4. — IL SAVONAROLA E LA REPUBBLICA FIORENTINA.

Mentre queste cose avvenivano in Roma, i Borgia avevano ordito un'altra

tragedia in Firenze, dove erano seguìti mutamenti gravissimi, dei quali

dobbiamo ora parlare.[349]

Sin dalla venuta di Carlo VIII, un frate domenicano, Priore del

convento di San Marco, uomo singolarissimo, era divenuto quasi padrone

della Città, ed in essa nulla più si faceva senza prima avere dal

pergamo i suoi consigli. Nato a Ferrara, venuto a Firenze sotto i

Medici, aveva predicato contro il mal costume, contro la corruzione

della Chiesa, attaccando più o meno copertamente papa Alessandro,

e dimostrandosi fautore di libertà. In molte cose egli non pareva e

non era uomo del suo tempo. Privo d'una vera cultura classica, odiava

quel paganesimo letterario che allora invadeva tutto. Educato colla

Bibbia, i Santi Padri e la filosofia scolastica, era animato da un

vivissimo entusiasmo religioso. Dotto d'una dottrina allora poco

stimata, scriveva versi non molto eleganti, nè sempre corretti, ma

pieni d'ardore cristiano; aveva una grande indipendenza di carattere

e d'ingegno, nè mancava di accortezza e buon senso, sebbene assai

spesso parlasse come un uomo ispirato, perchè si credeva veramente

privilegiato del dono profetico, e mandato da Dio a correggere la

Chiesa, a salvare l'Italia. L'essere così diverso dagli altri, il

non avere le qualità e le doti che allora erano in tutti, mentre a

tutti mancavano quelle appunto che egli aveva, dava a questo Frate

un prodigioso ascendente non solo sulle moltitudini, ma ancora sugli

uomini più culti. Lorenzo de' Medici lo fece chiamare presso al suo

letto di morte, chiedendo assoluzione de' suoi peccati, assoluzione

che fu negata, per essere egli stato tiranno della sua patria. Angelo

Poliziano, Pico della Mirandola, seguaci di quella erudizione pagana

tanto condannata dal Savonarola, vollero avere sepoltura in San Marco,

vestiti dell'abito domenicano. Molti altri letterati, moltissimi

artisti pendevano estatici dalle labbra del Frate.

Trasportato dalla sua fantasia, ed ancora da un singolare

presentimento, che spesso sembrava fargli davvero leggere

nell'avvenire, non solo annunziava in genere futuri guai all'Italia;

ma, determinando, aveva profetato la venuta d'eserciti stranieri,

guidati da un nuovo Ciro. E la profezia parve miracolosamente avverarsi

nel 1494, con la discesa di Carlo VIII. E però il Frate divenne

addirittura il primo uomo di Firenze, la quale ricorreva a lui nei più

difficili momenti, per le più gravi faccende di Stato. Così, insieme

con Piero Capponi ed altri, egli fu mandato ambasciatore al Re, quando

Piero de' Medici aveva vilmente ceduto ogni cosa. Ed il Re, che s'era

mostrato assai burbero con tutti, divenne umile dinanzi a colui che

gli minacciava l'ira di Dio. Quando poi furono in Firenze firmati gli

accordi, e l'esercito alloggiato dentro le mura non si moveva, con

pericolo grandissimo della Città, solo il Savonarola osò presentarsi

a Carlo VIII, invitandolo severamente a partire, e fu obbedito. Non è

quindi da far maraviglia, se ponendosi allora mano alla formazione d'un

nuovo governo, tutti si rivolgessero al Frate, e nulla più si facesse

in Firenze senza prima sentir lui, che diè prova non solo di vero e

disinteressato amore del pubblico bene, ma anche di un senno politico

veramente singolare.

Il 2 dicembre la campana di Palazzo Vecchio chiamava a generale

Parlamento il popolo, che accorse ordinato e condotto dai Gonfalonieri

delle Compagnie. Fu subito data Balìa a venti Accoppiatori di nominare

i magistrati, e fare le necessarie proposte di riforma. Così in

breve si venne ad un nuovo ordinamento della Repubblica, col quale le

antiche istituzioni, dai Medici profondamente falsate o distrutte,

vennero richiamate in vita, modificandole però in molte parti. Il

Gonfaloniere cogli otto Priori, che costituivano la Signoria, da

rinnovarsi ogni due mesi, furono conservati; e così pure gli Otto,

che vegliavano all'ordine interno della Città, ed erano un tribunale

pei delitti criminali, più specialmente ancora per quelli di Stato.

L'antico magistrato dei Dieci, che provvedeva alle cose della guerra,

fu del pari conservato. I Gonfalonieri delle Compagnie e i dodici Buoni

Uomini, residuo di antiche istituzioni, i quali formavano i così detti

Collegi, che assistevano la Signoria, sebbene non avessero più una vera

importanza, pure restarono. Sorse però una grave disputa intorno ai

Consigli o sia assemblee della Repubblica. Il Consiglio dei Settanta,

organo del dispotismo mediceo, fu subito abolito; ma non era possibile

ricostituire quelli del Popolo e del Comune, perchè rispondevano

nell'antica Repubblica ad uno stato di cose, ad una divisione della

cittadinanza, che più non esisteva, nè potevasi rinnovare. Cominciarono

quindi le discussioni. Alcuni, alla testa dei quali trovavasi Paolo

Antonio Soderini, tornato allora da Venezia, proponevano addirittura

un Consiglio Maggiore, in cui entrassero tutti i cittadini, ed un

Consiglio, meno numeroso, di Ottimati, a similitudine appunto del Gran

Consiglio e dei Pregadi in Venezia. Ma a questa proposta si opponevano

coloro che, capitanati da Guidantonio Vespucci, volevano un governo

più ristretto, e combattevano perciò l'istituzione del Consiglio

Maggiore, che dicevano utile a Venezia, dove erano i Patrizi, che soli

ne facevano parte; pericolosissimo invece a Firenze, dove, mancando

i Patrizi, bisognava ammettervi tutti i cittadini. Il pericolo, in

tanta divisione degli animi, stava, secondo ciò che ne scrive anche

il Guicciardini, in questo, che prevalendo un governo ristretto

invece di uno temperatamente libero, si sarebbe poi, per reazione,

venuto ad un governo di eccessiva larghezza, il quale avrebbe messo

a repentaglio la Repubblica. Ed è perciò che quel grande storico ed

accorto politico esaltò il Savonarola,[350] come colui che, entrato di

mezzo, salvò ogni cosa, predicando una forma di _governo universale_

con un Consiglio Maggiore al modo veneziano, adattato però ai bisogni

e costumi fiorentini. L'autorità della sua parola fece subito vincere

questo partito già proposto dal Soderini, ed il Frate ne guadagnò tale

ascendente sul popolo, che d'allora in poi le discussioni fatte in

Palazzo, e le leggi che ne seguirono, sembrano spesso copiate dalle sue

prediche.

Il 22 e 23 dicembre 1494 fu deliberato il Consiglio Maggiore, di cui

vennero chiamati a far parte tutti i cittadini di ventinove anni, che

erano _beneficiati_, che godevano cioè il _beneficio dello Stato_,

o sia che, secondo le antiche leggi della Repubblica, avevano il

diritto di prender parte al governo. Quando costoro avessero passato

il numero di 1500, un terzo di essi solamente, alternandosi cogli

altri due, avrebbero di sei in sei mesi formato il Consiglio.[351] La

Città aveva allora circa 90,000 abitanti; i cittadini _beneficiati_

dell'età di ventinove anni erano 3200, sicchè il Consiglio Maggiore

veniva ad essere formato di poco più che mille persone.[352] Ogni tre

anni si sceglievano inoltre sessanta cittadini senza il beneficio, e

ventiquattro giovani di ventiquattro anni, con facoltà di partecipare

al Consiglio, e ciò si faceva «per dare animo ai giovani ed incitarli

a virtù.» L'ufficio principale del Consiglio era quello d'eleggere

i magistrati, nel che si riponeva allora la garanzia della libertà,

e di votare le leggi, senza però discuterle. Esso doveva inoltre

eleggere subito ottanta cittadini di quarant'anni almeno, per formare

il Consiglio degli Ottanta, specie di Senato, che si rinnovava ogni

sei mesi, e del quale facevano parte di diritto alcuni dei principali

magistrati. Esso radunavasi ogni settimana, per deliberare, insieme

colla Signoria, gli affari più gravi e gelosi, che non si potevano

esporre a molti. Vi pigliavano parte anche i Collegi, quando trattavasi

di nominare gli ambasciatori e i capitani, o deliberare condotte di

genti d'arme.

In tal modo venne costituita la nuova Repubblica. La divisione dei

poteri non era allora conosciuta, e le attribuzioni dei magistrati

erano quindi assai confuse. Nondimeno, quando si voleva sanzionare una

nuova legge, il procedimento ordinario era questo: la proposta toccava

alla Signoria, che poteva, se la cosa lo richiedeva, radunar prima una

Pratica o una Consulta, composte dei Collegi, dei principali magistrati

e di Arroti, o sieno cittadini richiesti a quello scopo determinato,

domandando il loro avviso. Quando tutto ciò non si reputava necessario,

s'andava addirittura agli Ottanta, e poi al Consiglio Maggiore. Nella

Pratica e nella Consulta[353] soleva farsi una qualche discussione;

ma nei Consigli si votava e non si discuteva. Lo stesso procedimento

si seguiva ancora, quando trattavasi non di leggi, ma di affari molto

gravi, come sarebbe stato il dichiarare la guerra, il fare qualche

alleanza, che potesse aver gravi conseguenze, e simili.

Questa nuova costituzione cominciò subito ad operare regolarmente, ed

il Savonarola, che ne era stato uno dei principali autori, contribuì

colle sue prediche a consigliare e promuovere altre riforme importanti.

Fu istituita la Decima, cioè l'imposta del 10% sui beni stabili,

fino allora tassati ad arbitrio; fu abolito il Parlamento, il quale,

approvando sempre per acclamazione tutte le proposte della Signoria,

era stato più volte docile strumento d'inconsulte mutazioni e di

tirannide; fu istituito il Monte di Pietà. Venne poi votata una nuova

legge che, nelle cause di Stato, concedeva l'appello dagli Otto al

Consiglio Maggiore, cosa di certo assai poco prudente, perchè affidava

la giustizia alle passioni popolari. Il Savonarola, che pur desiderava

l'appello, ma ad un assai minor numero di persone, non riuscì questa

volta a fermare il popolo, istigato dagli avversari, i quali volevano

cogli eccessi mettere a pericolo la Repubblica, o almeno levarla, come

essi dicevano, dalle mani del Frate. Infatti ben presto si vide che

quella legge era stata imprudentissima.

Tuttavia le cose cominciarono a procedere assai regolarmente, nè altri

disturbi vi furono in sul principio, se non quelli che nascevano dalla

guerra contro i Pisani, la quale però, senza essere ancora di molta

gravità, contribuiva a tenere in Firenze gli animi uniti. Gli alleati,

è vero, chiamarono in Italia Massimiliano re dei Romani, perchè recasse

aiuto a Pisa; ma quando egli venne senza un proprio esercito, non gli

dettero nè uomini nè denari, sicchè dovette tornarsene a casa senza

aver concluso nulla.

V'erano tuttavia in Firenze i germi di un gravissimo pericolo. Il

Savonarola predicava con crescente ardore la riforma dei costumi e

la difesa della libertà, suggeriva utili provvedimenti, faceva una

dipintura vivacissima dei mali che portava la tirannide, ma non si

fermava a ciò. Egli predicava ancora la necessità d'una riforma della

Chiesa, caduta, come tutti sapevano e vedevano, nella più triste

corruzione. Non toccava il domma e neppure il principio dell'autorità

papale, restò infatti sempre cattolico; ma accennava pure alla

necessità di un Concilio per attuare la riforma, ed alludeva assai

spesso alla vita scandalosa di papa Alessandro VI. Questi cominciò

quindi ad impensierirsi vivissimamente d'uno stato di cose tanto nuovo

in Italia, tanto pericoloso per lui che era, come altra volta aveva

scritto Piero Capponi, «di natura vile e _conscius criminis sui_.[354]»

Dapprima invitò a Roma, con parole assai benevole, il Savonarola,

il quale si scusò. Allora invece lo sospese dalla predicazione; ma

i Dieci scrissero subito con tanto favore in difesa di lui, che il

Breve, per paura di peggio, venne revocato. Si tornò alle lusinghe,

lasciando sperare al Frate perfino il cappello cardinalizio; ma egli

nuovamente ricusò di partire, e nella quaresima dal 1496 tuonò più

che mai dal pergamo. Annunziava future calamità, tornava a proporre

la riforma della Chiesa, e conchiudeva che Firenze doveva fermar

bene il suo governo popolare, affine di promuovere in Italia e fuori

il rinnovamento ed il trionfo della religione, purificata da ogni

corruzione. La cosa assunse allora una così straordinaria gravità,

che da ogni parte d'Italia gli occhi si rivolsero sopra di lui con

intenzioni assai diverse. Si sentiva da tutti che la corruzione

della Chiesa era spaventosa, e si capiva che, nonostante il profondo

e generale scetticismo religioso degl'Italiani, non si poteva così

durare a lungo. I segni precursori di una riforma, già manifestatisi a

Costanza, a Basilea, altrove, non si potevano dimenticare. La grande

attenzione, l'entusiasmo con cui una città indifferente e scettica

come Firenze, ascoltava ora il Savonarola, ispirava una confusa paura

in moltissimi, ed uno sdegno feroce in Alessandro VI, che si vedeva

attaccato personalmente da un frate, senza poter far nulla, egli che

pure così facilmente aveva saputo mandare all'altro mondo tanti prelati

e cardinali.

Il pericolo temuto non era però senza qualche speranza di rimedio

pel Papa. Il Savonarola era certo un oratore rozzo, ma potente; aveva

un'attività prodigiosa; scriveva un numero grandissimo di opere, di

opuscoli, di lettere; non si fermava mai; predicava ogni giorno, più

volte al giorno, in diverse chiese; il suo amore pel bene era grande;

il suo religioso entusiasmo ardentissimo; la sua autorità immensa.

Pure, noi lo abbiamo già notato, egli non era in tutto uomo del suo

tempo; la sua cultura era in parte scolastica, e il suo entusiasmo

arrivava spesso fino quasi al fanatismo; aveva visioni e si credeva

profeta; qualche volta anche gli pareva che il Signore, per mezzo di

lui, volesse operare miracoli. Amava ardentemente la libertà; ma era

pur sempre un frate, che la cercava come mezzo a promuovere la riforma

religiosa; non di rado pareva che volesse proprio ridurre Firenze ad

un convento, il che doveva a molti sembrare una puerile illusione. Egli

era circondato da artisti e da eruditi, sui quali aveva come sul popolo

e sugli uomini politici un ascendente straordinario; ma se amava la

cultura e promoveva le arti, era pure acerrimo nemico di quello spirito

pagano che allora invadeva e, secondo lui, corrompeva tutto. Tra i suoi

frati, come tra i suoi seguaci fuori del convento, si trovavano uomini

di nobile carattere e di grande energia; ma non mancavano neppure

spiriti deboli e superstiziosi, che esageravano le idee del maestro, il

quale non era senza esagerazioni egli stesso. L'immenso potere da lui

acquistato in Firenze pei savi consigli politici che aveva dati, per

le nobilissime doti del suo animo, per la sua irresistibile eloquenza,

veniva cresciuto più dalla maraviglia che recava la singolarità del suo

carattere, che dall'essere egli riuscito a risvegliare in Firenze un

vero ardore religioso, il che non era invece avvenuto. Questo era anzi

il punto su cui il Savonarola s'illudeva assai, e non s'avvedeva perciò

che, in parte almeno, egli fabbricava sull'arena: voleva il governo

libero per promuovere la riforma religiosa, ed i Fiorentini accettavano

la riforma religiosa, solo per meglio rafforzare il libero governo.

La base del suo potere era quindi meno solida di quel che pareva, e

non dovevano al Papa mancar modi di formare o di alimentare i partiti

avversi.

Un buon numero di giovani amanti del lieto vivere, già tanto favorito

dai Medici, ed ora così aspramente biasimato e combattuto dal Frate, si

raccolsero pigliando nome di _Compagnacci_, combattendo, col ridicolo e

con ogni arte, lui e i suoi amici, che chiamavano _Piagnoni, Frateschi_

e simili. Tutto questo fece sì che nel 1497, da un lato si tentò di

ripristinare l'antico carnevale mediceo co' suoi baccanali e le sue

oscenità; dall'altro, invece, per opera del Savonarola e de' suoi

seguaci, i fanciulli giravano le vie e le case di Firenze, cercando

le _vanità_, o sia libri, scritture, disegni e statue oscene, abiti

e maschere carnovalesche. Il 7 febbraio, ultimo giorno di carnovale,

fu fatta una solenne processione, la quale ebbe fine col famoso

_bruciamento delle vanità_, raccolte in Piazza della Signoria, sopra

gli scalini d'una grande piramide di legno, a tal'uopo costruita. Come

è ben naturale, tutto ciò fu soggetto di molte accuse e di ridicolo

da parte dei Compagnacci, quantunque i magistrati stessi avessero

non solo permessa, ma quasi diretta la singolare solennità, affinchè

procedesse ordinata e dignitosa. I Compagnacci biasimavano aspramente

che il governo s'andasse mescolando di processioni fratesche. E ad essi

s'univano poi gli Arrabbiati, i quali volevano un governo più ristretto

di Ottimati, ed i Bigi, chiamati così perchè non osavano manifestare

il loro segreto pensiero, che era di tornare ad una pura e semplice

restaurazione medicea. Ma tutto ciò non bastava ancora a mettere in

pericolo nè la Repubblica, nè il Savonarola. I Compagnacci non erano un

partito politico; gli Ottimati avevano poco séguito in Firenze, stata

sempre città popolare; i Bigi, con aderenze potenti in città e fuori,

avevano in Piero de' Medici un capo così odiato e disprezzato, da non

poter esser desiderato da molti. Un primo tentativo da lui fatto, per

rientrare in Firenze, dove si lusingava di trovar grandissimo favore,

riuscì solo a fargli con disprezzo chiudere le porte in faccia. Una

congiura tentata allo stesso effetto da Bernardo del Nero e da altri,

finì con la loro condanna a morte.

Questo è ciò che formava uno stato di cose, in cui Alessandro VI

facilmente poteva trovare quell'occasione di vendetta, che con tanto

ardore cercava da un pezzo. Il Savonarola ogni giorno lanciava nuove

accuse contro gli scandali di Roma, accennava sempre più apertamente

alla necessaria riunione del Concilio, alludeva dal pergamo alle

oscenità ed ai delitti del Papa. Invitato più volte a tacere, aveva

invece parlato più forte. Giunse finalmente una scomunica contro di

lui, ed egli la dichiarò nulla, aggiungendo che parlava in nome di

Dio, ed era pronto a sostenere la propria innocenza al cospetto del

mondo; rinunziava però a convincere Alessandro VI, il quale, eletto

simoniacamente, autore di tanti scandali e delitti, non poteva dirsi

vero Papa. Era allora seguìta l'uccisione del duca di Gandia; correvano

per tutto le voci d'incesto tra il Papa e la figlia Lucrezia; il

Savonarola s'era esaltato per modo che non sapeva, nè voleva più

frenarsi. Indirizzò lettere ai principi d'Europa, incitandoli a

radunare un Concilio, per salvare da totale rovina la Chiesa, la quale,

come egli avrebbe pubblicamente dimostrato, era senza capo vero e

legittimo. Una di queste lettere venne sfortunatamente nelle mani di

Alessandro VI. S'aggiunse poi che Carlo VIII, il quale pareva pentito

de' suoi peccati, e deciso a metter mano alla riforma consigliata dal

Savonarola, che vedeva in lui appunto il suo più valido sostegno, morì

improvvisamente nei primi mesi del 1498. E quantunque ciò ancora non

fosse noto in Italia, pure si vedeva già che tutto cospirava ai danni

del povero Frate. Fu questo il momento in cui inaspettatamente si

presentò al Papa un'occasione favorevole, che egli colse senza punto

esitare.

La Signoria in ufficio era avversa al Savonarola; gli Arrabbiati

ed i Compagnacci erano audacissimi per i continui incoraggiamenti

che ricevevano di fuori; i Bigi erano pronti sempre a tutto ciò che

poteva riuscire in danno della Repubblica; perfino alcuni dei Piagnoni

erano impensieriti della fiera lotta col Papa, quando seguì un fatto

stranissimo, di cui nessuno avrebbe potuto mai prevedere le gravi

conseguenze. Un frate francescano, chiamato Francesco di Puglia,

predicando in Santa Croce aspramente contro il Savonarola, venne fuori

con la dichiarazione che era pronto ad entrare nel fuoco con lui, per

provargli la falsità delle dottrine che sosteneva. Al Savonarola la

cosa parve assai strana, e si tacque: ma non fu così del suo discepolo

frate Domenico Buonvicini da Pescia. Uomo di poca testa, ma d'una

grande energia e buona fede, d'uno zelo ardentissimo, accettò la

sfida, e si dichiarò senz'altro prontissimo a tentare l'esperimento

del fuoco, per provare la verità delle dottrine sostenute dal suo

maestro. Francesco di Puglia rispose, che aveva sfidato il Savonarola,

e con lui solamente sarebbe entrato nel fuoco; ma con fra Domenico

Buonvicini da Pescia si sarebbe provato invece Giuliano Rondinelli,

anch'egli francescano. La cosa sfortunatamente andò innanzi, ed al

Savonarola non riuscì di fermarla, quantunque lo tentasse, perchè fra

Domenico era già caduto nella rete che gli avevano tesa, e perchè egli

stesso non sembrava punto alieno dal prestar fede alla buona riuscita

dell'esperimento, convinto com'era d'essere mandato da Dio, e da lui

ispirato nel predicare le dottrine che venivano ora combattute. Gli

Arrabbiati e i Compagnacci spingevano a tutta possa, perchè speravano

di poter seppellire i Piagnoni nel ridicolo, e uccidere il Savonarola

nel tumulto che apparecchiavano. Teneva loro mano la Signoria stessa,

che si trovava allora in segreti accordi con Roma.

In conseguenza di tutto ciò lo stranissimo esperimento, che nel

secolo XV era un vero e proprio anacronismo, fu fissato pel giorno 7

aprile 1498. All'ora indicata i frati vennero nella Piazza, davanti al

Palazzo, dove tutto era stato dalla Signoria ordinato, e dove un popolo

immenso era impaziente di vedere uno spettacolo che ricordava il Medio

Evo. Il Savonarola, persuaso anch'egli che lo zelo impaziente di fra

Domenico, contro cui aveva invano resistito, fosse veramente ispirato

da Dio, aveva consentito a dirigere i suoi frati. Quando però tutto era

pronto da parte loro, e fra Domenico da Pescia aspettava il segnale

per muoversi, i Francescani, i quali avevano mirato solo a tendere

una rete agli avversarî, esitavano, ed il Rondinelli non pareva che

avesse nessuna voglia di cimentarsi. Si cercarono mille pretesti per

far nascere un tumulto desiderato, ma invano, perchè l'ardita figura

di fra Domenico era lì, sempre pronta a muoversi, e questo contegno

disarmava ogni avversario. Se non che, le continue dispute e i nuovi

pretesti dei Francescani fecero consumare il giorno, e finalmente una

pioggia improvvisa e dirotta diè modo alla Signoria, già scoraggiata,

di dichiarare che l'esperimento non poteva ormai più farsi.

Secondo ogni ragione, la disfatta doveva essere dei nemici

del Savonarola; ma accadde invece il contrario. Il popolo era

scontentissimo di non aver avuto il desiderato spettacolo, e molti ne

davano la colpa al Savonarola, dicendo che se veramente fosse stato

persuaso del suo lume divino, sarebbe, senza altre discussioni, egli

stesso, anche solo, entrato nel fuoco, il che avrebbe d'un tratto e per

sempre fatto tacere gli avversari. I suoi seguaci erano in buona parte

o fanatici credenti, o uomini politici che vedevano in lui solamente

il sostenitore del libero reggimento. I primi restarono addolorati che

l'esperimento non si fosse fatto, i secondi deploravano che egli vi

avesse consentito, e così lo scontento parve a un tratto universale.

Allora riuscì agevole agli Arrabbiati ed ai Compagnacci, secondati

dai Bigi, aiutati dalla Signoria, sollevare un vero e proprio tumulto

contro i Piagnoni, alcuni dei quali vennero infatti ammazzati o feriti

per le vie, gli altri furono per ogni dove insultati, inseguiti.

Cominciata una volta la reazione, s'andò, armata mano, ad assaltare

addirittura il convento di San Marco, che, dopo la gagliarda resistenza

d'alcuni frati e di pochi amici ivi radunati, fu preso. Il Savonarola,

fra Domenico, che mai non lo lasciò, e fra Salvestro Maruffi, altro

de' suoi più noti seguaci, ma superstizioso e di carattere debolissimo,

vennero condotti in prigione, e s'iniziò subito il processo.

Il Papa voleva ad ogni costo aver nelle mani il Frate, e faceva

perciò grandi promesse; ma la Signoria, sebbene composta d'Arrabbiati

dispostissimi a consentirne la morte, non volle, per la dignità della

Repubblica, permettere che il processo si facesse altrove. Lo fece

però a Firenze secondo le istruzioni e gli ordini venuti da Roma.

Si adoperò ripetutamente la tortura, ed al Savonarola si strapparono

confessioni nel delirio del dolore. Ma sebbene in quello stato egli

non fosse più padrone di sè, e non avesse più la forza di sostenere

che la sua dottrina e la sua opera erano ispirate da Dio, pure negò

recisamente d'aver mai avuto un fine personale, o d'essere stato di

mala fede; confermò anzi d'aver solo e sempre operato pel pubblico

bene. A tutto questo s'aggiunse, che se fra Salvestro, debolissimo

e vanissimo sempre, rinnegò il maestro, e disse tutto quello che

gli vollero far dire, fra Domenico, invece, sprezzando le minacce e

la tortura, restò uguale a sè stesso, riconfermando coraggiosamente

l'indomita fede nel suo maestro. Si ricorse quindi all'antico e

facile espediente d'alterare, nel miglior modo che si poteva, anche le

confessioni strappate colla tortura, senza tuttavia riuscire, neppure

con questo artifizio, a trovare giusta materia di condanna. E intanto

il Papa minacciava ferocemente da Roma, perchè o gli dessero in mano i

tre frati, che avrebbe egli pensato al resto, o li mettessero subito

a morte. Nè la Signoria voleva o poteva ormai più tornare indietro.

Siccome però due mesi erano già trascorsi, ed essa doveva quindi,

secondo le leggi fiorentine, uscire d'uffizio, così s'occupò solo a

fare in maniera che le nuove elezioni risultassero favorevoli agli

Arrabbiati, il che ottenne facilmente. E i nuovi eletti convennero

subito col Papa, che egli avrebbe inviato a Firenze due commissarî

apostolici, per condurre a termine il processo, e trovar materia di

condanna capitale, specialmente in ciò che si riferiva all'accusa

d'eresia. Il Savonarola intanto, lasciato qualche tempo tranquillo

in carcere, aveva scritto altri opuscoli religiosi, nei quali,

riconfermando le sue dottrine, dichiaravasi nuovamente in tutto e per

tutto cattolico fedelissimo ed incrollabile, quale era sempre stato.

Ma ciò non voleva dir nulla, la sua morte era stata irremissibilmente

decisa.

Il 19 maggio arrivarono i due commissarî apostolici, con ordine

di condannarlo, _fosse pure un San Giovanni Battista_. Essi lo

processarono e torturarono da capo più fieramente; e quantunque egli,

indebolito com'era, resistesse al dolore anche meglio di prima, e

non si potesse quindi trovare alcun giusto pretesto di condanna,

pure, senza esitare, sentenziarono a morte lui ed i suoi compagni,

e li consegnarono al braccio secolare, non usando indulgenza neanco

al Maruffi, che aveva vilmente calunniato, rinnegato il maestro, ed

affermato tutto quello che avevano voluto. — Un frataccio di più o

di meno poco monta, — così essi esclamarono. Ed in verità non era per

loro prudente salvare la vita d'un uomo così debole e vano, che avrebbe

potuto, anche senza volerlo, rivelare la falsificazione dei processi.

Il giorno 23 maggio 1498 si vide in Piazza della Signoria costruito

un lungo palco, alla estremità del quale sorgeva una gran croce, alle

cui braccia furono impiccati i tre frati, il Savonarola nel mezzo, gli

altri due dai lati. Quando essi furono spirati, i loro cadaveri vennero

subito bruciati, e le loro ceneri gettate in Arno, in mezzo a una folla

di monelli che applaudivano.

In tutto questo dramma v'era stato qualche cosa di eroico, e qualche

cosa d'effimero. Eroici erano stati la fede, l'amore del bene

universale, l'abnegazione del Savonarola; grande la sua eloquenza, il

suo senno politico; effimero era stato invece lo zelo religioso che

egli credette aver destato nel popolo fiorentino. Questo s'era esaltato

solo per l'amore della libertà, ed aveva ascoltato con entusiasmo

la parola religiosa del Frate fino a che essa aveva dato forza al

governo popolare. Ma appena vide in lui un pericolo per la Repubblica,

senza molto esitare lo abbandonò al Papa. Ed invero, quando il povero

Frate cessò di respirare, parve un momento che i pericoli da ogni

parte minacciati al governo da lui fondato, scomparissero del tutto.

Gli alleati non parlavano più di voler rimettere Piero de' Medici;

il Papa, contentissimo, mandava elogi e dava speranze; il Valentino

non minacciava più d'invadere la Toscana, e Firenze credette perciò

di potersi occupare solo della guerra contro Pisa, senza pensare ad

altro. Pur troppo non andò molto e si vide che queste erano speranze

vane, che ben altro ci voleva a saziare la inestinguibile avidità dei

Borgia. Ma non v'era allora più rimedio. Bisognò invano pentirsi d'aver

soffocato una voce che aveva sempre sostenuto la libertà; di avere

spento ingiustamente, iniquamente un uomo che tanto bene aveva fatto

e poteva ancora fare allo Stato, alla morale, alla religione. La sua

morte lo rese per molti un santo ed un martire, e per più di un secolo

gli mantenne in Firenze ammiratori ed adoratori, i quali nei nuovi

pericoli della patria si dimostrarono degni seguaci del loro maestro,

illustrando con eroismo la fine della Repubblica. Comunque sia di ciò,

nel maggio del 1498 gli Arrabbiati avevano trionfato; ma non osarono

per questo di mutar la forma di governo consigliata dal Savonarola, la

quale fu invece consolidata. I Piagnoni continuarono tuttavia ad essere

perseguitati, e molti di essi vennero cacciati dagli uffici, nei quali

entrarono i loro avversarî più dichiarati. In questo momento appunto

comparisce sulla scena, ed ottiene ufficio politico un uomo che fu

certo più grande del Savonarola, ma di una grandezza assai diversa. Di

lui dobbiamo ora esclusivamente occuparci.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 36 / 116 题