E tuttavolta crescevano e multipricavano le genti ad Anibal molto
grandemente delle contrade che si ragunavano con loro. Allora cavalcò
Cornello Scipio molto forte, e con lui suo figliuolo, che fu poi
chiamato Scipio Affricano (e la ragione perchè vi contiarò innanzi che
sia la fine di questo libro) con gran popolo di Roma per combattare
contra Anibal, che per suo grande orgoglio voleva combattare la
terra d'Italia, che ora è Lombardia chiamata. Quando furo tanto
approssimati[24] l'osti d'una parte e d'altra, che non v'era altro che
abbassare le lancie, ellino broccaro[25] li cavalli delli speroni, e
sì si corsero a ferire sì duramente, che più di due milia cavalieri
tra l'una parte e l'altra si gittarono a terra de' cavalli, de' quali
vi furono molti feriti villanamente. E sappiate che ine si cominciò
lo stormo fiero e mortale, che non si risparmiavano niente, anzi vi
dico bene di verità che si faceano il peggio che poteano; lo padre non
avarebbe riguardato lo figliuolo, e lo figliuolo lo padre. Li Romani
credeano per forza sconfiggiare li Affricani per loro grande forza
e per loro grande orgoglio, onde erano sì pieni, che non dottavano
persona del mondo, ma nollo valse niente, chè troppo avevano gran gente
e gran cavallaria quelli di Affrica; e là fu lo consolo Scipio ferito
molto duramente, e sì fu abbattuto a terra, ed ucciso l'avarebbero, se
non fusse Scipio suo figliuolo, che vigorosamente lo soccorse, d'onde
sofferse molta gran pena; e sappiate che là furono morti de' Taliani e
de' Romani tanti, che pochi ne camparono col consolo e col figliuolo,
e quali si partirono dolenti e tristi; e in questa maniera ebbero
dolore li Romani a quella prima fiata, per la sciagura ch'eglino ebbero
contra Anibal, che di quella prima vittoria ebbe molto gran gioia.
Allora ebbe Scipio Cornellio molto gran dolore quando fu ferito, e
più per sua gente che morta era, la quale aveva di Roma menata; e per
quella ontia vendicare assembrò gente, e richiese quanto potè il più
tosto che potè, e ritornò contra lo re Anibal, il quale odiava dentro a
suo cuore, perciò che tal dannaggio gli aveva fatto, come di sua gente
uccidare e tagliare, e assembrare al fiume di Trema.
Sappiate che la battaglia fu ine grande e pericolosa, ed allora furo
ine li Romani sconfitti e tutti morti e messi a perdizione. Publio
Semplonio lo consolo, ch'era in Cicilia, seppe ed intese che Scipio suo
compagno aveva auto sì gran dannaggio di sua gente e di sua cavallaria.
Allora si mosse con tutta la sua gente e con quanto aiuto elli potè
avere con lui per venire centra Anibal, e per vendicare li Romani del
gran dannaggio e della gran perdita ch'egli avevano fatta; e tanto andò
Sempronio consolo con tutta sua oste, che venne ove li Romani erano
stati sconfitti l'altra fiata, e là trovò ancora lo re Anibal e sua
gente, che veniva incontra al consolo a battaglia; e sappiate che là
furo fatte grandi prodezze per l'una parte e per l'altra per difendare
loro corpi e loro vita e loro avere. In quella battaglia fu lo re
Anibal ferito d'una saetta molto duramente, ma sappiate che non morì a
quella fiata, anzi lo' vendè molto cara l'ira e lo corruccio ch'egli
ebbe di sua piaga e del dolore e dell'angoscia ch'egli ebbe; fu elli sì
ripreso di mal talento, che fece tanta di prodezza e d'ardimento, poi
che fu ferito, che più di mille Romani ne perdero la vita. E sappiate
che Publio Sempronio fu sconfitto in quello stormo, ch'era consolo e
molto buono guerriere e valente cavaliere, e sì vi fu sì villanamente
menato, ch'a pena ne scampò, e così ebbero li Romani gran perdita e
gran dannaggio dallo re Anibal a quella fiata.