CAPITOLO XLV.

Imprudenze di Terremoto.

— Per dirvi tutto — così cominciò il gigante indirizzandosi a Neruccio

— e’ conviene mi rifaccia a quella notte indiavolata, in cui vi trovai

prigioniero in una casipola delle vicinanze di Perugia.

— Nella casa del chierico — aggiunse Neruccio, guardando all’Anguissola

— la notte in cui io ferii la Marazzani e nella quale voi mi traeste

prigione.

Terremoto espose allora minutamente tutto quanto eragli occorso, e

nel campo pontificio, e nella taverna presso il Trasimeno, e come,

nella medesima notte, fosse giunto a strappare, prima dalle mani del

Farnese, poscia da quelle de’ suoi scherani, la giovane e perseguitata

sua signora ed a fuggire secolei su gli stessi cavalli di que’ loro

persecutori.

— Dall’osteria di mastro Luca — continuò Terremoto — facendo

galoppare a briglia sciolta i cavalli, che avevamo tolto a’ nostri

stessi persecutori; giugnemmo, senza cattivi incontri, a Castiglion

Fiorentino, d’onde, riposatici alquanto, tirammo di lungo a piccole

giornate sino a Firenze.... a tutta prima il mio intendimento si era

di fissarmi in quella leggiadra città, dove avrei sciupato tutt’il

mio tempo ad ammirare le statue della Loggia dei Lanzi e le pitture

di palazzo della Signoria.... non perchè ne comprendessi alcunchè, ma

perchè le mi paiono sì belle e portentose creazioni del genio umano

che non si rifinirebbe mai più dal contemplarle.... ma donna Bianca,

che, delle faccende del mondo, ne ha sempre saputo e indovinato assai

più di me, come naturalmente debb’essere di nobile e culta donzella

in paragone di un rustico e misero servo qual mi sono io; donna

Bianca mi fece giustamente osservare non esserci troppo a fidarsi del

carattere ambidestro e sornione del duca, messer Cosimo de’ Medici,

il quale, siccome stava in quel torno girandolando certe sue non so

quali macchine a proposito del sanese, per cui, dopo aver fatto il

viso dell’armi al pontefice, tornava a mostrarglisi oltremodo manoso;

non ci sarebbe stato nulla a stupire se, per amicarsi casa Farnese,

e’ fosse entrato nella briccona idea di tradirci.... da stare a

Firenze, dov’erano pur ricovrati varî altri fuorusciti perugini,

cercammo conoscere il luogo in cui erano iti a pigliar stanza messer

Bartolomeo, lo zio di madonna, ed i suoi, e chi ci disse a Siena, chi

a Pisa, chi a Città di Castello; ma, anche a questo riguardo, la mia

signora osservò molto saviamente che, se il figliuolo del papa durava

nelle sue mire sovra di lei e s’ostinava a perseguitarla, la prima

città, su cui avrebbe rivolto il pensiero e le ricerche, quella appunto

sarebbe stata, che serviva di refugio a’ suoi parenti: meglio però il

risolversi a trovare altrove un più sicuro asilo... per un momento,

l’uzzollo grande in cui io mi sentivo di rivedere il mio paese natale

e di riabbracciare, se ancora in vita, il mio povero e vecchio padre,

mi suggerì il progetto di ritornare nella Valle di Nure.... oh, ci

sarei volato ad ali aperte col core giubilante!... non so che sia, ma

quel cantuccio di terra, in cui s’è aperto gli occhi alla luce e si son

dati i primi vagiti e mutati i primi passi, non so che sia; ma pare il

più bello e meraviglioso paese del mondo.... senonchè mi prese paura

di que’ feroci de’ signori Nicelli.... e non per me tanto, che prima

e’ m’abbiano a far stirare le cuoia ci dee correre parecchio tempo;

eppoi.... eppoi....

E con tale sua reticenza, che aveva la pretesa di essere fina e

maliziosa, il buon Rinolfo alludeva alla famosa predizione fattagli a

Gallarate da Gerolamo Cardano.

— Ma — continuò — la paura era tutta per madonna Bianca, contro della

quale chi sa quali rappresaglie avrieno potuto que’ maladetti.... ci

decidemmo, quindi, per Ferrara, dove la mia signora sapeva trovarsi,

da tempo, varî amici e aderenti così dei Camia come dei della Staffa

e dove, secondo il suo dire, la duchessa madre che, per buona sorte,

erasi fatta allora allora rinnegata ed eretica, non avrebbe mancato

di proteggerla contro le ire del papa e i capricci del su’ degno

figliuolo.... rimessi però in cammino, dopo un brevissimo soggiorno

a Firenze, valicato l’Abetone, rasentata Bologna, arrivammo, pochi dì

dopo, a Ferrara, dove non solo i vecchi amici della sua famiglia, ma

la istessa corte di messere il duca d’Este, accolsero la mia giovane

signora con una premura tale, che.... non canzono!... mi vennero, per

la consolazione, le lagrime agli occhi.

A questo punto Neruccio non potè astenersi dal domandare:

— E perchè avete abbandonato quella ospitale e secura dimora?...

perchè, adesso, siete qui voi, in mezzo alla via, e madonna Bianca

trovasi sola a Cremona?

— Non ci è sola, messere — fu sollecito a rispondergli Terremoto —

ella è parte del seguito di Sua Magnificenza la duchessa di Ferrara,

la quale s’è recata colà, insieme al suo illustre consorte, per

complimentarvi anzitutto Sua Maestà Cesarea il Serenissimo imperator

Carlo V... di là, come ha fatto il duca, la duchessa pure doveva

portarsi a Busseto per ossequiare Sua Beatitudine il papa; ma,

al momento istesso in cui apparecchiavasi a partire, è giunta una

staffetta del signor Gerolamo Pallavicino, che annunziava essere tale

e tanto il numero delle persone accorrenti al suo castello, ch’egli

non avea modo di tutte ricovrarle convenientemente, onde ne dava

avertimento massime alle dame, acciocchè provedessero a’ casi loro,

per non doversi poi dolere dei troppo scomodi che avrebbero altrimenti

patito.

— E voi? — fece Neruccio.

— Quanto a me, è altra cosa — disse il gigante — io fui destinato dallo

stesso signor duca ad accompagnare l’uomo di fiducia di un amico suo,

messer Gaspare Gozzelini, segretario del signor don Ferrante Gonzaga e

dovetti però staccarmi per la prima volta dalla mia signora.... con che

cuore vel lascio ideare.

— E da che traete argomento a temere?

— Da una circostanza, messere, di cui giudicherete a vostra volta,

che mi ha posto le fiamme dell’inferno nel core.... oh, a Busseto ho

commesso delle grandi imprudenze!...

— Spiegatevi: toglietemi d’ansia!

— Io c’ero andato, come v’ho detto, al seguito di messer Gaspare

Gozzelini, che il suo padrone spediva inanzi a fiutare il terreno e ad

iscuoprire come stessero apparecchiate le cose, prova sia che, in luogo

di scendere col suo vero nome al castello signoriale, dove avrebbe

avuto posto segnato, e’ chiese asilo ai Minori Osservanti, cui si dètte

a credere per un Manfrone Aretusio, che forse non ha mai esistito,

fuori che nel suo cervello maliziuto, tutto pieno di quelle trappole,

che sanno inventare gli uomini di lettere e di toga.... eravamo a pena

nel dormentorio, che un monellaccio, ivi pure giunto e ricovrato di

fresco, tentò mettere le ladre zampe nelle tasche di lui per derubarlo:

io, comunque al buio, lo indovinai allo strisciar de’ piedi e lo

azzannai ben fermo, giusto nel punto in cui stava per fare il suo

fiocco.... il convento si levò a romore; accorsero i frati; accorse

il Gozzelini, ch’era uscito per certe non so quali sue faccende; ed

accorse eziandio il padrone del ragazzo da me colto in flagrante....

questo padrone era una mia vecchia conoscenza, mastro Pellegrino di

Leuthen, un tedesco che bazzicava frequentissimo in casa il mio ottimo

signore di Camia e che io ho sempre ritenuto per uom dabbene e da

potersene fidare.... per questo mi portai garante al Gozzelini non

solo di lui ma anco del suo valletto, il quale era un giovincello tra

i diciotto e i vent’anni, affatto imberbe e con la faccia già per sè

brunazza e olivigna tutta impillaccherata di negro untume, come fosse

un magnano od un carradore.

— E chi era? — chiese con premura l’Anguissola.

— Consentite, messere — fece il gigante — ch’io proceda col più

d’ordine che posso, se non volete mi confonda per via e più non sappia

dove vado a riuscire col naso.... vi basti che, da quel momento,

cominciarono le mie madornali imprudenze.... la prima è stata quella

di dar retta alle scaltre sobbillazioni del segretario di don Ferrante

Gonzaga.

— E cosa tendevano? — interrogò Neruccio.

— Eh, messere — gli rispose Terremoto — alla cosa più giusta, più

onesta, più santa di questo mondo.... tendevano a farmi dimandare

udienza al sommo imperator Carlo V, onde rivelargli tutto quanto era

occorso alla mia povera signora, in causa del figliuolo del papa, e

a dimandargli protezione a vantaggio di lei.... ben mi pareva che,

trovandosi donna Bianca al securo, e omai da oltre due anni, presso

la corte del magnifico signor duca di Ferrara, non ci fosse proprio

il bisogno di una simile pratica; ma il segretario, col suo dire

condito e artifizioso, tanto me ne seppe infinocchiare e su le braccia

lunghe della famiglia Farnese, e su i possibili tradimenti de’ piccoli

signori, e su questo e su quest’altro, che io cascai tutto d’un pezzo

nel bertovello e mi lasciai trascinare sino dinanzi allo imperatore.

— E all’imperatore diceste ogni cosa?

— Il gran tutto, messere.

— E la chiamate una imprudenza cotesta?

— Sì, messere, perchè, intanto, se la faccenda è stata riferita al

signor duca di Castro, io ho, come si usa dire, dato de’ calci al cane

addormito e richiamatolo su le nostre peste; e poi, a non contar altro,

ho indicato a tutto quel nugolo di gente attornianti il sovrano che

madonna Bianca trovasi adesso a Cremona, e precisamente insieme alla

corte della signora duchessa d’Este, per cui chiunque le voglia male sa

dove si ha da dirigere per trovarci il suo conto.

— E voi credete?...

— Eh, lasciatemi terminare, messere, che vedrete come non sia questa

nè la sola, nè la più marchiana delle imprudenze che io mi abbia

commesso.... v’ho parlato del tedesco Pellegrino di Leuthen, ch’io

aveva imparato a conoscere presso de’ miei signori, i Camia, e ch’io

stimavo per uomo onesto e di garbo: ebbene, con costui nel convento

de’ Minori, mi sono lasciato andare a tutte le più baggiane confidenze:

nulla gli ho taciuto delle peripezie toccate alla mia giovine signora,

e de’ casi atroci avvenuti alla famiglia del suo avolo, e de’ pericoli

corsi, prima a Castell’Arquato, eppoi a Perugia, in causa di quel

dannato di monsignor Pierluigi, e finalmente com’ella avesse trovato

ricetto e protezione appo i magnifici signori d’Este e come fosse

presentemente, insieme alla duchessa, a Cremona.... il tedesco, con

quella sua aria melensa e que’ suoi grugniti, più da maiale, salvando,

che non da cristiano, mi ha rivolto un mondo di interrogazioni, alle

quali io, soro, mi son dato premura di rispondere il più potessi

diffusamente, sempre nella fiducia di parlare a un amico.

— E invece?

— Invece, m’ho poi avuto modo di capacitarmi ch’e’ non mirava se non a

farmi cantare, per trarre partito delle mie confidenze e forse a danno

della sventurata mia signora.

— Da che lo deducete?

— Da una scoperta, che ho fatto staman’istesso, dopo averci pensato

su tutta la notte.... stavo iersera poco prima del bruzzolo,

chiaccherando, come al solito, con mastro Pellegrino, il quale mi

domandava i più minuti particolari circa la condizione, in cui si

trova la mia signora presso Sua Grazia la duchessa di Ferrara, e

circa l’altre persone che le stanno dintorno.... a un tratto, mastro

Pellegrino mi lasciò ed io, rimasto solo, m’accostai, così per

avventura ad una finestra della foresteria prospicente sul cortile

interno, sotto la quale è suggellata una piccola fontana a vasca di

marmo.... dinanzi a questa, tenevasi curvo un giovinetto, che delle

due mani si andava lavando la faccia.... lo sbirciai e riconobbi il

ragazzaccio da me sovrappreso in atto di rubare, al momento stesso del

mio arrivo nel monistero, quel lesto fante di valletto, che non avevo

poi più riveduto a’ fianchi del suo padrone.... per lavarsi bene la

faccia ed il collo, e’ s’era discinto e sbottonato il giustacuore,

dallo sparato del quale, tra le pieghe rimosse della camiciuola,

chinato siccome teneasi, lasciava travedere una parte del seno.... io

fui per mettere un grido: quel giovinetto era una donna!...

— Olimpia Marazzani? — sclamò l’Anguissola.

— V’ho già ripetuto, messere — fece Terremoto — che di nome io non la

ho mai conosciuta, nè tampoco la riconobbi al momento, comunque avessi

agio di esaminarne accuratamente le fattezze, che l’aque della fontana

aveano monde dello untume onde, a bello studio, erano state brutte....

solo mi ritrassi con una incerta e vaga reminiscenza, la quale mi

è andata frullando in capo tutta quanta la notte e m’ha impedito di

chiuder occhio.... sentivo, comprendevo non esser stata quella la prima

volta, in cui m’ero imbattuto in quel bruno e fiero volto di femina;

ma giammai veniami fatto di ricordarmene nè il dove, nè il quando....

questa mattina soltanto, risvegliandomi come di sobbalzo, dopo un breve

e leggero pisolare di pochi minuti, le idee mi si sono schiarate tutte

d’un tratto: nel dormiveglia, tra il fosco e il chiaro la imagine

di quella medesima donna m’è riapparsa, quasi per incanto, dinanzi

agli occhi della fantasia, e proprio tal quale la ho vista la prima

volta, vale dire: nel giugno del 1549, a Castell’Arquato, in casa i

Santafiora, mentre aiutava quello scellerato di Monsignor Pierluigi a

usar violenza alla mia giovine signora.....

— La Marazzani, dunque? — rintostò il conte Anguissola.

— E sarà bene la Marazzani — riprese, come un po’ uggiato l’ottimo

Rinolfo — se voi sapete ch’ella si noma in cotesta maniera.... io ci

ho niente a ridire, ma, vel ripeto, di nome non ho mai saputo come la

si chiami.... il fatto è solo, che, entrato in un grande sospetto,

sono balzato immediatamente giù dal mio saccone e corso a ricercare

del tedesco, per addimandargli stretto conto di quel suo servitore

ermafrodita; ma il mio sospetto ed il mio tentativo, onde appurarlo,

giungevano troppo in ritardo: i buoni Minori mi risposero che sì questi

che quello aveano lasciato insieme il convento sino dalle prime ore

d’iersera e s’erano diretti per la strada maggiore verso il Po....

il mio sospetto s’è rimutato allora in una terribile certezza: quella

mala femina non poteva essere camuffata da uomo senza qualche iniquo

intendimento; mentr’ella stava risciaquandosi la faccia alla fontana,

apparecchiandosi così alla già divisata partenza, il tedesco, suo

complice, m’interrogava e mi scavava sotto il terreno per conto suo....

forse, chi può divinarlo? anche quel trappolone di messer Gozzelino

è del complotto!... già, quella sua pallida cera e que’ suoi neri

occhiolini, privi di luce come quelli del pesce morto, non impromettono

nulla di buono.... senza dubio, que’ due si sono recati a Cremona,

con qualche malvagio intendimento a pregiudizio di madonna.... perciò,

senz’altro maggiormente indugiare, sono montato sul mio gramo ronzino e

mi son subito posto in viaggio, pregando, dal più profondo del cuore,

Gesù Benedetto e la Santissima Vergine dei sette dolori di farmi

giungere in tempo!

— E vi giungeremo in tempo! — sclamò Neruccio, infliggendo un forte

colpo di sprone a’ fianchi del proprio cavallo.

— Oh sì, che vi giungeremo! — gli fece eco l’Anguissola, imitandone

l’esempio.

E partirono con la velocità di due saette scoccate dalla faretra.

Ma, a breve tratto, dovettero arrestarsi per attendere il loro

colossale compagno di viaggio, il quale — in causa appunto della misera

cavalcatura ond’era provisto — non poteva seguirli che camminando a

piccolissimo trotto.

Terremoto · 第 66 / 98 题