XIV.

E tuttavolta crescevano e multipricavano le genti ad Anibal molto

grandemente delle contrade che si ragunavano con loro. Allora cavalcò

Cornello Scipio molto forte, e con lui suo figliuolo, che fu poi

chiamato Scipio Affricano (e la ragione perchè vi contiarò innanzi che

sia la fine di questo libro) con gran popolo di Roma per combattare

contra Anibal, che per suo grande orgoglio voleva combattare la

terra d'Italia, che ora è Lombardia chiamata. Quando furo tanto

approssimati[24] l'osti d'una parte e d'altra, che non v'era altro che

abbassare le lancie, ellino broccaro[25] li cavalli delli speroni, e

sì si corsero a ferire sì duramente, che più di due milia cavalieri

tra l'una parte e l'altra si gittarono a terra de' cavalli, de' quali

vi furono molti feriti villanamente. E sappiate che ine si cominciò

lo stormo fiero e mortale, che non si risparmiavano niente, anzi vi

dico bene di verità che si faceano il peggio che poteano; lo padre non

avarebbe riguardato lo figliuolo, e lo figliuolo lo padre. Li Romani

credeano per forza sconfiggiare li Affricani per loro grande forza

e per loro grande orgoglio, onde erano sì pieni, che non dottavano

persona del mondo, ma nollo valse niente, chè troppo avevano gran gente

e gran cavallaria quelli di Affrica; e là fu lo consolo Scipio ferito

molto duramente, e sì fu abbattuto a terra, ed ucciso l'avarebbero, se

non fusse Scipio suo figliuolo, che vigorosamente lo soccorse, d'onde

sofferse molta gran pena; e sappiate che là furono morti de' Taliani e

de' Romani tanti, che pochi ne camparono col consolo e col figliuolo,

e quali si partirono dolenti e tristi; e in questa maniera ebbero

dolore li Romani a quella prima fiata, per la sciagura ch'eglino ebbero

contra Anibal, che di quella prima vittoria ebbe molto gran gioia.

Allora ebbe Scipio Cornellio molto gran dolore quando fu ferito, e

più per sua gente che morta era, la quale aveva di Roma menata; e per

quella ontia vendicare assembrò gente, e richiese quanto potè il più

tosto che potè, e ritornò contra lo re Anibal, il quale odiava dentro a

suo cuore, perciò che tal dannaggio gli aveva fatto, come di sua gente

uccidare e tagliare, e assembrare al fiume di Trema.

Sappiate che la battaglia fu ine grande e pericolosa, ed allora furo

ine li Romani sconfitti e tutti morti e messi a perdizione. Publio

Semplonio lo consolo, ch'era in Cicilia, seppe ed intese che Scipio suo

compagno aveva auto sì gran dannaggio di sua gente e di sua cavallaria.

Allora si mosse con tutta la sua gente e con quanto aiuto elli potè

avere con lui per venire centra Anibal, e per vendicare li Romani del

gran dannaggio e della gran perdita ch'egli avevano fatta; e tanto andò

Sempronio consolo con tutta sua oste, che venne ove li Romani erano

stati sconfitti l'altra fiata, e là trovò ancora lo re Anibal e sua

gente, che veniva incontra al consolo a battaglia; e sappiate che là

furo fatte grandi prodezze per l'una parte e per l'altra per difendare

loro corpi e loro vita e loro avere. In quella battaglia fu lo re

Anibal ferito d'una saetta molto duramente, ma sappiate che non morì a

quella fiata, anzi lo' vendè molto cara l'ira e lo corruccio ch'egli

ebbe di sua piaga e del dolore e dell'angoscia ch'egli ebbe; fu elli sì

ripreso di mal talento, che fece tanta di prodezza e d'ardimento, poi

che fu ferito, che più di mille Romani ne perdero la vita. E sappiate

che Publio Sempronio fu sconfitto in quello stormo, ch'era consolo e

molto buono guerriere e valente cavaliere, e sì vi fu sì villanamente

menato, ch'a pena ne scampò, e così ebbero li Romani gran perdita e

gran dannaggio dallo re Anibal a quella fiata.

La Seconda e Terza Guerra Punica Tratto da un codice dell'Ambrosiana · 第 30 / 117 题