All’insegna del Piccione.
Oh! belli gl’ippocastani del bastione sul finire d’aprile! Sono puliti
e baldanzosi come i fanciulli quando hanno indosso la vesticciola
nuova. Che bel verde allegro! e come luccicano al sole le nuove foglie
che l’altro dì erano gemme! e che susurrìo gentile se l’alito del vento
le accarrezza! Sono le prime ciancie dalla stagione, e sono ciancie
discrete. Oh! belli gl’ippocastani del bastione sul finire d’aprile! La
polvere del viale non è ancora giunta lassù ad appannarne la nitidezza,
i ragni campagnuoli non hanno avuto tempo di tendere i fili fra ramo e
ramo, nè i bruchi di accartocciarne le foglie; sono ippocastani nuovi,
sono nati or ora così vestiti!
E Grazietta batteva le mani, e cogli occhi, e col riso e colla vocetta
squillante faceva festa allo splendido mattino, che annunziava una
giornata splendida.
Agnese e Corrado sorridevano, e la tonda Valentina, la quale
s’ingegnava di mettere il passo in cadenza con quello della fanciulla,
doveva ogni tanto fare un salto, che richiamava in mente l’ultimo balzo
pigro d’una palla elastica.
L’umore giocondo era nell’aria — lo si respirava senza fatica.
Grazietta era guarita, ed ora si andava tutti insieme a scampagnare.
Uscir dalle porte, percorrere un chilometro a piedi prima di fermare
una carrozza che passi per caso, farsi portare al paesello vicino,
non sapere dove, quando e come si farà la colazione ed il desinare, e
vagare pei sentieri lungo i canali ombreggiati dalle acacie — queste
sono felicità che non si descrivono.
«La troveremo poi la carrozza? domandò la mamma Valentina, che
cominciava ad avere il fiato breve.
— Ma!... rispose Corrado.
E rise.
— E se non trovassimo poi la carrozza? ripetè poco dopo la buona
signora.
— Che piacere se non la trovassimo! disse storditamente Grazietta.
Ma la carrozza si trovò, alla svolta d’un viale, ferma all’ombra, con
due cavalli che scalpitavano impazienti ed un cocchiere sonnecchiante a
cassetta — pareva proprio messa lì da una fata.
Dentro tutti, e via di corsa fino al paesello.
All’insegna del Piccione troverete _buon vino e buon ristoro_; ve lo
dice un piccione embrionale, che penzola da un’asta irruginita, con una
scritta fra le zampe.
L’insegna non è bugiarda; solo che, credendo di parlare unicamente ai
borghigiani, sottintende che il _buon ristoro_ si trova alla domenica.
Quel giorno era lunedì!
Sopra una faccia tutta beatitudine mettete un risolino che sia una
luminaria — avrete la faccia dell’oste ed il suo risolino furbo, mentre
egli dava le notizie sconsolanti.
— Dunque? disse Agnese ridendo.
— Dunque? ripetè la signora Valentina senza ridere.
— Dunque, lor signori sanno bene, cioè non sanno.... devono sapere che
il lunedì è il giorno disgraziato; a farlo apposta non si può scegliere
peggio — perchè alla domenica i miei avventori fanno _repulisti_, come
si dice....
E fece seguire alla sua dotta espressione un poderoso soffio sulla
palma della mano. Con un commento simile, il latino diventa la lingua
più viva e più facile dell’universo.
— Vediamo le bricciole, disse Corrado senza sgominarsi.
— Ecco, disse l’oste (e gli si leggeva sulla faccia la compiacenza d’un
filodrammatico, che faccia la sua prima parte in commedia) un po’ di
prosciutto l’hanno lasciato, un po’ di formaggio anche.... il vino ci
è.... pere e mele ci sono.... basta?... A lor signori non basta....
cercando bene troverò forse delle braciole, non più di quattro però....
e posso mandare a raccogliere i piselli primaticci — ah! dimenticavo un
paio di agoni marinati ed un pasticcio di Strasburgo.... e poi se non
basta, possiamo torcere il collo ad un cappone....
— No, disse Grazietta, non torciamo il collo a nessuno; basta così; non
è vero che basta così?
— Signorina, si consoli, il cappone è morto ieri, ha fatto una morte
placida.... e non può avere sepoltura più gentile.
E per non guastare con ciancie inutili il suo complimento, l’oste si
volse solennemente a dare gli ordini ad un cuoco e ad uno sguattero di
bucato, tanto erano bianchi e puliti da capo a piedi.
La signora Valentina aveva piantato gli occhi addosso a Corrado,
e veniva dicendo alla muta: «Ho capito, ho capito!» Finalmente
non resistette più e lo disse forte: «Ho capito, signorino!» E il
signorino, che prima sorrideva, uscì a ridere forte.
Grazietta intanto aveva attraversato la cucina, si era spinta fino in
giardino, ed era tornata saltellando a spingere lo sguardo sull’unica
via del paesello, dove l’insolito spettacolo d’una carrozza a due
cavalli e di quattro signori della città, faceva accostare, colle mani
sui fianchi e facendo le sbadate, le comari del vicinato.
Nei primi momenti d’una giornata di piacere entra forse la dolcezza
di tutte le ore liete, che verranno poi. Ogni cosa per Grazietta era
festa.
«La sente signor Corrado, diceva, la sente la brezzolina? — che fruscio
per le acacie delle siepi!... senta!...
«Guardi! guardi! il piccione dell’insegna pare voglia spiccare il
volo.... Ascolti.... peccato, non lo fa più.... Ah! ecco.... lo fa
ancora.... sono gli anelli della catena che stridono.... non par
proprio il pigolio del piccione? Dica di sì per farmi piacere.
— Sicuro, pare il pigolio del piccione.
Ridevano.
Sulla parete che guardava la campagna, nel vano di una finestra finta,
era disegnato un orologio solare colla leggenda: _Stat sol, hora
fugit_.
«Che cosa vuol dire? domandò Grazietta.
— Che il sole rimane, ma fuggono le ore.
— Sono le nove! disse la fanciulla; che piacere! abbiamo tutta la
giornata per noi!
E attraversò la cucina, il giardino, e aperto l’uscio fatto di sterpi,
si slanciò nel praticello come una farfalla.
L’erba folta era ancora umida di rugiada, dove batteva l’ombra dei
gelsi, che facevano cornice all’ampio verde dorato dal sole.
Non si poteva giuocare nè sedersi; bisognò andare a spasso, lungo il
canale, pel sentieruolo stretto, ad uno ad uno, Grazietta innanzi a
tutti, la signora Valentina in coda.
Gli uccelli cantavano nel fitto delle macchie, poi a un tratto
tacevano, udendo i passi e le ciancie, e rimasti zitti un istante ad
ascoltare, fuggivano con un volo basso per nascondersi meglio.
— Che uccello è? domandava Grazietta senza fermarsi.
— Non so, ripeteva Agnese.
— È un tordo, entrava a dire la signora Valentina.
— E cantava: «buon giorno Grazietta.» Non è vero?
— È vero.
— No, che non è vero, perchè se n’è fuggito.
— Ha avuto paura di me, disse Corrado.
— E quei due che passano in alto, e gridano con quella voce rauca?
— Sono ghiandaie....
— Ci hanno visti, s’innalzano di più, gridano per farsi coraggio....
sono marito e moglie?
— Sicuro, e abitano in quella quercia laggiù al primo piano; al pian
terreno sta un picchio verde.... lo vedi appeso al tronco?
— Sì.... sì, lo vedo! È lui che batte col becco? e perchè batte se la
porta di casa è aperta?
— Sicuro, perchè batte? perchè suo padre e suo nonno facevano così.
Ridevano.
Poi ad un tratto Grazietta si arrestava, facendo cenno di star zitti,
per spiare i voli brevi e splendenti d’un martin-pescatore, che
rasentava le acque del canale, o per udire il fischio d’un merlo, che
pareva un richiamo umano.
Corrado ed Agnese sentivano a poco a poco dissolversi il gelo che li
faceva parer freddi al paragone della fanciulla; quel verde immenso
dei campi, quell’azzurro senza macchia, quel contrasto di ombre
nere e di riflessi d’oro, quei canti, quei voli, quella pace, tutta
insomma l’eterna giovinezza della natura vergine e madre ogni anno,
si rifletteva pei loro occhi nel loro cuore. Ascoltavano le parole di
Grazietta come una musica nuova; sedotti dal fascino dell’esempio,
facevano gara anch’essi d’essere i primi a cogliere una nota od un
colore di quella infinita armonia, di quella immensa tavolozza.
Non avevano fatto quattro passi, e già erano le dieci; bisognò tornare
indietro ed affrettare per giungere in tempo.
— Il cuoco ha ordine di portare in tavola le braciole alle 10 e mezza
in punto — disse Corrado — si tratta ora di giungere a tavola prima
delle braciole.... coraggio mamma Valentina.
— È inutile correre, rispose la buona donna, è inutile farsi ingrossare
la milza.... Abbiamo impiegato trentacinque minuti a venir fin qua,
fermandoci ad ascoltare i merli ed a guardare i martin-pescatori; non
ci fermiamo più, ma andiamo dello stesso passo, arriveremo in tempo.
— Se le braciole si raffreddano, le metto sulla sua coscienza, disse
Corrado.
— Non si raffredderanno, non si raffredderanno.
E il sole rimane, e fuggono le ore.
— Ha ragione la meridiana! disse Grazietta dopo colazione: è mezzodì!
È curioso, qui non si sente un orologio, nè una campana.... ah! eccone
una! che vocina modesta!
— Perchè sa di non seccare il prossimo, scappò detto alla mamma
Valentina, ma si tappò subito la bocca ed andò a sedere all’ombra dei
gelsi, nel prato.
— Che si fa ora? entrò a dire Grazietta ridendo; giochiamo a correre od
a nasconderci?
— Giochiamo, rispose Corrado.
— Sì, giochiamo a nasconderci, soggiunse Agnese; ma dove nasconderci?
— Ci sono tante siepi — disse Grazietta — mi nascondo io, lor signori
mi cercano e chi mi trova mi dà la penitenza; poi ti nasconderai tu,
poi lei.
E dette queste parole, pigliò la corsa; nell’atto di passare dietro la
siepe, si voltò a dire «non guardi, signor Corrado!» e sparve.
Alcuni istanti dopo si udì un grido di segnale; Agnese e Corrado, che
erano rimasti immobili senza dir parola, si guardarono alla sfuggita e
si avviarono per opposte vie.
Fu Corrado che trovò Grazietta.
— La penitenza, egli disse ridendo ma con un tremito nella voce.
— Sì, sì, rispose la fanciulla.
— Mi dia un bacio....
Sopravvenne Agnese.
— Le perdono, disse Corrado, sforzandosi ancora a ridere.
— Che penitenza ti perdona? domandò Agnese.
— Un bacio, rispose Grazietta; ma io non voglio perdoni.... si faccia
piccino che glielo dia.
Corrado presentò la fronte, e ricevette dalle labbra verginali quel
bacio innocente. Agnese aveva sulle labbra un sorriso da sfinge.
— Ora a te, Agnese.
— No, a lei, signor conte.
— Sì, a lei e si nasconda bene....
Il signor conte si era nascosto bene, si teneva sicuro di far disperare
Grazietta — quando a un tratto, vedendo un’ombra dietro la siepe,
sollevò il capo con un riso, che subito si spense — gli stava dinanzi
Agnese.
Provò ancora a ridere, ma sentiva un impaccio singolare che non sapeva
spiegarsi; uscì dal suo nascondiglio e disse:
— La penitenza?
— Per penitenza, rispose Agnese, parlerete a Grazietta di quel pittore
che la vuole in moglie.
— Quando?
— Oggi — dovevate parlargliene l’altro giorno, non l’avete fatto — e
quel bravo giovine s’impazienta. Grazietta, a una vostra parola seria
non risponderà con uno scherzo, come sarebbe capace. La farete la
penitenza?
— La farò.
Non giocarono più a nascondersi.
Il desinare però fu lieto; Corrado si credeva in obbligo di tener
allegra la piccola brigata, e riusciva a stordir sè stesso. A un certo
punto disse a Grazietta, che gli stava dirimpetto: «Prima d’andarmene
devo parlarle d’una cosa seria; me lo ricordi, se mai m’uscisse di
mente....»
— Una cosa seria! disse Grazietta posando la forchetta sul piatto e
fissando gli occhioni stupiti in volto a Corrado.
— Una cosa allegra! corresse costui, vuotando il bicchiere d’un fiato.
E il sole rimane, e fuggono le ore — ha sempre ragione la meridiana.
«Vedete come a poco a poco gli alberi, le erbe, il cielo, ogni cosa si
scolorisce, come si allungano le ombre!.... L’allegria sta per finire,
cogliamo dei fiori; il prato è un mosaico. Ma perchè sono quasi tutti
fiori gialli o bianchi? Perchè non ce ne sono dei rossi come in estate?
E la fanciulla, così dicendo, si curvò sull’erba, e tirando su la
veste, ne fece un’ampia tasca che cominciò a colmare. Agnese, obbedendo
ad un istinto fanciullesco, tirò su la veste come la sorella, e fece
altrettanto, e Corrado, senza saper perchè, lasciata dilungare un
tratto Agnese, si curvò anch’egli a raccogliere i fiori del prato. La
signora Valentina, unica spettatrice di quell’egloga, seduta sull’erba
e col dorso appoggiato ad un gelso, lottò alcuni istanti col sonno,
finalmente disse di sì e s’abbandonò con un sorriso di beatitudine
nelle braccia del tentatore.
La raccolta dei fiori, cominciata sbadatamente, divenne una gara.
— Ne hai molti? chiedeva Grazietta senza voltarsi.
— Sì, tanti.
— Ne avrò più io.
— Ne avrò più io! disse Corrado togliendosi il cappello e cacciandovi
entro la sua manata di fiori.
Fiori gialli, bianchi e rosei, tutta la ricchezza d’aprile; mancavano
le pervinche. A un tratto Grazietta ne vide una dietro la siepe e fece
il giro per coglierla; Agnese e Corrado, che erano accorsi frettolosi,
si trovarono un istante da soli — si guardarono, avevano le guancie
accese, provarono ancora quell’impaccio bizzarro di prima. Non dissero
parola; Agnese abbandonò i lembi della veste, e Corrado vuotò il suo
cappello; i fiori caddero ai loro piedi; cadde con essi la momentanea
illusione.
Ma tornò Grazietta, e vista la disgrazia toccata ai suoi rivali, li
aiutò generosamente a raccogliere il bottino....
E le ore fuggono, e il sole.... Anche la meridiana è bugiarda; il sole
se ne va, se n’è andato, lasciandosi dietro nell’ultimo orizzonte come
un tremolìo di raggi d’oro e di fuoco. Laggiù veleggiano alcune nuvole
come navi incendiate; il rimanente del cielo è purissimo.
— Signor conte, me la dice ora la sua cosa seria?
Il conte si guardò intorno, come se cercasse uno scampo, poi balbettò:
— Ci è un uomo, un brav’uomo (non diceva un bravo giovine) che le vuol
bene, che si propone di fare la sua felicità....
— Questo è il preambolo?
— No, è tutto.... mi pare.
— Se non ci è altro, lo sapevo; e so anche di chi parla?
— Ah! l’ha visto dunque?
— Lo vedo; è lei, signor conte. Chi ci è di bravi uomini che mi voglia
bene, se non lei? E non la debbo a lei la mia felicità?
— È vero, disse Corrado; non ne parliamo più.
Il ritorno in città fu mesto; Grazietta soltanto era capace di sentir
la gioia passata, essa sola sapeva dire allegramente: «come siamo stati
allegri!»
— Domani è l’ultimo del mese, disse Corrado quando fu alla porta di
casa di Agnese.
— Diggià! rispose costei — ma v’ingannate, ne abbiamo solo 29.... Avete
ragione, aprile non ha che trenta giorni.
— E la mia petizione?
— Quale?.... Ah! sì....
— Mi risponderete in aprile?
— No, in maggio.
Il conte Germinati esalò un sospiro troppo lungo — poi strinse la mano
della bella, e s’allontanò a passo rapido e disinvolto.
Alla prima cantonata rallentò l’andatura.
«Ho passeggiato lungo i canali, ho ascoltato il richiamo d’un merlo,
ho visto due ghiandaie, un picchio appeso al tronco di una quercia,
due martin-pescatori fatti d’oro e di topazio — come sono stato
felice!....»
E proseguiva:
«Ho giocato a nascondermi, ed ho raccolto i fiori del prato.... mi sono
fatto fare un bacio da Grazietta.... come sono stato felice!»
Il vecchio Antonio gli venne incontro colla sua buona faccia ridente,
ma rallegrata più ancora da una compiacenza piena di malizia e di
mistero.
Sulla tavola del salotto faceva pompa di sè un enorme mazzo di viole;
vedendo la sorpresa che il dì dell’onomastico del suo tiranno aveva
prodotto un semplice mazzolino, centuplicando le dimensioni del mazzo,
Antonio aveva immaginato di centuplicare le dimensioni della sorpresa.
Invece Corrado stette come istupidito a contemplare.
— Chi ha messo questi fiori qui?
— Io.
— E chi li ha portati?
Bisognava pur rispondere.
— Io!
— E perchè?
— Perchè oggi.... non si ricorda? perchè oggi ha compito gli anni....
— Ah!
— Sicuramente.... proprio oggi li ha compiti i quarantuno!
— Quarantuno!
— Già; è nato nell’anno 18....; faccia il conto.
— È vero, sono quarantuno; grazie, Antonio, grazie.
E strinse la mano al vecchio, il quale se ne andò ripetendo fra sè e
sè: «Ottimo ragazzo, ottimo ragazzo!»