È difficile trovare nella storia dell'Europa moderna un periodo che
abbia l'importanza di quello cui suol darsi, nella storia italiana,
il nome di Rinascimento. Posto fra il cadere del Medio Evo ed il
costituirsi delle società moderne, può dirsi che già cominci con Dante
Alighieri, il quale nelle sue opere immortali ci lasciò la sintesi
d'una età che muore, e ci annunziò il sorgere d'un'èra novella.
Questa, che è appunto il Rinascimento, s'iniziò davvero con Francesco
Petrarca e con gli eruditi, finì con Martino Lutero e la Riforma, la
quale alterò profondamente la storia anche dei popoli che restarono
cattolici, e portò di là dalle Alpi il centro di gravità della cultura
europea. Durante il periodo di cui ragioniamo, vedesi in Italia una
rapida trasformazione sociale, una grandissima operosità intellettuale.
Da per tutto tradizioni, forme, istituzioni antiche, che crollano
dinanzi alle nuove che sorgono. La scolastica cede il luogo alla
filosofia, il principio d'autorità cade innanzi alla libera ragione
ed al libero esame, che s'avanzano. Comincia lo studio delle scienze
naturali: con Leon Battista Alberti e Leonardo da Vinci si danno i
primi passi alla ricerca del metodo sperimentale; progrediscono il
commercio e l'industria; si moltiplicano i viaggi, e Cristoforo Colombo
scopre l'America. La stampa, trovata in Germania, diviene subito
un'industria italiana. L'erudizione classica si diffonde per tutto, e
l'uso della lingua latina, che sembra, per qualche tempo, tornata la
lingua universale dei popoli civili, pone l'Italia in stretta relazione
con l'Europa, che l'accetta a guida e maestra del sapere. Si creano
la scienza politica e l'arte della guerra; la cronaca cede il luogo
alla storia civile del Guicciardini e del Machiavelli; la cultura
antica rinasce, ed il poema cavalleresco sorge in mezzo ad altre ed
altre nuove forme di componimenti letterarî. Il Brunelleschi crea
un'architettura nuova, Donatello fa risorgere la scultura, Masaccio ed
una miriade di pittori toscani ed umbri apparecchiano, collo studio
della natura, la via a Raffaello ed a Michelangelo. Il mondo sembra
rinnovarsi e ringiovanirsi, illuminato dal sole della cultura italiana.
Ma in mezzo a così grande splendore si osservano strane ed
inesplicabili contradizioni. Questo popolo tanto ricco, industrioso,
intelligente, innanzi a cui l'Europa resta come estatica d'ammirazione,
va corrompendosi rapidamente. La libertà scomparisce e sorgono
tiranni per tutto; i vincoli della famiglia sembrano indebolirsi,
e il focolare domestico profanarsi: nessuno si fida più della fede
italiana. La nazione diviene politicamente e moralmente così debole,
che non può resistere ad alcun urto di potenza straniera; il primo
esercito che passa le Alpi, percorre la Penisola senza quasi colpo
ferire, e seguono altri, che vengono con uguale facilità a lacerarla
e calpestarla. Usi a sentire ogni giorno ripetere, che l'istruzione e
la cultura costituiscono la grandezza e misurano la forza dei popoli,
siamo naturalmente indotti a domandarci: come dunque l'Italia, in mezzo
a tanto splendore di lettere e di arti, s'indebolisce, si corrompe e
decade? È facile il dire: colpa degl'italiani, che, invece d'unirsi a
difesa comune, si lacerano fra loro. Ma perchè sono essi a un tratto
divenuti così colpevoli? L'Italia del Medio Evo non era stata più
divisa e più forte ad un tempo, le vendette e le guerre civili non
erano state più cieche e più sanguinose? Nè vale il dire che essa
s'era esaurita nelle lotte e nella grandezza raggiunta nel Medio Evo.
Può dirsi veramente esaurita una nazione nel momento in cui, con la
sua intelligenza ed operosità, trasforma la faccia del mondo? Invece
d'affaticarsi a formulare giudizî e sentenze generali, val meglio
fermarsi ad osservare e descrivere i fatti. Ed il fatto principale nel
secolo XV è questo: che le istituzioni medievali avevano in Italia
prodotto una società nuova ed un progresso civile tale, che esse si
trovarono a un tratto divenute insufficienti o anche dannose. Una
radicale trasformazione e rivoluzione era quindi inevitabile. Or fu nel
momento appunto, in cui questo generale sconvolgimento sociale seguiva
nella Penisola, che gli stranieri le piombarono addosso, e le resero
impossibile l'andare innanzi.
Il Medio Evo non conosceva quell'organismo politico che noi chiamiamo
Stato, che riunisce e coordina con norme precise le forze sociali. La
società era invece divisa in feudi e sotto-feudi, in Comuni grossi
e piccoli, ed il Comune non era altro che un fascio di associazioni
minori, malamente legate insieme. Al di sopra di sì vasta ed incomposta
mole stavano il Papato e l'Impero, che sebbene, essendo spesso in
guerra fra loro, crescessero il generale scompiglio, pur costituivano
allora la informe unità del mondo civile. Tutto ciò era mutato affatto
nel secolo XV. Da un lato le grandi nazioni cominciavano a formarsi,
da un altro l'autorità dell'Impero, circoscritta in Germania, era
in Italia poco più che una memoria del passato; ed i papi, occupati
a costituire un vero e proprio principato temporale, restando pur
capi della Chiesa universale, non potevano più pretendere al dominio
politico del mondo, e cercavano perciò divenire sovrani come gli altri.
In questo stato di cose il Comune, che aveva costituito la passata
grandezza d'Italia, si trovò in una condizione sostanzialmente nuova,
che fu troppo poco esaminata dagli storici.
Esso aveva ora ottenuto la tanto sospirata indipendenza, e non doveva
contare che sulle proprie forze; nelle sue guerre coi vicini non v'era
più da sperare o temere che s'interponesse un'autorità superiore.
Era quindi necessario estendere il proprio territorio, e rendersi
più forte, specialmente se, volgendo intorno lo sguardo, si osservava
che in tutta Europa s'andavano formando i grandi Stati e le monarchie
militari. Ma la costituzione politica del Comune era tale, che ogni
estensione del suo territorio faceva sorgere pericoli nuovi e così
gravi che ne mettevano a repentaglio l'esistenza. Poteva dirsi giunta
per esso un'ora funesta, nella quale ciò che più gli era necessario,
più lo minacciava. Il Comune medievale non conosceva il governo
rappresentativo, ma solo il governo diretto de' suoi liberi cittadini,
i quali era perciò necessario ridurre ad un numero assai ristretto,
se non si voleva cadere nell'anarchia. Il diritto di cittadinanza era
quindi un privilegio concesso solo ad alcuni di coloro che abitavano
dentro la cerchia delle mura. Firenze, che era la repubblica più
democratica dell'Italia, e che nel 1494 ebbe la sua più libera
costituzione, contava allora circa 90,000 abitanti, di cui solo 3200
erano veri e proprî cittadini.[7] Neppure i Ciompi, nel loro incomposto
tumulto, avevano preteso di dare la cittadinanza a tutti. E quanto al
contado, pareva già molto l'avere abolito la servitù; a nessuno sarebbe
mai venuto in mente di chiamarlo a parte del governo.
Questo stato di cose trovava la sua sanzione non solo negli statuti,
nelle leggi e nelle consuetudini esistenti, ma nelle convinzioni
radicate e profonde degli uomini più illustri. Dante Alighieri, che
aveva preso non piccola parte alla legge tanto democratica degli
_Ordinamenti di Giustizia_, al tempo di Giano della Bella, rimpiange
nel suo poema i tempi nei quali il territorio del Comune si stendeva
solo fino a pochi passi oltre le mura, e gli abitanti delle vicine
terre di Campi, Figline e Signa non s'erano venuti a mescolare con
quelli di Firenze; perchè
Sempre la confusion delle persone
Principio fu del mal della Cittade.[8]
Ed il Petrarca, che sognava anch'egli l'antico Impero, ed era tanto
entusiasta di Cola di Rienzo, raccomandava che, nel riordinare la
repubblica romana, se ne affidasse il governo ai soli cittadini,
escludendone come stranieri gli abitanti del Lazio, ed anche gli Orsini
ed i Colonna, perchè, sebbene romani, discendevano, secondo lui, da
stranieri.[9]
Quando adunque il Comune ingrandiva il suo territorio, sottomettendo un
altro Comune, questo, anche se governato con mitezza, si trovava d'un
tratto escluso da ogni vita politica, ed i suoi principali cittadini
se ne andavano esuli e raminghi per il mondo. Vedere un Pisano, un
Pistoiese nei Consigli della repubblica fiorentina, sarebbe stato
allora come il vedere oggi un cittadino di Parigi o Berlino sedere
fra i deputati del Parlamento italiano. Si preferiva quindi cadere
sotto una monarchia, perchè in essa almeno tutti i sudditi erano nelle
medesime condizioni, ed agli ufficî pubblici poteva ogni abitante, di
qualunque provincia, partecipare. Il Guicciardini infatti osservava al
Machiavelli, quando questi immaginava una grande repubblica italiana,
che ciò sarebbe stato tutto a vantaggio d'una sola città, ed a rovina
delle altre; perchè la repubblica non concede il benefizio della
sua libertà «a altri che a' suoi cittadini proprî;» la monarchia
invece «è più comune a tutti.»[10] E non v'era spavento che potesse
uguagliare quello provato dalle repubbliche italiane, quando Venezia,
che pur governava i sudditi suoi con maggiore libertà, volgendosi
alla terraferma, sembrò aspirare al dominio della Penisola. Avrebbero
preferito non solo la monarchia, ma ancora lo straniero, che poteva
lasciar qualche locale indipendenza, cosa allora non sperabile in
Italia da una repubblica. Cosimo dei Medici, quando aiutò Francesco
Sforza a divenir signore di Milano, salvò, secondo il Guicciardini,
la libertà di tutta Italia, che sarebbe altrimenti caduta sotto
Venezia.[11] E Niccolò Machiavelli, che pur sospirava così spesso
la repubblica, in tutte le sue lettere d'ufficio, in tutte le sue
legazioni, parla sempre di Venezia come del maggior nemico che avesse
la libertà d'Italia.
Fra queste condizioni e queste convinzioni, era impossibile sperare che
il Comune potesse, formando una forte repubblica, riunire l'Italia. Si
poteva sperare in una confederazione o in una monarchia; ma la prima
supponeva già un governo centrale diverso da quello dei Comuni, nel
quale la città non fosse più lo Stato, e aveva contro di sè i papi
ed i re di Napoli. La monarchia, invece, trovava contro di sè, da un
lato l'antico amore di libertà, che aveva reso gloriosa l'Italia,
e da un altro i papi, che, messi nel centro della Penisola, troppo
deboli per poterla riunire, abbastanza forti per impedire che altri
la riunisse, di tanto in tanto chiamavano gli stranieri, i quali
venivano a sovvertire ogni cosa. Per tutte queste ragioni il Comune,
che aveva formato l'antica forza e grandezza d'Italia, sopravvisse come
a sè stesso, in presenza dei nuovi problemi sociali, che sorgevano ad
ogni piè sospinto; fra i mille pericoli, che scaturivano come dal suo
proprio seno.
Esso aveva proclamato la libertà e l'uguaglianza; era quindi naturale
che il basso popolo, il quale trovavasi escluso dal governo, dopo
avere coi ricchi mercanti combattuto e vinto il feudalismo, non
potesse rimanere contento. Nè gli abitanti del contado, che pure
erano colle armi chiamati a difendere la patria, tolleravano più di
buon animo d'essere esclusi da ogni ufficio pubblico, da ogni diritto
di cittadinanza. E quando il territorio si estendeva, e nuove città
venivano conquistate, la moltitudine degli oppressi cresceva, e le
passioni s'infiammavano, perchè la sproporzione fra il piccolo numero
dei governanti e quello sempre maggiore dei governati aumentava, ed
ogni equilibrio riusciva affatto impossibile. Un abile tiranno, che
fosse sorto allora, avrebbe trovato in suo appoggio la moltitudine
infinita degli scontenti, ai quali sarebbe apparso come un liberatore o
almeno come un vendicatore.
Se poi dalle condizioni politiche volgiamo lo sguardo alle sociali,
osserveremo una trasformazione non meno grave, nè meno pericolosa. I
Comuni del Medio Evo, chi li guarda da lontano, appariscono già come
un piccolo Stato, nel senso moderno della parola; ma erano invece
un agglomerato di mille associazioni diverse: Arti maggiori ed Arti
minori, Società delle torri, Consorterie, Leghe, ordinate tutte come
altrettante repubbliche, con le loro assemblee, statuti, tribunali,
ambasciatori. Esse erano qualche volta più forti dello stesso governo
centrale, di cui facevano le veci, quando, fra le continue rivoluzioni,
questo si trovava come momentaneamente soppresso, il che di tanto
in tanto avveniva. Si direbbe quasi che la forza del Comune fosse
tutta nelle associazioni, che lo dividevano e lo governavano. I
cittadini erano ad esse così tenacemente legati, che spesso sembravano
combattere a difesa della repubblica, solo perchè tutelava l'esistenza
dell'associazione cui essi appartenevano, ed impediva che venisse
oppressa dalle altre.
Il Medio Evo è stato perciò a giusta ragione chiamato un'età di
consorterie e di caste. Il numero e la varietà grande di esse
produssero una varietà infinita di caratteri e di passioni, ignota al
mondo antico; ma l'indipendenza dell'uomo moderno non era anche nata,
perchè l'individuo restava come assorbito nella casta, in cui e per
cui viveva. Infatti, per lunghissimo tempo la storia italiana ci tace
quasi del tutto i nomi dei politici, dei soldati, degli artisti e dei
poeti, che fondarono e difesero i Comuni; crearono le istituzioni, le
lettere, le arti. Sono Guelfi e Ghibellini, Arti maggiori e minori,
poeti vaganti, maestri comacini, sempre associazioni o partiti, non mai
individui. Le stesse grandi figure dei papi e degl'imperatori ricevono
la loro importanza, meno dal proprio carattere personale, che dal
sistema e dalla istituzione cui appartengono e che rappresentano.
Tutto ciò scomparisce rapidamente nel secolo XIV. La figura colossale
di Dante si stacca dal fondo medievale, in mezzo a cui vive ancora,
ed egli si vanta orgogliosamente d'essersi fatta parte per sè stesso.
I nomi dei poeti, dei pittori, dei capi di parte si moltiplicano
d'ora in ora, e i caratteri individuali si determinano, si disegnano
nettamente, e si separano dalla folla. Noi assistiamo ad una generale
trasformazione di tutta la società italiana, la quale, dopo avere
distrutto il feudalismo e proclamata l'uguaglianza, si trova obbligata
a decomporre le associazioni che l'avevano costituita. E ciò si
vede assai più chiaro che altrove in Firenze, dove gli _Ordinamenti
di Giustizia_ (1293) abbattono i nobili e li cacciano dal governo;
sopprimono alcune delle associazioni e rendono impossibili le
consorterie; pongono per la prima volta alla testa del Comune un
gonfaloniere.[12] La necessità di cominciare a costituire l'unità
dello Stato moderno scaturiva naturalmente dalla forma sempre più
democratica che aveva preso il Comune; questo era anzi il grande
problema che doveva risolvere l'Italia del secolo XV. Ma il periodo di
passaggio e di trasformazione era pieno di mille pericoli, perchè le
antiche istituzioni si decomponevano prima che le nuove sorgessero;
l'individuo, abbandonato a sè stesso, si trovava dominato solo
dall'interesse personale e dall'egoismo: la corruzione dei costumi
diveniva inevitabile.
La moralità del Medio Evo era fondata principalmente sugli stretti
vincoli della famiglia e della casta cui si apparteneva. Di questi
vincoli le leggi e le consuetudini erano state in mille modi gelose
custodi: mantenevano la eredità nelle famiglie; impedivano che i
matrimonî la portassero fuori del Comune; rendevano difficilissimi
quelli fra persone non solo di diverso Comune, ma di diverso partito
o consorteria. Di qui una grande comunanza d'interessi, le affezioni
tenaci e i forti sacrifizî nel seno della casta, le gelosie e spesso
gli odî, le vendette contro i vicini. A poco a poco tutto questo
scomparve per le riforme politiche, che spezzarono i vecchi legami,
per la cresciuta uguaglianza, pel continuo prevalere del diritto
romano imperiale, che rendeva la donna meno sottoposta alla tutela de'
suoi. E nel medesimo modo in cui il Comune s'era a un tratto trovato
abbandonato a sè stesso, per la cessata supremazia dell'Imperatore e
del Papa, il cittadino, sciolto da ogni vincolo, si trovò isolato e
costretto a fare assegnamento sulle sole sue forze. Esso quindi non
poteva più sentire l'antico interesse nel destino de' suoi vicini,
che non s'occupavano più di lui; il suo avvenire, il suo stato nel
mondo dipendeva unicamente dalle sue qualità individuali. Così si
vide, in un medesimo tempo, l'egoismo impadronirsi rapidamente degli
animi, e la personalità umana svolgersi sotto forme sempre più varie e
nuove. Non solo si moltiplicano ora i nomi degl'individui, e ambiziosi
capi di parte sorgono per tutto; ma le guerre intestine dei Comuni
sembrano mutarsi in guerre personali; le città si dividono secondo
i nomi dei più potenti e turbolenti; le famiglie stesse si scindono
e si lacerano, perchè gli uomini non sanno sottostare più a nessun
vincolo. I pregiudizi, le tradizioni, le virtù e i vizî del Medio Evo
scompariscono affatto, per dar luogo ad un'altra società, ad altri
uomini.
Chi osserva ora la doppia mutazione che han subita le nostre
repubbliche, s'accorge come da un lato, secondo che esse ingrandivano
il proprio territorio, divenivano internamente più deboli, e sentivano
sempre maggiore bisogno d'un governo centrale più forte e più uguale
verso tutti; e come da un altro lato, secondo che le consorterie si
scioglievano, aumentava il numero degli ambiziosi e degli audaci, i
quali non avevano altro scopo, che d'essere primi e soli a comandare.
Queste ambizioni, manifestandosi nel tempo appunto in cui il Comune
era portato naturalmente verso la forma monarchica, costituivano un
pericolo gravissimo; e così, come v'era stato un giorno nel quale si
videro in Italia sorgere per tutto i Comuni, era adesso giunta l'ora in
cui si vedevano per tutto sorgere i tiranni.
Il tiranno italiano però, con molti vizi, aveva una propria originalità
di carattere, una vera importanza storica. A lui non era necessario
discendere di nobile o potente famiglia, e neppure essere primogenito
della sua casa. Un mercante, un bastardo, un venturiero qualunque
potevano comandare un esercito, fare una rivoluzione, divenire
tiranni, se avevano l'audacia e l'arte necessarie a riuscire. Le
storie ci raccontano, a questo proposito, strane avventure, ed i
novellieri italiani, che sì fedelmente descrivono i costumi del
tempo, ridono spesso d'uomini da nulla, i quali si ponevano in mente
di farsi tiranni, come quel calzolaio che, invece di fare scarpe,
voleva, secondo narra il Sacchetti, «tor la terra a messer Ridolfo da
Camerino.»[13]
Il secolo XV fu giustamente chiamato il secolo degli avventurieri e
dei bastardi: Borso d'Este a Ferrara, Sigismondo Malatesta a Rimini,
Francesco Sforza a Milano, Ferdinando d'Aragona a Napoli, molti e molti
altri signori o principi erano bastardi. Nessuno di essi si sentiva
più legato da alcuna convenzione o tradizione; tutto dipendeva dalle
qualità personali di coloro che osavano tentare la fortuna, dagli
amici e aderenti che sapevano guadagnarsi. Costretti ad impadronirsi
del potere in mezzo a mille pericoli, contro mille emuli, si trovavano
come in uno stato di guerra continua, nel quale tutto era permesso:
nessuno scrupolo vietava la violenza, il tradimento ed il sangue. Il
male, per questi tiranni, non aveva altri limiti se non quelli imposti
dalla opportunità e dalla utilità personale; doveva essere un mezzo
adatto a conseguire il fine desiderato. Di là da questi confini era
non una colpa, ma una follìa indegna d'un uomo politico, perchè non
portava alcun vantaggio. La loro coscienza non conosceva rimorsi, la
loro ragione calcolava e misurava tutto. Ma una volta superate le
difficoltà, e riusciti nell'intento, i pericoli non cessavano per
questo. Bisognava lottare contro lo scontento fierissimo di coloro
che, per lunga consuetudine, s'erano usati a non saper vivere senza
partecipare al governo; contro le ire feroci di coloro che avevano
anch'essi aspirato alla tirannide, ed erano stati prevenuti o vinti.
Se colla forza si vinceva un tumulto popolare, i pugnali s'appuntavano
nelle tenebre da ogni lato. E le congiure erano allora più crudeli,
perchè assumevano il carattere di vendette personali; s'ordivano fra
gli amici, nella famiglia stessa: si vedevano i più stretti parenti,
anche i fratelli, contendersi il trono col ferro o col veleno. Così il
tiranno italiano poteva dirsi condannato a riconquistare ogni giorno
il suo regno; e pur di ottenere questo fine, esso credeva giustificato
ogni mezzo.
In sì misero stato di cose, non bastavano il coraggio personale, il
valor militare e una coscienza senza rimorsi; bisognava avere anche
una grande accortezza, una fine astuzia, una profonda conoscenza degli
uomini e delle cose, sopra tutto un perfetto dominio delle proprie
passioni. Bisognava studiare i fenomeni sociali come si studiano i
fenomeni della natura, non avere alcuna illusione, fondarsi solo sulla
realtà delle cose. Bisognava conoscere a fondo il proprio Stato e gli
uomini in mezzo ai quali si viveva, per poterli dominare; trovare la
nuova forma di governo; riordinare, in mezzo alle rovine del passato,
l'amministrazione, la giustizia, la polizia, le opere pubbliche, ogni
cosa. Il potere, in sostanza, si concentrò allora tutto nel tiranno,
e l'unità del nuovo Stato nacque come una creazione personale di lui.
E con lui nascevano la scienza e l'arte di governo; ma si cominciava
ancora a diffondere quella opinione, che divenne poi un errore assai
generale e funesto, che cioè le leggi e le istituzioni siano un trovato
dell'uomo politico, non già un resultato naturale della storia, dello
svolgimento sociale e civile dei popoli. Pel Medio Evo lo Stato e
la storia erano un'opera della Provvidenza, in cui nulla potevano
la ragione e la volontà dell'uomo; pel Rinascimento, invece, tutto
era opera dell'uomo, che se non riusciva, doveva dolersi prima di se
stesso, e poi della fortuna, a cui si dava allora grandissima parte nel
destino delle cose umane.
In un paese diviso e suddiviso come l'Italia, queste vicende si
moltiplicavano e ripetevano per tutto; ed è facile immaginarsi quanto
dovessero contribuire alla corruzione del paese, e in quanti modi
diversi. Sorgevano i tiranni in mezzo alle repubbliche, ai papi, ai re
di Napoli; e gelosi tutti gli uni degli altri, ricorrevano all'amicizia
dei vicini o degli stranieri, cercando indebolire o dividere i nemici.
Così le trame e gl'intrighi crescevano all'infinito; e nello stesso
tempo si formava un intreccio singolare d'interessi politici, che
moltiplicava le relazioni fra i diversi Stati; faceva sorgere in Italia
la prima idea d'un equilibrio politico; dava alla nostra diplomazia
un'attività, una intelligenza, un'accortezza meravigliose. Fu allora
un tempo in cui ogni Italiano sembrava un diplomatico nato: il
mercante, il letterato, il capitano di ventura sapevano presentarsi e
discorrere ai re ed agl'imperatori con tutta la conoscenza delle forme
convenzionali, con un acume ed una penetrazione che facevano restare
ammirati. I dispacci dei nostri ambasciatori furono uno dei più grandi
monumenti della storia e letteratura di quel tempo. Primeggiavano i
Veneziani pel senno pratico e l'osservazione dei fatti, i Fiorentini
per la eleganza del dire e l'acume con cui esaminavano, intendevano
i caratteri; ma tutti gli altri erano emuli non indegni di quelli.
L'arte del dire e dello scrivere divenne così una potenza formidabile,
acquistò una importanza nuova fra gl'italiani.
Si videro allora dei soldati di ventura, che non si movevano per
minacce, per preghiere o pietà, cedere ai versi di un erudito. Lorenzo
dei Medici, andando a Napoli, persuadeva coi suoi ragionamenti Ferrante
d'Aragona a smettere la guerra e fare alleanza con lui. Alfonso il
Magnanimo, prigioniero di Filippo Maria Visconti, quando tutti lo
credevano morto, fu invece liberato con onore, perchè, secondo il
Machiavelli, aveva saputo persuadere a quel tiranno cupo e crudele,
che gli tornava più conto avere gli Aragonesi che gli Angioini a
Napoli, concludendo: Vuoi tu piuttosto soddisfare ad un tuo appetito
che assicurarti lo Stato?[14] Nella rivoluzione promossa a Prato da
Bernardo Nardi, questi aveva, secondo lo stesso Machiavelli, già messo
il capestro al Podestà fiorentino per impiccarlo, quando si lasciò
dagli accorti ragionamenti di lui persuadere a desistere, e così nulla
più gli potè riuscire.[15] Simili fatti possono essere qualche volta
esagerati o anche inventati; ma il vederli tante volte ripetuti e
creduti, prova quali erano le idee e l'indole di quegli uomini.
Non è perciò da meravigliarsi, se anche i tiranni studiavano e
proteggevano con sì grande ardore le arti, le lettere, la cultura
sotto ogni sua forma. Non era solo un sottile accorgimento di governo,
un mezzo per deviare dalla politica l'attenzione del popolo; era una
necessità della loro condizione, un bisogno vero e reale del loro
spirito. Una nota diplomatica abilmente scritta, un discorso accorto
solevano risolvere le più gravi questioni politiche. A chi il tiranno
italiano doveva il proprio Stato, se non al suo ingegno? E come poteva
essere indifferente alle arti che lo educano e lo accrescono? Le più
felici ore di riposo dagli affari di Stato, le passava tra i libri, i
letterati e gli artisti. Il museo e la biblioteca tenevano per lui il
posto che presso molti signori feudali del settentrione, tenevano la
scuderia e la cantina; tutto ciò che poteva coltivare o ingentilire lo
spirito era un elemento necessario alla sua esistenza; nel suo palazzo
si formavano il perfetto cortigiano, la raffinatezza dei modi del
gentiluomo moderno.
V'era però un singolare contrasto negli uomini di quel tempo, un
contrasto che ci sembra spesso un enimma inesplicabile. Noi possiamo
perdonare al Medio Evo, tanto diverso da noi, le sue selvagge passioni
ed i suoi delitti, o almeno possiamo comprenderli; ma vedere degli
uomini, che discorrono e pensano come noi; che sono rapiti con la più
spontanea sincerità innanzi ad una Madonna del Beato Angelico o di Luca
della Robbia, innanzi alle aeree curve dell'architettura dell'Alberti
e del Brunelleschi; che si mostrano disgustati da ogni atto appena
grossolano, da un gesto che non sia della più perfetta eleganza;
e vederli abbandonarsi ai più atroci delitti, ai più osceni vizî;
apparecchiare il veleno per cacciar dal mondo un rivale o un parente
pericoloso, questo è quello che non comprendiamo. Era un periodo di
transizione, in cui si direbbe che le passioni ed i caratteri di due
età diverse si trovavano fra loro come innestati, per formare innanzi
ai nostri sguardi una sfinge misteriosa, che ci maraviglia e quasi ci
spaventa. Verso di essa noi siamo troppo severi, quando dimentichiamo
che un secolo non può essere giudicato colle norme e i criterî di un
altro.
Ovunque noi rivolgiamo lo sguardo, vediamo sotto forme diverse
riprodursi i medesimi fatti. La milizia del secolo XV anch'essa
non è più quella del Medio Evo, ma inizia la moderna, da cui pur
tanto differisce. Al tempo dei Comuni, le guerre s'erano fatte con
fanti leggermente armati: il mercante e l'artigiano ogni primavera
indossavano la corazza, ed uscivano fuori delle mura a combattere
i castelli baronali e le terre vicine, per poi tornare alle loro
officine. Pochissima importanza aveva la cavalleria, formata il più
dai nobili. Ma col tempo le cose mutarono affatto. Le guerre divennero
assai più complicate, e la forza degli eserciti passò nella cavalleria
pesante o, come dicevano allora, negli uomini d'arme. Ognuno di
essi era seguito da due o tre cavalieri, che portavano la sua grave
armatura, di cui egli ed il cavallo di battaglia si coprivano solo
nel momento dell'azione, perchè era così pesante, che, se con essa
cadevano a terra, non si rialzavano più senza aiuto. E questa specie di
torre corazzata spingeva innanzi una lunghissima lancia, colla quale
atterrava il fantaccino prima che esso, coll'alabarda o la spada,
potesse recare alcuna offesa. Uno squadrone di tale cavalleria bastava
a sbaragliare un esercito di fanti, fino a che la invenzione della
polvere e il perfezionamento delle armi da fuoco non vennero più tardi
a trasformar di nuovo l'arte della guerra. I Fiorentini se ne avvidero
a Montaperti (1260), quando pochi cavalieri tedeschi uniti agli esuli
ghibellini, posero in rotta il più forte esercito di fanti che si fosse
mai visto in Toscana. Ed a Campaldino (1289) i fanti, per abbattere gli
uomini d'arme, dovettero avanzarsi sotto i loro cavalli e sventrarli.
Questo nuovo modo di guerreggiare riuscì funesto alle nostre
repubbliche. L'uomo d'arme doveva educarsi con un lungo tirocinio, un
esercizio continuo; come potevano l'artigiano ed il mercante avere il
tempo da ciò? Eserciti stanziali non v'erano allora, e l'aristocrazia,
che sola poteva educarsi a vivere nelle armi, era stata nei Comuni
italiani distrutta. Che fare adunque? Si ricorse agli stranieri, e
cominciarono i soldati mercenarî.
Fuori d'Italia l'aristocrazia era sempre potentissima, e però gli
uomini che vivevano nelle armi, abbondavano: erano appunto nobili
seguìti dai loro vassalli. Ogni volta che gli Angioini ritentavano la
loro eterna impresa di Napoli, o gli Spagnuoli facevano qualche nuova
scorrerìa, restavano, dopo la guerra, soldati e drappelli sbandati,
che, vaghi d'avventure, cercavano e trovavano servizio presso i
signori o le repubbliche. I primi arrivati furono subito di richiamo
agli altri, perchè le paghe erano grosse, e lo straniero trovava più
facile preda e vittoria, per la mancanza fra noi d'uomini d'arme.
E cominciarono a formarsi le compagnie di ventura, che mettevano a
prezzo la propria spada al maggiore offerente. Esse divennero subito
minacciose, insolenti, e dettarono leggi ad amici ed a nemici. Ma
gl'Italiani più tardi s'arrolarono alla spicciolata sotto queste
bandiere, ed allettati da questo nuovo genere di vita, crebbero tanto
di numero, e così bene riuscirono, che si provarono poi a costituire
compagnie nazionali. Non mancava invero fra noi la materia per formare
capitani e soldati. Che cosa dovevano fare tutti quei capi di parte,
che erano stati vinti nei loro ambiziosi disegni da più ambiziosi
o fortunati rivali? Essi correvano là dove trovavano rizzata una
bandiera di ventura, e s'educavano alle armi, per comandare poi una
squadra o una compagnia. I più piccoli tiranni, servendo sotto un
capo di reputazione, o formando una compagnia, trovavano modo di
difendere il proprio Stato e d'ingrandirlo. Quando una repubblica era
vinta e sottomessa da un'altra, i cittadini che l'avevano governata e
poi difesa invano, emigravano qualche volta in massa, per correre il
mondo come soldati di ventura, e cercavano nell'armi quella libertà
che avevano perduta in casa. Così fecero i Pisani, quando la loro
repubblica cadde sotto i Fiorentini; così altri moltissimi. Il contado
dava buon numero di soldati; ed alcune provincie, come la Romagna, le
Marche e l'Umbria, dove il disordine era tale che gli uomini sembravano
vivere di rapine, di vendette e di brigantaggio, furono addirittura un
vivaio e mercato di capitani e soldati di ventura.
Queste compagnie non si possono dire una istituzione del Medio Evo, e
neppure una istituzione moderna. Proprie d'un periodo di transizione,
si compongono dei rottami di tutte le vecchie istituzioni, ora
distrutte o cadenti, e sono una grande calamità; ma lo spirito del
Rinascimento italiano si manifesta anche in esse, che ne ricevono e ne
determinano sempre più il carattere. Le nostre, che subito cominciarono
ad aver vittoria contro le straniere, specialmente quando Alberico da
Barbiano creò la nuova arte della guerra, presero una forma, ebbero
un carattere proprio e diverso dalle straniere. Queste, infatti,
erano comandate da un Consiglio di capi, ognuno dei quali aveva molta
autorità sopra i suoi uomini, che solevano essere, in parte almeno,
suoi vassalli, i quali all'occorrenza lo seguivano, quand'egli voleva
separarsi dagli altri. In Italia, invece, l'importanza e la forza della
compagnia dipesero affatto dal valore e dal genio militare di chi la
comandava e quasi la personificava; i soldati obbedivano alla volontà
suprema del capo, senza però essere legati a lui da alcuna fedeltà o
sottomissione personale, pronti ad abbandonarlo per un capitano più
famoso o per una paga maggiore. La guerra divenne l'opera d'una mente
direttrice, l'esercito fu unito dal nome e dal valore del capitano, la
battaglia fu come una sua creazione militare.
Così si formò la scuola d'Alberico da Barbiano, cui tennero dietro
quelle di Braccio da Montone, degli Sforza, dei Piccinini e di molti
altri, gli uni formandosi sotto la guida e disciplina degli altri.
Il capitano italiano creava la scienza e l'arte militare, come il
principe creava la scienza e l'arte di governare. Nell'uno e nell'altro
l'ingegno e la personalità si manifestavano in altissimo grado;
nell'uno e nell'altro mancava quella forza morale, che sola può dare
stabilità vera alle opere dell'uomo. Nella compagnia, più che altrove,
il capitano era sciolto da tutti i vincoli convenzionali del Medio Evo;
la sua fama e la sua potenza dipendevano unicamente dal suo valore e
dal suo ingegno. Muzio Attendolo Sforza, uno dei più temuti capitani
del suo tempo, divenuto anche gran contestabile del regno di Napoli,
aveva in origine coltivato i campi, e cominciò la sua vita militare
col custodire e condurre i cavalli. Il suo bastardo Francesco fu duca
di Milano. Il Carmagnola, che comandò i più formidabili eserciti di
Venezia, e fu signore di molte terre, era stato in origine guardiano
di vacche. Niccolò Piccinini, prima di diventare capitano famoso,
era stato ascritto all'arte dei macellai in Perugia. Nè ciò recava
la più piccola maraviglia ad alcuno. La compagnia era il campo aperto
all'attività individuale; in essa comandavano solo la forza, la fortuna
e l'ingegno; non v'erano vincoli tradizionali nè morali di sorta. La
guerra si faceva senza servire ad alcun principio, ad alcuna patria,
passando, per danari o promesse, dall'amico al nemico. L'onor militare,
la fede ai patti giurati, la fedeltà alla propria bandiera, tutto
ciò era ignoto al capitano di ventura, che avrebbe trovato puerile e
ridicolo il lasciarsi da questi ostacoli fermare nel cammino intrapreso
a costituire la propria fortuna e potenza, unico scopo alla vita.
Sotto molti aspetti la sua sorte ed il suo carattere somigliavano
a quelli del tiranno italiano. Alla testa di un'amministrazione
complicata e difficile, doveva ogni giorno pensare a raccogliere
nuovi soldati, per riempire i vuoti che facevano nelle sue file, non
tanto il ferro nemico, quanto la continua diserzione, e trovare ogni
giorno i danari, coi quali pagare, nella pace e nella guerra, i suoi
uomini. Egli era in continua relazione cogli Stati italiani, per
cercare condotte, avere danari colle minacce o colle promesse, dare
ascolto a coloro che, con maggiori offerte, volevano levarlo al nemico.
Pareva in sostanza quasi principe d'una città che si moveva di paese
in paese, il che non la rendeva di certo più facile ad amministrare o
governare; ed al pari del tiranno, viveva in continui pericoli, nella
pace non meno che nella guerra. Egli era minacciato dalle gelosie degli
altri capi di bande o compagnie; dalle ambizioni dei sottoposti, che
spesso tramavano congiure contro di lui; dalla mancanza di condotte,
che, lasciandolo senza danari, poteva sciogliere il suo esercito. La
nessuna sicurezza della sua fede teneva gli Stati che serviva sempre
in sospetto, e dal sospetto facilmente si passava alle vie di fatto,
testimonî il Carmagnola e Paolo Vitelli, improvvisamente presi e
decapitati, l'uno dai Veneziani, l'altro dai Fiorentini, alla testa dei
cui eserciti combattevano. Singolare era poi vedere questi uomini, il
più delle volte di bassa origine e senza cultura, circondati in campo
da ambasciatori, e da poeti, da eruditi, che leggevano loro Livio e
Cicerone, e nei propri versi li paragonavano sempre a Scipione, ad
Annibale, a Cesare o Alessandro. Quando conquistavano per proprio conto
una terra, o la ricevevano in cambio di servigi prestati, il che pur
seguiva qualche volta, erano addirittura capitani e principi ad un
tempo.
La guerra divenne allora per gli Stati italiani una specie di
operazione diplomatica e finanziaria: vinceva chi sapeva trovare più
danari, procurarsi più amici, meglio lusingare e pagare i capitani più
reputati, la cui fedeltà si alimentava solo con nuovi danari o nuove
speranze. Ma il vero spirito militare andò presto decadendo in questi
soldati, che avevano oggi di fronte i compagni di ieri, coi quali
potevano essere domani nuovamente uniti. Il loro scopo non era più la
vittoria, ma la preda. Più tardi le compagnie di ventura scomparvero
affatto cedendo il luogo agli eserciti stanziali, cui avevano
apparecchiato la via; ma esse lasciarono dietro di loro la memoria
di grandi calamità, durante le quali gl'Italiani dettero prova di
molto ingegno e molto coraggio; fondarono la nuova arte della guerra;
manifestarono una varietà infinita di attitudini e di qualità militari;
produssero una gran moltitudine di capitani, e pure sbandarono
indebolendo e corrompendo sempre di più.
Nelle lettere, meglio che altrove, si vede chiara la generale
trasformazione che seguiva in quel tempo. Gli storici deplorano
generalmente, e sembrano non comprendere per qual ragione gl'Italiani,
dopo avere creata una così splendida letteratura nazionale con la
_Divina Commedia_, il _Decamerone_ ed il _Canzoniere_, deviassero
dal cammino gloriosamente percorso, volgendosi alla imitazione degli
antichi, disprezzando quasi la propria lingua, e rimettendo in onore
l'uso del latino. Ma leggendo le opere di Dante, del Boccaccio, del
Petrarca, si vede subito che aprirono essi la via per cui il secolo
XV entrò. Nella _Divina Commedia_ l'antichità riceve continuamente
un posto d'onore, ed è quasi santificata da un'ammirazione senza
limiti; nel _Decamerone_ il periodo latino già trasforma e sconvolge
il periodo italiano; il Petrarca è addirittura il primo degli eruditi.
Chi poi paragona gli scrittori italiani del Trecento con quelli
che compariscono sul finire del secolo XV e sul cominciare del XVI,
s'accorge subito, che il tempo speso in questo mezzo sui classici,
non è andato perduto. Leggendo infatti, non dirò i _Fioretti di
San Francesco_ e le _Vite_ del Cavalca, ma il _De Monarchia_ ed il
_Convivio_ di Dante, anche alcuni canti della _Divina Commedia_,
noi dobbiamo come trasportarci in un altro mondo: l'autore assai di
frequente ragiona ancora al modo scolastico, non osserva e non vede il
mondo come lo vediamo noi. Se invece apriamo le opere del Guicciardini,
del Machiavelli e dei loro contemporanei, troviamo degli uomini che,
anche avendo opinioni diverse dalle nostre, pensano o ragionano come
noi. La scolastica, il misticismo, l'allegoria del Medio Evo sono
scomparsi per modo che sembra quasi se ne sia perduta la memoria. Siamo
sulla terra, in mezzo alla realtà, con uomini che non guardano il mondo
attraverso alcun velo fantastico di mistiche illusioni, ma con i propri
occhi, con la propria ragione, senza essere schiavi d'alcuna autorità.
E così vien fatto di chiedere: in che modo gli eruditi del secolo
XV, tornando verso gli antichi, poterono scoprire un mondo nuovo,
simili quasi, come fu detto, al Colombo che trovò l'America, cercando
d'arrivare alle Indie per un'altra strada?
Il Medio Evo, per ridestare nell'uomo una nuova vita dello spirito,
aveva disprezzato la vita terrena e la società civile; sottomesso
la filosofia alla teologia, lo Stato alla Chiesa. Il reale gli
sembrava utile solo come simbolo o allegorìa per esprimere l'ideale,
la Città terrena solo come un apparecchio alla Città di Dio: si
reagiva contro tutto ciò che era stata l'essenza del Paganesimo,
l'ispirazione dell'arte antica. E così lo spirito umano restò chiuso
nei sillogismi della scolastica, nelle nebbie del misticismo, nelle
fantastiche e intricate creazioni della poesia cavalleresca e delle
canzoni provenzali. Ma quando, come per uno slancio improvviso di
nuova ispirazione, in mezzo alle libertà comunali, sorsero la poesia e
la prosa italiana a descrivere gli affetti, le passioni reali e vere
dell'uomo, il mondo del Medio Evo fu condannato a perire. Le vecchie
forme, incerte e fantastiche, non resistettero più di fronte a quelle
nuove analisi così precise, a quelle immagini così splendide e chiare,
a quello stile, a quel linguaggio, in cui il pensiero trasparisce
come attraverso purissimo cristallo. Ma questa letteratura, dando un
nuovo indirizzo allo spirito umano, fece ben presto nascere anche
bisogni nuovi, che essa non poteva tutti soddisfare. Il linguaggio
poetico s'era già trovato, e s'erano avuti, in una forma ammirabile,
la novella, il sonetto, la canzone ed il poema; ma il nuovo stile
filosofico, epistolare, oratorio, storico mancavano affatto: il bisogno
di trovarli diveniva irresistibile.
Lo scrittore del Trecento somigliava perciò assai spesso ad un uomo
che, pure avendo buone gambe, si trovi in una via così piena di
ostacoli e di pericoli, che non può camminar senza aiuto: di tanto in
tanto egli s'appoggia novamente alle grucce della scolastica. Quando
lo stesso Alighieri, nella sua _Monarchia_, discute se il Papa debba
essere paragonato al sole, e l'Imperatore alla luna; se il fatto di
Samuele che depose Saul, e l'offerta dei re Magi a Cristo bambino
possano provare la dipendenza dell'Impero dalla Chiesa, chi non vede
che egli ha ancora un piede nel Medio Evo? Leggendo la _Cronica_ di
Giovanni Villani, troviamo non solo uno scrittore molto chiaro, ma un
osservatore acutissimo, cui nulla sfugge; un uomo pratico del mondo
e degli affari. Tutto egli vede e registra: battaglie, rivoluzioni
politiche e sociali, forme di governo, nuovi edifizî, quadri, opere
letterarie, industria, commercio, tasse, entrate ed uscite della
Repubblica, perchè egli comprende che di tutto ciò si compone la
società umana, e che da ciò risulta la potenza e la prosperità degli
Stati. Ma egli ci dà ancora come storie le più favolose e fantastiche
leggende sull'origine di Firenze. E neppure una volta sola gli riesce
di trovare la logica unità della narrazione storica, che connette i
vari avvenimenti, e ne rende visibile il legame; il suo lavoro non
esce perciò mai dai modesti confini della cronica. Ogni volta che lo
scrittore del Trecento scrive di filosofia o di politica, ogni volta
che compone una orazione o una lettera, egli è condannato a tornare fra
quelle pastoie, che poco prima sembrava avere spezzate per sempre.
Bisognava dunque allargare lo stile; diffondere la lingua; renderla
più universale, più duttile; trovare le nuove forme letterarie, che
ancora mancavano ed erano divenute necessarie. Ma questo bisogno
cominciava a sentirsi nel momento stesso in cui ogni giovanile e
vigoroso incremento delle forze nazionali veniva contrastato dalle
complicazioni politiche e sociali, che abbiamo più sopra accennate.
Cominciava perciò a mancare quella forza creatrice che già aveva dato
origine alla nostra letteratura, e sola poteva portarla al suo naturale
compimento, facendole trovare le altre forme che essa cercava. Se non
che, queste forme non sono mutabili a capriccio, sono determinate dalle
leggi stesse del pensiero e della natura, ed erano state trovate la
prima volta dai Greci e dai Romani, negli scritti dei quali serbano
in eterno tutto il vigore, lo splendore e la originalità, che le
opere dell'arte raggiungono solo nel momento della prima creazione.
Il ritorno al passato si presentava quindi come un progresso naturale,
necessario, e la grande relazione della cultura latina con la italiana
lo faceva sembrare come un ritemprarsi alle prime sorgenti, un ritorno
all'antica grandezza nazionale. I Greci ed i Latini presentavano
inoltre agl'Italiani una letteratura ispirata alla natura ed alla
realtà, guidata dalla ragione, non sottoposta ad alcuna autorità, non
circondata da nessun velo allegorico, da nessun misticismo: imitarla
era quindi un liberarsi affatto dal Medio Evo. E così tutto spingeva
ora verso il mondo antico. La pittura e la scultura vi trovavano
lo studio perfezionato delle forme umane, un disegno insuperabile;
l'architettura vi trovava una costruzione più solida e meglio
pieghevole ai varî bisogni della vita sociale; l'uomo di lettere, quel
magistero di stile, di cui andava in cerca; il filosofo, l'indipendenza
della ragione e l'osservazione della natura; il politico trovava
nel concetto di Roma antica quella unità dello Stato, che non solo
la scienza, ma la società stessa cercavano allora come un loro fine
necessario. La imitazione dei Greci e dei Romani divenne perciò come
una manìa, che s'impadronì rapidamente di tutti gli animi: i tiranni
vollero imitare Cesare ed Augusto; i repubblicani, Bruto; i capitani
di ventura, Scipione ed Annibale; i filosofi, Aristotele e Platone; i
letterati, Virgilio e Cicerone; perfino i nomi stessi delle persone e
dei paesi si mutarono in greci e romani.
Il Medio Evo conosceva certo molti degli antichi scrittori; per alcuni
di essi ebbe anzi come un ossequio religioso. Ma la sua erudizione,
salvo alcune eccezioni, era ben diversa da quel rinascimento che
cominciava ora. Essa restringevasi ad un piccolo numero di scrittori
latini, dei più recenti, i quali, meno lontani dalle idee cristiane,
e vissuti sotto l'Impero, che sembrava dominare ancora la società
umana, essere anzi immutabile ed immortale, erano quasi letti come
scrittori contemporanei, e le loro opere venivano forzate, piegate a
sostenere i concetti stessi del Cristianesimo. Virgilio profetizzava la
venuta di Cristo; l'etica di Cicerone doveva essere identica a quella
del Vangelo; ed Aristotele, conosciuto solo nelle traduzioni latine,
alterato dai comentatori, era costretto a sostenere l'immortalità e
spiritualità dell'anima, cui non aveva creduto. Ben diversi erano
i desideri e i gusti del secolo XV. Esso non voleva trasformare
in cristiano il mondo pagano; voleva anzi tornare a questo, che lo
riconduceva dalla Città di Dio a quella degli uomini, dal cielo alla
terra. Non gli bastava perciò la conoscenza di pochi scrittori più
recenti; li voleva leggere tutti, ed i più lontani con più ardore,
perchè obbligavano ad uno sforzo maggiore della mente, e facevano
fare un più lungo viaggio intellettuale. Si cercarono, quindi, si
disseppellirono ed illustrarono gli antichi codici, gli antichi
monumenti con una febbrile attività, di cui non v'è altro esempio
nella storia. Sembrava che gl'Italiani volessero non solo imitare il
mondo antico, ma evocarlo dalla tomba, farlo rivivere, perchè in esso
sentivano di ritrovare sè stessi, entrando come in una seconda vita:
era un vero e proprio rinascimento. E non s'accorgevano punto che le
loro imitazioni e riproduzioni venivano animate da uno spirito nuovo,
che si andava svolgendo, dapprima invisibile e nascosto, per liberarsi
poi a un tratto dalla sua crisalide, uscendo alla luce in una forma
nazionale e moderna.
Così l'erudizione fu il mezzo con cui gl'Italiani seppero liberare sè
stessi e l'Europa dalle pastoie del Medio Evo, non interrompendo, ma
continuando e compiendo, sotto diversa forma, l'opera iniziata dagli
scrittori del Trecento. Ma le nuove opere letterarie ed artistiche
non furono il risultato d'una giovane e vigorosa ispirazione, sorta in
una società come quella in cui visse Dante, piena d'ardore e di fede,
tra forti caratteri e fiere passioni. Formate in un tempo, nel quale
continuava una febbrile attività della mente, ma si spegnevano le più
nobili aspirazioni del cuore umano, risentirono le conseguenze di un
tale stato di cose. Si riescì mirabilmente in tutti quei generi nei
quali la natura visibile, lo studio esteriore dell'uomo e delle sue
azioni hanno parte principale. Le arti belle, plastiche sempre di loro
natura, perderono l'epica grandezza di Giotto e dell'Orcagna, quella
ispirazione religiosa che tanto si ammira nelle antiche cattedrali
cristiane; ma, assimilando le forme classiche, che modificarono
inconsapevolmente, s'ispirarono al genio greco, imitarono la natura,
e la riprodussero nelle loro nuove e spontanee creazioni, circondate
d'un velo etereo, con colori che hanno uno smalto, una freschezza, una
fragranza inarrivabili. È un'arte che, innestando le forme cristiane
e pagane, acquista una spontaneità e verginità nuova; resta una gloria
immortale del secolo e dell'Italia, la manifestazione più compiuta del
Rinascimento, da cui riceve ed a cui comunica il proprio carattere.
La poesia fu del pari inarrivabile nelle descrizioni e riproduzioni
del vero, che apparisce chiaro e preciso anche in mezzo alle più
fantastiche creazioni del poema cavalleresco ed eroicomico. La scienza
politica, che esamina le azioni umane nel loro valore obbiettivo
ed esteriore, nelle loro pratiche conseguenze, quasi astraendo dal
carattere morale che acquistano nella coscienza dell'uomo, e dalle
intenzioni con cui vengono compiute, non solo fiorì del pari, ma fu la
creazione più originale nella letteratura dei secoli XV e XVI.
Si lavorò con energia irrefrenabile; si cercarono e si trovarono tutte
le forme letterarie; si ottenne una grande verità e facilità nella
prosa e nella poesia; si crearono il linguaggio e lo stile oratorio,
diplomatico, storico, filosofico; ma svaniva il sentimento religioso;
s'infiacchiva il senso morale, ed il culto della forma cresceva
spesso a scapito della sostanza, difetto che rimase per molti secoli
nella letteratura italiana. Nel vedere questa prodigiosa attività
intellettuale, che sotto mille forme diverse si riproduce sempre più
ricca e più splendida, eppur sempre accompagnata da una sociale e
morale decadenza, lo storico che studia quei tempi, resta sgomento,
sentendosi come in presenza di una misteriosa contradizione, che
fa presagire futuri guai. Quando il male che travaglia internamente
questo popolo, verrà alla superficie, una catastrofe sarà inevitabile.
Il lento e continuo avanzarsi di essa, in mezzo a tanto progresso
intellettuale, è appunto la storia del Rinascimento. Per meglio
comprenderla bisogna esaminare le cose anche più da vicino.