Quanto al Vitelli, l’astuto ne conosceva il debole e sapeva benissimo
quale il miglior lenocinio per adescarlo. — In compenso della cessione
del supremo comando, gl’impromise la metà giusta di tutte quante le
prede ed il rapace capitan di ventura si mostrò l’uomo più remessivo e
condescendente che mai si potesse.
Però, due dì dopo, dal Pontefice in persona, Pierluigi Farnese venne
publicamente confermato gonfaloniere e capitan generale di Santa Madre
Chiesa e posto alla testa dello esercito pontificio, che, oltre Vitelli
e gli altri capitani e colonnelli ricordati più sopra, constava di
ottomila fanti italiani raccolti fra la peggio schiuma, di quattromila
spagnuoli ceduti da don Pedro di Toledo vicerè di Napoli, e di
ottocento tedeschi.
Con tale esercito, Pierluigi Farnese, si pose subito in via per alla
volta di Perugia.
Era il 13 aprile.
Le meraviglie grandi fatte dal papa a proposito della improvisa
resoluzione del figlio non erano senza gravi cagioni, ad apprezzare
adeguatamente le quali basta conoscere, ne’ loro particolari, i
precedenti di costui.
Pierluigi Farnese era nato in Roma al tocco e un quarto circa del
diecinove dicembre 1503 — l’anno istesso in cui si combatteva fra
Andria e Quarata su quel di Trani il famoso _XIII Pugilum Certamen_
cantato dal cremonese Marco Jeronimo Vida; l’anno istesso, in cui
papa Alessandro VI dei Borgia, vittima vuolsi del suo proprio veleno,
spirava al demonio, suo patrono, l’anima scellerata; l’anno istesso,
in cui la lodevole opera unificatrice compiuta dalle malvage arti del
Valentino ricascava in isfascio per riaprire il varco a’ Vitelli, a’
Baglioni, ai d’Appiano, a’ duchi d’Urbino, ai signori di Camerino, di
Pesaro, di Sinigaglia, che, a mo’ di lupi, ripiombavono su gli aviti
domini.
Legittimato dieci anni dopo con Bolla di Papa Giulio II dalla Rovere;
si connubiò nel 1519 a donna Gerolama di Luigi Orsini, conte di
Pitigliano, ottima e santa signora che visse poi sempre sequestre
dal mondo, tutta onninamente intesa alle pietose sue cure di carità
cristiana.
Un dissidio, a cagione della costei dote lo inimicò a’ suoi cognati,
talchè collegatosi a Sciarra e Camillo Colonna, che militavano contro
la città eterna sotto gli ordini del celebre contestabile di Borbone
— si mise al seguito di costui e prese parte a quel terribile sacco di
Roma, per cui, secondo il Berni,
. . . . . . . . . Non vide il sole
Più crudele spettacolo e più fiero
De la città del successor di Piero.
E queste furono le sue prime armi: sanguinosa aurora di assassinî,
di stupri, di violenze e rapine, in cui già si leggeva il tramonto;
prognostico assai men menzognero di quello che il ciurmadore suo
astrologo gli fece dappoi, quando gli predisse: «_Mors tua erit
naturalis, sed proveniet ex nimia humorum ubertate, seu cattharali
suffocatione aut nimio coitu post crapulam_».
Viste le grandi sue prodezze nello scannare inermi, vituperare le
femine e rapinare l’altrui; gl’imperiali — ossia, quella bulima di
ladroni d’ogni sequenza raccolti sotto le insegne dello avventuroso
figliuolo di Chiara Gonzaga — lo spedirono con altro dei loro sul
promontorio del Gargano, alla guardia di Manfredonia, dove Camillo
Orsini lo assalì dalla parte di terra e, dalla parte di mare, gli si
schierarono contro venticinque galee, e dove — al dire del Guazzo —
«attese a ribattere con indicibil coraggio una sì fiera tempesta, e da
invittissimo capitano con tanta valorosità, con tanta prudenza in tal
assedio ritrovossi che gli soldati, quai per offendere sua signoria
erano andati, con più loro danno che utile si dipartirono».
Quindi, secondo ce ne ha lasciato scritto Monbrino Rosco da Fabriano
nel suo _Poema dell’assedio e bellicosa impresa di Firenze_, il
principe Filiberto di Oranges
Lettere scrisse al signor del Farnese
Venisse con sua gente e belle imprese.
Era con le sue gente il signor detto
In Nocera di Napoli alloggiato
Duo milla seco havea ognun perfetto
Nell’arme e experto e pratico soldato
Qual subito ne venne assai diretto
Per obbedire el principal mandato
Passando valle pian cole e pendisi
Che arrivò un giorno alli confin d’Assisi.
Ma poi? — Poi non stette guari a ritirarsi dallo esercito «per essere
stato casso dal marchese del Vasto con ignominia della milizia».
E così — per allora tanto — si chiuse gloriosamente la sua carriera
militare.
Salito al trono pontificio Alessandro Farnese, suo padre, assoluto da
questi delle censure in cui era incorso, per aver partecipato al sacco
di Roma, e creato prima signor di Montalto, poi di Frascati, quindi
duca di Castro, Nepi e Ronciglione, gonfaloniere e capitan generale
della Chiesa e, dallo imperatore Carlo V, marchese di Novara; trasse
egli sempre dappoi lieta e tranquilla vita ne’ suoi domini, salvo il
correre or qua or là, vuoi spedito dal padre a complimentare questo o
quel principe, a montar macchine od a sventare intrighi; vuoi trattovi
dallo istesso suo sfrenato disio di piaceri e di galanti avventure.
Più di due lustri erano così trascorsi dalle sue ultime imprese
guerresche, e però non aveva torto suo padre a stupirsi nel vederlo sì
premuroso di ricacciarvisi dentro.
Sotto quel suo intenso desiderio qualche gatta doveva indubiamente
covare.
E la gatta era mastro Pellegrino di Leuthen, o — per dire più giusto —
era la nostra giovine Bianca della Staffa.
In qual modo?
Poche parole basteranno per spiegarlo a’ lettori.
Tre settimane dopo il suo ritorno nella città de’ Cesari e dei Papi,
Pierluigi era stato raggiunto dai suoi figli e dalla nuora che aveva
lasciato — come vedemmo nella rôcca dei conti di Santafiora. — Secoloro
giungeva pure il Trentacoste da Camerino, con le sue dodici barbute, e
gli recava una missiva del sedicente numismatico tedesco, nella quale
questi gli esponeva aver esplorato tutte le circostanti campagne,
terre e castella, senza che nè dell’uomo dalla buffa calata, nè del
gigantesco familiare de’ Camia, nè di madonna Olimpia Marazzani, nè
di Bianca della Staffa, gli fosse riuscito raccogliere il più piccolo
indizio.
Pierluigi — per quanto glie ne costasse — dovette però mettere il cuore
in pace e renunziare alle vagheggiate speranze di rappresaglia e di
vendetta.
Senonchè il mattino del giorno istesso in cui lo vedemmo recarsi a
sollecitare dal padre il comando delle milizie raunate contro Perugia,
il degno Pellegrino di Leuthen era giunto improviso ad annunziargli che
Bianca trovavasi appunto in questa città.
Ciò che non avevan potuto le perlustrazioni, le indagini, le astuzie,
il caso puro e semplice glie lo aveva fatto scuoprire.
Nel transitare da Firenze a Roma, s’era soffermato per alquante ore
in quella città; su la piazza maggiore aveva travisto Terremoto:
pedinandolo, lo aveva seguito sino alla casa dov’era domiciliato e
quivi — presa voce — risaputo che, insieme a lui, trovavasi pure la
sua giovine signora, la quale, da vari mesi, aveva ricetto presso il
proprio zio, messer Bartolomeo della Staffa, uno de’ più danarosi ed
influenti di tutta Perugia.
Ed ecco qual era stato il recondito movente che aveva trasfuso in
Pierluigi Farnese tanto belligero ardore.