione contra di _Gregorio XII_ e _Benedetto XIII_, siccome

papi anch'essi dubbiosi e perturbatori della Chiesa. A questo avviso

esso _papa Gregorio_, che avea buon fondo di virtù, nè finora si era

mai indotto a rimediare al bene della Chiesa, perchè troppo assediato

e ritenuto dalle contrarie insinuazioni de' suoi parenti, allorchè

ebbe intesa la caduta di Baldassare Cossa, appellato finora papa

_Giovanni XXIII_, conoscendo oramai disperato il caso anche per sè,

e ricevuto buon lume da Dio, spedì a Costanza _Carlo de' Malatesti_

con plenipotenza e con autentica cessione del papato. Arrivato colà

il Malatesta nel dì 4 di luglio, con giubilo universale dei padri del

concilio lesse e pubblicò la solenne rinunzia fatta da esso Angelo

Corrario, al quale per questo lodevole spontaneo atto fu lasciata

la porpora cardinalizia, e conceduto, sua vita natural durante, il

governo della marca d'Ancona. Ed egli dacchè ebbe intesa la cessione

sua accettata nel concilio, trovandosi in Rimini, fatto un solenne

concistoro, generosamente la confermò, e depose la sacra tiara e tutti

gli ornamenti pontificali, ripigliando il titolo di cardinale vescovo

di Porto.

Vi restava da vincere Pietro di Luna, chiamato _Benedetto XIII_.

Ritirato costui a Perpignano, quivi se ne stava esercitando la sua

autorità sopra coloro che seguitavano a tenerlo per papa, come gli

Aragonesi e Castigliani. Tanto egli, quanto _Ferdinando re_ di Aragona

e di Sicilia, pregarono con loro lettere il re _Sigismondo_ di voler

portarsi a Nizza, dove anch'essi si troverebbono, per tener ivi un

congresso e trattar della maniera di pacificar la Chiesa. Sigismondo,

principe piissimo, e principal promotore di questa grand'opera,

assunse il carico di passare colà, non badando al suo grado, nè a

spese, a disastri e pericoli, purchè ne venisse del bene alla Chiesa

di Dio. Menando seco alquanti prelati e teologi, come ambasciatori del

concilio, passò per la Francia, e giacchè era svanita la proposizione

dell'abboccamento in Nizza, andò sino a Narbona, dove il venne a

trovare il re Ferdinando, benchè infermo. Non si potè trar fuori

di Perpignano il malizioso Pietro di Luna; e però furono a trovarlo

colà i due re nel dì 18 di settembre[2409]. Ma Pietro (tanto può la

forza dell'ambizione e della vanità) mostrava bensì di voler cedere

il papato, ma sfoderava nello stesso tempo esorbitanti condizioni

e proposizioni tendenti a guadagnar tempo, che davano abbastanza a

conoscere non si accordar le di lui parole col cuore. Le preghiere e le

minaccie a nulla servirono. Scappò anche segretamente da Perpignano,

e si ritirò a Colliure; ma fu quivi assediato; e perciocchè i suoi

cardinali l'abbandonarono, trovò la maniera di fuggirsene e di

ritirarsi a Paniscola, cioè ad un fortissimo suo castello sul mare,

non molto lungi da Tortosa, dove si rinserrò, risoluto di morire senza

dimettere le insegne del preteso suo pontificato. Allora fu che i re

Sigismondo e Ferdinando, irritati dall'ambiziosa ostinazione di questo

mal uomo, l'abbandonarono, sottraendogli ogni ubbidienza[2410], e nel

dì 15 di dicembre stabilirono nella città di Narbona alcuni articoli,

affinchè unitamente coi prelati della Spagna si procedesse poi contra

di Pietro di Luna. Nel suo passaggio per la Francia Sigismondo

s'interpose per mettere pace fra i re di Francia ed Inghilterra,

ch'erano alle mani fra loro, e solamente ritornò nell'anno seguente al

concilio di Costanza.

Di novità e peripezie non poche abbondò in quest'anno il regno di

Napoli[2411]. Avea la _regina Giovanna Seconda_, appena salita sul

trono, alzato al grado di conte camerlengo _Pandolfo Alopo_, uomo

di vil prosapia, e talmente da lei favorito, che corsero sospetti

d'amicizia poco onesta fra loro. Costui con ismoderata autorità

girava a suo talento gli affari della corte e del regno. Fece anche

imprigionare _Sforza Attendolo_, il più valente condottier d'armi,

che la regina avesse allora al suo servigio; e solamente dopo quattro

mesi per le istanze di varii baroni il rimise in libertà con patto

ch'egli sposasse la di lui sorella Caterina Alopa. Data esecuzione a

questo trattato, Sforza fu poi creato gran contestabile del regno. Non

mancavano torbidi in quel regno, e baroni ribelli e città sollevate.

Persuase dunque il consiglio alla regina di eleggere un marito, col

cui braccio potesse più sicuramente tener le redini del governo; ed

ella fra molti scelse _Jacopo conte della Marca_ del real sangue di

Francia, che accettò ben volentieri l'esibizion di quelle nozze. Sul

fine di luglio arrivato questo principe nel regno di Napoli, la regina

gli mandò incontro gran copia di baroni, e fra gli altri il suddetto

Sforza gran contestabile, con ordine di non gli dare altro titolo

che quello di principe di Taranto e duca di Calabria: che così s'era

convenuto negli articoli del contratto matrimoniale, già eseguito per

via di un mandato colle cerimonie della Chiesa, come io vo credendo.

Ma Jacopo, a' cui fianchi si misero tosto dei baroni desiderosi

d'abbattere _Sforza_ e _Pandolfello_, il consigliarono di levarsi

d'attorno questi due potenti ostacoli, perchè in tal guisa si sarebbe

aperta la strada ad essere re. In fatti nella città di Benevento fu

preso Sforza, e cacciato in una dura prigione; nè andò esente da questa

disavventura _Francesco_ suo figliuolo con altri parenti del medesimo

Sforza. Arrivato Jacopo a Napoli nel dì 10 d'agosto, consumato che

ebbe il matrimonio, usurpò il titolo di re, oppure, come vogliono

alcuni, ciò eseguì con consenso della medesima regina. Fece poi nel

dì 8 di settembre mettere le mani addosso a Pandolfello; e l'infelice

processato e condannato lasciò la testa sul palco nel dì primo

d'ottobre. Passando poi più oltre, cominciò a tenere ristretta e come

prigioniera la regina, con attribuire a sè stesso tutta l'autorità, e

senza lasciarne a lei un menomo uso, e neppur permettendole che fosse

visitata da alcuno dei nobili. _Paolo Orsino_ uscì in questi tempi

di prigione per grazia del re Jacopo, da cui fu mandato a Roma, per

imbrogliar quella città, mentre castello Sant'Angelo stava tuttavia

alla divozione di Napoli, e colle bombarde facea guerra e danno al

popolo romano[2412]. Arrivò egli colà nel dì 28 di novembre, e cominciò

ad inquietare il cardinale di Sant'Eustachio, legato, e fece prigione

_Francesco degli Orsini_ con altre novità.

Ebbe _Filippo Maria duca_ di Milano molte faccende in quest'anno[2413],

cioè guerra con _Pandolfo Malatesta_ signore di Brescia, nel

qual tempo la fazion dei Ghibellini di Alessandria, che, essendo

fuoruscita, avea impetrata poco prima la grazia di ripatriare, si

mosse a rumore, e diede quella città in mano a _Teodoro marchese_

di Monferrato. Per buona fortuna del duca, in quel medesimo giorno

_Francesco Carmagnuola_ suo generale avea stabilita col Malatesta,

per interposizion de' Veneziani, una tregua di due anni: laonde le

armi sue ebbero la comodità d'accorrere ad essa città d'Alessandria,

e di entrare per una porta nella fortezza, che tuttavia si mantenea,

e di ricuperar la città. Per questo fatto il Carmagnuola fu dal duca

Filippo creato conte di Castelnuovo[2414]. Non andò così per Piacenza.

_Filippo degli Arcelli_, nobile di quella città, nel dì 25 di ottobre

usurpò il dominio con trucidar la guarnigione del Visconte. Pretende

il Rivalta[2415], storico piacentino, ch'egli le desse il sacco,

e commettesse grandi crudeltà contra dei cittadini, e massimamente

contra di _Alberto Scotto_ conte di Vigoleno. Fece egli lega dipoi col

_marchese Niccolò_ di Ferrara, e coi signori di _Brescia_, _Cremona_

e _Lodi_, in maniera che cominciò a dar da fare al duca di Milano.

Per attestato del Bonincontro[2416], in quest'anno _Malatesta_ signor

di Cesena fece viva guerra a _Lodovico de' Migliorati_ signore di

Fermo, e lo spogliò di molte castella. Di peggio sarebbe intervenuto

a Lodovico, se non fosse giunto avviso a Malatesta che _Braccio da

Montone_, capitano insigne di questi tempi, metteva a ferro e fuoco

il contado di Cesena[2417]. Perciò, fatta tregua fra loro, corse

alla difesa della propria casa. Guerra eziandio mosse in quest'anno

il medesimo Malatesta a _Ridolfo Varano_ signore di Camerino; ma non

gli andò fatta, come s'era egli figurato. Genova, per la sollevazione

cominciata nell'anno addietro, era tuttavia in armi[2418], continuando

le battaglie fra i cittadini, il bruciamento o smantellamento delle

case. Per quanto si studiasse il clero con divote processioni, gridando

misericordia e pace, di frenar sì pazzo bollor delle fazioni, stettero

gl'inferociti animi saldi nelle risse fino al dì 6 di marzo, in cui,

essendo stati eletti nove arbitri, proferirono l'accordo, consistente

in permettere che _Giorgio Adorno_ sino al dì 27 di quel mese ritenesse

la sua dignità, e poi la dimettesse, con goder da lì innanzi di molte

esenzioni e sicurezze. Furono deposte le armi, cessò tutto il rumore;

e dappoichè l'Adorno lasciò vacante la sedia, nel dì seguente, giorno

28 d'esso mese, fu eletto doge _Barnaba da Goano_. Coll'elezione di

cotesto prudente personaggio parea che s'avesse a godere quiete in

Genova; ma troppo erano in quei tempi facili a scomporsi gli animi

di quella focosa gente. Nel dì 29 di giugno gli Adorni e Campofregosi

presero le armi contro del duca novello per deporlo. Perciò si fu di

nuovo alle mani fra gli emuli e i loro aderenti; nè potendo resistere

il Goano alla potenza degli avversarii, rinunziò la bacchetta del

comando. In luogo suo nel dì 4 di luglio di comune consenso del popolo

restò eletto doge _Tommaso da Campofregoso_: con che si restituì la

pace alla scompigliata città.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 164 / 216 题