CAPITOLO VIII.

Tristi condizioni dell'Umbria. — Legazione a Perugia. —

Pericoli di guerra. — Nuova Legazione a Siena. — Rotta

dell'Alviano. — I Fiorentini assaltano Pisa e sono respinti.

— Legazione presso Giulio II. — Istituzione della milizia

fiorentina.

(1505-1507)

Verso la fine del 1504 le cose sembravano avviarsi assai male per la

Repubblica. Bartolommeo d'Alviano s'era partito scontento da Consalvo

di Cordova, e dicevasi volesse tentare qualche impresa per suo conto

nell'Italia centrale. I Vitelli, gli Orsini, il signore di Piombino

e quello di Siena lo secondavano; ma quel che era peggio, pareva che

anche G. P. Baglioni, sebbene capitano dei Fiorentini, fosse con lui

d'accordo. Questi se ne stava a Perugia, senza rinnovare la condotta

scaduta, ed alle lettere che essi gli scrivevano,[713] rispondeva

evasivamente, o non rispondeva affatto. Le cose non procedevano bene nè

a Livorno nè a Pisa,[714] ed alla fine del marzo 1505, incontrandosi

sul fiume Osole, al ponte a Cappellese, e venuti fra loro alle mani

buon numero di Pisani e di Fiorentini, questi ebbero una vera disfatta,

dovuta quasi esclusivamente alla negligenza dei loro capi. Di tale

rotta, com'è naturale, la Repubblica si dolse amaramente,[715] e dopo

aver mandato danari al campo per riordinarlo, pensò ad assicurarsi per

l'avvenire. Ma prima di tutto fu mandato Niccolò Machiavelli a Perugia,

a fin d'indagare quale fosse veramente l'animo del Baglioni.

È difficile farsi un'idea dello stato d'anarchia in cui trovavasi

allora tutta l'Umbria, specialmente Perugia, e del modo con cui in

questa dominavano i Baglioni. Era uno stato di guerra continua.

Le città vicine erano tutte piene de' suoi esuli, fra i quali

primeggiavano gli Oddi, che di tanto in tanto tornavano per sorpresa,

ed insanguinavano ferocemente le strade. Quando Alessandro VI, cacciato

dalla paura di Carlo VIII, andò a Perugia nel 1495, pensò profittare

dell'occasione, e propose ai Baglioni che facessero qualche gran

festa, col segreto intendimento di pigliarli nella rete tutti in una

volta. Ma Guido Baglioni rispose, che la più bella festa sarebbe stata

di fargli vedere il popolo armato sotto il comando de' suoi parenti,

che ne erano i condottieri. Allora, dice il cronista Matarazzo, Sua

Beatitudine capì che Guido «aveva sale in testa,» e non insistè più

oltre. Non era appena partito il Papa, che i Baglioni combattevano

per le vie di Perugia, alcuni di essi ancora in camicia, per essere

stati improvvisamente assaliti dagli Oddi, i quali, entrati di notte

in città, li avevano cercati a morte nelle case, fin dentro i proprî

letti. Più di cento furono i cadaveri sparsi per le vie o impiccati

alle finestre: il sangue corse a fiumi, e ne bevvero, secondo che

afferma il medesimo cronista, i cani ed anche un orso domestico, che

girava per le strade.[716] Finalmente i Baglioni restarono vittoriosi.

Dopo due anni venne il cardinale Borgia, mandato da Roma a mettere

ordine nell'Umbria. Tutti si dichiaravano obbedienti all'autorità del

Sommo Pontefice; ma aggiungevano essere pronti piuttosto a spianare

al suolo la loro città, che rinunziare alle vendette. Laonde il

cardinale scriveva essergli impossibile concludere nulla, se non gli

mandavano genti d'arme per combattere «contra questi demonii, che

non fugono per acqua santa.»[717] Partito il cardinale, senza aver

nulla concluso, seguì una guerra tra i Baglioni stessi, divisi per

gli odii di Guido e Ridolfo fratelli. I giorni della state del 1500,

nei quali si celebravano le feste per le nozze di Astorre figlio di

Guido, furono quelli appunto in cui si venne alle mani. I Varano di

Camerino cominciarono la strage, uccidendo molti dei Baglioni, prima

che avessero tempo di svegliarsi. Giovan Paolo che fuggì, dopo essersi

difeso colla spada, fu creduto morto, e Grifone Baglioni trionfava pel

sangue sparso de' suoi parenti. La madre lo maledisse e lo respinse

dalla casa, in cui s'era ritirata coi figli di Giovan Paolo. Ma dopo

poco, questi entrò in città, alla testa d'uomini armati, che aveva

raccolti fuori delle mura, e si sentirono le grida di Grifone pugnalato

nella piazza. A mala pena la desolata madre fu in tempo per accorrere

colla moglie a vederlo spirare. Gli assassini si ritirarono, compresi

di rispetto, ed il figlio, obbedendo, strinse «la bianca mano de la

sua giovanile matre,» in segno di perdono ai nemici, e spirò. Il suo

cadavere fu messo nella stessa bara, in cui era stato ventiquattro ore

innanzi Astorre da lui fatto uccidere, in quei giorni in cui se ne

celebravano le nozze. Così G. P. Baglioni rimase signore di Perugia

per la distruzione dei suoi, e passò trionfante davanti all'arco

innalzato a celebrare gli sponsali del cugino, e su di esso si leggeva

l'iscrizione poco prima composta dal Matarazzo. Questi, dopo averci

data la minuta narrazione dei fatti sanguinosi, conclude dicendo, che

«Perugia non si potrà più chiamare augusta, ma angusta, _et, quod peius

est, combusta_.» Pure egli va in estasi quando parla dei Baglioni,

quando descrive il terrore che ispiravano a tutti, e la fama che di

loro correva nel mondo. Ogni volta che uno di essi comparisce coll'elmo

in testa e la spada in pugno, è sempre per lui un nuovo San Giorgio, un

nuovo Marte, e la città doveva essere superba delle loro prodezze.[718]

Questi erano i tempi!

G. Paolo Baglioni non era però contento di viversene tranquillo a

Perugia; ma cercava sempre agguati, guerre ed avventure dentro e fuori

della città, lasciando governare i suoi parenti superstiti. Unitosi con

Vitellozzo, noi lo vediamo andare alla caccia di un tale Altobello da

Todi, contro del quale l'odio popolare si scatenò così ferocemente, che

molti si ferirono colle proprie armi, per volere ognuno essere primo

ad ucciderlo. I Perugini mangiarono la sua carne, secondo che afferma

il cronista, il quale aggiunge che uno di essi ne morì d'indigestione;

che altri la cercavano invano ad altissimo prezzo, e non potendola

avere, per furore di vendetta ponevano nelle vie carboni accesi sul

suo sangue.[719] Dopo di ciò il Baglioni si trovò fra i congiurati

della Magione; ma questa volta, meno fortunato, dovè presto fuggire

innanzi all'idra che s'avanzava. Allora fu capitano di ventura a

servizio dei Francesi e dei Fiorentini, e Carlo Baglioni governò pel

Valentino in Perugia. Quando però si seppe, nell'agosto del 1503, la

morte del Papa, Giovan Paolo lasciò subito il soldo dei Fiorentini, ed

insieme con Gentile, che era cugino di Carlo Baglioni, corse armato a

ripigliare il proprio Stato. Il dì 8 di settembre fu dato l'assalto; i

due cugini Carlo e Gentile vennero alle mani inferociti come due leoni,

«mostrandosi la virtù di ciascheduno, e quanta sia la virtù e fortezza

che Marte concesse a questa magnifica casa Baglioni, la cui fama per

Italia resona.»[720] Il 9 settembre Giovan Paolo era di nuovo signore

di Perugia, e tornò al soldo di Firenze; ma con uno o un altro pretesto

non prestava effettivo servizio. Chiamato con più insistenza che mai,

quando si cominciò a diffidare di lui, propose che dessero a suo figlio

una condotta con qualche lancia, sperando così di far credere ad essi

che restava fedele alla Repubblica, senza compromettersi coi loro

nemici. Ed anche in ciò i Fiorentini s'erano indotti a contentarlo;

ma ora che l'Alviano s'avanzava, e sopra tutto dopo la rotta che essi

avevano avuta dai Pisani, al ponte a Cappellese, non volevano più

restare in questa incertezza. Mandarono quindi parte della prestanza

o anticipazione che soleva darsi a chi veniva in campo, ordinandogli

d'inviar subito i cavalli leggieri, e seguire senza indugio egli stesso

colle genti d'arme, che avrebbe trovato il resto della prestanza.

Vedendo che non pigliava il danaro e non partiva, si decisero a mandare

il Machiavelli, perchè venisse in chiaro di tutto, se poteva.

Le istruzioni, in data 8 aprile, dicevano, che egli doveva far le

viste di prestar fede alle pretese ragioni che avrebbe addotte il

Baglioni per scusarsi; ma, «pungendolo poi in qualche parte,» cercare

di scoprir le vere, e indagare se operava così solo per migliorare i

patti, o perchè s'era addirittura collegato coll'Alviano e cogli altri

nemici di Firenze. Il giorno 11 il Machiavelli scriveva, che G. P.

Baglioni adduceva, per non muoversi, le macchinazioni fatte contro di

lui in Perugia, e l'essere a servizio della Repubblica i Colonna ed i

Savelli suoi capitali nemici, aggiungendo, che aveva fatto esaminare

da molti dottori perugini i capitoli della condotta, e che gli era

stato assicurato non doversi per essi tenere obbligato a servire i

Fiorentini. Io gli risposi, continuava il Machiavelli, che da ciò

poteva venire più danno a lui che a voi, giacchè se per colpa sua

«voi rimanete ora allo scoperto _ex improvviso_ di 130 uomini d'arme,

egli era tanti cavalli in Italia fuora della stalla, che voi non eri

per rimanere a piè, a nessun modo.» «Ma il suo male invece non era

curabile, perchè, se anche voi non vi dolevate di lui, chiunque conosce

il suo procedere, e sa la condotta data al figlio a sua richiesta, e la

prestanza portata a lui infino a casa,» «lo accuserà d'ingratitudine

e d'infedeltà, e sarà tenuto un cavallo che inciampa, che non trova

persona che lo cavalchi, perchè non facci fiaccare il collo a chi

vi è su, e che queste cose non hanno a essere giudicate da dottori,

ma da' signori, e che chi fa conto della corazza e vuolvisi onorare

drento, non fa perdita veruna che la stimi tanto quanto quella della

fede, e che mi pareva che a questa volta e' se la giuocasse.» «Gli

uomini debbono far di tutto per non aversi mai a giustificare; ma a

lui seguiva invece di doversi giustificare troppo spesso.» «E così lo

punsi per ritto e per il traverso, dicendogli molte cose come ad amico

e da me; e benchè più volte li vedessi mutare il viso, mai fece col

parlare segno da potere sperare che mutassi opinione.» Il risultato

di tutto ciò fu, che il Machiavelli si convinse esservi accordo fra

l'Alviano, gli Orsini ed il Baglioni, per tòrre Pisa a' Fiorentini, e

fare anche peggio potendo; che il Petrucci di Siena secondava queste

trame, e che se tutti in parole professavano amicizia per Firenze, in

fatto si armavano. Laonde, ripetuto anche una volta al Baglioni, che

pensasse bene a quel che faceva, perchè «questa cosa pesava più che

non pesava Perugia,» se ne tornò a casa. Questa Legazione è composta

d'una sola lettera, scritta però con molto vigore, con una singolare

evidenza, ravvivando col linguaggio più domestico e familiare la

dignità diplomatica, il che forma uno dei grandi pregi nella prosa

del Segretario fiorentino, aggiunge vivo colorito alla originalità sua

propria.[721]

In Firenze ora si spingevano innanzi, a tutta possa, le cose della

guerra, per essere pronti alla difesa contro i minacciati pericoli.

Si sparse in quei mesi la voce che Luigi XII era morto, e subito si

diceva che l'Alviano, aiutato non solo dagli Orsini e dai Vitelli,

ma dai Veneziani, dallo stesso Consalvo di Cordova e dal cardinale

Ascanio Sforza, si sarebbe avanzato per rimettere i Medici in Toscana,

e poi cacciare i Francesi da Milano, dove avrebbe nella persona del

cardinale ristabilito il dominio degli Sforza.[722] Tutte queste voci

però svanirono qual fumo al vento, quando si seppe che il re di Francia

non era morto, e che nel maggio moriva invece Ascanio. Non per questo

l'Alviano si fermava; ma i suoi disegni si restringevano alla Toscana,

come s'era sin dal principio sospettato, tanto che alcuni in Firenze

fecero persino la strana proposta di dargli una condotta, e così farla

finita. Quantunque non pochi cercassero di sostenere un tale partito,

esso non poteva riuscire accetto a nessun uomo prudente, perchè

contrario alla dignità della Repubblica, ed anche assai pericoloso,

sapendo ognuno che l'Alviano e gli Orsini desideravano il ritorno dei

Medici. E quindi, colla elezione dei nuovi Dieci, tutti gl'intrighi

andarono a monte, prevalendo invece la proposta di fare una condotta

di 300 uomini d'arme col marchese di Mantova, come capitano generale.

Ma anche qui le trattative andarono in lungo, e sebbene il 4 maggio si

spedisse il Machiavelli per concludere, non si venne a capo di nulla,

affacciando il Marchese sempre nuove difficoltà.[723]

Le gravi cure dei Fiorentini perciò non diminuivano, ma invece

crescevano ogni giorno. Anche il signore di Piombino sembrava ora

unirsi ai nemici di Firenze, e si parlava del prossimo arrivo colà di

1000 fanti spagnuoli; laonde al commissario Pier Antonio Carnesecchi

fu dato ordine d'andare a vedere un poco quale fosse il vero stato

delle cose.[724] Ranieri della Sassetta, altro venturiero nemico di

Firenze, si recava in Piombino, ed il Machiavelli, in data del 28

giugno, scriveva di nuovo al Carnesecchi, che sembra fosse alquanto

incerto e prosuntuoso, che si tenesse in forze da quel lato, e se la

intendesse bene col governatore Ercole Bentivoglio. «Il che non ti si

è ricordato per diffidarsi di te, nè per parerci che' e' panni tuoi

non sieno finissimi, e per questo volere che tu ti vesta con quelli

d'altri;» «ma perchè egli è prudente, ha ai suoi ordini tutte le nostre

forze, e quindi bisogna pure in ogni modo intendersela con lui.»[725]

Lo stesso giorno fu scritto al Bentivoglio, esponendogli i dubbî che

avevano i Dieci sul procedere del signore di Piombino, incerto sempre

tra Pandolfo Petrucci e i Fiorentini, diffidente di questi e di quello.

«Si era rivolto a Consalvo, il quale dicevasi avesse mandato 800 fanti

spagnuoli per farli pagare agli altri, e intanto sbigottire con essi

Firenze. Se tutte queste notizie,» concludeva la lettera, «non sono

certe, è certo l'arrivo degli Spagnuoli, onde bisogna in ogni modo

stare in guardia.»[726] Si pensò quindi d'inviare un ambasciatore a

Consalvo stesso, e sebbene il Soderini desiderasse mandarvi Niccolò

Machiavelli, trovò ne' Consigli tale opposizione, che fu eletto invece

Roberto Acciaiuoli. Il Machiavelli ebbe allora un'assai più modesta

commissione presso il Petrucci in Siena, il quale era noto avversario

dei Fiorentini; eppure avvertiva ora delle mene dell'Alviano contro di

essi, coi quali proponeva di fare alleanza, offerendo 100 uomini d'arme

per l'impresa di Pisa, e 50 di più l'anno seguente. La cosa pareva

assai strana, e si voleva quindi indagare che intenzione egli veramente

avesse.

Se il Baglioni era un tiranno della scuola del Valentino, il Petrucci

non era uomo di guerra, ma uno di quelli che s'impadronivano allora del

potere quasi unicamente con l'accortezza e l'astuzia, come i Medici,

non senza di tanto in tanto ricorrere al sangue. Era suo consigliere e

segretario Antonio da Venafro, che di poco conosciuti natali, fu prima

professore nello Studio di Siena, e giudice delle Riformagioni; poi,

mescolandosi nella politica, s'arricchì, e co' suoi consigli aiutò

assai efficacemente il Petrucci a farsi tiranno. La potenza di costui,

cominciata a consolidarsi nel 1495, quando, tornando Carlo VIII da

Napoli, lasciava a Siena alcune lance francesi, si andò rafforzando

negli anni successivi colla morte de' suoi più temuti rivali, i quali

furono in un modo o nell'altro assassinati, aiutandolo sempre il

Venafro co' suoi consigli. Cacciato dal Valentino, che lo chiamava il

_cervello_ dei congiurati della Magione, dove infatti aveva inviato

il Venafro come uno dei più abili ad ordire la trama, era tornato

coll'aiuto francese e col favore di tutto il popolo. Questo gli si era

affezionato, perchè lo vedeva uomo d'ingegno, e perchè gli oppositori

erano peggiori di lui, il quale, una volta sicuro di sè, cercò d'esser

mite e giusto nel governare. A ciò si aggiungeva, che l'odio universale

contro il Valentino destava nel popolo una simpatia assai naturale

verso un uomo che, quasi per miracolo, era scampato vivo dalle mani

di lui. Il Petrucci non ostante continuò sempre ad aver mano in tutti

gl'intrighi, desiderando esserne stimato come l'autore principale. In

mezzo alle nuove complicazioni che nascevano ora, si destreggiava con

grandissima accortezza, e mentre si dimostrava amico di Firenze, da cui

certo poteva ricevere molti danni, cercava avvicinarsi anche ai nemici

di essa, vedendo che la cattiva fortuna di Francia aumentava la loro

forza, e rendeva sempre più potenti gli amici di Spagna.

Le istruzioni, in data 16 luglio 1505, dicevano al Machiavelli: «Tu

chiederai consiglio sul da fare, e allargandoti su questa materia,

la rivolterai per tutti i versi, regolandoti, secondo che procederà

il discorso, con quella prudenza che fu sempre tua, per arrivare a

conoscere quale sia l'animo di quel signore.»[727] Ed il 17 egli

scriveva da Siena, che il Petrucci voleva stringere accordo con

Firenze, senza punto impegnarsi a far desistere l'Alviano dalla sua

impresa, proponendo che si dovesse prima indebolirlo, isolandolo dai

Vitelli, «perchè, essendo di natura fiera e senza rispetti, trovandosi

ora armato e senza Stato, poteva far qualche colpo disperato; e

l'Italia era piena di ladri, usi a vivere di quel d'altri, onde

molti per predare gli sarebbero corsi dietro.»[728] Da più lati però

l'oratore veniva messo in diffidenza, ed assicurato che Pandolfo

Petrucci era nemico di Firenze e del Gonfaloniere, andava d'accordo

con Consalvo e con l'Alviano, era l'autore di tutti i movimenti che

ora seguivano, «e teneva il piè sempre in mille staffe, in modo da

poternelo trarre a sua posta.»[729] Sicchè, quando egli e Antonio da

Venafro, «che è il cuore suo e il caffo degli altri uomini,» tornarono

a proporre che si facesse prima l'accordo, per pensar poi ad isolare

l'Alviano dagli altri, il Machiavelli, temendo che volessero così

compromettere sempre più la Repubblica, chiedeva invece che si venisse

prima ai fatti, cominciando «a por piè in su queste faville.»[730]

Il 21 luglio si venne ancora più alle strette, dichiarando il Petrucci

con lungo ragionamento, che, nonostante il suo buon volere, non

poteva solo e senza previo accordo opporsi all'Alviano, e fermare

quei movimenti. «Non era già vero che lui avesse in questo caso la

briglia e gli sproni; perchè gli sproni non ci ebbe mai, e la briglia

tira quanto può.» Invano il Machiavelli replicava tutte le ragioni

suggerite dal suo ingegno, chè l'altro, ben fermo nel suo proposito,

cercava aggirarlo con strani consigli e notizie contradittorie. E però

egli scrisse ai Dieci: «Per fargli capire che intendevo bene quegli

aggiramenti, dissi che queste pratiche mi facevano in modo confuso,

che io dubitavo non dare la volta avanti me ne ritornassi. Ora si

sentiva che Bartolommeo d'Alviano veniva coi danari e fanti di Spagna,

ed ora invece che Consalvo gli era contrario e l'avrebbe fermato; ora

che era pronto a passare, ed ora che limosinava aiuto; ora che era

d'accordo col Papa, ed ora che erano nemici; ora che era d'accordo

con Siena, ed ora che i suoi soldati predavano i cittadini senesi.

Pertanto io desideravo che Sua Signoria mi rilevasse questa ragione.»

E Pandolfo, senza punto confondersi, rispose: «Io ti dirò come disse il

re Federico ad un mio mandato in un simil quesito, e questo fu, che io

mi governassi dì per dì, e giudicassi le cose ora per ora, volendo meno

errare, perchè questi tempi sono superiori a' cervelli,» aggiungendo

che l'Alviano li secondava, perchè «uomo da dare in un tratto speranza

e timore ai suoi vicini, mentre che sarà così armato.»[731] Ed in

questo tenore continuò fino all'ultimo il Petrucci, il quale era tale,

dice il Machiavelli, «che per guardarlo in viso non si guadagna nulla

o poco.» La sera del 23 il Petrucci gli fece leggere una lettera, che

avvisava avere Consalvo ordinato all'Alviano di non alterare le cose di

Toscana; e chiedendogli l'oratore che cosa ne pensasse, rispose: «La

ragione vorrebbe che l'Alviano obbedisse e restasse fermo; pure gli

uomini non sempre seguono la ragione, quindi potrebbe invece muoverlo

la disperazione.» «E benchè di quelli che si muovono per disperati,

de' quattro, tre capitino male, _tamen_ sarebbe bene che questa

disperazione egli non l'usasse, perchè non si può muovere una cosa,

non se ne muova mille, e gli eventi sono varî.» Perciò era bene che

i Fiorentini provvedessero.[732] Nè ci fu verso di cavarne mai nulla;

sicchè, dopo un colloquio avuto col Venafro, cui disse di avere da un

pezzo in qua veduti molti «ridere la state e piangere il verno,»[733]

il Machiavelli se ne tornò a Firenze più confuso di quel che ne fosse

partito.

Non c'era dunque che apparecchiarsi alla guerra, e i Dieci richiamarono

in ufficio il prode commissario Giacomini, inviandogli la patente il 30

luglio, con ordine di mettersi subito d'accordo col governatore sul da

fare; e nello stesso tempo davano coraggio al commissario Carnesecchi

in Maremma, assicurandolo che non v'era immediato pericolo.[734]

Ben presto però dovettero ricredersi, dolendosi con lui stesso che

già l'Alviano fosse presso a Campiglia, e cominciasse ad assalire

«avanti che la testa nostra sia fatta. Ma ci pare che la tela sia

ordinata in modo che, per la prudenza vostra, si potrà rassettare

ogni cosa.» E promettevano solleciti rinforzi.[735] L'Alviano sapeva

di non poter far nulla contro la voglia di Consalvo, il quale non

voleva che i Fiorentini pigliassero Pisa, ma neppure che fossero

direttamente assaliti, perchè erano compresi nella tregua firmata

in Francia, e aveva mandato pochi fanti spagnuoli in Piombino, solo

acciò si tenessero pronti ad ogni possibile evento. L'altro adunque,

sebbene avesse con sè il favore ed i segreti aiuti del Baglioni

e del Petrucci, non aveva ancora potuto deliberare un disegno di

guerra. Avrebbe bene accettata una condotta dai Fiorentini, per

far poi a suo modo; ma questo non sembrando ormai possibile, restò

fino al 17 luglio in Vignale, luogo del signore di Piombino, ed ora

s'apparecchiava ad entrare in Pisa, donde poteva assai danneggiarli.

Circa la metà di agosto, infatti, il Giacomini faceva sapere che i

nemici s'avanzavano, e che egli era deciso di venire a giornata; al

che i Dieci rispondevano, rimettendo il giudizio di tutto in lui e nel

governatore: «Osservassero però che se l'entrata dell'Alviano in Pisa

era pericolosa, più pericolosa assai poteva essere una zuffa, in cui si

dovesse tutto vincere o tutto perdere.»[736]

I Fiorentini avevano in campo 550 uomini d'arme e 320 cavalli leggieri,

oltre poca artiglieria, e qualche migliaio di fanti. Di questi un cento

uomini d'armi erano a Cascina, gli altri a Campiglia ed a Bibbona,

centro principale delle loro forze. Quelle dell'Alviano non erano

minori, e quindi lo scontro poteva essere aspro e decisivo. Il 14

venne al Giacomini l'avviso che il nemico s'avanzava, ed il mattino del

17, in sul far del giorno, che già era vicino, ordinato a battaglia:

i Fiorentini lo affrontarono alla Torre di San Vincenzo, e cominciò

subito la zuffa. Le fanterie che erano, a quanto si diceva, pagate coi

denari del Petrucci, furono rotte al primo scontro, e poi subito detter

l'assalto gli squadroni di Iacopo Savello e Marcantonio Colonna, di

fronte ai quali cominciarono a piegare tutte le genti dell'Alviano.

Questi allora si fece innanzi coi suoi 100 uomini d'arme, e guadagnò

terreno; ma sopravvenuto dall'altro lato Ercole Bentivoglio col grosso

delle forze fiorentine, la vittoria fu sua, e l'artiglieria finì di

sbaragliare il nemico. Il combattimento non durò più di due ore, nel

qual tempo l'Alviano, assai abile capitano, ma quasi sempre sfortunato,

dopo la totale disfatta de' suoi, ferito nel viso, a mala pena scampò

con 8 o 10 cavalli nel Senese. I Fiorentini presero da 1000 cavalli,

grandissimo numero di carri, di prigionieri, e videro l'esercito che

li minacciava, come per incanto scomparso: la gioia fu universale nella

Città.[737]

Ma questa vittoria riuscì a loro assai poco utile, per la troppa

fiducia in cui vennero delle proprie forze. Il Giacomini aveva

reso conto della rotta data al nemico, senza aggiungere altro; il

Bentivoglio, invece, che era tenuto generalmente più capace a far

disegni di battaglie che ad eseguirli, proponeva d'assaltare Pisa

senza metter tempo in mezzo, dando poi ancora qualche colpo a Siena ed

a Lucca.[738] Il Gonfaloniere allora s'infatuò appunto nel pensiero

d'assaltare e prendere subito Pisa, profittando del caldo della

vittoria. Invano s'opposero i cittadini più prudenti e i Dieci, facendo

osservare che non si avevano forze, e che si correva un gran rischio,

essendo gli Spagnuoli in Piombino. Questi erano pochi, è vero, ma

altri ne potevano d'ora in ora arrivare, imbarcandosi, se non s'erano

già imbarcati, a Napoli. Alcuni parlavano pure d'un campo formato o

da formarsi in Livorno. Certo il Gran Capitano s'era assai adirato,

e chiamato a sè l'Acciaiuoli, aveva fatto grandissime minacce ai

Fiorentini, i quali avevano, diceva egli, promesso di lasciar stare

per ora almeno la città di Pisa, la quale egli farebbe in ogni modo

difendere da' suoi soldati. Ma il Soderini rideva di ciò, affermando

che in otto giorni l'impresa sarebbe compiuta.[739] Tenuta dai Dieci

una Pratica assai numerosa, la sua proposta non fu approvata; ma egli

portò la cosa negli Ottanta e nel Consiglio Maggiore, dove volle

spuntarla e la spuntò, riuscendo il 19 agosto a far votare 100,000

fiorini per correre senza indugio all'assalto.

Il Machiavelli venne spedito in campo a portare gli ordini al Giacomini

ed al Bentivoglio, che fu nominato capitano generale.[740] Il 24 egli

era di ritorno a Firenze, dove faceva conoscere quello che occorreva

al campo, e ponevasi con ardore a spingere innanzi i necessarî

provvedimenti. Si ordinarono fanti in tutto il territorio; se ne

assoldarono in Bologna, in Romagna, e perfino in Roma, dove vennero

pagati 575 Spagnuoli, che erano liberi, non per servirsene, ma solo per

impedire che andassero in aiuto dei Pisani. Si comandarono marraiuoli;

si spedirono armi, munizioni, tutte le artiglierie.

Il 7 di settembre il campo si trovava a poche ore da Pisa, e il

giorno dipoi 11 cannoni furono piantati dinanzi alla porta Calcesana.

Cominciato il fuoco al levare del sole, verso le 22 ore s'erano buttate

a terra 36 braccia di mura; ma, dato l'assalto, venne subito respinto.

Tuttavia, essendosi adoperato solo un terzo delle forze fiorentine,

il cattivo successo non aveva importanza. Se non che, in quel mezzo

entravano per la Porta a Mare 300 fanti spagnuoli, partiti da Piombino

per ordine di Consalvo, e questo era un pessimo segno. Pure, mutata

la posizione delle artiglierie, si ricominciò a far fuoco, continuando

nei giorni 10, 11 e parte del 12. A ore 18 cadevano a terra 136 braccia

di mura, e si diè un secondo e più generale assalto, che riuscì assai

peggio del primo, non avendo voluto le fanterie fiorentine combattere

in modo alcuno, preferendo piuttosto farsi ammazzare dai loro capi che

presentarsi davanti alla breccia. E allora cominciarono le mille voci

che provano il disordine e la dissoluzione morale di un esercito. Si

parlava di 2000 Spagnuoli entrati in Pisa, di altri partiti da Napoli

per Livorno, e si affermava già formato colà un campo che nessuno vide

mai. A Firenze poi, dove tanti avevano biasimata l'impresa, e dove

alcuni erano perfino accusati d'essersi intesi col nemico per non farla

riuscire, la notizia dell'esercito per la seconda volta respinto, e del

campo in pieno disordine, produsse tale effetto, che fu subito deciso

di abbandonare l'impresa. In breve, alla mezzanotte del 14, si levarono

le artiglierie; il 15 fu portato il campo a Ripoli, poi a Cascina,

donde le genti d'arme andarono alle loro stanze.

L'autorità del Soderini per questo fatto ne scapitò assai; ma,

non potendo tutti pigliarsela con lui, le ire si rivolsero assai

ingiustamente contro il Giacomini, che aveva eseguito gli ordini avuti

con indomita energia e mirabile coraggio. Egli fu assai sdegnato

di questa ingratitudine, e mandò la sua rinunzia, che venne subito

accettata, inviandogli anche il successore. Da quel giorno, dopo aver

reso tanti servigi alla patria, la sua fortuna cadde per sempre, e la

sua vita militare può dirsi finita.[741] Il Machiavelli fu dei pochi

che gli restarono sempre fedeli, e nel _Decennale Secondo_ ne esaltò la

virtù, biasimando l'ingratitudine dei Fiorentini, che lasciarono morire

il loro generoso concittadino, cieco, povero e vecchio, senza aiutarlo,

e lo fece con un linguaggio che onora del pari l'uno e l'altro. Iacopo

Nardi lo pose accanto a Francesco Ferrucci, nè meno largo di lodi gli

fu il Pitti; e tutto ciò aumenta non poco la vergogna di coloro che

così vilmente lo abbandonarono finchè visse.

Il deplorabile resultato che ebbe l'assalto di Pisa, fece nel 1506

rivolgere l'animo del Machiavelli, con più ardore che mai, ad un

suo antico disegno, l'istituzione cioè d'una milizia propria della

Repubblica fiorentina. A questo pensiero egli rivolse ora per molti

anni tutte le sue forze. Ma prima di cominciare a parlarne, noi

dobbiamo accennare alla legazione presso Giulio II, che fu un episodio

importante della sua vita, in questo medesimo anno. Il nuovo Papa non

trascurò i parenti, ma provvide subito ai casi loro, per darsi poi

tutto all'impresa di riconquistare alla Chiesa le provincie che le

appartenevano. Ora che gli Spagnuoli dominavano nel Napoletano, era più

che mai necessario distendersi verso il settentrione, per non restare

in balìa dei vicini. Cacciare i Veneziani dalla Romagna, distruggere

i piccoli tiranni ritornati ivi potenti per la caduta dei Borgia, e

tutto ciò a benefizio della Chiesa, non dei nipoti, ecco lo scopo che

si propose, ed a cui questo vecchio di 63 anni dedicò il resto della

sua vita, con una volontà di ferro, con un ardore giovanile, con un

coraggio da soldato e non da sacerdote. Già nel trattato firmato a

Blois, tra la Francia e la Spagna, il 22 settembre del 1504, s'era

per opera sua convenuto, che Luigi XII, l'Imperatore e l'arciduca

Filippo assalirebbero i Veneziani. Ciò non ebbe effetto; ma la pace

definitivamente conclusa nella medesima città, il 26 ottobre del 1505,

tra i Francesi e gli Spagnuoli, che dovettero sottomettersi a molti

sacrifizî per restare padroni del Reame, lasciava l'Italia tranquilla;

ed il Papa si decise allora a cominciare da sè quello che gli altri

non volevano fare per lui. E prima di tutto, per esser sicuro della

quiete in Roma, reintegrò molti dei nobili negli averi tolti loro

da Alessandro VI, che nelle sue Bolle egli chiamava fraudolento,

ingannatore ed usurpatore. Strinse ancora parentado cogli Orsini e

coi Colonna, dando una sua figlia in moglie a Giovan Giordano Orsini,

ed una nipote al giovane Marcantonio Colonna. Dopo di ciò, il 26

agosto, con ventiquattro cardinali, alla testa di 400 uomini d'arme,

e della sua poca guardia di Svizzeri, partì per andare alla conquista

di Perugia e di Bologna, due città fortissime e ben difese da armati.

Aspettava da Napoli 100 Stradiotti; altre genti dai Gonzaga, dagli

Este, dai Montefeltro, dalla Francia e dai Fiorentini, che tutti

erano amici. Questi ultimi, ai quali aveva chiesto il loro capitano

Marcantonio Colonna con la sua compagnia, spedivano il 25 agosto

Niccolò Machiavelli, per dirgli che erano pronti a favorire la sua

«santa opera;» ma non potevano in sul momento mandare il Colonna, per

non lasciare senza comando il campo di Pisa; promettevano però dargli

tutto quel che voleva, quando la sua impresa fosse «in sul fatto.»[742]

Il Machiavelli andò subito, ed il 28 agosto scriveva da Civita

Castellana, che a Nepi aveva trovato il Papa già pronto a partire,

pieno di buona speranza. Era contento delle promesse dei Fiorentini,

aspettava 400 o 500 lance dai Francesi, oltre i 100 Stradiotti

da Napoli, «e de' fanti aveva piena la scarsella.» Cavalcava in

persona, alla testa delle sue genti comandate dal duca d'Urbino.

L'ambasciatore veneto gli prometteva aiuti dai Veneziani, se lasciava

loro tenere Faenza e Rimini; ma egli se ne faceva beffe, e andava

innanzi sicuro.[743] Il 5 settembre già il Baglioni, spaventato dal

fatto insolito di vedere il capo stesso della Chiesa venirgli contro

in persona, s'era presentato ad Orvieto, per trattare della resa. Ed

il 9 il Machiavelli scriveva da Castel della Pieve, che l'accordo era

concluso: già erano cedute le porte e le fortezze della città. Quel

signore servirebbe nella impresa come capitano del Papa, il quale

dichiarava perdonargli il passato; ma se peccasse poi anco venialmente,

lo avrebbe impiccato. Giulio II aveva deliberato di porre 500 fanti

nella piazza di Perugia, e 50 a ciascuna delle porte, per poi entrare

in città;[744] ma tale e tanta era la sua furia, che il 13 settembre

entrava coi cardinali, senza lasciare al duca d'Urbino il tempo

necessario per eseguire gli ordini ricevuti. Questi aveva condotto

le sue genti presso alle porte, e poco discosto si trovavano quelle

del Baglioni, in modo che il Papa e i cardinali erano a disposizione

di costui. «Se non farà male,» scriveva il Machiavelli, «a chi è

venuto a tòrgli lo Stato, sarà per sua buona natura e umanità. Che

termine si abbi ad avere questa cosa io non lo so; doverassi vedere

fra 6 o 8 dì che 'l Papa sarà qui.»[745] Giovan Paolo diceva di avere

preferito allora salvare lo Stato con la umiltà, piuttosto che con la

forza, affidandosi perciò al duca d'Urbino. Ma il Papa, senza curarsi

d'altro, occupata che ebbe la città, vi fece entrare i fuorusciti

vecchi, non però i nuovi, giudicandoli troppo pericolosi all'ormai

spodestato signore: intanto arrivarono da Napoli i cento Stradiotti che

aspettava.[746]

È noto che, nei _Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio_,[747] il

Machiavelli biasimò la condotta del Baglioni, accusandolo di viltà, per

non avere osato impadronirsi della persona del Papa e dei cardinali,

levandoli addirittura dal mondo, e dimostrando il primo ai prelati

«quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro.» Ma noi non

dobbiamo qui fermarci, ad esaminare ciò che egli disse assai più tardi

in opere di un'indole affatto teoretica e scientifica. Questa Legazione

ci obbliga invece a fare un'altra osservazione. Colui il quale s'era

potuto esaltare accanto al Valentino, ammirandone l'astuzia e le arti

assai poco oneste, rimane ora quasi indifferente dinanzi a Giulio II,

che, nonostante molti difetti e molte colpe, aveva pure alcune parti

di vera grandezza. È certo che non solamente egli restò maravigliato

assai, vedendo che il Baglioni non osava resistere, profittando della

occasione propizia; ma la sua indifferenza verso il Papa fu tale,

che questa Legazione riesce una delle meno importanti, quantunque ci

sarebbe stato da aspettarsi appunto il contrario. Adempì strettamente

il dovere d'ufficio, senza trovare materia particolare di studio, senza

abbandonarsi a nessuna considerazione generale o estranea allo scopo

pratico del momento.

Il suo pensiero era in verità rivolto altrove, alla istituzione cioè

della milizia fiorentina da lui già iniziata; e però egli ardeva

del desiderio di tornare a casa per condurla a termine: ne chiedeva

infatti e riceveva continue notizie dal Buonaccorsi.[748] Inoltre

il Machiavelli aveva un disprezzo, quasi un odio singolare contro i

preti, e più specialmente contro i Papi, che secondo lui erano stati

sempre la rovina d'Italia. Era poi persuaso che l'uomo politico poteva

apprendere ben poco dallo studio fatto sui principati ecclesiastici,

perchè la loro forza, egli diceva, viene tutta dalla religione, ed essi

sono i soli che si mantengano sempre, comunque siano governati.[749]

Se l'autorità della religione e la potenza della Chiesa erano ancora

tali che un uomo perfido, accorto, audace come il Baglioni, si sentiva

spaventato dalla sola presenza del Papa, il Machiavelli non credeva

che da questo fatto potesse molto apprendere colui che cercava indagare

l'arte dell'uomo di Stato, e voleva nel fenomeno politico ritrovare le

cause _naturali_, le passioni _umane_ che lo producono. Ciò che era o

pretendeva essere divino usciva dalla sfera de' suoi studî prediletti,

e però non se ne occupava. Il fato, i capricci stessi della fortuna

potevano secondo lui essere soggetto di studio, non la volontà di Dio,

che, comunque si consideri, trascende sempre il nostro intelletto.

Quanto poi al generoso ardimento di Giulio II, che a 63 anni, nel

fitto della state, s'avanzava senza curarsi se cadeva in balìa del

nemico, questo non gli sembrava che fosse prova di vero accorgimento

politico. La prudenza e l'astuzia infernale del Valentino potevano

essere studiate come modelli dell'arte; ma la cieca audacia del Papa,

se poteva essere una sua virtù personale, non dimostrava le qualità

vere di un uomo di Stato, e quindi egli se ne occupava assai poco. Come

aveva separato il fenomeno politico dal morale, così separava anche

l'arte politica dal carattere individuale, privato di colui che la

esercitava, cercando in esso solamente le qualità utili o necessarie a

bene adoperarla.

E non si fermò neppure a descrivere come venisse allora ordinato il

nuovo governo in Perugia. Il 25 settembre scriveva da Urbino, che il

Papa era più caldo che mai nel voler compiere la sua impresa, la quale

era difficile prevedere dove e come andasse a finire, potendo egli,

se mancavano gli aiuti francesi, colla sua furia precipitare.[750]

I Veneziani lo aspettavano a qualche stretta, per farlo, con l'aiuto

del Re, venire alla voglia loro; altri affermavano invece che il Papa

avrebbe saputo condurre il Re, «tali sproni gli metterà ai fianchi...;

ma che sproni si abbino ad essere questi, io non li so.»[751] Certo

il 3 di ottobre Luigi XII s'era già chiarito pel Papa contro Venezia

e Bologna, e sei oratori di questa città erano in Cesena per trattare

della resa. Quando però essi gli ricordarono i capitoli firmati già da

più Papi, Giulio II rispose che non se ne curava punto, e non voleva

sapere neppur di quelli che avesse egli stesso firmati. S'era mosso

per liberare quel popolo dai tiranni, e sottomettere alla Chiesa tutto

ciò che le spettava; non facendolo, gli sarebbe sembrato di non poter

trovare scusa appresso Dio.

Sicuro ormai degli aiuti francesi, fatta in Cesena una mostra delle

sue genti, 600 uomini d'arme, 1600 fanti e 300 Svizzeri, chiese ai

Fiorentini che mandassero senz'altro indugio il Colonna co' suoi 100

uomini d'arme, essendo egli vicino a partire per Bologna.[752] Giovanni

Bentivoglio già cominciava a parlare di resa; ma quando propose che

il Papa entrasse in città colla sola sua guardia svizzera, questi,

in risposta, pubblicò una Bolla contro di lui e de' suoi seguaci,

dichiarandoli ribelli di Santa Chiesa, dando le loro robe in preda

a chiunque le pigliasse, concedendo indulgenza a chiunque operasse

contro di loro o anche li ammazzasse, e continuò il suo cammino.[753]

Non volendo ora toccar le terre usurpate dai Veneziani, andò da Forlì

ad Imola, passando pel territorio dei Fiorentini, di che dette loro

avviso, quando già era per passare il confine. Essi fecero nondimeno

tutto quello che potevano per dimostrargli amicizia ed ossequio.

Marcantonio Colonna ebbe da loro ordine di partire in ogni modo

il 17 per raggiungerlo; Niccolò Machiavelli s'avanzò, perchè in un

viaggio così rapido ed improvviso non mancassero al Papa le cose più

necessarie. I Dieci scrivevano poi in fretta a Piero Guicciardini,

commissario in Mugello, che Sua Santità s'avanzava: «Gli spedisse

incontro quattro o sei some del vino di Puliciano, e del migliore

che vi si trovava, qualche poco di trebbiano, qualche soma di caci

raviggiuoli buoni, e una soma almeno di belle pere camille.»[754]

Il Papa passò rapidamente per Marradi e Palazzuolo, dove tutto fu

pronto; il 21 era ad Imola e vi pose il suo quartier generale. Di

là il Machiavelli scriveva lo stesso giorno, che Sua Santità voleva

dal Bentivoglio resa incondizionata, e tutto faceva prevedere che

l'avrebbe. Se non che, divenendo ora lo stato delle cose assai più

grave, e dovendosi trattare delle condizioni generali d'Italia, era

necessario che fosse mandato al campo un ambasciatore. Il Papa lo aveva

chiesto, ed i Fiorentini gl'inviarono Francesco Pepi, che arrivò il 26

ad Imola, donde partì il Machiavelli per tornar subito a Firenze.

Il Bentivoglio avrebbe potuto respingere l'assalto, quando non fosse

stato in odio al suo popolo, che già s'era sollevato all'arrivo delle

Bolle papali, e non fosse stato abbandonato dalla Francia, che mandò in

aiuto di Giulio II 8000 uomini comandati da Carlo d'Amboise, il quale

s'impadronì subito di Castelfranco. I Bolognesi, temendo il saccheggio,

obbligarono il loro Signore ad andarsene il giorno 2 di novembre, e poi

inviarono messi ad Imola, per sottomettersi addirittura al Papa. Quando

però i Francesi volevano entrare, il popolo si levò a tumulto, andò

contro il campo nemico, mostrandosi parato alla difesa; e così obbligò

il Papa a licenziare l'Amboise, mediante buona somma di danaro, oltre

la promessa del cappello cardinalizio al fratello di lui. Giulio II

potè allora, il dì 11 novembre, entrare in Bologna trionfante come un

Cesare, in mezzo a cardinali, vescovi, prelati e signori delle vicine

città. Egli mutò subito il governo, istituendo un Senato di quaranta

cittadini, il quale durò poi lunghissimo tempo; rispettò gli Statuti

municipali; fece costruire una fortezza, e finalmente il 22 di febbraio

1507 se ne partì contentissimo d'essere così riuscito in tutto quello

che aveva voluto. Il 27 marzo arrivava pel Tevere a Ponte Molle, e

faceva poi la sua entrata solenne nella Città eterna. Questa impresa lo

aveva già innalzato, con maravigliosa rapidità, ad una grande altezza

dinanzi agli occhi de' suoi contemporanei.

Il Machiavelli intanto, giunto a Firenze, s'era già dato al suo lavoro

prediletto per la milizia. Da un gran pezzo egli s'era persuaso, che

la rovina degli Stati italiani veniva dal non avere essi armi proprie,

dal dovere perciò sempre ricorrere a soldati mercenarî. E si confermò

in questa sua idea ogni volta che, costretto ad andare in campo, potè

coi proprî occhi osservare il disordine, l'insolenza e la mala fede di

quei venturieri, nella cui balìa i magistrati si trovavano costretti

a rimettere la salute della patria. Aveva visto la forza acquistata

dal Valentino, quando «comandò un uomo per casa nelle sue terre,»[755]

formando così un grosso nucleo di soldati proprî. Tutti gli Stati

d'Europa che si facevano rispettare, come la Spagna, la Germania,

la Francia, avevano proprî eserciti, che fedelmente li servivano; la

Svizzera stessa, così piccolo paese, ma con libere istituzioni, era

riuscita ad aver la prima fanteria del mondo; perchè non potevano

gl'Italiani, i Fiorentini fare lo stesso? Non lo avevano fatto i

Comuni del Medio Evo; non se ne vedeva ora un debole esempio nella

pertinace difesa dei Pisani, dalla necessità educati alle armi; non

lo avevano sopra tutto fatto i Romani, maestri al mondo nelle arti

della pace e della guerra? Perchè non si potevano i loro ordini e

quelli degli Svizzeri imitare in Firenze; ed imitandoli, che dubbio

poteva esserci, che identici ne sarebbero stati gli effetti? Così

pensava il Machiavelli, e l'animo suo era a tali idee singolarmente

esaltato. Dare a Firenze, e più tardi forse all'Italia, armi proprie,

e con esse quella forza che loro mancava, quella dignità politica che

gli Stati deboli non hanno mai, fu d'ora in poi il sogno della sua

vita. A questo si dedicò con un ardore così disinteressato, con un

entusiasmo così giovanile, che il suo carattere desta adesso in noi

una simpatia, un'ammirazione che ancora non avevamo potuto provare per

lui. Il cinico sorriso del freddo diplomatico scomparisce dalle sue

labbra; la sua fisonomia si colorisce a un tratto, dinanzi ai nostri

occhi, di una seria e severa solennità, che ci rivela la fiamma d'un

sincero patriottismo, la quale arde nel suo cuore e nobilita la sua

esistenza. Come padre, come marito e come figlio, se poco abbiamo

trovato da biasimare in lui, poco abbiamo anche trovato da ammirare. I

suoi costumi non erano liberi dalle colpe del secolo. Come cittadino,

finora egli non ha fatto che servire fedelmente la Repubblica, con

quell'ingegno che la natura gli aveva così prodigamente largito. Ma

ciò non bastava a sollevare in alto il suo carattere. Lo abbiam visto,

è vero, nelle molte legazioni che gli furono affidate, non pensar mai

a valersi della opportunità, per farsi strada nel mondo; abbandonarsi

invece a cercare i principî d'una nuova scienza, con un ardore che

gli faceva dimenticare i suoi interessi personali, e qualche volta

trascurare anche i più piccoli affari che di giorno in giorno gli

venivano raccomandati. Ma questo era un disinteresse scientifico, di

cui infiniti esempî troviamo in mezzo alla corruzione del Rinascimento

italiano. Quando però il Machiavelli cerca di esaltare l'animo del

Gonfaloniere, per indurlo a fondare la nuova milizia, e scrive al

cardinale Soderini, perchè lo aiuti a persuadere di ciò il fratello,

e corre tutto il territorio della Repubblica, portando armi, arrolando

fanti, scrivendo migliaia di lettere, e si raccomanda che non lo levino

di mezzo ai campi ed agli armati, noi non possiamo in tutto ciò non

vedere la prova d'una sincera, d'una profonda abnegazione in favore del

pubblico bene. Come segretario e come uomo di lettere, che non seguì

mai il mestiere delle armi, non poteva da questo suo lavoro aspettarsi

alcun grande vantaggio personale, avanzare di grado nel proprio

ufficio. Suo unico movente fu quindi allora quel patriottismo, di cui

gli esempî cominciavano già a divenir troppo rari in Italia; ed esso

circonda perciò la sua immagine di un'aureola, che invano ricerchiamo

intorno a quella degli altri più illustri letterati del secolo.

Da quanto abbiam detto non segue però che sia opportuno esaltarsi qui a

segno da dimenticare gli errori o i difetti del Machiavelli, e neppure

da farne, come alcuni han preteso, un genio militare. La grandezza e la

originalità del suo pensiero furono in ciò quali possiamo aspettarci

da un patriotta e da un uomo politico, che aveva amministrato le cose

della guerra, e che, quando essa era molto più semplice che non è oggi,

s'era trovato spesso in campo, ne aveva a lungo ragionato col Giacomini

e con altri capitani del tempo; ma non aveva in nessun caso comandato

mai una compagnia. Il suo medesimo libro dell'_Arte della guerra_,

in cui sono tante osservazioni giuste, e tante idee originali, più

di una volta ci obbliga a ricordarci, che egli non era un capitano,

nè un soldato. Basterebbe la poca o nessuna fede che ebbe nei grandi

effetti delle armi da fuoco, che pur distrussero l'antica e crearono

la nuova tattica. Matteo Bandello, in uno dei proemî che pone alle sue

_Novelle_, racconta d'essersi un giorno trovato sotto le mura di Milano

con Giovanni dei Medici, il celebre capitano, più noto col nome di

Giovanni delle Bande Nere, e col Machiavelli. Questi, volendo dar loro

un'idea dell'ordinanza da lui tante volte così bene descritta, li tenne

al sole per più di due ore, senza poter mai venire a capo di mettere in

ordine 3000 uomini, tanto che, essendo già passata l'ora del desinare,

Giovanni, perduta la pazienza, lo mise da parte, ed in un batter

d'occhio, coll'aiuto dei tamburini, li ordinò mirabilmente in più modi.

Dopo di che il Machiavelli, a sdebitarsi del tempo che aveva fatto loro

perdere, raccontò a tavola una novella, che si legge appunto fra quelle

del Bandello.[756] L'aneddoto non si trova, è vero, ricordato nelle

storie; ma pur non ha nulla d'improbabile, ed in ogni caso può valere

a riconfermare, che ai suoi tempi l'autore dell'_Arte della guerra_,

da tutti ammirato come scrittore di cose militari, non era del pari

riconosciuto veramente pratico delle armi.

L'idea d'istituire una milizia propria c'era nella Repubblica da più

tempo; mancava però la fede nella riuscita, e questa fede ebbe il

Machiavelli. La pessima prova che facevano quasi sempre i comandati;

la viltà delle fanterie fiorentine che, nell'ultimo assalto alle

mura di Pisa, s'erano ricusate di presentarsi dinanzi alla breccia

aperta, avevano persuaso i più che ormai si dovesse contar solo sui

soldati di mestiere; ed era questa un'opinione che il Machiavelli

combattè sempre, sforzandosi di mostrare che tutto il male veniva

solo da mancanza di buoni ordini e di disciplina. Cercò innanzi tutto

persuaderne il Gonfaloniere, «e veduto che gli era capace, cominciò a

distinguergli particolarmente i modi.»[757] Ma quando l'ebbe persuaso,

si presentarono subito le mille difficoltà dell'attuazione, e prima la

diffidenza di coloro i quali temevano che il Soderini potesse o volesse

in questo modo farsi tiranno. Si ricorse quindi al prudente consiglio

di cominciare qualche parziale esperimento della nuova ordinanza,

sperando che i cittadini, vedendola alla prova, si convincerebbero

della sua utilità, e voterebbero i provvedimenti legislativi, necessarî

a renderla stabile e più generale, come di fatto avvenne più tardi.

Noi abbiamo uno scritto del Machiavelli, che ci espone per filo e per

segno le norme seguite in questo primo tentativo, norme che furono

poi approvate per legge. E da esse impariamo sempre più a conoscere

quanto diverse dalle nostre fossero le idee di quel tempo, e contro

quali enormi e spesso insuperabili difficoltà si dovesse combattere.

Prima di tutto egli afferma, come cosa la quale non meriti d'essere

discussa, che, volendo la Repubblica avere un esercito proprio (salvo

il comandante in capo, che doveva essere straniero, come poteva essere

ancora qualche altro ufficiale), era necessario che fosse comandato

solo dai Fiorentini, i quali soli dovevano formarne la cavalleria. Non

potendosi subito metter mano a questa, che era la parte più difficile

della nuova ordinanza, bisognava cominciare intanto col far le leve

di fanti fuori della Città. Ma il territorio si divideva in contado

propriamente detto, ed in distretti, cioè quelle parti che contenevano

grosse città, cui avevano obbedito prima che queste fossero, per

la forza delle armi o per libera dedizione, divenute suddite della

Repubblica. Sarebbe stato sommamente pericoloso dare le armi ai

distretti, appunto perchè in essi erano le città; e «li umori di

Toscana sono tali, che come uno conoscessi potere vivere sopra di sè,

non vorrebbe più padrone.»[758] Bisognava quindi contentarsi per ora

di armare solo il contado. Nè ciò bastava. La generale diffidenza era

tale e tanta, che ancora i conestabili eletti a comandare i drappelli

formati sotto le bandiere, non dovevano mai, secondo il Machiavelli,

essere dello stesso luogo dei fanti, e ogni anno bisognava mutarli,

perchè si temeva che altrimenti, affezionandosi troppo ai loro uomini,

avrebbero preso più autorità che non conveniva, e sarebbero divenuti

pericolosi.[759]

Or chi non s'avvede che dovevano mancare i primi e i più essenziali

elementi della forza ad uno Stato, nel quale tutte le città tendevano

a separarsi da quella che le comandava, e che, serbando per sè sola

la libertà politica, era di necessità condannata ad una grandissima

diffidenza verso quei medesimi sudditi, cui voleva poi affidare la

propria difesa? Ma il Segretario fiorentino alcune di queste difficoltà

non le valutava neppure, perchè secondo le idee del tempo non v'era in

esse nulla di anormale o d'insolito; altre sperava che si sarebbero

a poco a poco superate. Così, per esempio, egli scriveva che, dopo

avere armato il contado, si poteva forse, con qualche cautela, armare

una parte almeno del distretto. Nondimeno la sua fiducia in questi

nuovi ordini militari era illimitata, ed egli concludeva dicendo ai

suoi cittadini: «Vi avvedrete ancora a' vostri dì, che differenza è

avere de' vostri cittadini soldati per elezione e non per corruzione,

come avete al presente, perchè se alcuno non ha voluto ubbidire al

padre, allevatosi su per li bordelli, diverrà soldato; ma uscendo dalle

scuole oneste e dalle buone educazioni, potranno onorare sè e la patria

loro.»[760]

Animato da queste idee, egli non solo cercava infonderle direttamente

nell'animo del Gonfaloniere; ma si valeva anche dell'opera di coloro

che su di esso avevano autorità. Nel principio dell'anno 1506 scriveva

al cardinal Soderini in Roma, perchè persuadesse il fratello che solo

una severa giustizia nella Città e nel contado poteva essere la salda

e sicura base della nuova Ordinanza. Ed il cardinale rispondevagli

il 4 marzo: «Essere più che mai convinto che i fatti confermavano

la speranza nostra, _pro salute et dignitate patriae_; non potersi

dubitare che le altre nazioni siano divenute superiori a noi solamente

perchè ritengono la disciplina, la quale già da gran tempo è sbandita

d'Italia; nè debbe esser poca la contentezza vostra, che per vostra

mano sia dato principio a sì degna cosa.» E, secondando la domanda del

Machiavelli, il giorno stesso scriveva al Gonfaloniere, rallegrandosi

per la fede universalmente riposta nella nuova milizia, da cui ognuno

s'aspettava il rinnovamento delle antiche glorie, e ripetevagli appunto

che tutto dipendeva dalla buona disciplina, _quae plurimum consistit in

obedientia, maximeque fundatur in iustitia_. Concludeva poi, proponendo

che, per mantenere questa giustizia, si nominasse «qualche ministro

simile a Manlio Torquato, rigido e severo, el quale ne le cose liquide

proceda alla esecuzione de fatto, nelle altre lassi la cura alli

officiali.»[761]

La nuova milizia, essendo appena in formazione, non richiedeva ancora

un comando generale, e potevano gl'iscritti istruirsi sotto i loro

conestabili, di cui si fece qualcuno venire anche di fuori; ma v'era

pur bisogno di uno che comandasse con maggiore autorità, non foss'altro

per mantener ferma la disciplina generale, ed, occorrendo, punir

severamente i colpevoli. A questo fine si deliberò di eleggere, secondo

il consiglio dato o meglio fatto dare dal cardinale al Gonfaloniere,

un uomo pratico delle armi, e di reputazione. Ora chi crederebbe mai

che appunto il Gonfaloniere ed il Machiavelli, animati allora da un

così puro e nobile patriottismo, da tanta ammirazione per Manlio

Torquato, gli Scipioni ed i Camilli dell'antica Roma, pensassero

d'eleggere ad un tale ufficio lo spagnuolo don Micheletto, l'assassino,

lo strangolatore, il confidente del Valentino, colui che poco prima

la Repubblica aveva fatto prigioniero e mandato a Giulio II, come un

mostro d'iniquità, nemico di Dio e degli uomini? Eppure così fu. Il

fatto destò in sul principio qualche contrarietà nei magistrati e nei

cittadini, non per alcuna repugnanza morale, ma pel titolo di bargello

che si voleva dare ad un tale uomo,[762] e per tema che il Soderini

volesse farne un pericoloso strumento di tirannide. Il Machiavelli, che

ebbe incarico di tentare destramente l'animo di Francesco Gualterotti,

G. B. Ridolfi e Piero Guicciardini, che erano dei Dieci, per sentire

se volevano consentire a nominare don Michele, con 100 provvigionati

e 50 balestrieri a cavallo, li trovò infatti assai poco favorevoli; ma

quando, mutato il titolo di bargello in quello di capitano, la proposta

venne portata negli Ottanta, essa fu vinta dopo essere stata messa tre

volte a partito.[763]

In Romagna ed in Roma il Machiavelli aveva avuto occasione di conoscere

molto bene chi era don Michele. Lo aveva visto sotto il Valentino

comandare uomini raccolti dal contado, i quali non essendo soldati

di ventura nè di mestiere, avevano pur fatto assai buona prova nelle

fazioni; lo credeva perciò adatto a mantenere l'ordine e la disciplina

nella nuova milizia fiorentina. Non gli erano ignoti i delitti e

le iniquità da lui commessi, come non erano ignoti a nessuno; ma la

reputazione di sanguinario e di crudele gli pareva che giovasse anzi

che nuocere nel caso presente. Voleva che don Michele si facesse

rispettare e temere dai soldati; che, occorrendo, li conducesse dinanzi

al nemico, e col suo esempio, unito al nome della sua crudele severità,

li rendesse arditi e temuti nelle fazioni. Infatti, quando nel giugno

di quell'anno alcuni de' nuovi fanti, inviati al campo di Pisa,

non pareva che facessero buona prova, egli scriveva al commissario

generale Giovanni Ridolfi in Cascina, che «gli si mandava don Michele

con la sua compagnia di 100 uomini, per servirsene contro i Pisani, i

quali fanno poco conto di questi nostri fanti, di che vorremmo farli

ridire.» «Ed essendo dall'altro canto uso, mentre fu con il Duca, a

comandare e maneggiare simili uomini, pensiamo, quando si potessi, che

sarebbe da alloggiarlo costì con loro, acciò prima lui li praticassi,

e dipoi, bisognando correre in un subito in qualche luogo, fossi pur

presto con li suoi fanti insieme con loro, i quali, per averli veduti

e maneggiati in su le mostre, possono etiam meglio convenire costà

nelle fazioni.»[764] Questo era dunque il pensiero del Machiavelli; don

Michele doveva infondere il nuovo spirito militare nel giovane esercito

fiorentino! — Ma perchè, si può assai ragionevolmente qui domandare,

non chiamarono invece il Giacomini sempre fedele alla patria e valoroso

soldato? Come potevano mai credere un assassino capace d'infondere

in altri la vera disciplina, cioè l'onor militare? — Quando anche il

Giacomini non fosse allora caduto in disgrazia, assai difficilmente

avrebbero i Fiorentini dato mai ad uno solo dei loro cittadini grande

autorità sul nuovo esercito, e ciò sempre per la paura che non si

facesse poi tiranno. Come in altri tempi il Podestà, così ora volevano

che il capitano della guardia nel contado fosse uno straniero.

Questa milizia doveva dunque, secondo il Machiavelli, essere animata

da un vero patriottismo, e perciò composta d'uomini onesti e bene

educati; ma a chi era chiamato ad istruirla e comandarla bastava

aver solo l'arte a ciò necessaria, la quale non aveva nulla che fare

col carattere morale di lui. Spesso anzi la bontà dell'animo poteva

riuscire d'ostacolo a quegli atti severi o crudeli, che il capitano

come l'uomo di Stato sono pure costretti a compiere. Quella unità

tanto desiderabile fra chi guida e chi è guidato, quasi siano un corpo

solo con un'anima sola, la quale personifichi in colui che comanda la

coscienza di tutti, e faccia della sua condotta come la manifestazione

più intelligente ed elevata del pensiero comune, e della sua severità

stessa un atto di giustizia, il Machiavelli non la vide negli eserciti,

come non la vide nei governi. Anche il popolo della sua Repubblica

deve essere buono; ma esso poi perde quasi la propria coscienza,

per divenire nelle mani dell'uomo di Stato come una creta molle, cui

questi può dare la forma che più gli piace, se sa quello che vuole, e

conosce il modo di recarlo in atto, senza arrestarsi dinanzi ad alcuno

scrupolo. Calunnia atrocemente il Machiavelli o non lo conosce punto

chi dice che egli non ama, non ammira la virtù. Non bisognerebbe esser

nato d'uomo, ripete egli più volte, per non amarla, non ammirarla; e

le parole con cui la esalta hanno spesso tanta eloquenza, che nessuna

retorica potrebbe mai suggerirle, se non venissero veramente da una

profonda convinzione. Ma la morale era per lui, come per quel secolo

in generale, un affare del tutto individuale e personale; l'arte

di governare, di comandare, di dominare non era in opposizione,

ma indipendente affatto da essa. L'idea d'una coscienza e moralità

pubblica, intelligibile solo quando s'abbia già il concetto della unità

e personalità sociale, che ci fanno comprendere chiaramente come non

solo per gl'individui, ma anche per le nazioni, il vero governo sia

il governo di sè stessi, e come esso porti inevitabilmente seco una

propria responsabilità, questa idea mancava affatto al secolo XV, e

non si presentò mai chiara neppure alla mente del Machiavelli. Pel

Medio Evo gli eventi della storia, le trasformazioni della società

erano effetto della volontà divina, e l'uomo non ci poteva nulla;

pel Machiavelli invece il fatto sociale è divenuto un fatto umano,

razionale, che egli studia per conoscerne le leggi; e per lui le

vicende della storia son quasi sempre opera esclusiva dei principi o

dei capitani. La forza perciò che egli attribuisce all'arte dell'uomo

di Stato, alla volontà e prudenza di lui, alle istituzioni ed alle

leggi che può escogitare, se ha l'ingegno e l'energia necessarie, si

direbbe quasi che non abbia limiti.

E così potè facilmente persuadersi, che la nuova Ordinanza militare,

immaginata da lui secondo l'esempio degli Svizzeri[765] e dei Romani,

dovesse produrre infallibili resultati, purchè ne fossero fedelmente

e severamente seguite, rispettate le norme. Quando egli ebbe di ciò

persuaso il Gonfaloniere, si pose, fin dal dicembre del 1505, in

moto per la Toscana, con regolare patente, e cominciò ad iscrivere

fanti sotto le bandiere. Nel gennaio e febbraio la sua attività si

moltiplica, trovandolo noi ogni giorno in un luogo diverso[766] anche

alla metà di marzo, quando tornò a Firenze, donde, scrivendo infinite

lettere, continuò la medesima opera.[767] Come fu prima possibile, cioè

nel febbraio di quell'anno stesso, si fece una mostra di 400 uomini,

i quali condotti in piazza della Signoria, vestiti con colori diversi

e bene armati, piacquero moltissimo alla cittadinanza; e ripetendosi

l'esperimento di tanto in tanto, la nuova milizia divenne sempre più

popolare.[768] Alcuni di questi fanti furono, come dicemmo, mandati

anche al campo di Pisa, dove in verità non fecero prodezze, e don

Michele ebbe perciò ordine di raggiungerli con la sua compagnia.[769]

Sebbene neanche con ciò s'ottenessero grandi risultati, pure

nell'agosto si riuscì a qualche scaramuccia con successo non del tutto

infelice.[770]

In ogni modo, essendo l'Ordinanza ormai istituita di fatto, e già

venuta in favore del popolo, era necessario sanzionarla definitivamente

con una legge. Per questa ragione il Machiavelli scrisse la relazione,

cui abbiamo più sopra accennato. In essa espose come s'era nel contado

messo una bandiera in ogni podesterìa, nominando un conestabile per

ogni tre, quattro o cinque bandiere. V'erano in tutto già 30 bandiere

ed 11 conestabili, con più di 5000 uomini iscritti, che potevano

ridursi a minor numero, rinviando a casa i meno abili: di 1200 s'era

già fatta mostra in Firenze.[771] Dopo di ciò egli veniva col suo

scritto a provare la necessità d'istituire un nuovo magistrato, cui

fosse affidato l'ordinamento regolare della milizia. Il 6 dicembre

1506 fu nel Consiglio Maggiore approvata, con 841 fave nere contro 317

bianche, la Provvisione che creava i _Nove ufficiali dell'Ordinanza e

milizia fiorentina_, chiamati più comunemente i _Nove della milizia_;

e questa Provvisione non fece altro che sanzionare tutte quante le

proposte presentate dal Machiavelli. Eletti dal Consiglio Maggiore,

i Nove duravano in ufficio otto mesi, e dovevano iscrivere i fanti,

armarli, ordinarli, educarli alla disciplina, punirli, nominare

i conestabili, ecc.; appena però che fosse dichiarata la guerra,

l'Ordinanza doveva venire sotto la dipendenza dei Dieci.[772] La

stessa Provvisione istituiva il Capitano di guardia del contado e

distretto di Firenze, cui si davano ora solo 30 balestrieri a cavallo

e 50 provvigionati. Esso doveva stare sotto il comando dei Nove,

ed essere eletto come gli altri condottieri, con questo però, che

la elezione non poteva cadere sopra «alcuno della Città, contado o

distretto di Firenze, nè di terra propinqua al dominio fiorentino,

a quaranta miglia.»[773] I Nove vennero eletti il 10 gennaio 1507,

prestarono giuramento il 12, ed il 13 presero possesso dell'ufficio.

La Provvisione dava loro facoltà d'avere uno o più cancellieri, e come

era naturale, essi pigliarono subito a loro servizio il Machiavelli.

Con deliberazioni dei 9 e dei 27 febbraio rinominarono poi don Michele

capitano di guardia del contado e distretto, con i 30 balestrieri a

cavallo e i 50 fanti concessi dalla legge.[774]

Ed ora incomincia nella vita del Machiavelli un nuovo periodo, nel

quale egli entra sempre più convinto d'essere chiamato a restituire non

solo a Firenze, ma a tutta Italia l'antica gloria delle armi e l'antica

virtù. Una tale speranza egli era stato il primo, ma non era adesso più

solo ad averla. Il cardinale Soderini esprimeva la opinione di molti,

quando gli scriveva da Bologna il 15 dicembre 1506: «Parci veramente

che cotesta Ordinanza _sit a Deo_, perchè ogni dì cresce, non ostante

la malignità;» e continuando aggiungeva, che la Repubblica da lungo

tempo non aveva fatto cosa tanto onorevole come questa, che si doveva

tutta a lui.[775] E se ormai tale era l'opinione dei più autorevoli

suoi concittadini, non deve farci maraviglia il vedere che l'uomo,

cui tutti riconoscevano il merito della grande riforma, guardasse

l'avvenire pieno di speranza. Questa speranza di certo non si poteva

in tutto avverare, in parte anzi doveva esser solo una nobile e grande

illusione; nondimeno l'opera del Machiavelli riuscì più tardi di non

dimenticabile gloria alla Repubblica. Quando infatti nel 1527 Firenze

si trovò circondata ed assediata da innumerevoli nemici, allora il

suo amore di libertà venne riacceso dai seguaci del Savonarola, e la

Repubblica rinacque e fu eroicamente difesa da quella milizia, che era

stata consigliata ed istituita da Niccolò Machiavelli.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 45 / 116 题