La partenza pel Polo.
Bisby, dimenticando la futura cena, si era dato ad una rapidissima fuga
cercando di scalare i ghiacci del fiord, ma nessuno dei suoi compagni
l’aveva seguito, anzi ridevano a crepapelle senza pensare a ricaricare
le armi. Il negoziante, vedendo che non si muovevano, e credendo che
non l’avessero compreso, si arrestò gridando:
— Ma fuggite, disgraziati!... Ho udito a ruggire dei leoni!...
Un fragoroso scoppio di risa, fu la risposta.
— Ridete?... gridò egli, stupito.
— Vi è da ridere per ventiquattro ore, pauroso esploratore, disse
Wilkye. Credete di essere nel deserto di Sahara?
— Ma non udite questi ruggiti?
— Sì, Bisby, e vi dirò anzi, che promettono una cena migliore di quella
guadagnata ora. Vi piacerebbe una frittura di fegato o di cervello?
— Di leone?
— Sì, ma marino, o se vi piace meglio, di foca.
— Ma ruggiscono come i leoni, le foche di questo paese del gelo?
— Sì, Bisby, ma non sono pericolose, anzi si possono ammazzare a colpi
di bastone.
— Allora andiamo ad ucciderle.
— Adagio, o fuggiranno.
— Ma dove sono?
— Dietro a quella costa, se non m’inganno. Andiamo innanzi e cerchiamo
d’impedire a loro di raggiungere il mare.
Scesero sui ghiacci del _fiord_, risalirono la costa e si diressero in
silenzio, ma rapidamente, verso una catena di rocce le cui cime avevano
perduto il loro manto invernale.
Giunti a un centinaio di metri, furono colpiti da un fetore
insopportabile, che appestava l’atmosfera.
— Dietro a queste roccie vi deve essere un vero _rookories_, disse
Wilkye, arrestandosi.
— Cosa significa? chiese Bisby.
— Voglio dire che vi è un vero campo di foche. Forse troveremo delle
centinaia di animali.
— Che uccideremo tutti, disse il negoziante.
— Ci accontenteremo di un paio, Bisby. Sarebbe un massacro inutile.
— Eccole! esclamò Peruschi, che le precedeva. Vi sarebbe qui la fortuna
di un cacciatore o di un baleniere.
Wilkye, Bisby e Blunt lo raggiunsero e gettarono uno sguardo al di là
delle rocce.
Vi era colà un vero campo di foche appartenenti alla specie delle
_otarie jubate_ o dei leoni marini. Erano cinque o seicento anfibi,
dispersi sulla sponda, la quale scendeva dolcemente verso l’oceano, gli
uni raggruppati in quindici o venti, gli altri isolati.
Le _Otarie jubate_ differiscono dalle foche dei mari artici e formano
una specie transitoria fra i mammiferi carnivori e il tipo ordinario
delle foche propriamente dette. I maschi sono più grandi, poichè
oltrepassano i due metri di lunghezza, hanno l’aspetto feroce dei leoni
avendo attorno al collo una criniera che è irta; gli occhi grandi,
piccole orecchie coniche e lunghi baffi setolosi. Udendoli a ruggire,
producono una certa impressione paurosa, ma in realtà, tali anfibi sono
timidi, non si difendono che rade volte e soccombono facilmente.
[Illustrazione: Quegli animali, ignari del pericolo che li
minacciava... (pag. 150)]
Le femmine, essendo sprovviste di criniera, hanno un aspetto meno
formidabile e mentre i primi hanno il pelame più giallo e più
rossiccio, esse lo hanno più oscuro e più rado.
In queste foche è rimarchevolissima l’elasticità dei corpi, che
permette a loro di prendere le pose più strane. Mentre, infatti, taluni
di quegli anfibi stavano rannicchiati in modo da sembrare sacchi
semi-vuoti, altri nel trascinarsi allungavano il collo in siffatto
modo, da misurare tre e perfino quattro metri, ossia da raddoppiare la
lunghezza del loro corpo.
Quegli animali, ignari del pericolo che li minacciava, parte
sonnecchiavano presso l’oceano, altri invece si trascinavano
attraverso i banchi di ghiaccio alzandosi sulle pinne, mentre le
femmine allattavano i piccini, scherzando con loro e accarezzandoli
amorosamente.
Presso di loro, appollaiati sulle rocce, si vedevano numerose bande
di uccelli somiglianti agli avoltoi i quali vivono esclusivamente di
sterco di foche, contendendoselo accanitamente.
— Quanti animali! esclamò Bisby. Se potessimo prenderli tutti!
— Alle prime fucilate si affretteranno a guadagnare il mare, disse
Wilkye.
— Ma è mangiabile la loro carne?
— È troppo oleosa e troppo rancida, ghiottone, rispose Wilkye. Il
fegato ed il cervello, come vi dissi, sono eccellenti.
— Allora apriamo il fuoco!
I cacciatori mirarono le più vicine e scaricarono le armi. Tre foche
colpite dalle palle stramazzarono sul banco, ma le altre, spaventate
da quelle detonazioni che forse mai avevano udite, s’affrettarono,
con sforzi disperati, a trascinarsi sull’orlo del ghiaccione ed a
precipitarsi in mare. Le femmine soprattutto strisciavano con una
rapidità veramente straordinaria, per anfibi così pesanti e male
conformati, tenendosi stretti al seno, con una pinna, i loro piccini.
In pochi istanti tutte scomparvero sott’acqua e non riapparvero che
ad una grande distanza, dirigendosi verso un campo di ghiaccio che la
corrente trasportava verso il nord.
Wilkye ed i suoi compagni raggiunsero le prede. Erano state colpite
tutte e tre nel capo, pure si muovevano ancora ed una tentava, con
sforzi indicibili, di raggiungere l’orlo del banco. Bisby però, che ci
teneva alla cena, s’affrettò a finirla col calcio del fucile.
— Ritorniamo alla capanna, disse Wilkye. Manderemo i marinai a
raccoglierle.
— Non ce le mangeranno gli animali?
— Quali? Se vi ho detto che in questo continente non si sono mai veduti
nè orsi, nè lupi.
— Potrebbero esserci, Wilkye.
— Levatevi dal cervello questo timore, nessuno vi toccherà la cena.
Si rimisero in cammino costeggiando i banchi di ghiaccio, sparando
di tratto in tratto qualche fucilata contro gli uccelli marini che
volteggiavano presso le sponde, e verso le sette di sera ritornavano
alla capanna.
I marinai, che in quel frattempo avevano trascinata la scialuppa
sulla costa e che avevano posto in ordine ogni cosa nell’interno della
piccola abitazione, furono mandati sul banco, e un’ora dopo il cuoco
si poneva dinanzi alla stufa, per preparare la cena, la quale fu da
tutti lodatissima. I fegati e le cervella delle foche, preparate
sapientemente dal negoziante, non potevano riuscire più squisiti
e tutti fecero molto onore alla frittura. All’indomani, per tempo,
gli americani erano in piedi. Wilkye ed i suoi due compagni avevano
annunciata la loro partenza pel polo australe.
Furono aperte le grandi casse contenenti i pezzi del velocipede e tutti
si misero all’opera per aiutare il capo della spedizione.
Quel velocipede, ideato da Wilkye e fatto costruire da un abile
meccanico di Baltimòra, era un vero capolavoro. Era composto di otto
ruote, due più grandi e più solide, le altre eguali, accoppiate a due a
due in modo da potersi, all’occorrenza, trasformare in tre biciclette,
essendo, le due prime eccettuate, tutte munite degl’ingranaggi,
delle catene e delle sterze necessarie. Costruite di acciaio di una
resistenza incalcolabile, ricoperte di una pelle leggiera ma solida,
per non causare ustioni pericolose agli uomini che dovevano montare la
macchina, essendo già noto che i metalli, durante i freddi eccessivi,
producono su chi li tocca delle vere scottature, quelle ruote erano
munite all’ingiro d’una grossa striscia di gomma vulcanizzata, ma
piatta, e per colmo di precauzione, onde evitare gli sdrucciolamenti,
leggermente dentellata.
Sul dinanzi di quel velocipede era stata collocata una piccola caldaia,
fornita di tutti gli attrezzi necessarii per poter sviluppare la
forza di un cavallo. Due alberi, forniti d’ingranaggi e di catene, si
collegavano colle ruote anteriori, che erano più solide e più grosse
delle altre.
Prevedendo la difficoltà di trovare dell’acqua sciolta necessaria
per la generazione del vapore, Wilkye aveva fatto adattare presso la
caldaia un recipiente destinato a sciogliere la neve od il ghiaccio.
Tre sedili, disposti l’uno dietro all’altro, dovevano servire ai
viaggiatori, mentre una specie di cassettone, alto e largo due metri,
doveva servire per le provviste, per le coperte, per le vesti, per le
munizioni e pel petrolio necessario alla piccola macchina.
— Vi soddisfa? chiese Wilkye, quand’ebbe spiegato a tutti il
funzionamento del suo velocipede.
— È meraviglioso! esclamarono Peruschi e Blunt.
— Sorprendente! esclamò Bisby. Mi sembra però, che non potrete portare
con voi molte provviste.
— Ho tutto calcolato, disse Wilkye, e potrò portare con me i viveri
necessari per quaranta giorni.
— Ma non potete caricarvi di una grossa provvista di petrolio.
— Mi basteranno cento litri, Bisby, poichè le prove fatte hanno
dimostrato che dieci sono sufficienti per una marcia di cento miglia.
— Ma se il viaggio si prolungasse?
— Scioglieremo la macchina e saliremo sui bicicletti. Basta adattare
alle ruote i manubri e le selle.
— Ma non potrete caricarvi di alcun peso.
— Se sarà necessario abbandoneremo tutto, le coperte, la tenda, perfino
le armi per poter portare con noi cinquanta o sessanta chilogrammi
di viveri. Anche senza la macchina a vapore, noi che abbiamo fatto le
nostre prove, potremo percorrere, in media, cento miglia al giorno.
— Ma se vi piomba addosso l’inverno, come potrete avanzare in mezzo
alle nevi?
— Siamo al principio dell’estate e spero di essere di ritorno prima
della fine. Volete che impieghiamo tre mesi, per percorrere tremila
miglia?
— Uhm! fe’ il negoziante, scuotendo il capo. Io ho dei sinistri
presentimenti, Wilkye.
— Ed io nessuno, Bisby. Io sono certo, convinto, di trionfare sopra
tutti gli ostacoli, e di spiegare la bandiera dell’Unione al polo
australe.
— Ve lo auguro di cuore, amico mio.
— Orsù, prepariamo il nostro corredo.
Fece aprire una cassa di grandi dimensioni ed estrasse una quantità di
cassette accuratamente numerate, che visitò minutamente.
— I nostri viveri, diss’egli: biscotti, pemmican, farina, pesce secco,
porco salato, grasso, cioccolato, caffè, ecc.: centoventi chilogrammi.
— Ma voi volete digiunare, disse Bisby.
— Contiamo anche sulla caccia, rispose Wilkye. Tre vesti di ricambio,
tre paia di scarpe di feltro e di tela da vele, tre coperte, una tenda,
un po’ di vasellame, due pentole di ferro: venticinque chilogrammi.
— E non soffrirete il freddo? chiese Bisby.
— Ritorneremo prima dei geli, ve lo dissi già. Tre fucili, tre ascie,
dei pezzi di ricambio per la macchina, polvere, palle, piccoli oggetti:
trenta chilogrammi.
— Totale, centosettantacinque chilogrammi, disse il negoziante.
— Peso nostro centosessantadue chilogrammi, disse Wilkye. Aggiungiamo
ora cento litri di petrolio, alcune bottiglie di gin e di wisky ed
altri piccoli oggetti, formeremo un peso di quattrocentocinquanta
chilogrammi, ossia il necessario per poter ottenere, dal nostro
velocipede, una rapidità di trenta miglia all’ora. È tutto a posto?
— Tutto, signore, risposero i due velocipedisti.
— Avete preparata la colazione, Bisby? È una colazione d’addio e dovete
procurare che sia eccellente ed abbondante.
— Le pentole bollono in modo che pare vogliano scoppiare. Ehi,
sotto-cuoco, a che punto siamo?
— Possiamo servire, signore, rispose il marinaio.
Bisby, anche in quella solenne circostanza, non aveva mancato di farsi
onore ed anche di abbondare un po’ troppo, tanto anzi, da far nascere a
Wilkye delle serie inquietudini sulla durata delle provviste.
Quella colazione, quantunque assai deliziosa, fu triste e l’allegria
mancò. Tutti erano commossi per l’imminente partenza degli esploratori
per le misteriose regioni del sud e rabbrividivano all’idea che forse
quella colazione era l’ultima che facevano in compagnia. Pur mangiando,
pensavano ai pericoli che dovevano affrontare in mezzo agli sterminati
campi di ghiaccio del continente polare.
[Illustrazione: ... Wilkye dinanzi, Blunt secondo e Peruschi
ultimo (pag. 156)]
Alle frutta, Bisby, che malgrado la sua commozione aveva divorato per
sei, si alzò per brindare al trionfo della bandiera dell’Unione, ma
la voce gli mancò e non fu capace di far altro che di gettarsi fra le
braccia dell’audace esploratore. Due lagrime brillavano sugli occhi del
negoziante.
— Tornate presto — borbottò.
— Ritorneremo, Bisby — disse Wilkye che era pure commosso — e se la
Provvidenza ci aiuta, torneremo vincitori.
Poi raddrizzando l’alta statura, disse:
— Partiamo, amici: la fortuna è cogli audaci!
La macchina era già stata accesa ed aveva ormai la pressione
necessaria: il gran velocipede pareva impaziente di lanciarsi
attraverso i campi di ghiaccio.
Wilkye ed i due velocipedisti abbracciarono Bisby che emetteva dei
sospironi, poi i marinai, quindi salirono in sella: Wilkye dinanzi,
Blunt secondo e Peruschi ultimo.
— Addio, amici, o meglio arrivederci presto, — disse Wilkye. Vi
raccomando di economizzare i viveri, se volete evitare un disastro.
— Mi nutrirò di carne di foca, se sarà necessario, rispose Bisby,
stringendo le mani di Wilkye.
— Buon viaggio signori, e buona fortuna, dissero i marinai.
Wilkye abbassò il braccio di leva e la macchina si mise in moto salendo
la costa, mentre i marinai e Bisby gridavano ad una voce:
— Viva Wilkye!..... Hurrà per la bandiera dell’Unione! Hurrà pel polo
Australe!.....