Necessità di nuove imposte. — _Discorso sulla provvisione del
danaro_. — Provvedimenti contro i Borgia. — Guerra di Pisa.
— Nuovi misfatti del Papa. — Prevalenza degli Spagnuoli nel
Reame. — Morte di Alessandro VI. — Elezione di Pio III e di
Giulio II.
(1503)
La Repubblica trovavasi ora molto angustiata dall'urgente bisogno di
danari necessarî ad assoldare nuove genti; giacchè non solo i Borgia
minacciavano da un lato e i Pisani dall'altro, ma un nuovo esercito
francese era in via per Napoli, ed a nessuno era dato prevedere le
complicazioni e i pericoli che da ciò potevano nascere. Pure fu questo
il momento, in cui il gonfaloniere Soderini, che finora aveva governato
con grandissimo favore, e tutto gli era riuscito, trovò la prima forte
opposizione nei cittadini. Sette proposte diverse furono nel febbraio
e nel marzo 1503 presentate al Consiglio Maggiore, per ottenere il
danaro necessario, e nessuna fu vinta. Nè si sapeva più a quale partito
appigliarsi, perchè se la imposta che si proponeva era grossa, non
poteva essere accettata da un popolo già tanto gravato; se piccola, non
soddisfaceva al bisogno. A queste ragioni di scontento se ne univano
altre, che rendevano la presente opposizione assai viva. I cittadini
più ricchi avevano non solo pagato le ordinarie gravezze; ma erano
stati costretti ad imprestare non piccole somme di danaro al Comune,
il quale perciò aveva con essi un debito di 400,000 fiorini, di cui
18,000 erano dovuti al Soderini ed ai suoi nipoti. Non volevano adunque
i ricchi sentir parlare di provvedimenti straordinarî; ma chiedevano
una imposta ordinaria e generale che, cadendo del pari su tutti, desse
alla Repubblica modo di pagare qualche parte de' suoi debiti a chi essa
aveva finora più aggravato. Questa norma s'era appunto seguìta nelle
varie proposte sostenute dal Gonfaloniere, e respinte dal Consiglio,
in cui prevalevano i meno ricchi, i quali si dolevano che egli, eletto
dal popolo, favorisse invece i potenti. Ed aggiungevano che tutto ciò
seguiva, perchè voleva ora farsi pagare i crediti che aveva egli verso
lo Stato, dal quale riscoteva pure così grosso stipendio. Nè bastando,
si univano a questi lamenti anche le grida di coloro che erano stati
colpiti dai molti risparmî introdotti nella nuova amministrazione; e si
faceva perfino un gran brontolare, perchè la moglie del Gonfaloniere,
che era dei marchesi Malaspina, «bellissima, benchè attempata, e savia
con modi regî,» secondo l'espressione del Cerretani, avesse allora
preso alloggio in Palazzo, e quindi si vedesse per quelle scale un gran
salire e scendere di signore, cosa fino allora insolita a Firenze.
La conseguenza naturale di tutto ciò fu, che il credito della
Repubblica, rapidamente salito per la elezione del nuovo Gonfaloniere,
e per la ordinata amministrazione di lui, discese ora con uguale
rapidità, e i luoghi del Monte Comune e del Monte delle Fanciulle si
tornavano a negoziare a bassissimo prezzo come in passato. Onde egli,
stanco ormai di più temporeggiare, radunò il Consiglio Maggiore, e
fece un solenne discorso, in cui, esposti gl'imminenti pericoli, rimise
nei cittadini stessi la forma da dare alla nuova gravezza, pur che il
danaro necessario a conservare e difendere la Repubblica, fosse una
volta deliberato. E così finalmente si vinse una Decima universale
su tutti i beni immobili, compresi gli ecclesiastici, quando se ne
avesse il permesso da Roma, consentendo anche «un poco d'arbitrio.» Era
l'_arbitrio_ una tassa sull'esercizio delle professioni, e questo nome
derivava forse dal mettersi senza regole molto determinate, massime poi
nel caso presente, in cui veniva affidata del tutto alla discrezione
dei magistrati. In ogni modo le cose tornarono subito nel loro stato
normale, essendosi così superate le difficoltà assai più facilmente che
non si sarebbe potuto supporre.[609]
Il Machiavelli si provò allora a mettere sulla carta il discorso che,
secondo lui, avrebbe dovuto essere fatto in quella occasione. Se lo
scrivesse per ordine del Soderini, e se veramente sia lo stesso che
questi lesse o recitò in Consiglio, noi non possiamo affermarlo. Certo
egli lo compose come se a ciò fosse destinato. Scritto in modo da
poter essere, nel pronunziarlo, ancora più ampliato e svolto, ha una
forza e concisione di stile singolarissime, e vi si trovano molte di
quelle massime, di quelle sentenze generali e reminiscenze storiche,
che, quasi direi, galleggiavano ancora non bene coordinate fra loro
nella mente del Segretario fiorentino, ma venivano pur sempre da lui
esposte e ripetute con una lucidità inarrivabile.[610] Egli incomincia
col notare che tutti gli Stati hanno bisogno d'unire la forza alla
prudenza. I Fiorentini avevano fatto prova di prudenza, nel dare unità
e capo al governo; mancarono però subito al debito loro, non volendo
provvedere alle armi, quando pochi mesi prima erano stati, per opera
del Valentino, vicini all'ultima rovina. Nè valeva il dire che ora
egli non aveva più ragione di offendere, «perchè bisogna sempre tenere
che sia nemico chiunque può levarci il nostro, senza che noi siamo in
grado di difenderci. E voi non potete ora difendere i vostri sudditi,
e siete fra due o tre città, che desiderano più la vostra morte che
la loro vita. Se andate poi fuori di Toscana, troverete che l'Italia
gira tutta sotto i Veneziani, il Papa e il Re di Francia. I primi vi
odiano e vi chiedono danari, per farvi guerra: meglio spenderli voi,
per farla ad essi. Ognuno conosce che fede si può avere nel Papa e nel
Duca, coi quali finora non vi è stato possibile concludere alleanza
di sorta, e quando pure vi riuscisse, io vi ripeto che quei signori
solamente vi saranno amici, che non vi potranno offendere, perchè fra
gli uomini privati le leggi, le scritte, i patti fanno osservare la
fede, e fra i Signori le armi. Quanto al Re di Francia, ci vuol proprio
chi osi dirvi il vero, e quest'uno son io. O egli non troverà altro
ostacolo che voi in Italia, e allora siete perduti, o vi saranno anche
altri, e la salute vostra dipenderà solo dal sapervi fare rispettare
in modo, che non si pensi d'abbandonarvi in preda a lui, e che egli
non creda potervi lasciare fra i perduti. Pensate, in ogni caso, che
non sempre si può mettere mano sulla spada di altri, e però gli è bene
averla allato e cingersela, quando il nemico è discosto. Molti di voi
debbono ricordare che, quando Costantinopoli fu per esser presa dal
Turco, l'Imperatore previde la rovina, e non potendo provvedere colle
sue entrate, chiamò i cittadini, ed espose quali erano i pericoli
ed i rimedî; e se ne feciono beffe.» «La ossidione venne. Quelli
cittadini che aveano prima poco stimato i ricordi del loro Signore,
come sentirono suonare le artiglierie nelle loro mura, e fremere lo
esercito de' nemici, corsono piangendo all'Imperadore con grembi pieni
di danari, i quali lui cacciò via, dicendo: andate a morire con codesti
danari, poi che voi non avete voluto vivere senz'essi.... Se però gli
altri diventano savi per li pericoli dei vicini, voi non rinsavite
per li vostri.... Perch'io vi dico, che la fortuna non muta sentenza
dove non si muta ordine; nè i cieli vogliono o possono sostenere una
cosa che voglia ruinare ad ogni modo. Il che io non posso credere,
veggendovi Fiorentini liberi, ed essere nelle mani vostre la vostra
libertà. Alla quale credo che voi avrete quei rispetti, che ha avuto
chi è nato libero e desidera viver libero.» Quello che noi dobbiamo
per ora notare si è la tendenza, che apparisce sempre più chiara nel
Machiavelli, a formulare massime di politica generale, anche parlando
di un affare così semplice come era il raccomandare una nuova imposta.
Le trattative intanto iniziate dai Borgia, per fare alleanza coi
Fiorentini, continuavano senza speranza d'alcun resultato, perchè
questi volevano procedere in tutto col consenso della Francia, la quale
ora s'allontanava dal Papa, che dimostrava favore agli Spagnuoli. Essa
cercava di favorire una lega tra Siena, Firenze, Lucca e Bologna,
il che era finora riuscito solo ad aiutare il Petrucci a tornare in
Siena. Colà i Fiorentini mandarono nell'aprile il Machiavelli, per
comunicare a quel Signore le pratiche e le premure fatte dal Papa; e
ciò per dargli una prova d'amicizia, più che per speranza o desiderio
avessero di venire a qualche pratico resultato.[611] E però vinta
che fu la provvisione del danaro, pensarono seriamente a mettersi in
difesa contro inaspettati assalti dei Borgia, ed il Machiavelli era
di nuovo al suo banco a scrivere lettere. Ad un commissario scriveva
di tener d'occhio i nemici, ad un altro d'armare la fortezza, un
terzo veniva rimproverato aspramente di mollezza e pigrizia. Nel
maggio avvertiva che il Valentino licenziava le sue genti, le quali
potevano fare qualche colpo di mano per proprio conto, o anche tentar,
sotto queste mentite apparenze, di meglio servire il loro signore.
Intanto esse erano verso Perugia, e minacciavano il confine. «Laonde,
sebbene il divieto della Francia non ci faccia credere possibile un
assalto, nè abbiamo pelo addosso che pensi quella Maestà essere per
consentirgliene;[612] pure non bisogna punto addormentarsi, ma stare
in guardia come se ci si credesse, visto il modo con cui procedono
ora le cose, riuscendo quasi sempre dove nessuno immagina. Più adunque
le vedi rannugolarsi e le conosci pericolose, e più terrai gli occhi
aperti.»[613] I Dieci invero temevano poco un assalto manifesto,
ma dubitavano molto di furti, di rapine, di saccheggi o anche di
ribellione provocata in qualche terra, per poi scusarsene. «Se si
ha a dubitare di assalto manifesto a 12 soldi per lira, e' se n'ha a
dubitare a 18 soldi di furto.»[614] Forse ancora tutti questi segni
di minacce avevano per unico scopo d'impedire che si désse il solito
guasto ai Pisani, richiamando altrove l'attenzione e le forze della
Repubblica. Ma quanto a ciò, essa era fermamente decisa a profittar
della buona stagione.
Infatti s'erano già inviati al campo, come commissarî di guerra,
Antonio Giacomini, che faceva anche l'ufficio di capitano con ardore
sempre maggiore, e Tommaso Tosinghi. Nell'aprile una circolare dei
Dieci ordinava che s'arrolassero nel territorio alcune migliaia di
marraiuoli per dare il guasto, e nel maggio si mandavano al campo
travi, bombarde, maestri d'ascia, e si annunziavano pronti a partire
fanti, uomini d'arme e guastatori, tanto che i Pisani si spaventarono
e dettero segno di voler venire ad accordi. Ma nè il Giacomini nè il
Tosinghi si lasciarono prendere a questa pania, dichiarando di volere
stare ai fatti, non alle parole, e ne furono molto lodati dai Dieci,
in nome dei quali Niccolò Machiavelli scriveva loro il 22 maggio,
confortandoli «a seguire co' medesimi termini in ogni vostra azione,
mostrando sempre dall'una mano la spada e dall'altra l'unguento,
in modo che conoscano essere in loro arbitrio pigliare quale e'
vogliano.»[615] E il 23 del mese uscirono in campagna 300 uomini
d'arme, 200 cavalli leggeri, 3000 fanti e 2000 guastatori, che per
l'energia del Giacomini, in due giorni, dettero dalla parte dell'Arno
un guasto così generale, che i Dieci stessi ne restarono assai
soddisfatti, anzi maravigliati, e incoraggiavano a continuare in Val
di Serchio.[616] Il Machiavelli, nello scrivere tutte queste lettere,
non solo trasmetteva gli ordini avuti; ma qualche volta si distendeva
a dare consigli, direzioni, suggerimenti, entrando nei più minuti
particolari, quasi fosse un uomo di guerra, e che si trovasse in sul
posto, pure ripetendo sempre che la Repubblica si rimetteva del tutto
ai giudizî dei commissarî e capitani.[617]
Ai primi di giugno era finito il guasto anche nella Valle del Serchio,
ed arrivava il balì di Caen, il quale, portando poco più che la
bandiera di Francia, e qualche uomo d'arme, cominciava subito coi
soliti lamenti e le solite pretese. Tuttavia la sua presenza e quella
dei suoi, senza poter fare nè gran male nè gran bene, toglievano
animo ai Pisani e ne davano ai Fiorentini, i quali subito presero
Vico Pisano e la Verruca, di che i Dieci molto si rallegrarono,[618]
ed il 18 giugno ordinarono che si espugnassero Librafatta e la Torre
di Foce.[619] Ma la notizia che i Francesi comandati dal La Trémoille
s'avanzavano verso Napoli, fece sospendere queste operazioni, essendo
ora necessario d'avere l'esercito libero ad ogni occorrenza imprevista;
e però fu dato invece ordine di limitarsi a pigliar solo la Torre di
Foce, «perchè si lievi questo riceptacolo ai Pisani, e che non possino
più rifarci nidio alcuno.»[620] Dopo di ciò la guerra fu da quel lato
sospesa, ed il Giacomini richiamato per mandarlo ai confini.
Le cose del Reame avevano preso una piega assai contraria alla Francia,
di cui i Borgia perciò cominciavano a curarsi assai poco, e quindi
i Fiorentini si sentivano ora meno sicuri che mai. Alcune genti del
Valentino scorrevano già nel Senese, di che il commissario Giovanni
Ridolfi era in grandissimo pensiero, e però, con lettera del 4 agosto,
il Machiavelli cercava fargli animo, scrivendo: «Gaeta non è poi
all'olio santo come tu supponi, gli Spagnuoli cominciano a ritirarsi,
i Francesi s'avanzano. Ed è falsa la tua opinione che l'esercito loro
resti in Lombardia per paura dei Veneziani;» «e' quali non sono meglio
in su le staffe, che si sieno stati tutto questo anno, nè si sente che
tramutino un cavallo, nè che muovino un uomo d'arme, tale che, per
tornare al proposito, noi non veggiamo come el Duca in su el traino
di queste cose, abbi a cominciare una guerra e turbare apertamente le
cose di Toscana, possendo in mille modi esserli, colla metà di questi
favori, messo fuoco sino sotto el letto.»[621] Tuttavia, non ostante
questa fiducia apparente, si davano gli ordini per la difesa, e si
mandavano al Ridolfi 250 lance francesi. Così fra questo ondeggiare
passò buona parte dell'anno, quando nuovi eventi in Roma mutarono
affatto le condizioni della politica italiana.
Colà, dopo che le genti del Duca avevano finalmente preso Ceri,
pareva che fosse nato dissenso fra lui ed il Papa, non volendo quegli
procedere risoluto contro Bracciano e gli Orsini, per rispetto della
Francia, quando l'altro si mostrava per ciò pieno di così gran furore,
che minacciava scomunicare il figlio; e corse perfino la voce che una
sera erano tra loro venuti alle mani.[622] Ma tutto questo, secondo
l'ambasciatore veneziano, era una commedia. Nella presente incertezza
intorno ai prossimi eventi del Reame, il Papa dimostrava d'inclinare a
Spagna, il Duca a Francia. Pure, «buttandosela un all'altro, continuava
il Giustinian, non restano di far li soi disegni.»[623] La verità era
che adesso più che mai speravano poterli finalmente, fra i prossimi ed
inevitabili disordini, porre in atto, e perciò con ogni mezzo davano
opera a far danari. Il dì 29 marzo lo stesso ambasciatore scriveva
che erano stati con una Bolla creati ottanta nuovi ufficî nella Curia,
venduti subito a 760 ducati l'uno. «La Sublimità Vostra fazi el conto,
e vedrà quanti denari ha toccato el Pontefice.»[624] E nel maggio
aggiungeva, che erano stati nominati nove cardinali, uomini della
peggior sorte, pagando tutti buona somma di danaro, alcuni da 20,000
ducati in su, tanto che s'erano messi insieme da 120 a 130 mila ducati.
Così Alessandro aveva fatto vedere al mondo, che le entrate d'un Papa
possono esser quali e quante esso vuole.[625]
Ma tutto ciò non bastava, e si ricorreva quindi ad altri mezzi. La
notte dal 10 all'11 aprile, il cardinale Michiel, dopo due giorni di
vomito, moriva, e prima dell'alba la sua casa era svaligiata, per
ordine del Papa, che, secondo il Giustinian, tra danari, argenti,
tappezzerie, prese più di 150,000 ducati. Infatti, andato questi in
Vaticano, trovò tutte le porte serrate, e non fu ricevuto, perchè erano
occupati a contar danari, e continuavano ancora nella sala, in cui fu
condotto la mattina del 13, quando v'andò perchè invitato dal Papa.
Questi gli disse: «Vedete, non sono che 23,832 ducati, e pure tutta
la terra è piena della notizia che abbiamo avuto in contanti da 80
a 100 mila ducati.» E domandava la testimonianza di quelli che erano
presenti, «quasi,» osservava l'ambasciatore, «ch'el fosse gran cosa
che loro el dovessero servire di busìa.» E tuttavia il Papa gli faceva
vivissime premure, perchè si ricercasse nel Veneto dove erano gli altri
danari del cardinale, parendogli pochi quelli che aveva trovati.[626]
Non andò guari, e Iacopo da Santa Croce, colui che lo aveva aiutato
ad impadronirsi del cardinale Orsini, accompagnandolo in Vaticano,
fu fatto prigioniero anch'egli, e dopo pattuito con lui di lasciarlo
vivo, mediante buona somma di danari, gli fu invece il dì 8 giugno
tagliata la testa. Il suo cadavere venne lasciato per terra sul ponte
Sant'Angelo fino a sera, i suoi beni mobili e immobili confiscati, la
moglie ed il figlio mandati raminghi.[627]
Intanto il 19 maggio era a un tratto fuggito di Roma il Troches o
Troccio, uno dei più fidati strumenti degli assassinii de' Borgia, i
quali ora lo cercavano a morte.[628] Il Valentino, con lettera dello
stesso giorno, pregava gli amici, ed ordinava «a tucti nostri vaxalli,»
sotto pena di ribellione, che lo ritenessero prigioniero, fuggendo
egli per cose che erano «contro l'onore del Re di Francia.»[629] Altri
però affermavano, che causa della fuga di questo assassino era stata
lo sdegno di non esser messo nella lista dei nuovi cardinali, sdegno
da lui manifestato al Papa, il quale gli avrebbe risposto che tacesse,
se non voleva essere ammazzato dal Duca; e ciò lo aveva, come si
affermava, indotto a rivelare alla Francia i loro segreti maneggi colla
Spagna. Quindi il furore dei Borgia, e la brama ardente d'averlo nelle
mani. Comunque sia, fu preso in una nave che lo menava in Corsica,
e portato subito a Roma, venne chiuso in una torre nel Trastevere.
Colà, dopo poche ore, comparve il Duca che gli parlò brevemente, e
poi, ritiratosi in luogo donde lo vedeva e non era visto, mandò don
Micheletto a strangolarlo. La sua roba, che era stata già inventariata,
fu distribuita secondo gli ordini del Papa. E così, osservava il
Giustinian, di tutti i più sicuri e fedeli strumenti dei Borgia
restavano ora vivi solo don Micheletto e Romolino, ai quali era forse
tra poco serbata la medesima sorte degli altri.[630] Veramente pareva
che non vi dovesse essere più fine alle persecuzioni ed alle morti.
Molti vennero imprigionati come ebrei, altri in maggior numero come
marrani: con questi pretesti s'entrava nelle loro case, svaligiandole
d'ogni cosa; poi si pattuiva con ciascuno di essi di lasciar solo salva
la vita, mediante una somma più o meno grossa. «Sono tutte invenzioni
da far danari,» scriveva l'ambasciatore fiorentino Vittorio Soderini,
e lo stesso diceva presso a poco il veneto.[631] Questi annunziava più
tardi che il dì 1º agosto, verso l'_Ave Maria_, dopo due soli giorni di
malattia, era improvvisamente morto il cardinal di Monreale, Giovanni
Borgia, «per la morte del quale el Pontefice ha abuto una bona zera,
benchè li fosse nepote.» Andato l'ambasciatore in Vaticano, non fu
ricevuto, scusandosi il Papa col dire d'esser fastidito per la morte
del cardinale nepote; «et el fastidio doveva esser in contar danari
e manizar zogie.» Infatti, tutto computato, si trovò, fra contanti ed
altro, pel valore di 100,000 ducati; e pubblicamente si affermava, «che
lui _etiam_ sia sta' mandato per la via che sono tutti gli altri, da
poi che sono bene ingrassati; e dassi di questo la colpa al Duca.»[632]
Le cose erano ormai arrivate a tal punto, che chi aveva danari o fama
d'averne, tremava per la sua vita, parendogli da tutta ora aver el
barisello alle spalle.»[633]
I Borgia facevano ora ogni sforzo, per trovarsi pronti a nuove imprese,
in mezzo al disordine generale che s'aspettava pei rapidi mutamenti che
seguivano nel Napoletano. Il D'Aubigny era stato disfatto in Calabria
dagli Spagnuoli sopravvenuti di Sicilia; il Nemours alla Cerignola da
Consalvo di Cordova, che era uscito di Barletta, e dopo una splendida
vittoria entrò nel maggio trionfante in Napoli. In breve ai Francesi
non restò che la fortezza di Gaeta, dove si rifugiò il maggior numero
dei loro soldati avanzati alla rotta; Venosa, dove era Luigi d'Ars;
Santa Severina, dove era assediato il principe di Rossano. Luigi XII
si dovette quindi rifar da capo, assalendo direttamente la Spagna,
ed inviando in Italia un nuovo esercito sotto Luigi La Trémoille e
Francesco Gonzaga, esercito che doveva essere poi accresciuto cogli
aiuti promessi da Firenze, Siena, Mantova, Bologna, Ferrara. Questa
spedizione procedeva però con una lentezza incredibile, a causa della
sospetta neutralità di Venezia, e della sempre più mutabile e meno
comprensibile politica del Papa. Egli manifestamente inclinava a
Spagna, cui permetteva fare pubblici arrolamenti in Roma; ma faceva
poi sentire ai Francesi, che gli avrebbe aiutati nella loro impresa,
pagando sino a due terzi della spesa, quando però dessero il Reame
o la Sicilia al Valentino, rifacendosi nell'Italia superiore a loro
piacere.[634] Nello stesso tempo faceva le più grandi profferte
d'amicizia e d'alleanza ai Veneziani, perchè s'unissero con lui contro
la Francia e contro la Spagna, a difesa comune dell'Italia dagli
stranieri.[635] A Massimiliano re dei Romani, che pensava sempre di
venire in Italia a pigliar la corona imperiale, chiedeva invece con
grande istanza la investitura di Pisa pel Duca, dicendo che altrimenti
sarebbe obbligato d'abbandonarsi alla Francia, che gli prometteva il
Reame in cambio della Romagna.[636] Che riuscita potesse avere una
così stolta condotta, lo lasceremo giudicare a coloro che esaltarono
l'accortezza e il senno politico dei Borgia. Trattando con tutti
contro tutti, dopo tanto agitarsi, il Papa si trovava condannato alla
immobilità, senza poter contare sull'amicizia di alcuno. E il Duca, che
s'armava con animo d'andar contro Siena, di unirsi a Pisa, e, fattosene
padrone, spingersi contro Firenze, non poteva neppur egli muovere ora
un passo; giacchè avrebbe per via incontrato l'esercito francese, e gli
sarebbe stato necessario dichiararsi amico o nemico, cioè combatterlo
o unirsi con esso e seguirlo nel Reame. Volendo invece serbarsi pronto
a tutti i possibili eventi, a lui non conveniva nè l'uno nè l'altro
partito, e quindi il resultato di tanto agitarsi, di tante astuzie, di
tanti assassinii, era anche per lui l'immobilità e l'incertezza.
Ma un fatto inaspettato venne a mutare improvvisamente lo stato delle
cose. Il 5 agosto verso sera, il Papa andò col Duca a cena nella vigna
del cardinale Adriano da Corneto, in Vaticano, e stettero colà fino
a notte. Il mese di agosto, sempre cattivo per le febbri romane, era
quell'anno pessimo. Alcuni degli ambasciatori, moltissimi della Curia,
specialmente coloro che abitavano in Palazzo, s'erano ammalati; e però
tutti quelli che erano stati alla cena, se ne risentirono più o meno
gravemente. Il giorno 7 il Giustinian andò dal Papa che, rinchiuso e
rimbacuccato, gli disse volersi aver cura, perchè gli facevano paura
le tante febbri e morti che allora seguivano in Roma.[637] Il giorno
11 il cardinale Adriano era a letto colla febbre; il 12 il Papa fu
preso da un assalto di febbre e di vomito; il Duca s'ammalò anch'egli
dello stesso male.[638] Il Papa aveva allora 73 anni, e quindi era
evidente la gravità del suo stato. Infatti cominciarono subito minacce
di congestione cerebrale, cui si cercò riparare con abbondanti salassi,
i quali, indebolendo il malato, rendevano più forte la febbre.[639]
Sopravvenne un sopore minaccioso, che pareva quasi di morte. Il 17
la febbre, che l'ambasciatore di Ferrara chiama tertiana nota,[640]
tornò con parossismi così violenti, che il medico dichiarò il caso
disperato. Il disordine fu subito grandissimo in Vaticano, molti
cominciavano già a mettere in salvo le loro robe. Alessandro VI, che
durante tutto questo tempo non aveva neppur chiesto notizia del Duca o
della Lucrezia,[641] il giorno 18 si confessò e comunicò. Verso le ore
6 si svenne in modo che parve spirare, e si rinvenne solamente per dar
subito dopo l'estremo respiro, verso l'ora di vespro, in presenza del
vescovo di Carinola, del Datario e di alcuni camerieri.[642]
Allora la confusione fu al colmo. Il Duca, sebbene stésse sempre assai
male, tanto che pareva in pericolo di vita, aveva fatto trasportare
in Castello buona parte delle proprie robe, e dato ordine alle sue
genti di venire in Roma. Don Michele era con alcuni armati entrato
nelle stanze del Papa, e, chiuse le porte, aveva fatto puntare un
pugnale alla gola del cardinal Casanova, minacciando di ucciderlo e
gettarlo dalle finestre, se non dava subito le chiavi e i danari del
Papa. Così furono presi pel Valentino da 100,000 ducati in contanti,
oltre le argenterie e le gioie, in tutto un valore di più che 300,000
ducati.[643] Fu però dimenticata la stanza accanto a quella, in cui
era spirato Alessandro, nella quale erano le mitrie preziose, anelli e
vasi d'argento da empirne molte casse.[644] I servitori pigliarono ogni
altra cosa che trovarono nelle camere già saccheggiate. Da ultimo si
spalancarono gli usci e fu pubblicata la morte.
Tutto ebbe un aspetto lugubre e sinistro fino alla sepoltura. Lavato
e vestito il cadavere, fu abbandonato con due soli ceri accesi. I
cardinali chiamati non vennero, e neppure i penitenzieri che dovevano
dire l'ufficio dei morti. Il giorno seguente il cadavere s'era, per la
corruzione del sangue, alterato in modo che aveva perduto ogni forma
umana. Nerissimo, gonfio, quasi altrettanto largo che lungo; la lingua
s'era ingrossata così che riempiva tutta la bocca, la quale rimaneva
aperta.[645] In sul mezzogiorno del 19 agosto fu esposto, secondo il
costume, in San Pietro; «_tamen_ per esser el più brutto, mostruoso
et orrendo corpo di morto che si vedesse mai, senza alcuna forma nè
figura de omo, da vergogna lo tennero un pezzo coperto, e poi avanti
el sol a monte, lo sepelite, _adstantibus duobus cardinalibus_ de'
suoi di Palazzo.»[646] In San Pietro mancava il libro per leggere le
preci, e poi seguì un tafferuglio tra preti e soldati, in conseguenza
del quale il clero, smesso il canto, fuggì verso la sagrestia, ed
il cadavere del Papa restò quasi abbandonato. Portatolo all'altar
maggiore, si dubitò d'insulti per l'ira popolare, e lo posero perciò
con quattro ceri dietro un'inferriata che venne chiusa: così restò
tutto il giorno. Dopo 24 ore fu portato nella cappella _de febribus_,
dove sei facchini, beffando ed insultando la sua memoria, cavarono la
fossa per seppellirlo, mentre che due falegnami, i quali avevano fatto
la cassa troppo corta e stretta per lui, messa la mitria per parte,
copertolo con un vecchio tappeto, ve lo introdussero pestandolo a
forza di pugni.[647] La sepoltura fu tale, che il marchese di Mantova,
il quale nel settembre trovavasi coll'esercito francese presso Roma,
scriveva a sua moglie, la marchesa Isabella: «Fugli fatto un deposito
tanto misero, che la nana, moglie del zoppo, l'ha lì a Mantova più
onorevole.»[648]
La rapida decomposizione del cadavere per la corruzione del sangue,
e l'essersi nello stesso tempo ammalati il Papa, il Valentino ed il
cardinale Adriano, fecero spargere la voce, e credere universalmente,
che vi fosse stato veleno, opinione che veniva suggerita dal nome
stesso dei Borgia. Si disse che il Papa e il Duca volevano disfarsi
del cardinale; ma che per errore, il vino, già prima avvelenato per
lui, era stato dato invece ad essi. Senza qui osservare che i Borgia
non erano nel proprio mestiere tanto inesperti da lasciar facilmente
commettere, a proprio danno, simili errori, non si capirebbe in questo
caso, come mai anche il cardinale si fosse ammalato.[649] Da altri
si affermava che questi si salvò, perchè, avvedutosi a tempo del
pericolo, corruppe con 10,000 ducati il coppiere, che dètte perciò
il veleno solo ai Borgia. Ma tutte queste voci pèrdono ogni valore
dinanzi ai dispacci degli ambasciatori, massime del Giustinian, il
quale descrisse, giorno per giorno, l'origine ed il progresso della
malattia; parlò continuamente col medico del Papa, e così seppe che
la congestione cerebrale, sopravvenuta alla febbre, aveva prodotto la
morte. Lo stesso ambasciatore ferrarese Beltrando Costabili, che il 19,
dopo la rapida corruzione del cadavere, annunziava la voce per questa
ragione diffusa e creduta di avvelenamento, aveva il 14 dichiarato
esplicito, che era febbre terzana, di che nessuno poteva maravigliarsi,
perchè quasi tutti della Corte erano stati presi dallo stesso male,
che allora infieriva in Roma, «per la mala conditione de aere.» Sarebbe
in ogni caso assai strano, per non dire di più, che il veleno dato la
sera della cena avesse cominciato a produrre i suoi effetti visibili
solo dopo sette giorni, quando infatti cominciò la febbre.[650] Anche
l'oratore ufficiale, che dinanzi ai Cardinali radunati prima del
Conclave, pronunziò la orazione funebre sopra Alessandro VI, dice che
fu _quadriduana febris_ quella che lui _e medio abstulit_.
Noi risparmieremo al lettore tutti gli altri racconti che furono allora
ripetuti, di diavoli visti presso al letto del Papa, con cui avevano
pattuito sin dal principio del pontificato, per avere la sua anima,
e simili altre favole, tanto più credute, quanto più incredulo era il
secolo. Il 19 agosto anche il Duca sembrava vicino a morte, le botteghe
si chiudevano, gli Spagnuoli si nascondevano, e correva voce che Fabio
Orsini era entrato in Roma coll'Alviano e cogli altri di sua casa,
pieni d'un furore indescrivibile di vendetta. Cesare Borgia lo sapeva;
ma egli che, come disse al Machiavelli più tardi, aveva pensato a
tutto meno che al caso di trovarsi moribondo quando il Papa era morto,
sembrava che ora si fosse perciò affatto smarrito.[651] I suoi soldati
tumultuavano e mettevano fuoco alle case degli Orsini, bruciandone una
parte. Finalmente il Conclave, per mezzo degli ambasciatori, riuscì
a persuadere tutti ad una specie di tregua. Gli Orsini ed i Colonna
si allontanarono quindi da Roma; il Duca, essendo migliorato, mandò
innanzi le sue artiglierie, ed il 2 settembre uscì anch'egli da Roma
in portantina, per andarsene al castello di Nepi ancora suo. Colà si
trovava vicino all'esercito francese, già in via per Napoli, e da esso
sperava aiuto, essendosi a un tratto dichiarato per la Francia, sebbene
ponesse sempre tutta la sua fiducia nei cardinali spagnuoli, dai quali
era circondato e favorito.
Arrivarono a Roma il cardinale Giuliano Della Rovere, dopo un esilio di
dieci anni; il cardinale Ascanio Sforza, liberato dalla prigionìa per
opera del cardinale di Rouen, che aspirava al papato, ed altri molti.
Il 3 di settembre furono fatte le esequie solenni e di rito al Papa
morto; il 22 fu eletto finalmente Francesco Todeschini dei Piccolomini,
nipote di Pio II, e prese il nome di Pio III. Aveva allora 64 anni,
ed era così malato, che saliva sul trono come un'ombra passeggera,
quasi destinato solamente a lasciar continuare le trame che d'ogni
parte si ordivano, e dar tempo di misurarsi ai varî partiti, che già
erano in moto per la prossima elezione. L'esercito francese che s'era
fermato, proclamato che fu il nuovo Papa, continuò il suo cammino;
ed allora il Duca, trovandosi solo co' suoi a Nepi, dove s'avvicinava
l'Alviano assetato di sangue e di vendetta, tornò subito a Roma. Ivi
seppe che le città, già sue una volta, richiamavano i loro antichi
signori, i quali tornavano ed erano festosamente accolti. La Romagna
però, essendo stata da lui assai meglio governata, gli restava ancora
fedele, e le sue fortezze colà, occupate da comandanti spagnuoli, si
mantenevano sempre per lui. Pure non gli venne mai l'idea di mettersi
alla testa del suo piccolo esercito, per aprirsi la via fra i nemici,
riconquistare e difendere il proprio Stato colle armi. Sperava sempre e
solo negli intrighi orditi, acciò la prossima elezione riuscisse a lui
favorevole. Intanto il nuovo Papa, d'indole mitissima, gli dimostrava
per ora compassione. Ma gli Orsini, sentito che egli s'era volto a
Francia ed era stato accettato, ne furono sdegnatissimi, e fecero
subito alleanza coi Colonna, con Consalvo e la Spagna. Una parte di
essi assalirono Borgo, misero fuoco a porta Torrione, per entrare in
Vaticano ed ivi impadronirsi del Borgia, che essi cercavano a morte.
A fatica ed in fretta egli potè essere salvato da alcuni cardinali, i
quali lo menarono pel corridoio in Castel Sant'Angelo. E così là dove
tante vittime di lui e del padre erano spirate nelle tenebre, fra i
tormenti, consumati dal veleno, si trovò finalmente anch'egli per un
momento quasi prigioniero. Seppe allora che Pio III, il quale non s'era
potuto tenere in piedi il giorno 8 ottobre, quando fu incoronato, dopo
dieci giorni era morto.[652]
Il resultato della nuova elezione non poteva ormai essere più dubbio,
perchè tutto era stato apparecchiato con danari, concertato con
promesse, con intrighi fatti per ogni verso, anche coi cardinali
spagnuoli, per mezzo del Valentino, il quale credeva così d'essersi
assicurata valida protezione. Il 31 ottobre trentacinque cardinali
entrarono in Conclave. S'erano a mala pena radunati, e quasi non s'era
ancora, secondo il costume, chiusa la porta, che già il nuovo Papa
veniva proclamato nella persona di Giuliano Della Rovere, che prese
il nome di Giulio II. Questo acerrimo nemico dei Borgia, il quale
pure seppe a tempo favorirli, nato presso Savona, di bassa origine,
aveva allora 60 anni; ma della forte stirpe di Sisto IV, di cui era
nipote, cardinale dal 1471 e per molti vescovadi ricchissimo, aveva una
tempra di ferro. Sebbene la sua gioventù non fosse stata molto diversa
da quella dei prelati d'allora, e sebbene non fosse uomo di molti
scrupoli, pure egli mirava alla potenza e grandezza politica della
Chiesa con un ardore ed un ardire maravigliosi alla sua età. Senza
abbandonare i suoi, non voleva sacrificare ad essi gl'interessi dello
Stato e della Chiesa, e però non trasmodò mai troppo nel nepotismo.
Le sue vie, le sue mire, il suo carattere impetuoso, violento, erano
affatto contrari a quelli dei Borgia. Pure sapeva a tempo simulare
e dissimulare, e non aveva avuto scrupolo alcuno di trattare col
Valentino per la propria elezione, promettendo di farlo Gonfaloniere
della Chiesa, lasciargli governar la Romagna, far sposare la figlia
di lui con Francesco Della Rovere, prefetto di Roma. Sebbene però egli
non fosse proprio deliberato a violare queste promesse, era ben altro
che deciso a mantenerle. Tutto dipendeva dal vedere se il Duca poteva,
per un po' di tempo almeno, essere utile strumento ai disegni del Papa,
che erano di respingere i Veneziani dalla Romagna, dove s'avanzavano.
Prima o poi doveva consegnare le fortezze che ancora si tenevano per
lui, qualunque fossero le promesse fatte o le speranze date; giacchè
l'interesse generale della Chiesa non poteva cedere dinanzi ad alcun
riguardo umano. In questi propositi Giulio II era saldo e deliberato,
ed il suo carattere era tale, che nulla poteva ormai farlo deviare. Lo
stato delle cose s'andò quindi rapidissimamente complicando; con questo
Papa anzi cominciò addirittura un'epoca nuova, non solamente in Italia,
ma in Europa. Ha perciò tanto maggiore importanza la nuova legazione
del Machiavelli, che allora appunto fu spedito a Roma.