E Pellegrino di Leuthen?..
Il maliziuto tedesco, non così fiutò il poco respirabile aere, che
per lui si faceva in Piacenza, e vide la mala piega che pigliavano
le faccende di casa Farnese, se la svignò alla chetichella e viaggiò
diviato per alla volta di Roma, dove recò al pontefice la sconsolante
novella. Intesa l’atroce morte del figlio, tardi conobbe il vecchio
Paolo III di averlo amato troppo e troppo secondato coloro che incitato
lo avevano ad ingrandirne sempre più la potenza e i possessi. Allora
— come ha lasciato scritto monsignor Girolamo de’ Rossi — «si cacciò
dinanzi il Gambara, et non lo volle mai più vedere, come quello che era
stato autor di tanto male et per la Chiesa, et per la casa Farnese, a
tal ch’egli (il Gambara) se ne andò a casa sua tanto sconsolato che in
pochi giorni miseramente se ne morì, dicendo altro: Io insegnai bene al
Papa et a P. Aluisi come dovevano fare per aver Piacenza et Parma, ma
non gl’insegnai già che non vivesse da principe, e senza guardia come
faceva».
Nè a ciò arrestossi il furore del Sommo Gerarca Cattolico. In pubblico
concistoro uscì a dire: «Di Pietro Luigi Farnese Duca di Parma e
Piacenza io Alessandro padre di lui, come padre non piglierò mai
vendetta per tempo alcuno, ma sibbene come Paolo III Pont. Mass. e capo
della Chiesa, di Pietro Luigi figlio, e Confaloniero di Santa Chiesa
farò io vendetta a tutto mio potere, sebbene mi credessi andar al
martirio come molti altri».
Senonchè anche i papi propongono, ma chi dispone è spesso quel
Domeneddio, di cui si dicono vicari.
L’anno dopo tentò ben egli stringersi in lega con Enrico II di Francia
contro Carlo V di Spagna, per forzarlo alla restituzione di Piacenza;
ma nell’anno successivo, còlto da gagliarda febre su le prime ore
del giorno 10 novembre, verso l’imbrunire del giorno stesso, cessò di
vivere nella rispettabile età d’oltre ad ottantadue anni.
Lo scaltro tedesco lo servì sempre nel duplice uficio d’indagatore ed
intracciatore di preziosi cimelî e di preziosi segreti, vale a dire:
d’antiquario e di spia. È a lui che si dènno le prime escursioni e
scoperte metallurgiche nei monti del piacentino, percorrendo i quali a
quando a quando «potè accorgersi che il nostro suolo raccoglie nelle
viscere, non che ferro e rame, ma anche oro ed argento» sicchè più
volte avrà dovuto sclamare, col poeta delle _Georgiche_:
«Suolo felice, che
.......... _argenti rivos, ærirque metallos_
_Ostendit venis, atque auro plurimia fluxit!_
Morto il papa, Pellegrino volle pur continuare parimente nelle sue
antiche funzioni; ma — come ne ha scritto il chiaro archivista Amadio
Ronchini — era travagliato spesso dalla podagra e affralito da altri
malanni, che indi a poco ne spensero la vita, non sappiam bene se in
Bologna od in Modena.»
E il còfano dell’abate di San Savino?
Dopo il conte Giovanni Camia, Stefanaccio e Terrremoto n’avean recato
il segreto sotterra. Anche donna Costanza Farnese di Santafiora, che di
quel còfano teneva la chiave era premorta due anni inanzi. Nessuno però
ne sapeva più nulla.
Ma ciò che nessuno avrebbe più avuto ragione di imprendere, lo fece
casualmente il furor popolare.
Caduto a pena l’esoso Pierluigi sotto il ferro de’ congiurati, varî del
popolo uscirono dalla città ed — unitisi a moltissimi della campagna
— trassero in quello di Borgo San Bernardino, sino alla Torre Farnese
— odiato covo de’ gabellieri farnesiani, da cui procedevano tutti i
balzelli, le taglie e le angarie — e la diroccarono dalle fondamenta.
Nel menarla a sacco, nello scassinarne le costruzioni, qualcuno smosse
la famosa pietra riquadra di cui il morituro Giovanni il Grosso avea
dato le precise indicazioni al navichiero della Nure e sotto la quale
giaceva appunto il prezioso còfano di legno di sandalo borchiellato, a
lui rimesso morendo dall’abate Marazzani di San Savino.
Chi primo lo scorse se ne impadronì, ma altri sopravennero a
contenderglielo ed impegnarono con quello un litigio; conchiusione del
quale si fu che — mancando la chiave e dovendosi ripartire il contenuto
del còfano tra quanti avean partecipato alla demolizione della torre
— lo si avesse ad aprire con la violenza anche a costo di mandarlo in
ischeggie: l’importante era vedere e toccar con mano ciò che chiudesse
nel corpo.
Ma — forzatane la serratura con la punta di uno stilo — rimasero
amaramente delusi: esso non conteneva chè una ciocca di capelli bruni
ed un grosso piego di pergamene e di carte scritte.
Imprecando, bestemmiando, taluno si studiò di deciferare quest’ultime;
ma non potè riuscirvi, perchè scritte in latino ed anco assai male.
Solo, quinci e quindi, gli parve rilevare il nome della famiglia
Anguissola, misto a quello de’ Marazzani e de’ Sforza di Santafiora.
Altri opinarono perciò fosse buon consiglio il recare il tutto al
conte Giovanni, che — se mai vi trovasse alcunchè di confacente a’ suoi
interessi — non avrebbe mancato di compensarli.
E così fecero.
Il conte Giovanni Anguissola, ch’era appunto reduce da Lodi, gittati
a pena gli occhi su quelle scritture, riconobbe che, in qualche modo,
lo risguardavano. Laonde fece pagar loro qualche ducato di oro e se le
tenne. Scorrendole poscia a suo agio, apprese da esse un segreto che,
più volte, gli fece correre un sudor freddo lungo la spina dorsale.
Quell’Olimpia, ch’egli aveva tanto amato; quell’Olimpia, per cui avea
concepito tant’odio contro il Farnese; quell’Olimpia, che si era sempre
e quasi prodigiosamente sottratta a’ suoi amplessi, a’ suoi baci; non
era già la nipote, o — com’altri volevano — l’amante dell’abate di San
Savino; ma sibbene una figlia adulterina del defunto Bosio Sforza di
Santafiora e della istessa contessa Anguissola, sua madre; Olimpia era
però sua sorella. Quelle carte ne contenevano le prove.
Il misto di attaccamento insieme e di repugnanza, ch’ella gli aveva
sempre dimostrato, potevasi, quindi, spiegare come una mistica voce del
sangue.
Ma dov’era Olimpia?...
Neruccio non ebbe il core di palesargliene il misero fine, ned egli lo
seppe mai.
E Bianca della Staffa?...
Al momento istesso, in coi Neruccio ed i due Anguissola trafiggevano
Pierluigi Farnese, il più de’ loro complici, cui s’erano aggiunti
anche molti individui del popolo, si sparsero con l’arme in pugno, per
ogni più riposto ambiente della cittadella, impadronendosi delle più
preziose suppellettili; liberando i prigioni, che gemeano in carcere;
tutto mettendo a soqquadro.
Alcuni popolani, teneri delle gemme e delle coppe di oro e di argento,
assai più chè della emancipazione de’ carcerati; si lanciarono nella
parte più nobile del quartiere ducale e via — di stanza in stanza —
giunsero dinanzi un uscio serrato, di là del quale credettero udire una
voce. Con le piccozze, le partigiane e l’accette, ond’erano armati,
abbatterono in un istante quell’uscio e procedettero inanzi; ma una
giovine donna signorilmente abbigliata, pallida in volto come un
cadavere, coi capegli irti in capo pel terrore, si oppose risolutamente
al loro passaggio, respingendoli con tutte le sue forze e gridando
disperatamente:
— No, no, scellerati.... no.... piuttosto morire!
Quella giovane donna era la misera Bianca.
Ella si conteneva in tal guisa, a cagione di un tremendo diverbio, che
avea avuto il dì inanzi col suo tiranno, carceriere e carnefice.
— Comprendo — le avea detto il Farnese — comprendo il perchè de’ tuoi
eterni sospiri e delle uggiose tue reluttanze: è quella disgraziata
bambina; ma ch’io ci perda il mio nome se non te la fo strappare dal
fianco per affidarla alle aque del Po.
— Oh, no, monsignore — avea gemuto la meschina — voi non farete una sì
orribile cosa!
— È il solo mezzo che mi resti a farti mansueta; da lungo mi gironzola
per lo capo e, un dì o l’altro, stanne certa, lo metto ad esecuzione.
E la lasciò sotto il peso di tale atroce minaccia.
Ella credeva però che gli uomini armati, che avevano fatto
violentemente irruzione nel suo ritiro, fossero gli sgherri del
Farnese, incaricati da lui di trarre a fine quel suo crudele
divisamento.
Perciò s’opponeva al loro inoltrarsi; perciò li ributtava con tutta
la vigorìa delle sue gracili braccia; perciò ripeteva con voce rauca e
disperata:
— No, no.... piuttosto morire!
— E tu muori, dunque! — le rispose uno di que’ mascalzoni.
E — in pari tempo — le cacciò tutta quanta la lama della sua partigiana
nel petto.
La meschina strabuzzò orrendamente gli occhi; levò alte le braccia e —
barcollando — andò a cascare a piè del lettuccio, sul quale dormiva la
sua creatura.
Compiuto il principale atto della propria vendetta, anche Neruccio
s’affrettò a gittarsi per gli appartamenti ducali.
Col cuore anelo, ansiosamente sospeso fra le speranze e i timori, egli
volava in traccia dell’amata sua Bianca....
Transitò, a sua volta, per le medesime sale, d’ond’erano passati,
poco prima, i rivoltosi del popolo; giunse anch’egli dinanzi l’uscio
scassinato; penetrò anch’egli nella stanza fatale....
— Nessuno!....
Solo — nel mezzo del pavimento — giaceva boccone una donna immersa in
una larga pozza di sangue.
Un tremendo presentimento lo punse al cuore.
Si avanzò premuroso, piegò un ginocchio; sollevò quella caduta; la mirò
in volto....
Era Bianca, era la sua Bianca....
Ma non era più che un cadavere.
E la bambina?
Disparsa!
Chi interroghi _Le famiglie illustri_ del Litta potrà forse rinvenire
una traccia della figlia di Bianca della Staffa e di Pierluigi, in
quell’Antea Alessandra Farnese, di cui il Litta fa menzione e della
quale non è improbabile ci prenda vaghezza, altra volta, di narrare le
vicende e la storia.
Neruccio Nerucci, ossia: il capitano Giovanni Osca da Valenza morì
quattro anni dopo, nel difendere, contro l’armi francesi, il castello
di Torchiara, sotto gli ordini del principe di Macedonia, che ne
comandava il presidio.