Scena di commedia.
La bella creatura si fece innanzi senza staccar gli occhi dal
visitatore ignoto; aveva il volto composto a quel seriume bizzarro,
che accompagna la curiosità quando è così intensa da far dimenticare la
dissimulazione; protendeva lievemente il corpo, stringeva le labbra.
Fra i dieci propositi, che balenarono in mente a Corrado, ce n’era uno
savio troppo: balbettare quattro parole per iscusarsi dell’equivoco,
volger le spalle e darsi alla fuga. Ma Corrado non aveva mai avuto
paura di una bella donna.
Radunò tutti gli elementi di cui si componeva la sua moribonda fatuità
di zerbinotto, fece un inchino e rialzò il capo con disinvoltura,
lasciando balenare sulla faccia un sorriso che chiedeva perdono.
La signora Agnese era e non era disposta a perdonare, secondo i
casi; lo diceva l’atto con cui sedette ed additò all’incognito una
poltroncina.
Era questione di scioltezza e d’audacia, non bisognava incepparsi in
una frase, nè prolungare il silenzio — pena il ridicolo. — Corrado non
aveva la scelta, sapeva di far la parte d’un adoratore appigliatosi ad
un partito eroico per dichiarare la sua fiamma, parte bizzarra d’una
commediola piena di attrattive, perchè era proprio bella la signora
Agnese.
— Non domando scusa, diss’egli arditamente; una colpa come la mia non
conosce pentimento, non si accontenta di perdono.
— Che colpa è la vostra? domandò Agnese.
— Quella di essere qui, di guardarvi, di resistere al vostro sguardo,
di dirvi che siete bella, che....
— E che mi amate?.... È una volgarità; me la dicono tutti.
Pronunziando queste parole, la leggiadra creatura incrociava uno
sguardo intento con uno petulante di Corrado, il quale, senza chinar
gli occhi, ribattè:
— Mi fate dire ciò che ancora non ho detto.
E siccome Agnese faceva una smorfietta, proseguì:
— Nossignora, io non ho detto d’amarvi; se vi amassi anche, non lo
direi.... È una volgarità.... ve la dicono tutti. Siete bella, tanto
bella, tanto bella!.... Ecco.
Agnese, sebbene avezza ad altro linguaggio, non pareva stupita.
Sorrise. Le belle donne hanno sorrisi che disarmano i più destri nella
scherma della galanteria; ma nulla può far ammutolire un commediante
che abbia studiato la parte.
Corrado proseguì imperterrito:
— Siete bella, e ve lo ripetono tutti; è ciò che ho detto a me stesso;
ci vivo anch’io nel mondo, ed ecco me pure a dirvi che siete bella. Non
sono pazzo, rassicuratevi, e nemmeno troppo savio.
— Lo credo, disse Agnese ridendo.
— Non vi ho dunque offesa?
— Vi pare? Di che? È un modo di presentarsi come un altro, cioè un modo
che non assomiglia a nessun altro.... mi piace. Sono lieta di far la
vostra conoscenza. E vi chiamate?
— Conte Germinati, scapolo, l’età che dimostro.
Agnese gettò indietro i capelli con un lieve movimento del capo e rise
forte.
— Trentadue anni dunque?
— Speravo d’essere più giovane.
— Trentadue anni non sono troppi....
— Specialmente quando se n’ha di più. Volete dir questo?
— Appunto; sono troppi venticinque quando non se n’ha che ventidue.
— A voi ne davo venti.
— Grazie, signor conte.
— Non mi chiamate signor conte, gli amici e le amiche mi chiamano
Corrado.
Certo quella parola _amiche_ veniva una settimana, un giorno od un
quarto d’ora troppo presto; l’audacia fin qui fortunata aveva messo
il piede in fallo. Paradosso dinamico: in faccia ad una bella donna,
e un po’ in faccia a tutte le tentazioni della vita, quando si cessa
d’andare innanzi, si retrocede. A Corrado parve densa di soverchio la
nube che abbuiò la fronte alabastrina della signora Agnese. E pensava
al rimedio, quando la bella, fissandogli in volto quel suo sguardo
insistente di prima, e lasciando cader le parole ad una ad una col
sussiego d’un’annoiata, disse:
«Per farvi ricevere avete nominato Grazietta.... La conoscete voi....
Grazietta?
Ricondotto al pensiero dell’altra, Corrado esitò a rispondere, e
vedendosi guardato fisso, levò gli occhi al soffitto, dandosi l’aria di
pensare. Poi disse:
— Di Graziette ne ho conosciute; ma confesso che ho pronunziato il
primo nome venutomi sulle labbra, tanto per rompere la consegna e farvi
annunziare la mia visita.... il primo passo per farmi ricevere.
Agnese pareva sbadata; era sceso un riccio di capelli ad accarezzarle
la guancia, ed essa lasciava fare; poi lo ricacciò indietro con un
moto brusco, il volto color di rosa apparve un istante circondato da un
tremolìo d’oro — le tornò il sorriso.
— È curioso, disse; Grazietta era una mia amica.
— Davvero?
— Davvero.... non la conoscete proprio? Una bruna matronale, adorabile,
come dicono i suoi adoratori.... un po’ fatua, capricciosa.... come
un idolo..., ma bella.... vanta il suo codazzo d’innamorati, una
processione, a crederle.... ha il fascino, dice lei.... nessuno le
resiste.
A Corrado, cui il nome di Grazietta aveva ricondotto innanzi il suo
fantasma prediletto, ogni parola d’Agnese pareva gliene portasse via
un pezzo; prima se n’andarono i capelli, la carnagione, la statura, poi
l’indole, poi i modi — all’ultima parola non ne rimaneva più nulla. Vi
sopravviveva il dispetto di sapere il nome di lei portato da un’altra.
— Ditelo su, aggiunse Agnese con un vezzo leggiadro, le brune non vi
piacciono.... questa galanteria mi appartiene, la voglio.
— Non mi piacciono le matrone fatue, non mi piacciono gli idoli enormi
e vuoti.
— Non conoscete Grazietta — vi piacerebbe.... Ma giusto, come fate a
conoscer me, se non v’ho mai visto?
Corrado non esitò dinanzi ad una piccola menzogna.
— Sono uno della folla, ve l’ho detto; quando si è belle come voi
non si è padrone di attraversar la via o d’affacciarsi alla finestra
senza trovar l’ammirazione appostata alla svolta d’una cantonata od al
balcone dirimpetto. Vedete in me uno dei tanti che hanno commentato
il roseo delle vostre guancie, il passo affrettato o lento, l’ora,
il luogo delle vostre passeggiate, il taglio e la stoffa della vostra
veste.... uno dei tanti che avete tentato senza volerlo.
Assolutamente Agnese pareva sbadata, e quando Corrado, avvedendosi di
ciò, non trovò più parole, ella disse come parlando a sè stessa:
«È singolare!»
E sorrise a fior di labbro.
— Che cosa? domandò Corrado.
— Quello che dite.
Corrado cominciava a non saper più che dire; la distrazione
inesplicabile della signora Agnese minacciava di prolungarsi,
accrescendo le difficoltà sceniche della sua parte. Balbettò
ancora qualche moncherino di frase, e non ricevendo in risposta che
moncherini di parole, ammutolì anch’egli, e stette a guardare la bella
languidamente negli occhi. Quell’adorazione scherzosa fu più fortunata,
strappò uno scoppio di risa alla donna leggiadra.
«Scusate, disse, ho un pensiero importuno per il capo, ve ne siete
accorto, non lo nascondo — ma vi ascoltavo, ho inteso tutto; mi trovate
bella, mi avete vista dal balcone dirimpetto, cioè no alla svolta della
cantonata, vi piacque il taglio della mia veste, vi ho tentato senza
volerlo.... non avete resistito alla tentazione, ed eccovi. Non ho
perduto nulla, come vedete.... E quando vi siete arrestato stavate per
dire.... che cosa stavate per dire?
— Non avevo più nulla a dire; temevo di sembrarvi impertinente....
Suonarono le quattro ad una pendola.
Agnese volse in giro uno sguardo un poco turbato. Corrado fu in
piedi d’un balzo; bisognava farsi perdonare l’ardimento non riuscendo
importuno; era questo il significato palese del suo atto; il vero è
ch’egli non vedeva l’ora di trovarsi solo, all’aperto, di troncare
quella commedia.
— Mi permettete di venire a ringraziarvi della cortesia con cui mi
avete accolto?
— Oh! sì, sì, ve lo permetto; tanto trovereste ben modo di far di meno
del mio permesso....
Agnese, ridendo, metteva in mostra i dentini uguali, stretti, lucenti;
gli occhi lampeggiavano, le anella dei capelli d’oro mandavano
scintille; il bel volto era una luminaria.
Corrado non rispose, strinse fra le sue una manina delicata, salutò ed
uscì a ritroso.
Non provò egli sul limitare di quel salotto un rimorso, un desiderio?
Se pure lo provò, era già in anticamera, la cameriera lo aiutava ad
infilare il pastrano — non era più tempo.
Nel mentre si volgeva di qua, di là, cercando l’uscio d’ingresso, e la
fanciulla con un risolino singolare gli diceva: «da questa parte,» udì
il tintinnio del campanello proprio sul suo capo.
Aperto l’uscio, apparve una giovinetta vestita a bruno. Corrado non
seppe trattenere un atto di stupore.
Quella giovinetta mostrava un volto bianco come neve, sotto un vivo
rossore, due occhi grandi, sbigottiti, color del cielo, due labbruzzi
gentili, un’espressione tra titubante e sorridente, leggiadrissima — e
sul visino da madonna un cumulo di capelli del più bel biondo.
Era lei! Era lei!
Corrado si trasse in disparte per lasciarla passare, e Grazietta passò,
senza dir parola, levando un istante gli occhi e chinandoli tosto,
con impaccio vezzoso, attraversò la stanza, battè due colpi all’uscio
dirimpetto, scomparve.
E Corrado che, accompagnando coll’occhio la sua visione, si distraeva
orribilmente, si ravvide, sorrise alla cameriera, pose il piede fuor
della soglia.
L’uscio gli si richiuse alle spalle.