IX.

Scena di commedia.

La bella creatura si fece innanzi senza staccar gli occhi dal

visitatore ignoto; aveva il volto composto a quel seriume bizzarro,

che accompagna la curiosità quando è così intensa da far dimenticare la

dissimulazione; protendeva lievemente il corpo, stringeva le labbra.

Fra i dieci propositi, che balenarono in mente a Corrado, ce n’era uno

savio troppo: balbettare quattro parole per iscusarsi dell’equivoco,

volger le spalle e darsi alla fuga. Ma Corrado non aveva mai avuto

paura di una bella donna.

Radunò tutti gli elementi di cui si componeva la sua moribonda fatuità

di zerbinotto, fece un inchino e rialzò il capo con disinvoltura,

lasciando balenare sulla faccia un sorriso che chiedeva perdono.

La signora Agnese era e non era disposta a perdonare, secondo i

casi; lo diceva l’atto con cui sedette ed additò all’incognito una

poltroncina.

Era questione di scioltezza e d’audacia, non bisognava incepparsi in

una frase, nè prolungare il silenzio — pena il ridicolo. — Corrado non

aveva la scelta, sapeva di far la parte d’un adoratore appigliatosi ad

un partito eroico per dichiarare la sua fiamma, parte bizzarra d’una

commediola piena di attrattive, perchè era proprio bella la signora

Agnese.

— Non domando scusa, diss’egli arditamente; una colpa come la mia non

conosce pentimento, non si accontenta di perdono.

— Che colpa è la vostra? domandò Agnese.

— Quella di essere qui, di guardarvi, di resistere al vostro sguardo,

di dirvi che siete bella, che....

— E che mi amate?.... È una volgarità; me la dicono tutti.

Pronunziando queste parole, la leggiadra creatura incrociava uno

sguardo intento con uno petulante di Corrado, il quale, senza chinar

gli occhi, ribattè:

— Mi fate dire ciò che ancora non ho detto.

E siccome Agnese faceva una smorfietta, proseguì:

— Nossignora, io non ho detto d’amarvi; se vi amassi anche, non lo

direi.... È una volgarità.... ve la dicono tutti. Siete bella, tanto

bella, tanto bella!.... Ecco.

Agnese, sebbene avezza ad altro linguaggio, non pareva stupita.

Sorrise. Le belle donne hanno sorrisi che disarmano i più destri nella

scherma della galanteria; ma nulla può far ammutolire un commediante

che abbia studiato la parte.

Corrado proseguì imperterrito:

— Siete bella, e ve lo ripetono tutti; è ciò che ho detto a me stesso;

ci vivo anch’io nel mondo, ed ecco me pure a dirvi che siete bella. Non

sono pazzo, rassicuratevi, e nemmeno troppo savio.

— Lo credo, disse Agnese ridendo.

— Non vi ho dunque offesa?

— Vi pare? Di che? È un modo di presentarsi come un altro, cioè un modo

che non assomiglia a nessun altro.... mi piace. Sono lieta di far la

vostra conoscenza. E vi chiamate?

— Conte Germinati, scapolo, l’età che dimostro.

Agnese gettò indietro i capelli con un lieve movimento del capo e rise

forte.

— Trentadue anni dunque?

— Speravo d’essere più giovane.

— Trentadue anni non sono troppi....

— Specialmente quando se n’ha di più. Volete dir questo?

— Appunto; sono troppi venticinque quando non se n’ha che ventidue.

— A voi ne davo venti.

— Grazie, signor conte.

— Non mi chiamate signor conte, gli amici e le amiche mi chiamano

Corrado.

Certo quella parola _amiche_ veniva una settimana, un giorno od un

quarto d’ora troppo presto; l’audacia fin qui fortunata aveva messo

il piede in fallo. Paradosso dinamico: in faccia ad una bella donna,

e un po’ in faccia a tutte le tentazioni della vita, quando si cessa

d’andare innanzi, si retrocede. A Corrado parve densa di soverchio la

nube che abbuiò la fronte alabastrina della signora Agnese. E pensava

al rimedio, quando la bella, fissandogli in volto quel suo sguardo

insistente di prima, e lasciando cader le parole ad una ad una col

sussiego d’un’annoiata, disse:

«Per farvi ricevere avete nominato Grazietta.... La conoscete voi....

Grazietta?

Ricondotto al pensiero dell’altra, Corrado esitò a rispondere, e

vedendosi guardato fisso, levò gli occhi al soffitto, dandosi l’aria di

pensare. Poi disse:

— Di Graziette ne ho conosciute; ma confesso che ho pronunziato il

primo nome venutomi sulle labbra, tanto per rompere la consegna e farvi

annunziare la mia visita.... il primo passo per farmi ricevere.

Agnese pareva sbadata; era sceso un riccio di capelli ad accarezzarle

la guancia, ed essa lasciava fare; poi lo ricacciò indietro con un

moto brusco, il volto color di rosa apparve un istante circondato da un

tremolìo d’oro — le tornò il sorriso.

— È curioso, disse; Grazietta era una mia amica.

— Davvero?

— Davvero.... non la conoscete proprio? Una bruna matronale, adorabile,

come dicono i suoi adoratori.... un po’ fatua, capricciosa.... come

un idolo..., ma bella.... vanta il suo codazzo d’innamorati, una

processione, a crederle.... ha il fascino, dice lei.... nessuno le

resiste.

A Corrado, cui il nome di Grazietta aveva ricondotto innanzi il suo

fantasma prediletto, ogni parola d’Agnese pareva gliene portasse via

un pezzo; prima se n’andarono i capelli, la carnagione, la statura, poi

l’indole, poi i modi — all’ultima parola non ne rimaneva più nulla. Vi

sopravviveva il dispetto di sapere il nome di lei portato da un’altra.

— Ditelo su, aggiunse Agnese con un vezzo leggiadro, le brune non vi

piacciono.... questa galanteria mi appartiene, la voglio.

— Non mi piacciono le matrone fatue, non mi piacciono gli idoli enormi

e vuoti.

— Non conoscete Grazietta — vi piacerebbe.... Ma giusto, come fate a

conoscer me, se non v’ho mai visto?

Corrado non esitò dinanzi ad una piccola menzogna.

— Sono uno della folla, ve l’ho detto; quando si è belle come voi

non si è padrone di attraversar la via o d’affacciarsi alla finestra

senza trovar l’ammirazione appostata alla svolta d’una cantonata od al

balcone dirimpetto. Vedete in me uno dei tanti che hanno commentato

il roseo delle vostre guancie, il passo affrettato o lento, l’ora,

il luogo delle vostre passeggiate, il taglio e la stoffa della vostra

veste.... uno dei tanti che avete tentato senza volerlo.

Assolutamente Agnese pareva sbadata, e quando Corrado, avvedendosi di

ciò, non trovò più parole, ella disse come parlando a sè stessa:

«È singolare!»

E sorrise a fior di labbro.

— Che cosa? domandò Corrado.

— Quello che dite.

Corrado cominciava a non saper più che dire; la distrazione

inesplicabile della signora Agnese minacciava di prolungarsi,

accrescendo le difficoltà sceniche della sua parte. Balbettò

ancora qualche moncherino di frase, e non ricevendo in risposta che

moncherini di parole, ammutolì anch’egli, e stette a guardare la bella

languidamente negli occhi. Quell’adorazione scherzosa fu più fortunata,

strappò uno scoppio di risa alla donna leggiadra.

«Scusate, disse, ho un pensiero importuno per il capo, ve ne siete

accorto, non lo nascondo — ma vi ascoltavo, ho inteso tutto; mi trovate

bella, mi avete vista dal balcone dirimpetto, cioè no alla svolta della

cantonata, vi piacque il taglio della mia veste, vi ho tentato senza

volerlo.... non avete resistito alla tentazione, ed eccovi. Non ho

perduto nulla, come vedete.... E quando vi siete arrestato stavate per

dire.... che cosa stavate per dire?

— Non avevo più nulla a dire; temevo di sembrarvi impertinente....

Suonarono le quattro ad una pendola.

Agnese volse in giro uno sguardo un poco turbato. Corrado fu in

piedi d’un balzo; bisognava farsi perdonare l’ardimento non riuscendo

importuno; era questo il significato palese del suo atto; il vero è

ch’egli non vedeva l’ora di trovarsi solo, all’aperto, di troncare

quella commedia.

— Mi permettete di venire a ringraziarvi della cortesia con cui mi

avete accolto?

— Oh! sì, sì, ve lo permetto; tanto trovereste ben modo di far di meno

del mio permesso....

Agnese, ridendo, metteva in mostra i dentini uguali, stretti, lucenti;

gli occhi lampeggiavano, le anella dei capelli d’oro mandavano

scintille; il bel volto era una luminaria.

Corrado non rispose, strinse fra le sue una manina delicata, salutò ed

uscì a ritroso.

Non provò egli sul limitare di quel salotto un rimorso, un desiderio?

Se pure lo provò, era già in anticamera, la cameriera lo aiutava ad

infilare il pastrano — non era più tempo.

Nel mentre si volgeva di qua, di là, cercando l’uscio d’ingresso, e la

fanciulla con un risolino singolare gli diceva: «da questa parte,» udì

il tintinnio del campanello proprio sul suo capo.

Aperto l’uscio, apparve una giovinetta vestita a bruno. Corrado non

seppe trattenere un atto di stupore.

Quella giovinetta mostrava un volto bianco come neve, sotto un vivo

rossore, due occhi grandi, sbigottiti, color del cielo, due labbruzzi

gentili, un’espressione tra titubante e sorridente, leggiadrissima — e

sul visino da madonna un cumulo di capelli del più bel biondo.

Era lei! Era lei!

Corrado si trasse in disparte per lasciarla passare, e Grazietta passò,

senza dir parola, levando un istante gli occhi e chinandoli tosto,

con impaccio vezzoso, attraversò la stanza, battè due colpi all’uscio

dirimpetto, scomparve.

E Corrado che, accompagnando coll’occhio la sua visione, si distraeva

orribilmente, si ravvide, sorrise alla cameriera, pose il piede fuor

della soglia.

L’uscio gli si richiuse alle spalle.

Capelli biondi · 第 15 / 57 题