Il Cavalier Nero.
Le feste dello sposalizio di Sforza Sforza con Luisa Pallavicino si
solennizzarono nel pomeriggio.
Oltre alla madre e a’ fratelli del fidanzato, vi assisteva lo zio
Pierluigi, co’ suoi due figli Ottavio e Ranuccio.
Il duca di Camerino, che — malgrado i suoi sedici anni — era già da
otto mesi prefetto di Roma e marito alla gentile Margherita d’Austria;
tenevasi al fianco della propria consorte, la quale a sua volta,
superava di poco il suo terzo lustro, comecchè vedova da più di
due anni. — Ottavio ritraeva dall’ottima sua madre, donna Gerolama
Orsini; ne aveva l’amabilità, la dolcezza de’ modi e la prestanza
della persona: gaio, elegante, cortese, era già quello istesso, di
cui, cinque anni dopo, il traduttore della _Eneide_ doveva scrivere
da Brusselle al padre di lui, ch’era «stato tenuto e riconosciuto per
il più valoroso e gentil cavaliere vi fosse e che riportava onore e
generale benevolenza dall’una e dall’altra corte.» C’erano gli Sforza
da Castiglione, i Triulzio da Codogno, i Pallavicino da Fiorenzuola,
con le loro donne, le loro scorte, i loro familiari.
Pierluigi aveva seco il suo segretario Apollonio Filareto da Valentano,
scrittore di lettere apostoliche e abate di San Silvestro di Colupino,
ed i suoi capitani di maggior fiducia, Alessandro Tomasoni da Terni e
il Trentacoste, con poche barbute.
Era stranissimo e degno di rimarco lo spiccato contrasto che, sì
nel carattere come nell’esteriore offrivano tra loro que’ suoi tre
seguaci. — Il Filareto, piccolo, sottile, sbarbato, tutto inchini,
tutto fioriture retoriche ed evangelica unzione; il Tomasoni, una
specie di mastodonte dal naso rosso e bernoccoluto, l’addome cascante,
le gambe tozze e sbilenche, che parlava a grugniti e meglio ancora,
potendolo, con mosse a pena percettibili della testa e degli occhi;
il Trentacoste, finalmente, lungo lungo, magro magro e lanternuto,
con due enormi baffi arroncigliati e color di fuoco, che gli davano
qualche tratto di somiglianza con l’eroe di Cervantes, ed un continuo,
inesauribile ciaramellare, sempre lardellato di oscene amfibologie e di
sguaiate bestemmie.
Tali erano i fedeli del signor duca di Castro.
Poche ore dopo il desinare, tutta questa comitiva mosse dal castello,
per condursi alla chiesa maggiore, dove lo stesso vescovo di Parma
doveva impartire la sua santa benedizione a’ due fidanzati; quindi
avrebbe percorso in bell’ordine i cinque quartieri della borgata sino a
quello di Monte Aguzzo, dove una truppa d’istrioni aveva eretto le sue
trabacche per rappresentare quella salace commedia che è _L’Assiuolo_
di Giammaria Checchi, con intermezzi di cori, riboboli e moresche.
Tra la folla stipata di borghigiani, di contadini, di armigeri e di
famigli, che formavano duplice siepe sul passaggio della signorile
brigata, distinguevasi un uomo d’alta statura, coperto il capo d’un
elmetto di acciaio brunito a visiera calata e tutto ravvolto da capo
a piedi entro un lungo ferraiuolo di scotto nero, che, lavorando di
gomiti, si sforzava di tenere indietro la calca per mantenersi in prima
linea.
Allo scorgere una giovane donna, che procedeva al fianco di Pierluigi
Farnese, quell’uomo trasalì visibilmente.
Quella donna, alta ella pure e spigliata della persona, non era di
molta avvenenza. — Sottoponendola alle pedantesche stregue del bello,
la si sarebbe anche potuta addirittura dir brutta. — Possedeva,
tuttavia, qualche cosa di simpatico, di attraente, di affascinante. —
Anzitutto era pallida, molto pallida, di quel pallore bigio ed uniforme
che contraddistingue le creole; aveva la chioma folta e ricciuta, d’un
nero metallico e lucicante, la fronte proeminente, le sopracciglia
copiose e traccianti una linea diagonale tra la radice del naso e il
sommo delle tempia; il naso un po’ a tromba con le narici dilatate e
le papille mobili e frementi; la bocca larga e quasi sempre contratta
al soghigno. — Ma queste molte pecche si cancellavano interamente sotto
il fulgore delle sue ciglia, che dominavano, per così dire tutto il suo
volto. — Quando la si guardava, non si scorgeva di lei che quei suoi
due grandi occhi, così infiammati, così radiosi, così promettenti, che
conveniva chinare i propri per non restarne abbarbagliati e sedotti.
— Non era una donna: era un paio di stelle rapite all’empireo, per
farle camminare rasente terra imprigionate s’un corpo feminile ben
proporzionato ed aitante. — Nel suo incedere c’era appunto la maestà di
una divinità dell’Olimpo.
Come l’ebbe vista dileguarsi verso la chiesa insieme all’accolta di
gentiluomini, dietro i quali erasi accalcata la folla; l’uomo dal
bruno mantello si trattenne alcuni istanti soprappensieri; poi — quasi
si fosse arrestato ad una repentina risoluzione — si rivolse alla
direzione opposta e s’avviò frettoloso al castello.
Entro l’àmbito di questo, — oltre il castaldo, un servitore infermiccio
e due vecchie cameriste — non rimanevano che tre sole persone; la
nostra Bianca, ritirata nella sua cameretta; il suo fedel Terremoto,
che, cedendo al peso delle sostenute fatiche, s’era addormito s’un
cumulo di paglia in un canto del cortile; e quella cara creatura di
Pellegrino di Leuthen.
Costui non aveva seguito i suoi nobili ospiti per un motivo ch’è facile
ad imaginarsi. — Volendo ottemperare alle ingiunzioni di Pier Luigi,
s’era proposto di pigliar pel ciuffo la propizia occasione della loro
assenza, per iscuoprire più facilmente la dimora di Bianca.
E non ci aveva durato molta fatica.
La prima delle due vecchie ancelle, cui ne richiese, glie ne aveva
subito indicato la stanza.
Vi salì lentamente e ne toccò l’uscio della mano nel probabile intento
di picchiarvi sopra con le nocche per annunziarsi.
Bianca lo aveva visto più volte alla rôcca di Camia, ed una sua visita,
ch’egli prefiggevasi di mascherare sotto l’opportuno pretesto della
condoglianza, non poteva, per certo, arrecarle stupore.
Ma l’uscio cedette alla sua pressione.
Era aperto.
Egli lo spinse dolcemente ed entrò.
La stanzetta di Bianca trovavasi — come il dicemmo — al secondo piano
del fianco settentrionale del castello.
Era un piccolo ambiente tappezzato di pannolano color nocciuola, dal
soffitto a piccoli cassettoni ed il pavimento ammattonato, con un
tettuccio a cortinaggio di saietta giallognola, una cassa di rovere
intagliata poggiante su quattro branche di leone ed un tavolino a gambe
spirali. — Un inginocchiatoio, pure di quercia, situato da piè del
letto ed un paio di seggioloni a copertura di cuoio naturale saldata
al legno per una fitta di chiodi di ottone a larga capocchia, ne
completavano l’arredamento.
A giudicarne dalle apparenze, quella stanzetta doveva trovarsi in
cul di sacco, poichè non avesse che una sola finestra prospiscente
su l’interno cortile ed un solo uscio aperto su l’estremo della lunga
chiostrata, che serviva di pianerottolo alle scale.
Il letto sorgeva lungo la parete opposta a quella in cui s’apriva la
finestra e alla sinistra di quella in cui trovavasi l’uscio.
La quarta parete era completamente sgombra; ma — a certi segni che
ne solcavano la tappezzeria — un attento osservatore avrebbe di
leggeri potuto indovinare come essa nascondesse qualche altra speciale
apertura: probabilmente una porta segreta.
Ma Pellegrino di Leuthen non si trattenne in quella stanza un tempo
sufficente per fare una simile osservazione.
Entratovi a pena e sguaraguardatosi rapidamente d’intorno, e’ s’avvide
tosto che la fanciulla, sdraiata sul letto ancora nelle proprie vesti,
dormiva profondamente.
La poverina aveva soccombuto a sua volta alla duplice stanchezza dei
disagi e delle emozioni.
Tutta l’attenzione di Pellegrino si rivolse, quindi, all’uscio
d’accesso, il quale si poteva assodare tanto allo esterno, mercè una
chiave ch’era dentro la toppa, quanto allo interno, per via d’una
grossa nòttola pendente da una cordicella e che andava incastrata,
a mo’ di saliscendo, fra due monachetti, l’uno de’ quali infisso nel
legno della imposta e l’altro nel suo telarone.
L’astuto tedesco comprese subito cosa gli convenisse di fare.
Si trasse di cintola un suo corto e robusto pugnale; lo insinuò dentro
uno de’ monachetti e, servendosene a guisa di leva, l’ebbe facilmente
sconficcato e divelto. — Col pugnale istesso recise allora la piccola
fune, da cui pendeva la nòttola; intascò i due oggetti; vi aggiunse,
uscendo, la chiave e — stupito quasi delle fortunate combinazioni
che lo avevano fatto sì ovviamente approdare — ridiscese sollecito,
stropicciandosi le mani in atto d’uomo assai contento di sè.
Mentr’egli si trovava occupato in simile bisogna, il misterioso
personaggio dal negro ferraiuolo s’era appunto introdotto nel castello.
Penetrato nel cortile, nè scorgendovi che il gigante addormentato,
traversò le logge del pianterreno e, per la scala principale, si
diresse al piano superiore.
Al sommo di questa, s’imbattè in una delle due cameriere, la quale,
allo scorgere quella sua strana foggia e quella sua celata, che gli
cuopriva la faccia, si arretrò spaurita e fu sul punto di gettare uno
strillo.
Ma egli la prevenne, ghermendola per una mano ed intimandole con voce
sovrattenuta:
— Se metti un fiato, sei morta!
— Santi del paradiso! — mormorò la vecchia allibendo — ma che è,
dunque, cotesto?.... e chi siete voi dalla parte di Dio?... e che mi
volete a quest’ora?...
— Una cosa soltanto — fece l’incognito, togliendosi di sotto al
mantello una grossa borsa rigonfia di monete, dalla quale ne estrasse
una decina.
E profferendole alla fante:
— Se consenti a servirmi, a giovarmi — continuò — e sovratutto, se mi
prometti tacere, queste sono per te.
— E di che avete a richiedermi? — domandò quella, mal sapendosi
astenere dall’allungare avidamente quella delle due mani che l’era
rimasta libera.
— Di ben poco — le rispose il nero personaggio — tu non hai chè
a servirmi di scorta e menarmi alle stanze di donna Olimpia de’
Marazzani.
— Di donna Olimpia?... ma ella non ci si trova nelle sue stanze.
— Non me ne cale!
— È uscita mo’ mo’ con gli altri, perchè... se voi nol sapete....
— Lo so!
— E che volete, dunque, fare in camera sua?
— Vederla, esaminarla.... mi basta!
— E niente altro?
— Nient’altro!
— E que’ zecchini di oro, che mi avete dianzi mostrato?....
— Sono tuoi!
— Mostratemi prima i piedi.
— O perchè?
— Mi dovreste leggere in capo! o che ci si affida al primo venuto e
che, per rincaro, vi tien nascosa la faccia, come se fosse il ceffo
dell’Orco.... Dio liberi!?.... e ci vuol tanto a mostrarmeli?....
io non vorrei, mi capite?.... non vorrei esser capitata tra l’ugne
dell’inimico!
— Evvia, guarda! — fece l’incognito con un ghigno di sprezzo.
E — in ciò dire — si tirò su la visiera, presentando agli sguardi
attoniti della vecchia fantesca un bel volto di giovane bruno,
dall’incarnato vivace, dalle fattezze nobili e regolari, dal sorriso
altero e sdegnoso, con due neri mustacchi che gli ombravano il labro e
due occhi limpidi e sfavillanti come carbonchi.
— Ma chi siete? — interrogò quella timidamente.
— Il Cavalier Nero — le rispose lo sconosciuto, tornando a cuoprirsi il
viso — non chieder altro e.... conducimi, via!
— E gli zecchini?
— Eccoli qui.
E glie li porse.
La vecchia non indugiò da vantaggio e — fattogli un cenno acciò la
seguisse — si volse, per infilare la scala del secondo piano. — Ma in
quel punto, un rumore di passi, che veniva dall’alto, la fece arretrar
sbigottita.
Qualcuno scendeva.
Era Pellegrino di Leuthen, che aveva allora compiuto la sua opera
proditoria.
Il Cavalier Nero misurò, a sua volta, il pericolo di un simile incontro
— e trovandosi presso l’uscio semichiuso di un ambiente che sboccava
sul pianerottolo — vi si cacciò dentro senza esitare.
La vecchia non si mosse e lasciò che il tedesco le transitasse da
canto, facendo le viste di non essersi tampoco addata di lui.
Come il rimbombo de’ suoi passi si fu perduto sul lastrico del
sottostante loggiato, ella riaperse l’uscio, dietro il quale s’era
appiattato l’incognito, e gli rinnovò l’invito a seguirla.
Questi non se lo fece ripetere e — camminando in punta di piedi — montò
secolei le scale dell’altro piano.
La stanza di Olimpia aprivasi sul medesimo loggiato, in capo al quale
trovavasi quella di Bianca.
L’uscio n’era aperto perocchè fosse deserta.
Il Cavalier Nero vi entrò, seguendo la fante, che — nel mettervi piede:
— Ecco appagato il vostro desiderio — gli disse.
La stanza aveva molt’analogia con quella della nostra giovine
perseguitata: ugualmente il soffitto a cassettoni, il pavimento
ammattonato, una cassa, un tavolino, un inginocchiatoio e due sedie;
ugualmente il tettuccio a tendine di rascia e le pareti tappezzate
di pannolano, senonchè quelle erano di un rosso cupo e questo di un
cilestrino sbiadito; ugualmente una sola finestra, senonchè opposta
allo ingresso e prospettante verso il giro delle mura esterne. —
L’unica differenza rimarchevole consisteva in ciò che, oltre all’àdito
principale, aveva — nella parete a destra, contro quella, cui
s’addossava il lettuccio — un’altr’uscio, che adduceva ad un piccolo
spogliatoio, quindi ad un breve corritoio in apparenza senza sfogo.
Il Cavalier Nero esaminò minuziosamente ogni cosa, si affacciò alla
finestra come per orientarsi; aperse i cassetti de’ mobili; palpò il
letto, le cortine, le seggiole; poi, ripetendo alla vecchia:
— Sta bene... mi basta! — uscì premuroso e scese rapidamente le scale.
La camerista lo seguì, studiando il passo, sino alle logge del primo
piano, dove s’arrestò borbottando fra sè medesima:
— Eh, fosse pure quel che ho temuto, grazie alla madonna benedetta, non
ho patteggiato con lui!.... e le sue monete?.... eh, coriandoli.... se
mai puzzassero di male bolge, e’ lo si riconosce issofatto!
E, in ciò dire, si trasse di tasca gli zecchini ricevuti in mancia e vi
fe’ sopra il segno della croce.
— Non mi cascan di mano — soggiunse allora racconsolandosi — il
che vuol dire che non sono di mala venuta, e che lui, malgrado le
apparenze, non può essere il diavolo!
In quel punto incominciava il primo imbrunire.