IO SONO SFORZA VILLANO DALLA COTIGNUOLA.

Venne dipoi il medesimo Sforza col conte di Troia, conte da Carrara ed

altri capitani, e con assai squadre d'armati verso Ostia, e quivi si

accampò, ma senza che male alcuno ne seguisse Intanto papa Giovanni

colla nemicizia di Ladislao, fomentatore dell'avversario _Gregorio_,

mirava il suo stato non assai fermo; e dall'altra parte anche Ladislao

paventava de' nuovi insulti da papa Giovanni, che proteggeva il di lui

emulo _Lodovico di Angiò_. O l'un dunque o l'altro fecero muover parola

di aggiustamento, e trovarono amendue il loro conto a conchiuderlo.

Tanto più agevolmente vi concorse il pontefice, perchè intese che s'era

maneggiata, fors'anche stabilita, da Ladislao una lega co' signori

della Marca e Romagna contra di lui. Per attestato di Teodorico da

Niem[2366], comperò papa Giovanni quella pace con isborso di cento

mila fiorini, segretamente pagati a Ladislao. Altre più vantaggiose

condizioni, e maggior somma di danaro accordata a quel re ne' capitoli

della concordia, si leggono presso il Rinaldi[2367]. Ora Ladislao,

per dar più colore al cangiamento che giù destinava di fare, chiamata

a sè una congregazion di vescovi e d'altri dotti ecclesiastici, loro

espose gli scrupoli della sua solamente in questa occasione delicata

coscienza, per aver finora aderito a papa _Gregorio XII_, quando

quasi tutta la cristianità riconosceva per vero papa il solo _Giovanni

XXIII_. La disputa andò a finire in favor d'esso papa Giovanni. Ciò

fatto, si portò Ladislao a Gaeta a visitar papa Gregorio. De' di lui

trattati segreti non era allo scuro Gregorio, e però immantenente

gliene dimandò conto. Negò Ladislao, ma nel dì seguente gli fece

intendere che si levasse da' suoi Stati in un determinato tempo, perchè

non potea più sostenerlo. Trovossi allora in grandi affanni Gregorio e

la corte sua; ma per buona ventura capitate colà due navi mercantili

veneziane, in una d'esse s'imbarcò, e girando pel mare Adriatico fra

molti pericoli e timori d'essere colto dalle insidie di papa Giovanni,

arrivò in fine nel mese di marzo a Rimini, dove con ossequio e festa

ben ricevuto dai Malatesti pose la sua residenza[2368]. Fu assai

che Ladislao nol sagrificasse alla politica sua e ai desiderii del

pontefice Giovanni di lui avversario. Si pubblicò questa pace nel mese

d'ottobre.

Vide in quest'anno la città di Milano un orrido spettacolo[2369].

_Giovanni Maria Visconte_ duca s'era già tirato addosso l'odio

universale del popolo, non tanto per le gravezze imposte, quanto per

la sua inaudita crudeltà. Teneva egli de' fieri cani al suo servigio,

e con essi facea sbranar le persone, alle quali volea male; talvolta

ancora per ispasso li lasciava contra delle innocenti persone. Il

Corio[2370] ne racconta varii casi. Fecesi pertanto una congiura contra

di lui da varii nobili, alcuni de' quali della stessa sua corte; cioè

quei da Bagio, Ottone Visconte, Giovanni da Posterla, quei del Maino, i

Trivulzi, i Mantegazi ed altri. Ora mentre il duca nel dì 16 di maggio

dalla corte passava alla Chiesa di San Gotardo, per udir messa, oppure

mentre udiva messa, gli furono alla vita i congiurati, e con due ferite

lo stesero morto a terra. Con questa facilità si sbrigarono essi dal

duca, perchè in questi tempi non si trovava in Milano _Facino Cane_

suo governatore e protettore. Si era egli dianzi con potente esercito

portato all'assedio di Bergamo, posseduto da _Pandolfo Malatesta_, e

dopo la presa de' borghi era vicino a veder anche la città ubbidiente

a' suoi cenni. Ma, infermatosi gravemente, si fece portare a Pavia,

dove tanto sopravvisse, che apprese la violenta morte data al duca

da chi, per la lontananza, s'era arrischiato a fare quel colpo, e

ne ordinò a' suoi la vendetta. Giovanni Stella[2371] scrive essere

morto Facino nel giorno stesso in cui fu ucciso il duca. Egli era

nativo di Santuà del Piemonte: altri dicono di Casale del Monferrato.

Secondo la testimonianza del Biglia e del Corio, costui signoreggiava

allora in Pavia, Alessandria, Vercelli, Tortona, Varese, Cassano,

in tutto il lago Maggiore e in altre terre; ma spirò con lui tanta

grandezza, perchè mancò senza prole. Dappoichè fu seguita la morte del

duca Giovanni Maria, ed esposto il suo cadavero nel duomo, entrò in

Milano con pochi _Astorre_, ossia _Estorre_, bastardo del fu Bernabò

Visconte, chiamato _il soldato senza paura_[2372], che avea tenuta

mano alla congiura, ed unito co' suoi partigiani, i quali, gridando:

_Viva Astorre duca_, s'impadronirono del palazzo ducale, corse la

città senza impedimento alcuno, ed assunse il titolo di duca. Ma il

castello, di cui era governatore Vincenzo Marliano, per quante promesse

e minaccie usasse Astorre, non gli volle prestare ubbidienza. La morte

di Giovanni Maria duca, e forse più quella di Facino Cane, richiamò,

per così dire, in vita _Filippo Maria Visconte_ suo fratello, conte

di Pavia, che, perduto ogni suo dominio, meschinamente vivea in Pavia

alla discrezione d'esso Facino, mancandogli talvolta il vitto. Prese

egli tosto il titolo di duca di Milano; e giacchè Facino in morte

l'avea raccomandato vivamente alle sue milizie, parea che non fosse da

dubitare della loro assistenza. Ma queste genti venali voleano danari,

e si preparavano di passare, chi al servigio di _Pandolfo Malatesta_

e chi di _Astorre Visconte_. Un ripiego a sì fatti bisogni fu allora

trovato da _Bartolomeo Capra_ eletto arcivescovo di Milano, e da

Antonio Bozero Cremonese, governator della cittadella di Pavia. Questi,

dopo aver ricoverato Filippo Maria in essa cittadella, per sottrarlo

alla bestialità delle truppe e alle insidie de' nobili da Beccaria,

proposero che Filippo sposasse _Beatrice Tenda_, vedova del suddetto

Facino. Vi si accomodò Filippo; Beatrice non solamente vi acconsentì,

ma sborsò quattro mila fiorini d'oro, e, dopo essere stata sposata,

diede a Filippo in dote altri tesori e le città suddette, benchè tutte

non venissero allora alle mani di lui. Rallegrato l'esercito colle

paghe di Beatrice, tutto si diede a Filippo Maria, il quale s'inviò

con esso alla volta di Milano, dove _Astorre Visconte_, nel medesimo

tempo che tenea assediato il castello, attendeva a sollazzarsi in

feste e giuochi. Nel dì 16 di giugno introdusse il novello duca delle

provvisioni di viveri nel castello, ed entratovi anch'egli, ne uscì

poi verso la città, che già s'era mossa a rumore ed acclamava lui

per signore. Per questo avvenimento Astorre con _Giovanni Picinino_,

figliuolo del già _Carlo Visconte_, uscì di Milano e si ritirò alla

nobil terra di Monza, di cui era padrone. Presi alcuni uccisori del

duca, ebbero dalla giustizia il premio che si meritavano. Fu dalle

genti del duca Filippo Maria assediata Monza, e dopo quattro mesi presa

e messa a saccomano. Si rifugiò Astorre nel castello; ma colto un dì

da una pietra de' molti mangani che tempestavano quella fortezza, ebbe

una gamba rotta, e di spasimo per essa ferita morì. Vidi io, nel 1698,

in Monza il suo corpo per accidente disseppellito in quella basilica,

tuttavia intero e coll'osso della gamba rotto. Certo che la sua santità

non gli avea meritato questo privilegio. Valentina sorella d'Astorre

sostenne poi quel castello sino al dì primo di maggio dell'anno

seguente, in cui lo consegnò con buoni patti, riferiti dal Corio, a

_Francesco Busone_, soprannominato il _Carmagnuola_, che di bassissimo

stato pel suo valore e per la sua fedeltà era già salito al grado di

consigliere e maresciallo del duca.

Nella città di Bologna, dacchè essa si ribellò a _papa Giovanni XXIII_,

le arti e il popolo basso comandavano le feste[2373]. Avvenne che

nel dì 25 di agosto i Pepoli, Guidotti, Isolani, Manzuoli, Alidosi,

Bentivogli ed altri nobili si levarono a rumore, e, deposto il governo

popolare, cominciarono essi a reggere la città. Poscia nel dì 22 di

settembre acclamarono la Chiesa, avendo già stabilito accordo con

papa Giovanni, le cui armi presero il possesso della città, e nel dì

30 di ottobre arrivò colà per legato il cardinale del Fiesco. Anche

la terra di San Giovanni in Persiceto tornò in potere de' Bolognesi,

con iscacciarne il dominio de' Malatesti. Ebbero in questi tempi i

Genovesi gran guerra coi Catalani[2374], ed avendo spedito contra

d'essi una flotta comandata da _Antonio Doria_, recarono loro dei

gran danni Per cagione ancora di Porto Venere fu guerra fra essi

e i Fiorentini; ma nell'anno seguente ne seguì accordo. Di maggior

conseguenza fu la guerra che tuttavia durava tra _Sigismondo re_ de'

Romani e di Ungheria, e la _signoria di Venezia_[2375]. Vennero gli

Ungheri sino a Trivigi, mettendo tutto quel territorio a sacco. Dacchè

se ne furono ritirati, l'armata veneta marciò in Friuli per ricuperar

le terre tolte al patriarca d'Aquileia. _Carlo Malatesta_ loro generale

vi fece di molte prodezze. Nel dì 9 di agosto venne alle mani l'armata

veneta cogli Ungheri, e il combattimento fu duro e sanguinoso per l'una

e per l'altra parte; ma in fine ebbero gli Ungheri la peggio, e ne

restarono moltissimi prigioni. Tre ferite, ma non mortali, ne riportò

esso Carlo Malatesta. _Pandolfo_ suo fratello, chiamato al comando

delle armi venete, fece altri progressi, e tutto quest'anno spese in

varii incontri e badalucchi. Tal guerra diffusamente narrata si vede

da Andrea Redusio[2376]. In questi tempi ancora _Braccio da Montone_,

fuoruscito di Perugia, cominciò cogli altri della sua fazione a far

guerra alla patria[2377]; ma ebbe una rotta da _Nanne Piccolomini_ e da

_Ceccolino_ Perugino: il che gli servì di scuola per far meglio da lì

innanzi il mestier della guerra, in cui divenne eccellente.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 161 / 216 题