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_Lettera del professore Enea Piccolomini intorno a due scritti
del professore Triantafillis, nei quali si sostiene che N.
Machiavelli conosceva la lingua greca._[804]
Pregiatissimo sig. Professore,
Fino da quando Ella mi fece conoscere lo scritto del professor
Triantafillis intitolato: _Niccolò Machiavelli e gli scrittori
greci_ (Venezia, 1875), nel quale è provato con tutta evidenza che il
Segretario fiorentino si valse di Polibio nei _Discorsi sopra la prima
Deca di Tito Livio_, della _Orazione d'Isocrate a Nicocle_ nella dedica
del _Principe_, e dell'opuscolo di Plutarco _Del non adirarsi_ nel
Dialogo _Dell'ira e dei modi di curarla_; mentre mi parve importante
che per siffatte indagini fosse posta in chiaro la cognizione e l'uso
che il Machiavelli ebbe della materia trattata dagli scrittori greci,
non seppi liberarmi da un certo sentimento di meraviglia, accorgendomi
come il prof. Triantafillis ne inferiva che esso avesse attinto
direttamente ai testi greci, e che per conseguenza ben conoscesse
la lingua greca. A chiunque ponga mente alle condizioni degli studî
classici in Italia nei secoli XV e XVI, non può sfuggire che fu
principale opera degli ellenisti italiani di quel tempo di propagare
per mezzo di traduzioni latine i monumenti della letteratura greca;
come ancora, che una gran parte di quelle versioni che allora andavano
manoscritte per le mani di molti, o non fu mai stampata e rimase
obliata nelle biblioteche, o andò perduta dal momento che si spense in
Italia il fervore per gli studî classici. Conseguentemente, le prove
addotte dal prof. Triantafillis, che cioè i frammenti del VI libro di
Polibio non fossero tradotti in latino prima del 1557, nè l'opuscolo
di Plutarco prima del 1525, non essendo appoggiate ad altra autorità
che a quella del _Lexicon Bibliographicum_ dell'Hoffmann, mi parvero
affatto prive di valore rispetto all'asserto, per il quale l'autore
se ne serviva. Questa convinzione che io mi era formata _a priori_,
trovò piena conferma appena ebbi agio di far qualche ricerca nelle
biblioteche fiorentine.
Rispetto dunque al Polibio, posso affermare che anche i frammenti
del libro VI erano tradotti in latino fino dal principio del secolo
XVI; essendosi occupato della versione del brano sulla milizia dei
Romani Giovanni Lascaris, come attestano Filippo Strozzi e Bartolomeo
Cavalcanti, che poco appresso volgarizzarono quel medesimo brano; e
leggendosi anc'oggi nel Cod. Laur. 40 del Plut. 89 inf. una traduzione
latina di Francesco Zefi del frammento sulle forme degli Stati. Alcune
notizie intorno allo Zefi sono date dal Bandini, _Catalogo dei Mss.
latini della Laurenziana_, vol. III, pag. 401, nota.
Egualmente una traduzione latina antichissima dell'opuscolo di
Plutarco, corretta e raffazzonata nello stile da Coluccio Salutati,
si trova nel Cod. 125 della biblioteca del Convento di Santo Spirito,
ora Laurenziano. Nel Cod. 40 tra quelli provenienti dal Convento di
Ognissanti questa versione è attribuita senz'altro al Salutati.
Del discorso di Isocrate a Nicocle non ho trovato una versione
più antica di quella che da Giovanni Brevio fu intitolata al duca
Alessandro de' Medici, e che si trova nel Cod. 67 Mediceo-Palatino,
oggi Laurenziano.
Una seconda pubblicazione del prof. Triantafillis (_Sulla vita di
Castruccio Castracani descritta da Niccolò Machiavelli_: Venezia, 1875)
è intesa a provare come il Machiavelli si valesse eziandio di Diodoro
Siculo e di Diogene Laerzio.
Quanto alle _Vite_ di Diogene Laerzio, è ben noto che Ambrogio
Traversari le tradusse in latino. Le biblioteche di Firenze hanno
esemplari manoscritti a dovizia di questa traduzione, che del resto fu
messa a stampa già nella fine del secolo XV.
Dei libri XIX e XX delle _Storie_ di Diodoro, che contengono la
narrazione verace dei fatti di Agatocle, sopra la quale dimostrò il
Triantafillis essere stata composta dal Machiavelli quella favolosa dei
fatti di Castruccio, una versione latina che potesse essere adoperata
dal Machiavelli non mi è nota. Poggio Bracciolini non voltò in latino
che i primi cinque libri di Diodoro. Un'altra versione di anonimo
dedicata a Pio II (non già fatta da lui, come erroneamente fu creduto
da alcuni, perchè egli stesso si lagna nelle epistole di non sapere
di greco) si trova nel Cod. Laur. 10 del Plut. 67; ma non va oltre
il libro XIV. Nondimeno questa versione inedita e poco conosciuta
basterebbe a provare che siffatte ricerche, se non condurrebbero
ad un risultato definitivo quando pur comprendessero le collezioni
dei manoscritti (niuna delle quali è pervenuta sino a noi nella sua
integrità), riescono poi affatto illusorie quando non si estendano
oltre le cose messe a stampa.
Certo è pertanto che al tempo del Machiavelli erano già voltati in
latino i frammenti del VI libro di Polibio, le _Vite_ di Diogene
Laerzio e l'opuscolo di Plutarco: nè è inverosimile che a quel tempo
già esistessero traduzioni del discorso d'Isocrate e dei due libri di
Diodoro. Non è dunque da escludere la possibilità che il Machiavelli
attingesse alle traduzioni latine anzichè ai testi greci, restando però
intatta la questione se e quanto egli sapesse di greco; per risolvere
la quale non mi sembra che abbiamo dati sufficenti. Positivo e pratico
parve a me di ricercare, mettendo a confronto i luoghi del Machiavelli
dal Triantafillis indicati, con il testo greco e con le antiche
versioni latine, se egli si valse di quello o di queste. E tralasciato
il confronto del dialogo, sull'autenticità del quale cade qualche
dubbio, presi infatti ad esaminare quelli tra i detti memorabili della
vita di Castruccio, che sono foggiati sopra gli apoftegmi da Diogene
Laerzio attribuiti al filosofo Aristippo, e il frammento di Polibio,
del quale il Machiavelli fece suo pro nei _Discorsi sopra la prima
Deca di Tito Livio_. Sennonchè nè rispetto al Diogene Laerzio, nè
rispetto al Polibio, mi fu dato di giungere ad un risultato per me
soddisfacente, cioè sicuro e definitivo. Nè ciò è da far meraviglia
se si considera che il Machiavelli, piuttosto che tradurre, imita
liberamente i due scrittori greci, di rado gli segue da vicino; mentre
le interpretazioni del Traversari e dello Zefi sono così letterali, che
difficilissimo è decidere se l'imitatore attinse, come io suppongo, sia
da quelle sia da altre versioni latine, oppure dal testo greco, come
crede il professor Triantafillis.
Mi creda con distinto ossequio.
Pisa, 11 novembre 1876.