CAPITOLO XI.

Altre gesta di Terremoto.

Affidata e raccomandata la giovine signora alle cure del vecchio

castaldo, Terremoto passò in una contigua stanzetta, ch’era sua

personale, dove teneva appesa ad un gancio tutta una panoplia di lucide

armi che avevano già corruscato a’ soli di Marignano e di Pavia.

Erano un pesante morione spennato ed una corazza con bracciali, guanti

e cosciali, che — insieme ad un lungo spadone, una daga ed un pugnale —

aveva preso, come sua parte di bottino, ad un cavaliere francese caduto

morto d’arcione nell’ultima delle menzionate battaglie e che uscivano

dalla rinomata armeria milanese della Lupa.

Se ne coperse; calzò due ampli stivaloni di buffalo; s’appese alla

cintola il corno della polvere e la borsa de’ piombi; si tolse in

ispalla un grosso e rugginoso archibugio a rocchetto e, con tutto

quell’arsenale indosso, uscì di casa per cimentarsi all’arduo incarico

ch’erasi assunto.

Spuntava l’alba.

Come i Nicelli — accingendosi alla proditoria impresa contro la rôcca

di Camia — avevano in pari tempo spedito accozzaglie di berrovieri e

soldati a minacciare le altre diverse terre de’ loro nemici e che la

novella delle loro correrie s’era diffusa, con la misteriosa rapidità

dello elettrico, per tutti i dintorni; non uno de’ sbigottiti villani

osava tampoco far capolino da’ proprî abituri, onde le circostanti

campagne vedevansi completamente deserte.

Prenunziato da una fresca brezzolina tagliente, il sole s’inoltrava

come trionfatore inerpicandosi a’ più alti pinacoli e cacciandosi

inanzi i suoi due eterni nemici: le nubi giù dall’opposto orizonte; le

tenebre, giù ne’ burroni della vallea.

Grado grado, e tocchi appena de’ rossastri suoi raggi, le vette, le

castella, i casolari, le selve spiccavano improvisi quasi emergessero

per incanto dall’ombre della notte, evocati dagli scongiurî di un

mago, e le alternative mobili e fuggenti di oscurità e di splendori che

correvano le campagne davano imagine di flutti incalzati dalla marea.

Era la marea montante della luce.

E l’antica natura — inconscia e noncurante delle umane vicissitudini

— accoglieva con un fremito di gioia quel primo bacio del suo antico

signore.

Le piante parevano storpidirsi dal sonno e, tra la ridda delle loro

frasche, inviargli un saluto: qui il passeraio, là le cicale, di mezzo

il folto de’ cedui, un inno interminabili di stridori e pispigli,

E l’augello dal triplice strido

Che rammenta l’apostolo infido

faceva eco con le sue chicchiriate.

Era bello e strano spettacolo, per lo mezzo di quelle ondulate pendici,

sì gaie di rigogliosa vegetazione e così squallide per l’assoluta

assenza d’ogni essere umano; lo scorgere quell’uno solo che le

traversava a passo lento e solenne.

La maestà della statura, le titaniche forme, le armi scintillanti e

già di mezzo secolo più antiche che non ne corresse la usanza; gli

prestavano alcunchè di fantastico e pauroso.

Lo avresti detto la divinizzata statua di Arminio scesa dal granitico

suo piedistallo dell’Ereburgo, per passeggiare le fiorenti rive della

Prader.

Tutt’altri che il figlio di Luca Rinolfo — nell’appressarsi, com’ei

faceva, al castello di Camia — avrebbe dovuto temere di correre

incontro a inevitabil morte. — Ma Terremoto no, e non perchè facesse a

fidanza con la propria forza, ma per altro anche più strano argomento.

Nel militare in Lombardia, toccando quel di Gallarate, s’era imbattuto,

insieme al suo capitano, nel famoso Gerolamo Cardano, il quale —

richiesto da amendue di un oroscopo — a lui personalmente, per certo

segno nero che gli macchiava l’unghia del pollice sinistro, aveva

predetto dover cessare di vivere nel cuore di un verno durante il quale

cadesse strabocchevole copia di neve.

Superstizioso come i più del suo tempo, Terremoto teneva i pronostici

del visionario pavese in conto di altrettanti evangeli e reputava per

fermo non poter morire se non quando scoccasse la profetata sua ora.

Ferveva la piena state; dunque nulla aveva a temere.

Malgrado ciò — prima di avventurarsi alla cieca nella temeraria impresa

di penetrare nella rôcca — volle scandagliare le adiacenze di questa e

tentare di riconoscere da’ segni esterni quali ne fossero le interne

condizioni. — Girandole intorno intorno, due cose, infatti, rimarcò:

l’una, che non vi si trovava anima viva a presidio de’ merli, sicchè

tornava possibile il rasentarne le mura, senza svegliare allarmi;

l’altra, che tutti i ponti n’erano abbassati e schiusa la porta

maggiore.

Su di questa, tre soli uomini si tenevano a guardia, e l’uno di essi,

sdraiato a terra, dormiva.

Terremoto — toccato un punto della via d’approccio, più oltre il quale

non avrebbe potuto spingersi senza mostrarsi — s’arrestò su’ due piedi

e sovrastette alcuni momenti, digrumando il partito, cui meglio gli

convenisse abbracciare, per introdursi, senza troppi ostacoli, nella

rôcca.

Paura di perderci la vita non lo premeva — come il dicemmo —

minimamente; ma sibbene quella di essere sopraffatto, respinto ed

impedito così nello scopo, cui intendeva.

Per questo si crogiuolava il cervello.

Di primo acchito — obbedendo a’ congeniti istinti della sua forza

brutale — gli avrebbe sorriso il proposito di gittarsi inanzi a

chius’occhi e di passar oltre, rovesciando violentemente quanti

ostacoli gli si parassero intorno: ed a simile partito lo eccitava

non meno il suo personale rancore, il suo odio. — Ma la prudenza nel

ratteneva. — Que’ tre non avevano che a ributtarlo un istante e a

profittare d’un suo transitorio sbalordimento per rialzare il ponte

levatoio, acciocchè l’accesso al castello gli fosse interdetto e forse

per sempre.

Come succede a’ cervelli grossi, incapaci di nessuna spontanea

iniziativa, che non giungono mai a concepire un progetto ove non sia

suggerito loro, quasi per caso, da una consecuzione d’idee; quella del

pericolo cui altrimenti sarebbesi esposto, gli fece nascere l’altra

di tentare egli stesso a danno de’ suoi imminenti avversari quanto

supponeva e’ dovessero tentare contro di lui.

Tutto stava nel poterli trar fuori della soglia, su cui si tenevano,

ed oltre la impalcatura del ponte. A riuscirvi, conveniva ricorrere

all’astuzia, ginnastica delle facoltà mentali spesso assai più efficace

e possente di quella del corpo.

Aspettarsi artefiziose e ben congegnate gherminelle dal figlio di Luca

Rinolfo, ed altrettanto il domandar melagrani ad un salice: e’ non

poteva imaginarne e compirne che di grossolane e contadinesche.

Avventurosamente per lui che nemmanco i merli cui stava per tendere il

paretaio, erano di perspicacia tanto della sua più sottile e che poteva

applicar loro il converso dello adagio francese _à trompeur, trompeur

et demi_.

Terremoto, pertanto, si accomodò pian piano l’archibugio ad armacollo;

si calò bene in su gli occhi la visiera dell’elmo; quindi — datosi

improvisamente lo scatto — balzò su le tavole del ponte, stendendo

inanzi le braccia e gridando con accento tra il querulo e lo

sgomentito:

— Gesummaria, che orrore!.... guardate... oh, ma guardate laggiù,

subito svoltata la via!....

E, giunto presso le sentinelle, voltò loro confidenzialmente la schiena

segnando col dito steso il punto d’ond’era venuto e continuando a

gridare:

— Oh, ma guardate.... guardate!....

Alla subitanea sua apparizione, l’uno de’ tre nicelleschi aveva posto

in resta la sua partigiana e l’altro portato il pugno in su l’elsa;

mentre il terzo — ridesto di trabalzo — stropicciavasi gli occhi e

si ridrizzava barellante su le gambe aggranchite. — Ma tutti tre — al

veder lui in sembianza così amichevole e fidente, con l’armi tutt’altro

che preparate ad offesa e, nella voce e nel gesto, più di preghiera che

di minaccia — si lasciarono prendere all’amo e — vinti dalla curiosità,

che suscitavano le sue grida e le sue indicazioni — smisero l’atteggio

minatorio e mutarono un passo inanzi, domandandogli confusamente.

— Che diamine c’è?.... cos’è, dunque, accaduto?...

È fatto comprovato da frequenti sperienze che, in un duello tra uno

spadaccino ed uno affatto ignaro di scherma, chi le tocca è quasi

sempre il primo. — Forse per la istessa ragione, il tardo ingegno, la

nissuna sagacia del buon Terremoto assai più gli giovarono che non gli

nocquero a trarre i suoi nemici in inganno.

Inetto ad improvisare, lì per lì, qualche acconcia fiaba da rispondere

alle loro domande — la quale poi, o perchè troppo marchiana, o perchè

destituita di ogni fondamento, avrebbe potuto farli insospettire e

metterli in su l’aviso — egli si limitò a gesticolare, ripetendo:

— Ma guardate.... guardate che orrore!....

Tra una filatessa di _oh_, di _ih_ e di _ah_, da non rifinirne.

L’arte casuale attinse lo scopo.

I tre — l’un dietro l’altro — valicarono il ponte e si slanciarono di

corsa su per la strada di approccio.

Terremoto, nel contempo — giovandosi della perfetta sua cognizione del

luogo — corse sollecito nella vicina stanzuccia del castaldo; abbrancò

i piuoli del verricello e con cinque o sei rapidi giri, tirò a sè le

catene del ponte e lo sollevò.

I nicelleschi s’accorsero subito del tiro briccone che loro si

preparava e retrocessero a perdilena; ma non giunsero a toccare l’orlo

del fossato prima che il ponte fosse già alto e la serracinesca cadesse

cigolando a sbarrare la porta del castello.

Terremoto rimaneva padrone della piazza.

Solo gli occorreva riconoscere quanti altri uomini, oltre a que’ tre

posti sì felicemente fuori d’azione, vi si potessero trovare racchiusi.

Dalla camera del castaldo, scese, quindi, nel cortile e, mascherandosi

dietro un pilastro, tese ansiosamente l’orecchio.

Tutto era silenzio.

Preso da ciò maggiore animo, si fece inanzi in punta di piedi e —

sguisciando tra’ pilastri de’ porticati fiancheggianti il cortile

— si portò sino all’opposto suo lato, dove si aprivano le scale e

dove — secondo le indicazioni della sua giovine signora — sperava

rinvenire, morto o ferito, quel tale soldato, cui ella tanto vivamente

s’interessava.

Taluni frammenti d’arme sparsi più in qua più in là e varie macchie di

un rosso nerastro, che chiazzavano il lastrico, erano testimone della

lotta accanita ivi combattuta, ma nessun’altro indizio de’ combattenti,

eccetto tre cadaveri che ingombravano i gradini ed il ripiano al sommo

delle scalinate.

Quello situato più in basso e che necessariamente si guadagnò pel

primo l’attenzione di Terremoto, non presentava omai più che un lurido

ammasso di carname arsiccio ed abbrustolito.

Era il cadavere del misero Gilberto Camia; ma in così sconcia maniera

reso diforme e ributtante, che — per quando il suo fido vassallo

si arrestasse lungamente a considerarlo — non era possibile il

raffigurasse; e questo gl’insinuò un primo dubio nel cuore.

Nel secondo ravvisò Cristoforo Chinello e, nel terzo, Alfisio

Malvicino, il genero di Giovanni il Grosso.

Salì a’ piani superiori; rovistò gli appartamenti, le sale, le

terrazze; non lasciò luogo inesplorato e, quinci e quindi, insieme alle

traccie sanguinose, rinvenne cinque nuovi cadaveri: quelli cioè, di

Battistino e Franceschino Zazzera, di Domenico de’ Maggi, detto _Monte

Osero_, di suo figlio Marino e d’un birro soprannominato _Tiraluscio_.

Ma del giovine soldato, che ricercava, non il più leggero vestigio.

Laonde si ribadì viemmaggiormente nel suo dubio che a costui dovesse

appartenere lo sformato cadavere giacente a’ pie’ delle scale, tanto

più che vi concorreva anche il luogo su cui Bianca diceva averlo visto

cadere.

Simile persuasione stava per deciderlo ad abbandonare sollecitamente il

castello, dove le sue indagini avevano fallito lo scopo, per condursi

altrove a raccogliere notizie del suo disgraziato signore.

Era già sceso di nuovo nel cortile e lo attraversava frettoloso,

allorchè il suono di una voce, che usciva da una stambergaccia a

terreno, dov’era il dormitorio del servidorame, lo rattenne di botto e

richiamò tutta la sua attenzione.

Si accostò a piccoli passi a quel dormitorio e — postosi in ginocchio —

applicò l’occhio ad una finestrella ferrata che gli dava luce e vi mise

dentro gli sguardi.

Sei uomini, e tutti di parte nicellesca, occupavano il vasto stanzone:

quattro corcati su di altrettanti grossolani pagliaricci, e due, che

parevano servir loro da custodi — o meglio — da infermieri, essendo

chiaro come quelli fossero o feriti o malati.

Terremoto non istette guari a dar loro un nome a ciascuno. — De’

giacenti, nell’uno riconobbe il capitano Lorenzo Villa, nell’altro

il conte Melchiorre da Niceto, que’ medesimi ch’egli aveva sì

spietatamente malconci, buttandoli a mo’ di proiettili, contro la

linea irta di spade e di picche de’ loro istessi seguaci: nel terzo un

venturiero lombardo, che sapeva a’ soldi del marchese di Cattaragna,

e nei due, che fungevano da serventi, due suoi convalligiani servi a’

Nicelli. — Solo il sesto gli rimaneva ignoto, nè poteva scernerne le

fattezze del volto, perchè sdraiato in modo che gli voltava le terga.

Il suo vestito era, tuttavia, quello di un lanzo.

Tale osservazione lo impressionò.

Che fosse appunto colui, per raccapezzare il quale erasi sobbarcato

alla perigliosa impresa d’introdursi nella rôcca di Camia?

Non c’era nulla d’inverosimile. — Bianca gli aveva espressa la sua

convinzione ch’egli pure militasse contra de’ suoi: dunque, a sua

volta, egli apparteneva a’ nicelleschi; ovvio però che costoro lo

avessero raccolto quando era caduto e se ne pigliassero pensiero.

Nè Terremoto mal si apponeva.

I nicelleschi, che lo avevano incalzato lungo la via sotterranea

— riconosciuta la impossibilità di raggiungerlo — s’erano decisi a

battere in ritirata e — nel farlo — avevano man mano raccattato di

terra i loro qualche feriti. — Tra questi — oltre a’ due ricordati

— trovavasi appunto il nostro Neruccio, di cui — se nissuno doveva

interessarsi — ebbero pietà i suoi commilitoni di Piemonte.

Quantunque la spada del Monte Ochino — penetrandogli tra le spalle

sotto la scapola destra e scendendo in linea verticale — gli fosse

andata a riuscire poco più giù della mammella; egli respirava ancora.

L’uno sotto le ascelle, l’altro sotto le anche, così se lo pigliarono

i compagni, e, insieme a’ tre ricordati più sopra lo trasportarono

nel dormitorio dei servi, dove, pressati com’erano dal Monte Ochino,

impaziente di attendere ad altre bisogna, li affidarono tutti quattro

al governo di due de’ loro, non feriti, ma per urti e cadute, rimasi

alquanto pesti e contusi.

Vedremo nel seguito come e perchè abbandonassero poi tutti la rôcca,

non lasciandovi che altri tre uomini a guardia ed anche de’ meglio noti

per gli attributi del coniglio e del lepre.

Ritorniamo intanto a Terremoto.

Le vesti che indossava lo sconosciuto giacente gli avevano posto in

capo l’idea dovesse essere non altri che l’uomo ricercato dalla sua

padroncina.

Fosse stato più arguto, e molti diversi avvedimenti gli sarebbero

forse soccorsi per accertarsene; ma egli non era nemmanco da tanto da

trattenersi ad escogitarli. — S’appigliò, quindi, al più elementare

e più spiccio: quello di richiederne coloro istessi che vedeva far da

custodi.

Si drizzò in piedi, s’appoggiò delle larghe palme al davanzale della

finestruola, e, col fare più naturale di questo mondo:

— Ehi, voialtri!... — gridò loro, con la sua rauca voce taurina.

Terremoto · 第 19 / 98 题