Il signor conte di buon umore.
Quando Antonio venne a bussare all’uscio due colpi discreti, e ad
avvertire che il desinare del signor conte era servito, da un buon
quarto d’ora il signor conte andava su e giù per la camera inseguendo
un’idea importuna che non gli riusciva d’afferrare.
«Vengo,» disse, e continuò a fare altri due giri, crollò il capo ed
uscì.
A tavola fu di facile contentatura; la minestra era eccellente, il
pollo cotto a puntino, i piselli primaticci squisiti, il valpolicella
delizioso. Antonio, stando impalato dinanzi alla credenza per ricevere
i piatti caldi dalla cucina e servirli al padrone, si affacciava ogni
tanto allo sportello per ringraziare il cuoco con un sorriso o con
una parola sommessa d’incoraggiamento. Quel desinare fu l’ideale dei
desinari, incominciato e finito colla regolarità d’un orologio, senza
un intoppo, senza un ritardo, senza una smorfia, e con appetito. Alle
frutta Corrado divenne verboso; volle che Antonio bevesse con lui, e
Antonio stette sul diniego una volta, due, poi accettò per obbedienza,
non senza prima aver chiuso lo sportello perchè gli occhi curiosi del
cuoco, fatto ardito dal suo trionfo caldo caldo, non fossero testimoni
di una dimestichezza fatale alla disciplina. Davvero il valpolicella
era delizioso, aveva sette anni a dir poco, era entrato nell’età del
giudizio, e perciò doveva tanto più facilmente farlo perdere alla
gente.
Strana cosa! il vecchio servitore fece questa osservazione senza
chiederne il permesso, dopo aver vuotato il suo bicchiere d’un fiato,
secondo stabiliva il rispetto.
— Bevi, vecchio mio, disse Corrado versandogli altro vino nel
bicchiere, bevi....
— Oh!... oh!... grazie.... basta! basta!...
— Bevi, insistè il padrone, oggi non è un giorno come gli altri per
me....
— Si vede....
— No, non si vede.
— Cioè non si vede veramente.... ma si capisce....
— Nemmeno....
— Nemmeno....
— Bevi, Antonio, bevi, e poi sappimi dire che cosa capisci nel
mio volto.... Come credi che abbia occupato il mio tempo prima di
desinare?... Non lo indovini? Lo credo io!... A piangere.
— Che!
— Proprio; tu dirai: «Alla sua età!»
— Non dico questo....
— Lo pensi, non lo negare.
Prima di rispondere, Antonio vuotò il bicchiere per farsi forza:
— Non lo nego, poichè me l’ordina; ma se non me l’ordinasse, lo
negherei, sissignore lo negherei.... Alla sua età io era un ragazzo....
e non piangevo. Alla sua età.... Vediamo, che età è la sua?... Lei è
nato....
— Lascia stare; non importa; hai ragione tu, sono un ragazzo, ed ho
pianto perchè ero troppo felice.... Sicuro.... le grandi gioie hanno
bisogno di lagrime; quando ho letto questa idea la prima volta, l’ho
creduta una corbelleria.... ora mi pare un articolo di fede.
— Scusi, ma è un articolo bugiardo, si affrettò a dire Antonio; mi
lasci dire, è un articolo bugiardo; io mi ricordo quando mi furono
appiccicati, dinanzi alla compagnia, i galloni di caporale.... nel
campo.... in faccia ad una batteria.... era una gran gioia, le pare?...
Ma non ho pianto.... e che figura avrei fatto a piangere?
Corrado rise forte, si alzò da tavola e battè sull’omero del vecchio....
«Hai ragione,» gli disse.
«Ha torto, disse quando fu solo; non ho io morsicato il guanciale, non
ho bagnato una pezzuola di lagrime, e non sono forse straordinariamente
felice? Dunque ha torto. Sì, le grandi gioie hanno bisogno di lagrime.
Vi è qualche cosa che fa nodo qui, qualche cosa che si scioglie qua,
così nei dolori come nel piacere, quando soverchiano la fibra; la
natura si comporta allo stesso modo.... deve essere così.... è così
certo.
Corrado parlava forte, come ad un invisibile interlocutore, ed alle
parole aggiungeva il gesto.
Finalmente si fermò dinanzi allo specchio, e levando in alto l’indice:
«Corrado! Corrado!» disse; poi rise, poi si fè serio, ed aggiunse con
una singolare gravità d’accento: «Il valpolicella proprio quando si
deve supporre che abbia fatto giudizio, lo fa perdere agli altri.»
Si tolse di botto la veste da camera, indossò altri abiti, e fuggì di
casa come uno scolaro.
«Glie l’ho fatta, disse scendendo le scale; ora Antonio va nella mia
camera per portarmi il caffè, non mi trova, domanda a quel melenso di
Proto se mi ha visto.... non mi ha visto.... gliel’ho fatta.»
«Ah!» esclamò forte, giunto sulla via, e siccome qualcuno si voltava,
proseguì abbassando la voce:
«La tua buona azione ce l’hai, nessuno te la toglie, ora puoi ridere
delle tue ubbie; peccato che non nevichi per beffarti anche della
nevicata! Hai avuto il capriccio di un’opera santa, non ti manca più
nulla; spero bene, Corrado mio, che in avvenire farai senno e non
seccherai gli amici e non sbadiglierai baciando un calice colmo di
sciampagna od una guancia tinta.... Bella sera! a quest’ora Grazietta
guarda le stelle dalla finestra o fa la lezione al suo canarino.
Lasciamo Grazietta; che fa a quest’ora la vezzosa Agnese?... perchè è
proprio vezzosa Agnese; ha due labbra, che sembrano di corallo, e due
guancie fresche e morbide come velluto.... non se le tinge.... me ne
sarei accorto baciandola.... e non si sarebbe fatta rossa.... Perchè
si è fatta rossa?... basta, è proprio bella Agnese.... Lasciamo stare
Agnese.... Al Circolo ci saranno tutti: Filiberto, Domenico, Felice; è
un pezzetto che non mi vedono; mi assedieranno di _che_, di _come_....
mi par di sentirli.... ed io muto come una sfinge, beffardo come una
maschera. Aniceto è capace di dirmi che a lui l’essere stato otto
giorni senza lasciarmi vedere sembra la cosa più naturale del mondo,
perchè, avendo perduto il _cor_, devo essere diventato _rado_.... Ne è
capace; ha avuto una settimana per pensarci....
Due passanti, vedendo un uomo elegante che borbottava fra sè e sè, lo
guardarono fisso; Corrado ammutolì affrettando il passo; un momento
dopo ripigliò:
«Sì, sono contento, sono felice; ho fatto una cosa che nessuno dei
miei amici ha saputo fare, una cosa che a me stesso non era mai
riuscita prima d’ora.... È bello poter dire: «siamo scioperati alla
superficie, sotto siamo filantropi;» è bello pensare che mentre
beviamo lo sciampagna, qualcuno ci benedice.... sì, è bello. Non
bisogna però dirlo a Filiberto ed a Felicino; essi sono nell’età in cui
dinanzi al bicchiere colmo un po’ di cinismo fa buona figura, portano
seco l’avvenire, lo scialacquano.... ma è una miniera. Noi siamo i
viaggiatori svaligiati, e ci tocca far le spese del buon umore se non
vogliamo farci scorgere.... Oggi sono in vena, li farò ridere.... li ho
seccati tanto l’altra volta!...
Giunse al Circolo, si guardò in uno specchio dell’anticamera,
ed attraversò le note sale; l’ultima, dove la comitiva soleva
raccogliersi, era ancora deserta. Aveva preparato le parole, il
contegno, e non si aspettava questo contrasto; aspettò; pareva fatto
apposta, nessuno veniva. Corrado contò coll’occhio gli scacchi del
tappeto dalla sua poltroncina fino alla parete: _tredici_.... tenne
gli occhi fissi nella parete, il pensiero nel numero. Un orologio, che
prima era stato zitto, ora incominciava a battere i secondi, ed il suo
accento monotono pareva nel silenzio acquistar forza sempre nuova;
da lontano giungeva ogni tanto il rumore delle palle del bigliardo.
Suonarono le 8; Corrado rialzò il capo, tese l’orecchio.... nessuno.
Passò un’altra mezz’ora, poi si udì nella vicina sala un rumore di
voci. Il conte fu in piedi d’un balzo.
«Finalmente!» disse. Ma Aniceto e Filiberto si erano arrestati dinanzi
all’uscio e sembravano discutere.... E Corrado, mutando improvvisamente
proposito, si guardò intorno, aprì un usciolino in fondo alla camera e
scese le scale. Sulla via respirò libero.
«Meglio così, disse, non ero in vena di ciancie. Non so che m’abbia
oggi, qualche cosa mi manca, ci è un vuoto qua dentro.... E poi bisogna
pur rispondere a chi domanda: «che hai fatto in questi giorni? — Mi
sono fatto una nuova innamorata!» così bisogna rispondere.... E dove la
piglio io l’innamorata?...
Corrado dirigeva i passi verso la via Solferino: giunto al numero 9,
quasi quasi infilava il portone sbadatamente. Si fermò in tempo, e
facendosi addosso al muro dirimpetto, guardò alle finestre illuminate
del secondo piano.
«Rapirla a quel vecchio avaro non deve essere difficile; io non sono
vecchio..., nè avaro!»
Se ne andò a passo lento; alla svolta della via, fermandosi, diede un
ultimo sguardo alle finestre e disse come in risposta ad una domanda
segreta:
«Agnese è più seducente, più leggiadra, più bella.... sì, più bella!»