Milano — Tipografia Sociale — S. Radegonda, 6.
_Quando queste pagine, che ora raccolgo in volume, si presentavano
al pubblico nelle appendici d’un giornale, Caio, mio buon amico, mi
scriveva: «questa volta si dirà che hai voluto far del realismo» e mi
consigliava.... indovinate?... una prefazione!_
_Io risposi a Caio che mi bastava la coscienza di aver fatto questa
volta niente di più o di meno delle altre: «avuta, cioè, un’idea,
essermi ingegnato di esporla accettando i personaggi acconci a darle
un po’ d’evidenza, accettando le scene necessarie a far muovere i
personaggi, accettando i colori indispensabili al vero.»._
_Risposi a Caio: «la parola_ realismo _non mi spaventa... anche perchè
non la comprendo, ed ho visto con vera consolazione che coloro i quali
più l’hanno in bocca essi pure non sanno bene che significhi._
_Risposi a Caio: «un’arte sola esiste, quella che cerca di unire il
bello al vero, ed ha braccia più larghe della misericordia di Dio
che dicono sterminata (qualche volta non parrebbe proprio, vedendo
la confusione che lascia nei cervelli degli umani); nell’amplesso di
quest’arte ci sta l’idealismo, forma esso pure del vero, chè l’uomo è
per lo meno metà matematico, metà sognatore; ci sta la scuola dell’arte
utile, ci sta quella dell’arte per l’arte, ci stanno il sentimento, la
poesia, la satira, in una parola l’uomo intero; solo l’affettazione,
l’esagerazione, il partito preso di trovar tutto bello o tutto brutto,
di cercar sempre l’ottimo o di cercar sempre il pessimo, solo questo
non ci sta»._
_Risposi a Caio che le prefazioni le avevo in orrore tutte quante, che
non ne volevo fare per nissun conto._
_E l’ho fatta._