[1571.]
I. — Si saranno taluni per avventura maravigliati che le nostre armate
sul principio della Lega dopo vinte tante difficoltà per unirle
a Candia, e sì duri travagli superati a voler che approdassero in
Cipro, siansi finalmente ritirate dalla guerra senza battaglie e dal
soccorso senza profitto: derise dai nemici, di danni afflitte, dalle
discordie lacerate, e percosse dalle tempeste. Io qui non ripeterò
la dimostrazione delle cause che gittaronle a rompere in siffatti
frangenti, perchè già ne ho detto avanti. Ciò non pertanto bisognandomi
ancora per molto tempo fra le angustie dei medesimi scogli navigare,
devo sin dal principio far cauti i lettori a lasciar da parte ogni
maraviglia se pure in questo libro (in fronte al quale sta scritto
il gran nome di Lepanto) vedranno le cose dell’armata cristiana
procedere al modo stesso con che furono principiate. Agúzzino essi
l’ingegno per discernere il vero, sebbene occulto, carattere di queste
alleanze: donde altrettanto grande comparisce la paura che avevano i
Cristiani dei Turchi, quanto la rivalità che nutrivano tra loro: più
nocevole, perchè più celata. Nel vero, concorrenti a Cipro, giammai non
combatterono col Turco; ma vicendevolmente sempre contesero: ed alleati
a Lepanto, tanto si osteggiarono tra loro per un anno che furono al
punto d’azzuffarsi insieme; ed un giorno solo di battaglia ebbero col
nemico. Pur sarebbe bastato quel dì a mutar la faccia semibarbarica
dell’Europa, se avessero almen dopo il trionfo potuto quietare. Ma non
ostante la comune necessità, e l’universal desiderio, la lega giurata
e la mediazione di un santo, non arrivarono mai ad esser concordi. Anzi
ingelosirono più nella vittoria: e finirono a quella dissoluzione che,
copertamente causata dagli uni, e non potuta a niun patto cessare dagli
altri, fece perder tutto il frutto che poteva sperarsi allora allora
dalla grande giornata. Indi pure si può comprendere quanto tra loro si
nimicavano. Ma di mezzo a siffatto contrasto più bella e più gloriosa
rilevasi l’intramessa del Pontefice e de’ suoi capitani, ai quali la
posterità farà ragione dei beneficî ricevuti: e gli storici romani
levandosi all’altezza di così degno argomento, troppo travisato dalle
altrui passioni, potranno una volta con la penna rimetterlo in chiaro,
come i loro maggiori lo posero con la virtù.
Aveva il santo Padre, sin da quando il Turco assaltò primamente Cipro,
deliberato di condurre i principi maggiori della Cristianità ad una
lega per la difesa comune del Cristianesimo, alla quale esso stesso si
offrì avanti a tutti per zelo di religione, subito i Veneziani se gli
accostarono per bisogno di aiuti, appresso il re di Spagna si lasciò
trarre per contentarnelo,[104] e finalmente gli altri principi lo
udirono per iscusarsene. Ma tra gli Spagnuoli e i Veneziani, sebbene
dovesse riuscire difficilissimo il concludere e il mantenere la lega,
non fu gran fatto malagevole, sotto la mediazione del Papa, cominciarne
le pratiche: talchè invitati ad aprire in Roma le conferenze, vennero
le commissioni di pieno potere da Venezia all’ambasciadore ordinario
Michele Soriano, cui poscia fu aggiunto Giovanni Soranzo; e da Madrid
egualmente all’ambasciadore don Giovanni di Zuñiga, e ai due cardinali
spagnoli Antonio Perrenotto di Granuela, e Francesco Pacheco: con
i quali il Papa deputò da sua parte sette cardinali, che furono
Giovanni Morone, Michele Bonelli, Giovanni Aldobrandini, Carlo Grassi,
Pierdonato Cesi, Girolamo Rusticucci e Prospero Santacroce, oltre al
cardinal Giampaolo Chiesa surrogato alla morte del Grassi; uomini tutti
di valore e di giudizio eccellenti per negozio così grande.
Il Pontefice riconosciutili tutti, gli ebbe a sè il primo di luglio
del mille cinquecensettanta: e con parole gravi e piene di saviezza
parlò loro delle cose occorrenti, ed esortolli a concludere prestamente
quell’alleanza dalla quale ciascuno doveva ripromettersi la difesa e
della Cristianità e degli Stati loro contro la potenza del Turco, che
minacciava a parte a parte opprimerli tutti.[105] E avendo i deputati
risposto con parole onoratissime, mostrando pronta volontà ad ogni suo
consiglio e piacimento, si ristrinsero insieme a negoziare presso il
cardinal Bonelli. Gli arcani colloqui degli ambasciatori sono in gran
parte pubblicati per le stampe,[106] nè io intendo fermarmici troppo:
ma solo darne un cenno per tenermi alle ragioni dell’argomento mio; e
farmi strada a metter fuori per la prima volta alcune notizie che molta
luce spargono e più particolari aggiungono in questa negoziazione, per
ciò che v’ebbe a fare Marcantonio Colonna.
Sin dal primo giorno i ministri spagnuoli con gran sicumèra e con
sospettosa alterigia presero a mandar le cose per le lunghe, ed a
trattar co’ Veneziani piuttosto da superiori che da compagni. Venisse
l’ambasciator Soriano in mezzo a far le petizioni; e lasciasse loro il
carico di rispondere, e di mandare i partiti a Madrid per ricavarne
dal Re risposte e ordini più precisi secondo le speciali risoluzioni
che si avessero a prendere.[107] Michele però cui pareva indegna quella
parte obbligata di domande e risposte, come tra maestri e discepoli si
costuma nelle scuole, soggiugneva: non aver egli altra cosa a chiedere
che non avessela già prima di lui domandata il Papa. E rivolto ai sette
cardinali dal medesimo Papa deputati, pregavali che, secondo la mente
di Sua Santità, ripigliati i capitoli dell’altra lega tra Paolo III,
Carlo V e la Signoria nel millecinquecento trentasette, quelli medesimi
proponessero nel settanta: e coll’istessa prestezza, fin dalla prima
congregazione, li pubblicassero come lega conclusa; affinchè il mondo
si quietasse nella pronta risoluzione, e gli alleati si ordinassero
ad eseguirla. Allora il cardinal Granuela, prese a dimostrare che i
capitoli del trentasette si dovevano correggere: e che tanti anni fa
si era potuto in un giorno concludere, ma non si potrebbe ora, per
non essere i deputati delle due parti egualmente convenuti nei punti
principali. Poscia passò a considerare quanto tempo avrebbero per
discutere riposatamente i nuovi capitoli: stantechè per quell’anno le
forze della Repubblica, del Re e del Papa unite a Candia già bastavano
alla difensiva; e che prima di mettersi alla offensiva nell’anno
seguente, si poteva con ogni comodità trattarne il modo, e convenire
insieme nelle debite forme. Al qual discorso il Soriano, che vedeva
quanto pericolo da quelle comodità del Granuela venisse a Venezia di
consumarsi nel mezzo tempo coi Turchi e con gli Spagnuoli, replicava:
non essere nè giusto nè utile aspettar gli anni e struggersi intanto
nella guerra senza alcun beneficio; che il nemico non aspettava di
assaltar Cipro l’anno venturo, ma già aveva invaso l’isola, e in
quei giorni combattevane la capitale: doversi pigliar subitamente
l’offensiva ora e sempre; perchè il miglior modo di difendersi è quello
di offendere l’inimico, e di farlo impotente a nuocere; e di togliergli
quanto più si può delle cose da lui usurpate, donde è sua forza: dovere
i Cristiani con gli acquisti presenti a danno del Turco compensarsi
delle perdite passate. Scendendo poscia ai particolari; dimostrava
non esservi forse mai stata occasione tanto bella di offenderlo come
allora, quando l’armata sua trovavasi in fondo al mare di Cipro,
e restavano tutte le isole e città marittime dell’imperio ottomano
sguarnite, e senza speranza di soccorso: preda certa a chi di presente
volesse assaltarle.
Le risposte del Soriano riferite al Papa tanto gli piacquero che
da quelle prese occasione di rinnovare ai signori ambasciadori più
caldi ufficî, perchè sollecitassero la conclusione dell’alleanza:
e mandò loro il dì seguente, che erano li tre di luglio, una bozza
di capitoli, secondo che a lui coll’intervento di uomini periti era
parso conveniente di fare.[108] Sopra il quale fondamento si sarebbe
in poco tempo potuto costruire un edificio di buona lega, e togliere
le difficoltà del domandare e del rispondere, dell’offensiva e della
difensiva, ed ogni altra maniera ostacoli, se non ci fosse entrato il
disegno che gli Spagnuoli avevano di pigliar tempo, contro il volere
del Papa e de’ Veneziani. E dall’insieme apparisce che non era a pena
risoluto un dubbio se non quando ne nascevano due: talchè per molti
mesi bisognò che i deputati di buona o mala voglia si acconciassero a
disputar sottilmente se la lega esser dovesse a perpetuità o a tempo,
e se in questo caso bastasse il termine di dieci o dodici anni; se
dichiararsi sol contro il gran Turco o contro tutti gl’infedeli, o
almeno pur contro i Barbareschi; se imporre la pena delle censure
ecclesiastiche contro a chi la romperebbe; se chiamare alla lega
i Persiani, quantunque seguaci di Maometto; se concludere senza
l’imperador dei Romani, e senza gli altri principi cristiani ad uno
ad uno nominati; se togliere o mantenere la neutralità dei Ragusei:
quante le forze comuni dei collegati, che per ciascuno, come ripartir
le spese, quando concedere le tratte, a chi le conquiste, qual porzione
delle prede, cui dare il generalato di mare, e quello di terra, e
la successione ad ambedue in loro difetto: cose tutte che insieme a
molte altre furono con grande arte diplomatica tramestate e ribattute
per ogni verso. Ma principalmente i due punti dell’offensiva e delle
censure; sui quali soprammodo insistevano gli Spagnuoli. Volevano
costoro che la lega si dichiarasse soltanto difensiva dal sultano di
Costantinopoli, offensiva contro i Barbareschi: e che fosse scomunicato
dalla Chiesa chi rompendola si pacificasse con loro. Ma i Veneziani,
sostenuti dal Papa, vinsero il partito che l’alleanza mirasse sin dal
principio a guerra offensiva contro il gran Turco e suoi dipendenti:
e quanto al secondo, contentandosene il Papa, non vollero mai sentire
parola di censure. E quantunque dicessero che la fosse indegnità e
capitolo inutile e non mai praticato tra i principi, i quali non si
legano nè si guardano da fallire come i privati per paura delle pene,
ma per amore della virtù; ciò non pertanto vedevano e dissimulavano
che si potrebbe con siffatto capitolo di scomunica straccarli tanto
(come poi successe) da farveli cadere: e allora, tra lo sbigottimento
pubblico e lo scroscio del fulmine, tirare a Madrid tutto il loro
dominio di Terraferma. Queste pratiche pertanto durarono sei mesi
dell’anno settanta, e i due primi mesi del settantuno; con tal
contenzione che più volte i Veneziani furono al punto di rompere ogni
pratica, e più volte gli Spagnoli dissero conclusa ogni cosa, sebbene
non ne fosse deliberatamente fermata alcuna.[109] Senza conclusione e
senza rottura si andava per le lunghe: e quantunque i ministri del Re
avessero messe in ogni cosa tante difficoltà, e negoziato con tanta
insolenza che più non si poteva,[110] nondimeno il Papa e i Veneziani
tolleravano. Grande è la pazienza degl’infelici e dei santi.
A queste difficoltà si aggiungeva la mala condotta di Giannandrea
nella guerra di Cipro. Avevano i Veneziani concepito grande speranza di
far buona guerra; e coll’aiuto del Papa e del Re, e coll’armata loro
quant’altra mai bellissima, piena di valorosi soldati e di eccellenti
capitani, si erano persuasi di poter non solo francamente difendere
lo stato oltremarino, ma anche conquistare buona parte dell’imperio
turchesco, rifarsi con molto vantaggio dei danni patiti nelle guerre
passate, e finalmente con infinita e giusta gloria abbassare l’orgoglio
ottomano. Quando poi in fine della prima campagna si trovarono aver
perduto il tempo nell’aspettare da Giannandrea un soccorso tanto
inutile, il regno di Cipro abbandonato, la capitale perduta, e l’armata
loro ruinata, non dall’armi nemiche, ma dall’ozio, dalle infermità, e
dai lunghi inganni degli amici, e finalmente ebbero un successo alle
prime speranze tutto contrario; mesti, confusi e sbigottiti, come
negl’imprevisti e acerbi accidenti suole avvenire, gemevano.[111]
Le case piene di lutto, la città di vesti lugubri: chi la morte dei
parenti, chi la perdita delle sostanze, chi il pericolo della patria
amaramente piangeva. La plebe per la sospensione dei traffichi ridotta
in miseria, la piazza piena di fallimenti, ed il senato pel gravissimo
pericolo della publica salute in travaglio. E quantunque non ristassero
di fare que’ maggiori provvedimenti che potevano per sostener la
guerra, pure poco o nulla più fidavano nell’aiuto lontano, tardo e
ritroso degli Spagnuoli. Di che allora andò proverbio, ripetuto poi le
tante volte a Venezia, che la Republica nella guerra del Turco avesse
ad esser sempre presta e sempre sola.
II. — Nondimeno risoluti a continuare la guerra, e volendo pur
contentare il Papa, nel quale grandemente confidavano, perchè era uomo
di petto, franco nel dire ciò che pensava, e fermo nel mantenere le sue
parole, non avevano mai rotte le pratiche della lega: ed erano giunti
fino al febbraio del settantuno, quando (dopo aver in qualche maniera
composte le altre difficoltà) restava a decidersi del generalato: cioè
di chi dovrebbe con suprema autorità governare le forze di tutti i
confederati. Punto essenzialissimo, intorno al quale rigiravasi tutta
la ragione di stato dei negoziatori, e tutte le speranze della lega:
perchè in potestà di quell’uomo sarebbe stato il favorire o ruinare
ogni impresa. I Veneziani che si erano onninamente contentati della
capitolazione fatta con Carlo V e Paolo III nell’anno 1537, e che erano
disposti a ricevere ogni altro capitolo, solo nel punto del generalato
chiedevano istantemente nuova forma. Ripensavano che, per essere
allora stato fatto così assolutamente Andrea Doria, nè coi nemici si
era combattuto alla Prevesa, nè cogli amici osservata la capitolazione
a Castelnuovo: quindi proponevano al presente che, dovendo ognun de’
tre principi collegati avere il suo generale, essi tre risolvessero
il tutto; siffattamente che la volontà dei due generali fosse legge
al terzo, e la deliberazione dei due s’intendesse deliberazione di
tutti: dandosi però il titolo di generale supremo, e la facoltà di
eseguire i partiti deliberati a uno di loro che potesse nell’autorità
e nel nome soprastare agli altri, talchè niuno patisse ad ubbidirlo
con quella prontezza e fede che è necessaria nelle cose di guerra.
La scelta però di comune soddisfazione riusciva difficilissima.
Imperciocchè da una parte al piacer dei Veneziani nominandosi per tale
ufficio tutti i principi maggiori d’Italia dal duca di Savoja in giù,
e dall’altra volendo il Re per suoi fini che si dovesse scegliere don
Giovanni suo fratello naturale, si era quinci e quindi in sospeso:
finchè i Veneziani, come sempre succedeva, piegaronsi ad accettarlo:
rimettendone l’elezione al Papa e chiamandosi contenti di chiunque
piacesse eleggere a sua Santità. Allora il Pontefice scrisse al Re che
esso e i Veneziani seco si contentavano che secondo la sua proposta
don Giovanni aver dovesse il generalato dell’armata, e pregavalo
che proponesse altre persone di sua fiducia tra le quali si potesse
scegliere il generale dall’esercito per le imprese di terra, ed i
successori dell’uno e dell’altro qualora alcuno dei due si trovasse
assente o impedito. Queste lettere partivano nel tempo che i deputati
spagnoli a Roma erano a pretendere in punto che, mancando don Giovanni,
dovesse farne le veci l’ordinario luogotenente di sua Altezza: cosa che
non piaceva ad alcun altro, e nè pure il Papa poteva soffrirla.[112]
Perchè ricordando tutti la mala condotta di Giannandrea nella campagna
precedente, temevano vederlo luogotenente di don Giovanni nella
campagna seguente: e neanche potevano restar capaci, che fosse giusto
di vedere in tal modo un luogotenente (per accidentale combinazione)
montare improvvisamente a tanta altezza da essere superiore ai Capitani
Generali del Papa e dei Veneziani presenti all’armata. Molto più che a
libito di don Giovanni sarebbe dichiararsi impedito, e a libito del Re
metter in sua vece chi non godeva fiducia. Perciò il Papa e i Veneziani
fermamente mantennero che in difetto di don Giovanni, Generale
spagnuolo, dovesse succedere Marcantonio, Generale pontificio: ed in
questo condiscese il Re (che in suo segreto si riserbava alcune parti
graziose) tanto per soddisfare al Pontefice, quanto perchè stimava
la persona di Marcantonio. Ma tra simili difficoltà la lega invece di
concludersi speditamente, se ne passava in negoziati quasi un anno, e
intanto niuna delle parti faceva le provvisioni con quella fiducia e
calore che sarebbe stato necessario.
[Febbraio 1571.]
Tuttavia venuta la risposta di Filippo, che fu all’uscita di febbraio,
i Veneziani non vollero mancare di concludere quello di che si erano
per rispetto del Pontefice contentati; nè lasciare di sciogliere
quell’ultimo nodo del generalato di terra e di mare e dei loro
successori. Portavano le lettere che nel comando dell’armata, non vi
essendo presente don Giovanni, dovesse succedere l’uno dei tre: o don
Luigi di Requesens commendator maggiore di Castiglia, o Marcantonio
Colonna, o Giannandrea Doria: nel comando poi dell’esercito, il
principe di Parma, quello di Urbino, Marcantonio Colonna, e Vespasiano
Gonzaga. Tra le terne e le quaterne niun veneziano, sì bene il Doria.
Lasciava poi ai deputati del congresso in Roma che si accordassero a
scegliere per il mare uno delli tre, e per la terra uno delli quattro:
se pure non amavano meglio che don Giovanni riunisse nella sua persona
il generalato di terra e di mare per maggior beneficio dell’impresa.
Il tenore di queste lettere condusse i deputati a risolvere la
difficoltà: imperciocchè avendo il Re posto Marcantonio nella terna
e nella quaterna, tanto di mare che di terra; e trovando i Veneti
eccezione in qualcuno dei capitani del mare, come il Pontefice in
uno di quelli di terra, si venne nel parere di sua Maestà, e tutti
nel fatto concordi stabilirono dare a don Giovanni l’uno e l’altro
generalato, e a Marcantonio egualmente il succedere nell’uno e
nell’altro carico quando fosse assente o impedito don Giovanni.[113]
Così restò stabilito il capitolo dei Generali e insieme fermati gli
altri della lega, che dal latino al volgar nostro ridotti sommariamente
dicevano in questo modo.[114]
I. Tra il Pontefice, il Re, e la Repubblica nell’anno mille cinquecento
e settantuno sia lega perpetua, offensiva e difensiva, contro il Turco
e suoi dipendenti.
II. Le forze della lega siano dugento galere, cento navi, cinquanta
mila fanti, e nove mila cavalli.
III. Gli apprestamenti di guerra si facciano ogni anno nel mese di
marzo: al fine del quale tutta l’armata debba trovarsi pronta in quel
porto che verrà stabilito.
IV. Dato che il Turco assalti alcuna piazza dei confederati, quella
debba esser soccorsa da tutta l’armata o da una parte di essa, secondo
il bisogno.
V. Gli ambasciadori dei confederati ogni anno tratteranno in Roma,
durante la stagione autunnale, ciò che debba imprendersi alla primavera
dell’anno seguente.
VI. Il Pontefice armi dodici galere, tremila fanti, e ducensessanta
cavalli.
VII. Le spese si dividano in sei parti: così che il Re ne paghi tre, la
Repubblica due, e il Papa una.
VIII. Il Re e la Repubblica diano ciò che possa mancare al Papa: in
ragione di tre quinti per il primo, e due quinti per la seconda.
IX. I Veneziani imprestino al Papa dodici galere ben munite
d’artiglieria, e il Papa le armi di sue genti ed a sue spese.
X. Colui dei confederati che supera gli altri nelle spese abbia il
diritto ad esser dai medesimi rimborsato.
XI. Sia libera la tratta dei grani e delle vittovaglie per l’armata,
secondo certe speciali convenzioni sulla quantità e sul prezzo.
XII. Niuno imponga nuove gabelle sopra i generi necessarî al
sostentamento dell’armata.
XIII. Se i Barbareschi assalteranno la Spagna, si debba soccorrerla con
tutta o con parte dell’armata, secondo il bisogno.