Lo sgelamento.
Vedendolo precipitare nel canale, Wilkye e Blunt, non badando che
al proprio coraggio e senza pensare al pericolo che li attendeva, si
erano slanciati innanzi colla speranza di soccorrerlo, ma dovettero
arrestarsi, poichè un’altra fessura si era aperta dinanzi a loro,
minacciando d’inghiottirli.
Disperati, angosciati, si misero a correre lungo la sponda, gridando.
— Peruschi!... Peruschi!...
Il loro compagno però non rispondeva: udivano invece le acque che
muggivano sordamente, come si frangessero contro degli ostacoli. Pareva
che sotto quella vôlta di ghiaccio scorresse un fiume impetuoso.
— Peruschi, ripetè Wilkye, che pareva impazzisse dal dolore. In nome di
Dio, rispondete, o...
— Zitto, signore! esclamò Blunt, afferrandolo strettamente per un
braccio.
— Cosa avete udito?
— La sua voce: silenzio, signore.
Entrambi si erano fermati a circa trecento metri dalla fenditura,
e curvi verso la crosta di ghiaccio, ascoltavano con profondo
raccoglimento.
Poco dopo, sotto la vôlta, ma ad una grande distanza, si udì una voce
distinta che gridava:
— Ci sono!...
— Peruschi! gridò Wilkye.
— Sono vivo, signore, rispose il velocipedista.
— Dove siete?
— Sotto la vôlta.
— Ferito?
— No, ma mezzo assiderato.
— Nuotate?
— No, ho approdato.
— Tenete fermo, che giungiamo.
La voce del velocipedista veniva più innanzi; senza dubbio la corrente
lo aveva trasportato molto lontano dalla fenditura. Wilkye e Blunt si
misero a correre lungo la sponda che fiancheggiava un vero bastione
tagliato quasi a picco.
— Peruschi! gridò Wilkye, arrestandosi.
La voce del velocipedista, che echeggiava proprio sotto la crosta di
ghiaccio, si fece udire distintamente.
— Eccomi, signore.
— Siete sotto di noi?
— Lo suppongo.
— Correte pericolo?
— No per ora, ma se non vi affrettate, gelerò.
— Spezziamo il ghiaccio, Blunt, disse Wilkye.
Impugnarono i fucili per la canna e servendosene a guisa di mazze,
sfondarono il ghiaccio attorno alla sponda, facendo un’apertura larga
parecchi metri. Curvatisi, scorsero sotto di loro, aggrappato ad una
roccia, il compagno, il quale era immerso fino ai fianchi. Attorno a
lui l’acqua, che pareva seguisse una forte pendenza, muggiva sordamente
cercando di strapparlo.
— Grazie, signor Wilkye, disse Peruschi con voce balbettante. Temevo di
non rivedervi più.
— È profondo il fiume? chiese Wilkye.
— È un vero braccio di mare, signore, poichè è acqua salata. Scorre
però come un fiume.
— Potete risalire?
— È impossibile; la sponda è tagliata a picco ed alta almeno sei metri,
e poi sono così intirizzito da non potermi servire delle membra.
— Potete resistere alcuni minuti?
— Lo spero.
— Blunt, correte a prendere delle funi; ve ne sono nella cassa.
Il velocipedista partì correndo e poco dopo ritornava con una fune
lunga parecchi metri. Wilkye fece un nodo e gettò un capo al naufrago,
il quale lo afferrò con forza sovrumana.
— Stringete bene, disse Wilkye.
— Non la lascio, signore.
— Issa!...
Aiutato da Blunt, che era dotato d’una forza erculea, ritirò lentamente
la grossa fune alzando il giovanotto il quale la stringeva sempre
con disperata energia. In pochi istanti toccò la sponda superiore e
cadde fra le braccia dei compagni. Il disgraziato era ridotto in tale
stato di assideramento, da non potersi reggere in piedi; le sue vesti,
poco prima inzuppate d’acqua, si erano quasi istantaneamente gelate e
indurite in modo da formare un pezzo solo.
— Presto, alla macchina, disse Wilkye.
Soccorso da Blunt, lo trasportò presso il velocipede. Levò le coperte
di pelle d’orso che dovevano servire a loro di letto, ve lo sdraiò
sopra e gli strappò di dosso, non senza fatica, le vesti.
— Rizzate la tenda che accamperemo qui, disse a Blunt. Intanto datemi
uno straccio di lana inzuppato di wisky.
— A voi, disse Blunt porgendoglielo.
Wilkye si mise a strofinare energicamente le membra assiderate di
Peruschi, poi quand’ebbe riattivata la circolazione del sangue, lo
avvolse in una coperta di lana riscaldata presso la macchina e quindi
nelle pelli d’orso.
— Ora mandate giù una buona sorsata di _wisky_, diss’egli. Vi
riscalderà.
— Grazie, signore, rispose il velocipedista. Ora comincio a sentirmi
meglio.
— Domani potrete ripartire.
Intanto Blunt, che lavorava per due, aveva rizzata la tenda di feltro,
foderata interiormente di pelli di foca, e per riscaldare l’ambiente
aveva spinto il velocipede presso Peruschi, essendo la macchina ancora
accesa.
— Preparate un thè bollente, disse Wilkye, poi allestirete la cena.
— Non c’è bisogno, signor Wilkye, disse Peruschi. Sotto la vôlta di
ghiaccio faceva un freddo acutissimo, ma qui sto benissimo e sono più
disposto a cenare che a bere del _thè_.
— Avete dovuto provare una tremenda emozione, sentendovi precipitare
nel vuoto, mio povero amico.
— Un po’, lo confesso, ma mi consolo pensando che colla mia caduta ho
evitato un disastro. Se la vôlta fosse ceduta sotto la macchina, cosa
sarebbe accaduto di noi?
— È vero, Peruschi. Era acqua salata quella che scorreva?
— Acqua marina, signore.
— Allora noi dobbiamo trovarci su di un’isola. Come attraverseremo
questo canale?
— Forse in altro luogo il ghiaccio può essere più solido, disse Blunt.
— Lo tenteremo, disse Wilkye.
— Ditemi, signore, chiese Peruschi. Per quale motivo l’acqua si è
abbassata, lasciando uno spazio fra la sua superficie ed il ghiaccio?
— Forse perchè esiste un forte dislivello fra l’entrata del canale
e l’uscita, prodotto senza dubbio dall’accumularsi dei ghiacci. In
qualche punto i ghiacci hanno ceduto, lasciando sfogo alle acque, le
quali si sono affrettate a ritirarsi. Orsù, mangiamo questa zuppa
di _pemmican_ ed affrettiamoci a coricarci. Domani cercheremo il
passaggio.
Divorarono con appetito la cena, vuotarono un bicchiere di _wisky_,
poi si avvolsero nelle loro pesanti coperte, avendo la precauzione di
coricarsi presso la macchina che spandeva sotto la tenda un benefico
calore.
La notte — notte per modo di dire, poichè il sole non tramontava che
per una sola ora — fu tranquilla e non doveva essere diversa in quella
regione che è priva di animali feroci.
All’indomani, verso le 7, gli esploratori risalivano sul rapido
velocipede, per cercare un passaggio attraverso a quello stretto
che pareva si prolungasse indefinitamente. Le loro ricerche ebbero
un felice risultato, poichè verso le 9, dopo d’aver percorso circa
sessanta miglia verso il sud-ovest, si trovarono dinanzi ad un enorme
masso di ghiaccio che era piombato attraverso a quel braccio di mare,
formando un vero ponte.
Attraversatolo dopo non poche difficoltà, passarono sulla sponda
opposta, lanciando il velocipede sulle sterminate pianure del sud, che
si seguivano con ondulamenti appena sensibili.
Un silenzio assoluto, che faceva una profonda impressione, regnava su
quei ghiacci e su quelle nevi, prima di allora mai calpestate da alcun
esploratore. Nessun uccello attraversava lo spazio; nessuna pianticella
cresceva in alcun angolo: era proprio il deserto polare che il sole
invano sforzavasi di rendere meno triste.
Perfino i ghiacci più non crepitavano, quasi avessero paura di turbare
i silenzi gelati di quella regione desolata ed inabitabile.
Gli intrepidi esploratori però, non si arrestavano e si lasciavano
trasportare verso le misteriose regioni del sud dal velocipede, il
quale divorava la via con crescente rapidità.
A mezzodì, secondo i calcoli di Wilkye, si trovavano già a trecento
miglia dalla capanna. Fecero una breve sosta per allestire un modesto
pranzo, poi risalirono sulla macchina e si rimisero in viaggio
dirigendosi verso la catena dei monti che ormai si delineava nettamente
verso il sud.
Il freddo si manteneva costante, quantunque il sole brillasse sempre.
Il termometro oscillava fra i -5° ed i -7°, ma non accennava a
discendere.
L’estate in quelle regioni doveva essere ben breve, e forse non
riusciva a sgelare interamente il continente polare.
Alle 9 di sera gli esploratori si arrestarono e rizzarono la tenda
presso un’alta rupe, che si elevava solitaria in mezzo all’immensa
pianura. Per la prima volta scorsero degli uccelli, che avevano
collocati i loro nidi sulla cima di quell’altura.
Erano alcune coppie di _Micropterus cinereus_, volatili che sono grossi
come un pinguino, pesanti sette od otto chilogrammi, colle penne grigie
sul dorso e bianco-giallastre sull’addome, colle ciglia bianche che
danno ai loro occhi un aspetto bizzarro e le zampe giallo-aranciate
con screziature nere. Questi grossi volatili, i maschi specialmente,
tramandano un odore disaggradevole e la loro carne è oleosa e rancida,
cibandosi esclusivamente di pesci.
Wilkye non potè frenare la sua sorpresa, nel vedere in quel luogo
quegli uccelli, che quasi mai si scostano dal mare.
— Che un altro canale si spinga in queste vicinanze? si chiese.
— Non si scorge in alcun luogo, disse Peruschi.
— Forse ci sarà qualche lago, disse Blunt.
— È probabile, rispose Wilkye, ma dovrebbe essere gelato. Non saprei
quindi, come questi uccelli possano pescare. Domani forse sapremo
qualche cosa.
Anche quella seconda notte, passata in mezzo ai ghiacci del continente
polare, fu tranquilla. La superficie gelata però continuò a tremare
quasi senza interruzione, aprendo qua e là delle lunghissime
spaccature.
Il 4 dicembre gli esploratori ripartivano, seguendo il 68° meridiano.
La pianura però non consentiva a loro di procedere colla consueta
rapidità, poichè il ghiaccio si era spaccato in varii luoghi sotto il
calore solare, producendo delle fenditure larghe assai e profonde, che
li obbligavano a fare dei lunghissimi giri.
Lo sgelo, che pochi giorni prima pareva che non dovesse cominciare
che molto tardi, ora procedeva con grande rapidità. Il sole, come se
avesse improvvisamente acquistato maggior calore, dardeggiava coi suoi
raggi le pianure, le quali si privavano con strana celerità del loro
rivestimento invernale.
Una densa nebbia, prodotta dall’umidità, ondeggiava qua e là,
sciogliendosi di frequente in una vera pioggia, che inzuppava gli
esploratori. Wilkye, che temeva di trovare, sotto quella crosta di
ghiaccio, un terreno disuguale o poco adatto alla sua macchina, cercava
di affrettare la marcia per giungere al polo prima dello sgelo, ma gli
ostacoli si moltiplicavano, poichè le fenditure diventavano ognor più
numerose.
I ghiacci si spaccavano dovunque con sorde detonazioni, si squagliavano
con estrema rapidità formando dappertutto dei torrenti e degli stagni,
e parecchie volte la macchina corse il pericolo di cadere entro quelle
fenditure.
Wilkye cominciava a diventare inquieto; non aveva preveduto quegli
ostacoli che minacciavano di prolungare indefinitamente quella corsa
verso il polo. Non era la mancanza di viveri che lo preoccupava,
ben sapendo che quello sgelo avrebbe attirato di certo sopra quelle
pianure gli uccelli polari e le foche, ma la provvista di petrolio che
rapidamente scemava e che non doveva tardare ad esaurirsi, se quella
marcia si prolungava.
È bensì vero che poteva sciogliere la sua macchina e convertirla in
biciclette, ma sarebbe anche stato costretto a impiegare un tempo tre
e forse quattro volte maggiore, e nel ritorno farsi sorprendere a mezza
via dai primi geli e dalle prime nevicate.
Nei quattro giorni seguenti, la lor marcia non aumentò. Gli ostacoli
crescevano sempre costringendoli ad arrestarsi ad ogni istante
per trasportare la macchina al di là delle fessure od a girarle
raddoppiando la via.
Il 10 dicembre, poco dopo il mezzodì, giungevano ai piè di quella
grande catena di monti che avevano scorto parecchi giorni prima e che
avevano chiamati Monti Baltimòra. Dalla loro partenza dalla capanna
avevano percorso quattrocentosessanta miglia consumando tre quarti
della loro provvista di petrolio ed un buon terzo dei loro viveri,
mentre per giungere al polo australe dovevano ancora percorrere circa
mille miglia, non avendo raggiunto che il 73° di latitudine.
[Illustrazione: Il 10 dicembre, poco dopo mezzodì, giungevano
ai piedi... (pag 174)]