NUOVI IDEALI D'ARTE E DI CRITICA

(Conferenza detta il giorno 11 maggio 1899 nella sala del Teatro Nuovo

di Pisa, a beneficio degli Asili Infantili.)

_Signore e Signori._

Ogni volta che sento ragionare o sragionare di arte--e a me accade

spesso, bene o male, essa è il mio mestiere--mi torna in mente una

mirabile pagina di Francesco De Sanctis a proposito della Divina

Commedia. Con arguta genialità, egli dimostra come Dante, volendo fare

un'allegoria etico-religiosa, sia stato costretto dalla sua natura di

poeta a ribellarsi contro il concetto astratto, a dargli forma viva e

solida, a farne una creazione immortale. _La favola lo scalda, lo

soverchia_--egli dice--_e vi si lascia indietro come innamorato, nè sa

creare a metà, arrestarsi a mezza via. Nel caldo dall'ispirazione, non

gli è possibile starsi col secondo senso dinanzi (il senso

etico-religioso) e formar figure mozze che si rispondono appuntino,

particolare con particolare, accessorio con accessorio, come riesce ai

mediocri. La realtà straripa, oltrepassa l'allegoria, diviene sè

stessa; il figurato scompare in tanta pienezza di vita, fra tanti

particolari. Indi la disperazione dei commentatori: egli fece il suo

mondo, e lo abbandonò alle dispute degli uomini._

Fare il suo mondo e abbandonarlo alle dispute degli uomini, ecco quel

che mi sembra debba essere l'ideale di ogni artista. In altri termini,

questo vuol dire che l'essenza dell'Arte è la forma, nel più alto

significato di questa parola, e che tutto il resto è sostrato, materia

inorganica, di cui essa deve servirsi pel suo scopo creativo, e

nient'altro. Per ciò io mi sento invadere da un profondo senso di

tristezza e di scoramento ogni volta che nelle discussioni odierne

intorno al concetto dell'Arte odo ragionare di ideali nuovi, che poi

sono astrattezze estetiche o filosofiche, e mettere in seconda anzi in

ultima linea la quistione della forma.

Capisco benissimo che in un secolo quale il nostro, tutto pervaso di

positivismo e di riflessione, in un secolo che cerca ansiosamente

nuove vie nelle industrie, nelle scienze, nella costituzione sociale,

il problema dell'Arte s'imponga alla meditazione di coloro che

studiano i fenomeni dello spirito umano e vogliono rendersene ragione.

Mi stupisce però il vedere la confusione che avviene in questo studio

pieno di tanto interesse, lo scambio che suol farsi di quel che

costituisce la intima ed essenziale natura dell'Arte con altri

elementi, indispensabili certamente, ma secondari, se non si vuole

ridurla qualcosa d'irriconoscibile, di mostruoso, di ambiguo, Arte

insomma e nello stesso tempo non Arte.

È strano intanto che oggi questo non accada soltanto tra coloro che

sono critici, scienziati, pensatori; sarebbe spiegabilissimo. Accade

pure--e per ciò genera maggiore imbarazzo--tra coloro che hanno

chiesto o chiedono all'Arte le più elevate soddisfazioni e cercano di

farla vivere e prosperare rinnovandola, mettendola, dicono, a paro con

le altre funzioni dello Spirito, con la Scienza o con la Religione,

quasi l'Arte abbia qualcosa da spartire con queste due grandi forze

della vita civile.

Si dimentica con facilità che nell'Arte il pensiero opera, sì--e non

potrebbe accadere altrimenti--ma soltanto con una delle sue forme,

l'immaginazione. Che se egli dovesse operare da riflessione, vi

verrebbe a fare cosa fuori luogo, perchè Arte e concetto astratto sono

incompatibili tra loro. Chi ha voluto così è la Natura, la Legge

suprema dello Spirito, e noi non possiamo arbitrariamente mutarlo.

Tentandolo, commettiamo un sacrilegio o una sciocchezza, come meglio

piace. Ed è quel che mi sono proposto di accennare, ingegnandomi di

abusare il meno possibile della loro cortese indulgenza.

*

* *

Che cosa è l'Arte?

Se lo è domandato, per quindici anni, Leone Tolstoi, e alla fine il

grandissimo artista ha conchiuso la sua lunga inchiesta con la

condanna di quasi tutte le opere d'arte antiche e moderne,

cominciando, come Bruto, dall'ammazzare i suoi figli.

Terminata la lettura del suo ultimo libro, che ha per titolo quella

domanda, si rimane perplessi. Chi ha ragione? Lui o la storia? Lui o

l'umanità che non si sazia di ammirare le opere d'arte antiche e

moderne, e di chiederne ancora altre ai poeti, ai romanzieri, ai

pittori, ai musicisti?

Il suo libro, in certi punti, è di una logica così stringente che, se

per poco gli si mena buona una delle premesse, bisogna accettarne, per

non cascare in contraddizione, le conseguenze.

Fortunatamente, l'arbitrarietà di alcune premesse può sfuggire a

pochissimi lettori; e non ostante il rispetto che si ha per l'autore

dei due o tre capolavori che onoreranno, con pochi altri, presso i

posteri l'arte narrativa del morente secolo, si finisce con vincere la

perplessità d'un istante e sentire compassione del potente ingegno di

artista immiserito dal misticismo da cui è stato vinto in questi

ultimi anni. Compassione ed ammirazione in una; giacchè si capisce

quanta fortezza ed elevatezza di animo ci sia voluta per avere il

coraggio di condannare quel che ha cinto d'un nimbo di gloria il

proprio nome, la parte migliore del proprio pensiero divenuta

creazione vivente.

Si è parlato a questo proposito di Alessandro Manzoni; ma il paragone

non regge. Alessandro Manzoni rinnegava, tutt'al più, un genere di

opera d'arte, il romanzo storico e anche, logicamente, tutte le opere

d'arte dove i fatti immaginarii s'innestano sur un fatto reale: il

dramma, la tragedia. L'artista ripudiava un genere d'arte in nome d'un

principio d'arte. Forse, nel momento che s'induceva a scrivere la

severa e giusta sentenza, egli ripensava il processo di creazione con

cui erano venuti fuori nei _Promessi Sposi_ i diversi personaggi: Don

Abbondio, Perpetua, padre Cristoforo, don Ferrante da un lato:

l'Innominato, la Signora di Monza e il Cardinale Borromeo dall'altro;

gli uni tutti di un pezzo, organici, figli soltanto della sua

immaginazione; gli altri messi insieme con elementi imposti dalla

cronaca e dalla storia.

Forse ripensava la spontaneità con la quale i primi gli erano balzati

davanti agli occhi, con fisonomia, gesti e linguaggio proprii, simili

agli individui incontrati nella vita reale: e allo sforzo, allo stento

che gli erano costati gli altri, pei quali aveva dovuto interpretare,

indovinare molte cose, traendole da dati, da accenni che egli non

poteva troppo mutare secondo gl'intenti della sua opera d'arte. Anche

a lui don Abbondio è dovuto sembrare più vivo, più reale del cardinale

Borromeo del quale intanto egli poteva vedere il ritratto. Insomma il

Manzoni, parlando da critico, non cessava di essere artista; il

critico anzi mostrava, in modo più notevole, la sua coscienza di

artista.

L'unico punto di contatto tra il Tolstoi e il Manzoni può trovarsi

nel frammento pubblicato dal Bonghi, nella famosa opinione intorno

all'amore nell'opera d'arte: ma questa opinione è ragionata in modo da

far capire che l'autore dei _Promessi Sposi_ pensava, più che ad

altro, alla eccessiva sensibilità o sensualità italiana che non ha

bisogno di stimoli ma di freni, e che può quindi essere facilmente

indotta al peccato dalla vivace rappresentazione dell'amore. Anche

generalizzandola, si vede bene che il Manzoni la dava quale timida sua

opinione particolare e di pochi che la pensavano come lui; infatti con

essa non osa biasimare o condannare l'Arte che ha preso, sin dal suo

apparire nel mondo, a soggetto delle sue creazioni la passione

amorosa. S'intravede che, se il moralista non esita nell'esprimere il

suo convincimento, l'artista ne sente la enormità e non si spinge fino

a cavarne fuori tutte le conseguenze. Ossequiente alla sua idea, egli

ha tolto via dai _Promessi Sposi_ le scene di amore che nell'atto

quasi inconsapevole della creazione gli erano venute fuori e che egli

aveva accarezzate (lo confessa) anche meglio delle altre; ma l'aver

lasciato inedita quella dichiarazione fa sospettare che in lui

l'artista non dava completamente ragione al moralista cattolico.

Questi, in un certo momento, ha sopraffatto l'artista; l'artista però

gli ha tenuto il broncio pel sacrifizio a cui era stato costretto; e

vedremmo che l'artista aveva ragione, se l'autografo dei _Promessi

Sposi_ contenesse le scene passionali tolte via e queste venissero

pubblicate.

Nè si dica che il Manzoni è meno esplicito, meno ardito del Tolstoi

nel manifestare le proprie convinzioni; la condanna del Romanzo

storico è là per smentirci, senza contare la _Morale Cattolica_ ed

altri suoi franchi recisi giudizi intorno a diversi soggetti. Quella

dichiarazione sembra unicamente fatta per tranquillare i rimorsi della

sua coscienza di artista, quasi Renzo e Lucia, ridotti due larve

incolore, da amanti appassionati che erano nella prima redazione del

romanzo, non cessassero dal rimproverarlo della crudele operazione

fatta su loro.

Infine, col Manzoni si tratta della soppressione, di un sentimento

nelle creazioni dell'arte della parola, non delle soppressioni delle

varie manifestazioni dell'Arte con la parola, col disegno e il colore,

e col suono, se esse non sono asservite direttamente a uno scopo di

moralità religiosa o di insegnamento civile.

Qui, tra il Manzoni e il Tolstoi, non c'è più nessuna relazione,

nessuna lontana concordanza.

L'idea dell'elevato scopo dell'arte radunerebbe invece attorno al

Tolstoi una folla di scrittori che egli scomunica e maledice. Qual

artista ha mai sostenuto che l'Arte non debba servire a nulla, o

servire a corrompere piuttosto che a purificare il cuore e la mente?

Gli stessi esagerati partigiani della teorica Bellezza si fondano su

l'influenza, vera o supposta, della bellezza nella educazione del

cuore e dello spirito; e per loro essa è scopo supremo in quanto la

semplice bellezza della forma vien reputata capace di destare negli

animi bellezza di sentimenti, cioè produrre effetti di raffinamento

spirituale.

L'Arte, o Signori, non è una cosa convenzionale; ha avuto ed ha la sua

funzione nella storia della umanità: prima, certamente, una funzione

più grande, perchè era e Arte e Religione e Scienza nello stesso

punto: poi--quando la Religione e la Scienza si scissero dal

primordiale organismo per svilupparsi a parte, con organismi più vasti

e più propri alla loro natura--una funzione meno complessa ma più

determinata; forse meno importante, perchè prodotto, principalmente di

facoltà inferiori--immaginazione e sentimento--ma non superflua o

inutile; e molto meno dannosa, come giudica il Tolstoi.

Si direbbe che, per lui, l'Arte non ha storia.

Egli mette l'arte antica allo stesso livello della moderna nella

funzione sociale. Secondo lui, un poeta dovrebbe essere anche oggi

sacerdote, profeta. Che questa innocua illusione possa averla qualche

odierno poeta, passi. I poeti non sono obbligati ad essere storici,

critici di arte come colui che vuole occuparsi d'un problema di storia

e di critica d'arte. Un artista che intenda di sciogliere quel

problema, deve, innanzi tutto, sapere che egli entra in una funzione

molto diversa da quella da lui praticata facendo unicamente il

romanziere o il poeta, il pittore o il musicista. Leone Tolstoi, mente

superiore, lo ha capito ed ha voluto per ciò mettersi in condizione

di esercitare con pienezza di mezzi la sua funzione di critico. Se non

che, egli si è accostato al problema con un'anticipata soluzione in

tasca. Ha detto: Stiamo a sentire quel che hanno ragionato intorno

alla mia domanda--Che cosa è l'arte?--e critici e filosofi e

scienziati e uomini del mestiere. Sono convinto che hanno scritto un

ammasso di contraddizioni e di sciocchezze. Si trovano tutti fuori di

carreggiata, non hanno la divina idea direttrice del sentimento

religioso che guarantisce la verità del mio concetto. Pure, stiamo a

sentire.

E ci presenta la sfilata delle definizioni dell'arte dal Baumgarten,

fondatore dell'estetica, al Guyan, al Kralik, a Julius Mithalter; una

vera babele, secondo lui. Egli non si accorge che tutte quelle

definizioni sono vere e false perchè guardano l'arte da uno speciale

punto di vista e ne mettono in rilievo un lato solo, per via del

sistema da cui scaturiscono. «_Dopo un secolo e mezzo di

discussioni_--egli esclama--_intorno al significato della parola

bellezza, esso rimane tuttavia un enimma._» Che importa? Di tante

forze della Natura noi non conosciamo l'essenza, e questo non

impedisce di servircene e di applicarle ai nostri bisogni.

È appunto l'uso dell'arte, quale vien fatto nella società moderna,

quel che più irrita il Tolstoi. Egli non vorrebbe riprendere la

tradizione di Socrate, di Platone, di Aristotile, dei filosofi

buddisti e proscrivere l'Arte dal vivere civile, come pensano oggi i

maomettani e i pii contadini russi. Dice anzi che costoro fanno male

ripudiando qualunque genere d'arte, perchè così si privano del più

importante fattore di quell'unione senza la quale l'umanità non

potrebbe vivere. Semplicemente egli vorrebbe ridurre l'Arte a un mezzo

di propaganda religiosa, un che di simile a quei raccontini illustrati

che i protestanti fanno distribuire per le vie per ottenere la

conversione dei peccatori. Com'è al presente, l'arte, non che essere

un aiuto al progresso, n'è anzi il più grande ostacolo, egli

conchiude. «_Tutti gli sforzi_--sono sue parole--_degli uomini che

vogliono fare il bene devono tendere alla soppressione dell'arte

moderna, che è il più terribile male dell'umanità. Domandate a un vero

cristiano se sia meglio perdere, assieme col po' di buono che c'è,

tutto il falso dell'arte moderna, ed egli non potrà esitare di

rispondere, come Platone, come i Padri della Chiesa, come i

maomettani: Meglio non avere nessuna specie di arte, che continuare a

soffrire l'influenza deleteria di quella che ora abbiamo._»

E questo _che ora abbiamo_ non bisogna intenderlo ristrettamente per

la odierna produzione artistica, ma pure pei criterii che formano la

nostra guida nell'ammirazione dell'arte di tutti i secoli.

Quest'ammirazione, secondo lui è cosa tutta convenzionale. I tragici

greci, Dante, Raffaello, Bach vengono stimati grandi perchè così fu

detto da principio. Quali invenzioni più grossolane di quelle dei

tragici e dei comici greci, di Aristofane soprattutti? E Shakespeare,

e Milton e Michelangelo, _col suo assurdo Giudizio Universale_, sono

forse qualcosa di meglio? Da questa stolta ammirazione nasce il

_contagio artistico_ che produce l'enorme folla degli imitatori.

Non si può tener dietro al vertiginoso movimento di questa discussione

che si smarrisce spesso in discussioni incidentali, che dà importanza

uguale ai piccoli e ai grandi fatti, e che subordina tutto al concetto

religioso e morale, non tenendo conto del fatto che la vita spirituale

dell'umanità è molto complessa, nè riconoscendo che la vera umanità è

quella nella quale tutte le forze intellettuali hanno raggiunto il

massimo grado di svolgimento.

Per ciò egli ha potuto scrivere che l'Arte, per essere stimata buona

«_dovrà soddisfare i bisogni di tutte le masse popolari che vivono in

condizioni naturali, e non le fantasie dei privilegiati chiusi in un

ambiente fittizio_. E per ciò egli intravede _nel futuro la

generalizzazione della facoltà artistica, perchè l'arte, sdegnando le

complicazioni tecniche attuali che richiedono lungo studio e gran

perdita di tempo, allora non chiederà altro agli artisti all'infuori

della limpidezza, della semplicità della concisione_» quasi la

limpidezza, la semplicità, la concisione non fossero le più alte e più

difficili qualità della tecnica artistica!

Dopo tutto questo, in che modo meravigliarsi nell'udirgli proporre

come unici modelli dell'arte narrativa moderna _Les Misérables_ e le

_Pauvres Gens_ di Victor Hugo, i romanzi del Dickens, la _Capanna

dello zio Tom_ della Beecher-Stowe, e l'_Adamo Bede_ di Giorgio Eliot?

Come meravigliarsi vedendolo indignare della pretesa che pel giudizio

di un'opera d'arte occorre qualche preparazione, se non proprio

un'iniziazione? Allora si capisce come la leggenda o storia di

Giuseppe ebreo rimanga per lui il modello di tutti i capolavori

artistici. «_La gelosia dei suoi fratelli, la vendita di lui ai

mercanti, il tentativo di seduzioni da parte della moglie di Putifar,

l'assunzione del giovinetto a un'alta carica governativa, la sua pietà

pei fratelli, etc. sono fatti_--egli dice--_che provocano uguali

sentimenti nel contadino russo, nel cinese, nell'africano, nei ragazzi

e nei vecchi, nell'uomo istruito e nell'ignorante; e tutto il racconto

è scritto con tanto riserbo, con tanta assenza di particolari, che si

può trasportare la sua azione in qualunque ambiente, senza che essa

perda per questo di essere comprensibile e commovente._»

È inutile discutere. L'eccesso salta agli occhi; e dicendo eccesso

voglio essere moderato. Ma pure in quella farraggine quante

osservazioni argute, profonde; quante sincere premesse dalle quali è

poi sviata la conseguenza!

Fortunatamente per lui, e più per noi suoi contemporanei e pei nostri

posteri, la fama di Leone Tolstoi non è soltanto affidata ai suoi

libri di propaganda religiosa e sociale nè a questo _che cosa è

l'arte?_ derivazione da essi o variazione sul tema. Non ostante il

ripudio dell'autore, La _Guerra e la Pace_, _Anna Karenin_, e _La

Sonata per Kreutzer_ rimarranno nel patrimonio dell'arte mondiale, e

faranno dimenticare che nella vecchiezza l'illustre autore preferì di

essere un santo al continuare ad essere un meravigliosissimo artista.

*

* *

Ho voluto dilungarmi intorno a questa strana opinione del Tolstoi

anche perchè essa dimostra come non valga essere artisti--e fin grandi

artisti--per ragionare con giusti criterii intorno all'Arte.

Altre persone poi, e non meno autorevoli, profondono consigli e

ammonimenti a quanti oggi si occupano a scrivere romanzi, novelle,

liriche, drammi; e i loro discorsi ci rivelano quali dovrebbero

essere, secondo essi, i nuovi ideali d'arte, i nuovi ideali di critica

che debbono guidare la produzione letteraria futura.

--Voi scrittori--essi dicono--avete un gran torto: vivete tra le

nuvole, vi turate volontariamente gli orecchi per non udire, chiudete

gli occhi per non vedere. Vi siete formati nell'immaginazione un mondo

a parte, che ha poco o punto riscontro coi bisogni della società che

ci circonda, e vi deliziate in esso quasi esso fosse la vera realtà,

e la realtà, invece, ne dèsse un fantasma falso e disformato. La gran

corrente d'idee e di sentimenti che pervade il mondo attuale e lo

agita e lo tormenta e lo travolge non ha presa su voi. Dite di

possedere non sappiamo quale ideale di bellezza e volete attuarlo;

bellezza di concezione, bellezza di forma (con lo speciosissimo

pretesto che l'arte vostra consista soltanto in quella creazione, in

quella forma) e non vi curate di altro. E poi avete il coraggio di

lagnarvi che i lettori vi abbandonino, che non v'intendano più!

Perchè dovrebbero seguirvi? Voi fingete d'ignorare, o ignorate

davvero, quel che ora avviene nelle menti e nei cuori, quel che

sobbolle in alto e in basso. La politica vi mette orrore; le quistioni

sociali vi sembrano indizii di brutali appetiti avidi di saziarsi nel

modo più spicciativo possibile. I tentativi, le conquiste della

scienza vi lasciano indifferenti; le stesse speculazioni del pensiero

filosofico, ora condotte con metodo meno arbitrario di una volta, non

hanno potenza di attrarvi. Ve ne state chiusi dentro un'immensa

solitudine, in compagnia dei vostri fantasmi di bellezza o pretesi

fantasmi di bellezza (dovete permetterci di dire così perchè non è

provato che non vi inganniate intorno al valore di essi) e guardate la

gente con aria di compassione e di disprezzo. Ah, è proprio questo il

momento di non occuparci d'altro che della bellezza!

Se volete che l'arte vostra sia qualcosa di vitale, che eserciti una

funzione efficace nell'organismo della società moderna, scendete dalle

nuvole, sturatevi gli orecchi, aprite gli occhi; siate apostoli,

profeti o poeti, come vi piace, giacchè è tutt'uno; ma ogni vostra

pagina sia un'eco dei nostri dolori, delle nostre aspirazioni, delle

nostre lotte, delle nostre vittorie. Gridate, urlate con noi,

piangete, esaltatevi con noi! Le libertà politiche non sono cosa

vacua; le quistioni sociali non significano discussioni tecniche; la

scienza, che non è mai stata un giuoco, oggi non è tale più che mai;

la riflessione filosofica che rimescola i più alti problemi dello

spirito non rappresenta soltanto l'orgoglio e l'impotenza della mente

umana.

Noi non troviamo nessun riflesso, nessun accenno di tutto questo nei

vostri lavori di arte, e per ciò buttiamo via il volume appena

scorgiamo di che si tratta; non lo apriamo neppure ormai, certi come

siamo di non trovarvi niente che possa interessarci. Ah, sì! Le nostre

passioni, le eterne passioni, sotto le mutabili influenze della razza,

delle circostanze passeggere, degli usi, dei costumi, della moda

anche; grazie tante! Come non vi accorgete che, con lievi apparenti

modificazioni, ci ricantate sempre la stessa storia? Sono secoli e

secoli che voi artisti ci parlate di amore, di gelosie, di tradimenti

coniugali e cose simili! Ne siamo stanchi, ne siamo sazii. L'amore?

Abbiamo già _Giulietta e Romeo_; non ci avete più saputo dare niente

di meglio. La gelosia? Abbiamo _Otello_ e non vi siete ancora

stancati di ricopiarlo. L'adulterio? Ma non vi sembra che bastino, per

non parlare degli antichi, _Madame Marneffe_ e _Madame Bovary_?

Tutta questa folla di creature appassionate, irrequiete, degenerate,

come oggi è moda di dire, che voi vi affannate di gettare in pascolo

della nostra fame spirituale, ci lascia, se abbiamo il coraggio

d'ingollarla, più affamati di prima. Mutate registro! _Ruit hora!_--

Non sono persone volgari coloro che parlano così. Sono anzi persone

colte, serie, e credono di discorrere seriamente, ragionevolmente.

Infatti, se uno di loro stèsse a sentire qualcuno che dicesse, per

esempio, a un sarto:--Eh, mio Dio, non sai far altro che vestiti! Ma

pensa che l'uomo non ha bisogno soltanto di essi; ha bisogno di

mangiare, di albergarsi in una casa, di scaldarsi, l'inverno, di

rinfrescarsi l'estate; ha bisogno di mezzi per coltivare i campi, di

macchine per condurre le sue industrie, di strade, di carrozze, di

teatri, di tante e tante urgentissime cose per tirare avanti la vita

in società. Per te l'importante consiste soltanto nel taglio degli

abiti, nella foggia, nella eleganza e nel lusso dello guarnizioni...

In che mondo tu vivi?--se uno di costoro stèsse a sentire qualcuno che

parlasse così, si stupirebbe, ne riderebbe, lo giudicherebbe un po'

leso nelle facoltà della mente. Ora, tali brave e intelligenti persone

non si comportano diversamente di fronte all'artista, e intanto

s'immaginano di ragionare a fil di logica.

--Eh, mio Dio! Voi artisti non sapete fare altro che opere d'arte,

cioè opere di creazione e di bellezza! Ma siate politici, sociologi,

scienziati, filosofi! E non a modo vostro, pelle pelle, per pretesto

di mettere un po' di sale e di pepe nella solita sciapa minestra; ma

realmente, profondamente, in modo che quel che ora è la lustra, il

pretesto, diventi scopo principale. Siate uomini, non fanciulloni. Il

regno dell'immaginazione è finito da un pezzo. Sostanza ci vuole oggi,

non apparenza: e la forma e la bellezza sono soltanto apparenze. Le

fiabe bisogna lasciarle ai bambini, in ogni caso; le nonne e le balie

bastano per l'ufficio di raccontarle al loro minuscolo uditorio e

farlo star cheto. Non siamo arrivati al XXº secolo per nulla!

Oh, perfettamente! Ma parlate chiaro, si potrebbe rispondere. Dite che

l'Arte non è più di questo tempo, che è diventata una superfetazione,

e forse potremmo ragionare, discutere. Abbiate la sincerità del

Tolstoi, maleditela quest'arte che vi sembra una vanità, se non volete

arrivare fino alla esagerazione del neo-mistico russo e chiamarla a

dirittura una calamità. Gli artisti, i veramente degni di questo nome,

non lavorano per l'oggi, per la moda passeggera. Ecco perchè si

affaticano a cogliere le caratteristiche più intime e più durature

dell'uomo; non vogliono fare opera effimera.

La politica? Ma quale? Quella di ieri non somiglia a quella di ieri

l'altro; quella di domani non sarà quella di oggi. Volete dunque che

l'artista introduca nella sua opera d'arte un elemento così mutabile

che ne abbasserebbe il valore in poco volgere di anni e forse di mesi?

Il romanziere, il drammaturgo italiano, per esempio, pensa alla sorte

dei romanzi del Guerrazzi e delle tragedie del Niccolini, e si guarda

bene dall'imitarli.

La sociologia? Ma tutto è ipotesi provvisoria in essa, se non volete

dire fantasticheria sentimentale. Come? Questa scienza, o pretesa

scienza, non riesce a risolvere degnamente i problemi che si pone

davanti, e voi pretendete che se ne impossessi l'artista, e ne accetti

e ne propaghi coi suoi mezzi le conchiusioni campate in aria? Per

questo scopo, c'è la _Repubblica_ di Platone, o la _Città del sole_

del Campanella, o i recenti volumi del Bellamy e di qualch'altro.

Sorbiteveli. Non vi sembrano sufficienti?

La scienza? Ma essa nega oggi quel che ha affermato con gran sussieguo

ieri! Nessuno peggio di lei, dà il doloroso spettacolo di credersi

infallibile, di ostinarsi, per anni ed anni, in una cantonata presa,

in un errore, per giungere poi a disdirsi e a ricominciare daccapo.

C'è stato un artista, o quasi, che si è baloccato a mettere un po' di

scienza in romanzo; viaggiate nella luna col Verne, passeggiate con

lui ventimila leghe sotto il mare, e lasciate in pace tutti gli altri!

La filosofia?... La religione?...

Ma come non vi accorgete che l'Arte dev'essere tutt'altra cosa? Come

non capite che i veri artisti si disinteressano soltanto in apparenza

di tutte le grandi quistioni che affannano l'umanità, perchè loro

dovere è unicamente mettere al mondo creature ideali, le quali poi non

sono per questo meno reali di quelle che sogliamo chiamare più

specialmente così; e che ognuna di tali creature è un'idea, un

sentimento fatti carne, ossa, sangue, non una vanità che par persona;

e idea fondamentale, sentimento perenne?

Voialtri, però, non volete andare oltre quella carne, quel sangue,

quelle ossa; badate soltanto all'esteriore. E se voi avete perduto il

giusto senso dell'Arte, che colpa ne hanno gli artisti? Essi debbono

fare opera d'immaginazione e di forma, e voi chiedete, all'incontro,

opera di riflessione, di puro pensiero; o, per lo meno, qualcosa che

stia nel mezzo, dove la forma non celi interamente il pensiero

astratto, il concetto. Voi chiedete l'assurdo; per ciò gli artisti vi

lasciano dire e continuano a produrre quel che debbono produrre.

Non pretendiamo affermare con questo che nella loro produzione siano

adempiute tutte le condizioni che costituiscono una pura opera d'arte.

Deficienze, stonature vi sono pur troppo e sarebbe miracolo quasi

incredibile se non ci fossero. Nella produzione artistica avviene,

come nella produzione naturale, un eccesso, quasi essa sia una serie

di prove e riprove, di tentativi e anche di aborti, per raggiungere

finalmente una altezza, una compiutezza che non è mai la perfezione

assoluta, l'ideale, ma qualcosa di approssimativo all'ideale.

Accettiamo come una necessità inevitabile questa ricchezza, questa

prodigalità generativa e, se così volete, questo sperpero inutile di

forze. Di cento romanzi, di cento novelle, di cento drammi, uno o due

soltanto supereranno la prova della sopravvivenza; è stato sempre

così; sarà sempre così. _Ruit hora!_ Sì, per noi misere apparizioni di

un momento; ma per una letteratura, per una nazione, per l'umanità

quelle due parole latine non hanno senso. Lasciamo che le cose vadano

pel loro verso: che l'Arte sia arte e la Scienza scienza.

Quando verrà il momento, se dovrà venire (nessuno di noi può

prevederlo con certezza) se l'Arte dovrà cedere il posto alla Scienza

o trasformarsi e divenire qualcosa di essenzialmente diverso di quel

che ora è, la trasformazione avverrà per forza fatale di circostanze;

ma non potremo chiamarla più Arte, come non potremo mai chiamare nero

il bianco, nè il bianco nero, se prima non ci metteremo di accordo che

_nero_ vorrà dire _bianco_ e viceversa. Avremo mutato il vocabolo, non

la cosa; e non mette conto di rifare per così piccolo scopo il

dizionario.

Pur ora dobbiamo riconoscere che creare forme di bellezza artistica

non è poco. La Grecia antica è immortale per aver fatto questo

soltanto. Le sue battaglie, le sue conquiste, i suoi sistemi

filosofici, le sue scienze embrionali hanno ormai un valore molto

relativo nel presente. Le divine opere di Omero, di Eschilo, di

Sofocle, di Aristofane sono qualcosa di così importante che, se

fossero andate perdute, ci mancherebbe la miglior parte di noi e il

danno sarebbe irreparabile.

Così parlando, non vogliamo fare presuntuosi o stolti confronti, nè

metter fuori vanitose pretese; l'artista di oggi è quel che

dev'essere; ed appunto perchè è qualcosa di diverso ha ragione di

esistere.

Sventuratamente una delle più evidenti caratteristiche di oggi è la

confusione delle idee. Forse, da questo caos verrà fuori il nuovo

mondo futuro; ma neppure questo nuovo mondo potrà fare che una cosa

sia e non sia nello stesso tempo; e possiamo quindi anticipatamente

proclamare che anche nel più lontano avvenire l'Arte sarà

semplicemente Arte o non sarà più. Da questo dilemma non si esce.

*

* *

Quale potrà essere l'Arte e in un non lontano avvenire, me lo

prediceva seriamente, mesi fa, un mio amico a cui la serietà degli

studi filosofici, scientifici e anche teologici non ha ammortito la

vivacissima fantasia.

Io ho trascritto per mio gusto, la sua improvvisazione di quel giorno,

quando egli, dopo aver divagato per più di un'ora intorno all'Arte

cosmica, preistorica, finì con fare un salto straordinario fino

all'Arte avvenire. E se avessi potuto riassumerla con tutto

l'abbagliante splendore della sua parola, spanderei un sorriso di luce

su la grigia intonazione della mia conferenza.

Siccome il pensiero umano e le sue forme e le sue facoltà esistevano

sin dall'inizio, sin dall'eternità, sin da quando lo Spirito di Dio

s'immerse nella materia imponderabile o etere che vogliamo chiamarlo,

così domanderà quale ha potuto essere allora la sua attività

funzionale come arte.

--Non possiamo figurarcela, altrimenti che paragonandola a un'attività

di sogno, anzi a una attività, per un certo lato, minore di quella del

sogno e dall'altro lato infinitamente maggiore perchè organica e

creativa.

Che altro possono essere stati se non una specie di sogno dello

Spirito, quel fermento di atomi, quell'aggregarsi, quel distinguersi,

quel combinarsi, e le consecutive formazioni sempre più addensantesi,

sempre più moltiplicantisi, fino al prodursi delle nebulose, fino al

condensarsi di essa in Soli immensi, fino al disgregarsi di questi

Soli in sistemi solari, fino alle formazioni particolari di ogni

singolo mondo di quei sistemi nei quali, forse, anzi senza forse,

nessuna delle combinazioni chimiche aveva qualche analogia con quelle

conosciute oggi; nessuna delle forme qualche lontana rassomiglianza

con le forme di oggi; sistemi solari, mondi, creature viventi morte e

sparite migliaia e migliaia di secoli prima che qualche indizio

apparisse dell'infinito universo attuale, che l'occhio nostro scorge

nelle notti stellate e che i nostri telescopii intravedono di mano in

mano che la loro potenza visiva si accresce.

L'opera d'arte allora, in quei lontanissimi secoli di secoli, era la

stessa creazione; e noi possiamo chiamarla tale perchè era forma,

forma materiale, incosciente, forma aggregativa, forma combinativa,

chimica, vegetale e anche vivente, quantunque chimica, vegetale, e

vivente in modo assolutamente diverso da quanto noi indichiamo oggi

con questi aggettivi.

E così dobbiamo supporre altre luci, altri paesaggi, altre figure,

altri profumi, altri suoni; e nelle creature viventi, altre facoltà,

altri sensi, altra intelligenza. Per quanto la nostra immaginazione

volesse sbizzarrirsi nelle concezioni più complicatamente strane ed

assurde, probabilmente non raggiungerebbe la mirabile diversità di

tutte le manifestazioni della forma e della vita che possono e debbono

essere apparse prima di queste da noi conosciute.

E ammettendo la ipotesi di creature vi venti, ammettendo in queste

creature sensi e facoltà di spirito diversi dai nostri, quale avrà

potuto essere la loro opera d'arte? Certamente in corrispondenza di

quelle facoltà, un'applicazione, un'estrinsecazione di esse, una

riproduzione idealizzata di quella loro natura esteriore e

interiore.... E dobbiamo arrestarci a questa affermazione; e dobbiamo

contentarci soltanto di pensare che la loro evoluzione ha dovuto

seguire le stesse norme della nostra: salire da una forma inferiore

alla immediatamente superiore: cioè, prima, sensazione, immaginazione,

poi riflessione. Se non che questi tre elementi possono essere stati

contemperati in modo da produrre qualcosa che ci colmerebbe di stupore

e di meraviglia, se, per fortuna, potessimo averne un saggio, e se le

nostre facoltà potessero adattarsi a sentirla e a intenderla per

poterla ammirare.

Qui la nostra intelligenza si confonde.

Da questi secoli iniziali, se pur si può parlare d'inizii ragionando

d'eternità, noi possiamo slanciarci fino alla fine dei secoli, alla

maturità, alla vecchiezza, alla decrepitezza del nostro sistema solare

e ricostruire con l'immaginazione, anticipatamente, quel che forse

sarà o potrà essere l'opera d'arte futura.

Abbiamo pochi elementi, ma essi ci basteranno per un'ipotesi, giacchè

sono elementi di fatto, quasi scientifici.

Notiamo il continuo perfezionamento dei nostri sensi. Il tatto, la

vista, l'udito, tutti i nostri mezzi di rapporti con la natura

esteriore si sono talmente perfezionati lungo il corso dei secoli, da

permetterci di affermare che noi siamo creature affatto diverse dalle

creature che furono i nostri primi progenitori.

Le evoluzioni delle arti sono un'altra prova convincentissima. Se

qualche mago, sacerdote o poeta delle età primitive, per un miracolo

d'intuizione le avesse annunziate agli abitatori lacustri, ai nomadi

delle grandi pianure e delle grandi montagne dell'Asia, a quelle genti

che ignoravano se stesse e che stimavano dovesse essere la vita una

perenne lotta col mammut, con gli ittiosami, con tutte le bestie

feroci brulicanti su la giovane terra--quelle evoluzioni sarebbero

state giudicate assurde, parto di fantasia morbosa.

Eppure dal grido bestiale quasi inarticolato, dalla mimica, dalla

danza sacra e guerresca noi abbiamo veduto scaturire a poco a poco i

poemi dell'India, la Bibbia, l'Iliade, la tragedia greca, la commedia,

i capolavori di Dante e dello Shakespeare, il romanzo e la lirica

attuale.

Ed ecco che nuove facoltà si rivelano oggi o almeno attirano

l'attenzione dello scienziato, agitano il nostro spirito e lo fanno

tremare di sgomento e di curiosità. C'è un altro mondo in questo

mondo, c'è un'altra natura dentro la nostra natura. S'intravedono

facoltà incredibili, si scorgono bagliori di forze prima ignorate o

trascurate. L'invisibile diventa visibile, l'occulto si manifesta;

leggi, o quelle credute tali, da cui sembrava che il nostro organismo

e la natura fossero ferveamente dominati, non appaiono più tali. Quel

che ieri era tenuto per fantastico, per impossibile, per

supernaturale, diventa realtà, o meglio viene scoperto realtà

altrettanto naturale che quello comunemente chiamato così. Tutti i

limiti cedono; non si allontanano soltanto, ma spariscono: e questo

dovrà naturalmente produrre tale rivoluzione nel mondo, che qualunque

superlativa nostra fantasticheria non potrà darne la misura.

Ormai nessuno può più dubitare di quella forza che il nostro

imperfetto linguaggio si rassegna a chiamare _psichica_, perchè la

scienza non sa a chi addebitarla, nè come contrassegnarla. Quel che

pareva un sogno di malati comincia a venir giudicato più che una

possibilità. Questo nostro pensiero che finora si è manifestato

servendosi della materia, marmo, tavolozza, suono, parola scritta,

pare abbia tanta potenza creativa in se stesso, da poter fare a meno

di questi mezzi che non riescono a renderlo con tutte le sue

sfumature.

Il marmo resiste, immobile, incoloro; la tavolozza non dà tutta la

luce e tutti i colori alle forme, e per quanto si aiuti con la

prospettiva e con gli scorci, è impotente a rendere il moto; la

musica, con le meravigliose combinazioni delle sue melodie e delle sue

armonie, rimane vaga, imprecisa, quantunque potentemente suggestiva:

la parola, che riesce a dare l'illusione complessiva di tutte le altre

arti e simulare la vita, si frange contro certi limiti del linguaggio,

e contro certi limiti parte sormontabili perchè convenzionali, parte

no, perchè inerenti alla stessa natura della sua opera.

Noi sentiamo che tutte queste arti c'impacciano, ci tormentano per la

loro impotenza a creare davvero la vita.

Ora, la forza _psichica_, di cui già parlasi con trepido stupore,

dovrà produrre nel lontano avvenire un'Arte della quale non possiamo

formarci neppure un'idea approssimativa, in corrispondenza della nuove

facoltà che avrà allora acquistato l'umano organismo.

Questa forza ormai la conosciamo come produttrice di moto. Sappiamo

che è possibile spostare oggetti materiali con la semplice

concentrazione della volontà. Sappiamo che un individuo, in certi casi

di cui ignoriamo il come e la legge, può con essa oggettivare,

materializzare il pensiero, dargli forma visibile e tangibile, forse

esplicando poteri intimi suoi propri, forse impossessandosi di

elementi circostanti e ignoti alla scienza. S'intravede però che quel

che è ora accidentale potrà, anzi, dovrà essere normale, soggetto alla

ragione, come sono divenute normali e soggette alla ragione tante

altre forze della natura; l'elettricità, per esempio.

Immagina dunque--e il mio amico entusiasmato dalla sua idea, mi

stringeva forte il braccio--immagina dunque che cosa potrà essere

l'opera d'arte quando il pensiero non incontrerà più ostacoli nel

marmo, nella tela e nei colori, nei suoni e nella parola; quando

l'opera d'arte si esplicherà, si formerà con la stessa rapidità e con

la stessa nettezza dell'idea, cioè, quando il pensiero diventerà

visibile, tangibile, quantunque fuggevole, forse, e mutabilissimo,

come la sua natura di pensiero comporta; quando insomma le creazioni

dell'intelletto immaginativo vivranno, sia pure per qualche istante,

realmente fuori di noi, quasi proiettate da un cinematografo

infinitamente superiore a quello inventato dai fratelli Lumière?

Ah, io non voglio mettere a dura prova la loro cortesia, continuando a

riferire lo svolgimento di questa ipotesi che la magia della parola e

dell'espressione riuscirono a farmi accettare senza nessuna

obbiezione, così rapida ed efficace era stata l'impressione

prodottami. E siccome sono un po' sognatore anche io--altrimenti non

andremmo molto di accordo con quel mio amico--confesso sinceramente

che oggi, nel riferire la sua ipotesi, non ho potuto sorriderne, come

il giorno in cui la udii la prima volta.

Ho visto diventare realtà tante cose giudicate da gran tempo

impossibili, che più non oso rimanere scettico neppure davanti

l'assurdo.

Cronache Letterarie · 第 6 / 45 题